Italia e il mondo

ANALISI – G7: Il club dei potenti può ancora governare il mondo? _ di Le Diplomat

Una disamina interessante del recente vertice, anche se edulcorata, come da orientamento generale del sito. In calce i quattro comunicati più importanti scaturiti dal summit. Colpisce la continuità con la quale si persegue la volontà di protrarre ed allargare il conflitto con la Russia sino a relegare in secondo piano il contenzioso con l’Iran, tentando di farne addirittura, in tempi ragionevoli, un ulteriore fattore di accerchiamento. In questo la leadership europea, all’ombra della componente neocon, si è assunta il ruolo più oltranzista ai danni dei propri popoli. Le diatribe gossipare di questi giorni, che hanno riguardato Trump, Meloni e altri leader, sotto il velo ipocrita dell’ostentato orgoglio nazionale cercano di nascondere il vicolo cieco, la strada obbligata, malinconica se non tragica, verso cui stanno trascinando i paesi europei. Quanto alle politiche in Africa, poche e poco significative variazioni rispetto al passato e al presente, con particolare riguardo all’armamentario messo a disposizione. Un tema da approfondire. Giuseppe Germinario

ANALISI – G7: Il club dei potenti può ancora governare il mondo?

Di Il diplomatico / 17.06.2026

Dal diplomatico

A Évian, il 15 giugno 2026, sulle rive del Lago di Ginevra, e sotto la presidenza francese, i leader delle sette democrazie più industrializzate del pianeta si riuniranno per il loro vertice annuale. Il panorama è magnifico, il protocollo impeccabile, i comunicati meticolosamente redatti. Ma nell’aria aleggia una domanda, più persistente dei discorsi: qual è ancora lo scopo del G7 in un mondo che gli è sfuggito di mano? Fondato nel 1975 nell’urgenza di una crisi petrolifera che minacciava le economie occidentali, questo discreto forum di democrazie ricche ha a lungo incarnato una forma di governance globale informale. Ha accompagnato la fine della Guerra Fredda, l’ascesa della globalizzazione, l’egemonia del dollaro e il dominio incontrastato delle norme liberali. Oggi i BRICS hanno una maggiore parità di potere d’acquisto rispetto al G7, la Cina è il principale partner commerciale di metà del pianeta e il Sud del mondo si rifiuta categoricamente di essere governato da regole che non ha contribuito a creare. Hubert Védrine, che ha visto da vicino i meccanismi interni di questi vertici quando era ministro degli Esteri di Lionel Jospin, non nasconde il suo lucido scetticismo; per lui, il G7 rimane utile a patto che non si identifichi con ciò che non è più.

1975: La nascita discreta di una direzione occidentale

Per comprendere il G7, dobbiamo tornare all’autunno del 1973. La guerra dello Yom Kippur scoppiò in ottobre, portando a un embargo petrolifero arabo contro i paesi occidentali che avevano sostenuto Israele. Il prezzo del barile di petrolio quadruplicò in poche settimane. L’inflazione salì alle stelle, le code ai distributori di benzina si allungarono e i governi delle principali democrazie industrializzate si resero conto con stupore della loro vulnerabilità collettiva. Valéry Giscard d’Estaing, allora Ministro delle Finanze francese, prese l’iniziativa e convocò una riunione informale dei capi di Stato e di governo delle cinque principali economie occidentali – Francia, Germania, Regno Unito, Stati Uniti e Giappone – a Rambouillet nel novembre del 1975. L’Italia e il Canada si unirono al gruppo nel 1976. Nacque così il G7.

Ciò che colpisce della concezione originaria del gruppo è la sua scelta deliberata di informalità. Nessun segretariato permanente, nessuno statuto, nessuna votazione, nessun meccanismo di sanzione. I leader si incontrano annualmente per parlare francamente, lontani dai forum delle Nazioni Unite e dalle loro procedure farraginose, lontani dalle burocrazie e dai comunicati preparati a tavolino. L’idea di Giscard era semplice e pragmatica: gli uomini che governano le grandi potenze devono conoscersi, parlare direttamente e concordare su priorità comuni senza passare attraverso i soliti filtri diplomatici. Questa “diplomazia da poltrona”, come alcuni l’hanno definita con un pizzico di condiscendenza, ha prodotto risultati concreti: coordinamento delle politiche monetarie, gestione delle crisi finanziarie e impulso dato ai negoziati commerciali multilaterali.

Védrine osserva che il G7 è sempre stato meno un’istituzione e più uno stato mentale, quello di un Occidente ancora certo della propria missione, convinto di rappresentare non solo i paesi più ricchi, ma anche i valori più universali. Questa convinzione che la democrazia liberale, il libero scambio e i diritti umani formino un insieme coerente con una vocazione universale ha a lungo conferito al G7 una legittimità che trascendeva la sua mera rappresentatività economica. Ed è proprio questa legittimità che il mondo multipolare sta erodendo.

Dalla governance globale a un club assediato: le fratture del G7 contemporaneo

Il G7 raggiunse il suo apice negli anni ’90. Il crollo dell’URSS lasciò i membri del gruppo senza seri rivali; rappresentavano quasi due terzi del PIL mondiale, le loro valute dominavano il commercio internazionale e le loro aziende plasmavano la globalizzazione. La Russia di Boris Eltsin fu invitata ad aderire al gruppo nel 1998, e il G7 divenne il G8, nella speranza che Mosca si integrasse permanentemente nell’ordine liberale occidentale. Questa scommessa fallì dopo l’annessione della Crimea nel 2014; la Russia fu espulsa e il formato del G7 fu ripristinato. L’intermezzo del G8 durò sedici anni. Lasciò dietro di sé una lezione di umiltà geopolitica: una grande potenza non può essere integrata in un club nella speranza che questo ne cambi la natura.

Da allora, le divisioni interne si sono moltiplicate. Durante il suo primo mandato, Donald Trump si è rifiutato di firmare diversi comunicati congiunti, trasformando i vertici in un teatro di assurdità diplomatiche. Il suo ritorno alla Casa Bianca nel 2025 ha reintrodotto questa tensione, in particolare sulla questione ucraina, sui dazi e sul cambiamento climatico, ambiti in cui le posizioni americane divergono profondamente da quelle europee. A Évian nel 2026, la Francia di Macron sta cercando di mantenere la coesione del gruppo attorno a priorità attentamente selezionate: riforma dell’architettura finanziaria internazionale, intelligenza artificiale, protezione dei minori online e lotta alla criminalità organizzata. Si tratta di temi importanti, ma che evitano con cautela le fratture più profonde.

La rappresentatività economica del G7 si è notevolmente indebolita. Nel 1975, il gruppo rappresentava circa il 70% del PIL mondiale. Entro il 2026, questa quota era scesa al di sotto del 45% a parità di potere d’acquisto, mentre i paesi BRICS+ superavano il 35%. L’India, che presto diventerà la terza economia mondiale, non è membro del G7. Non lo è nemmeno la Cina, la seconda economia mondiale. Né lo è l’Arabia Saudita, che determina in larga misura i prezzi globali dell’energia. Un club di leader mondiali che esclude alcuni degli attori più influenti del pianeta: un’anomalia che sta diventando sempre più difficile da ignorare.

Utile ma insufficiente: cosa può ancora offrire il G7

Sarebbe tuttavia intellettualmente disonesto ridurre il G7 a una reliquia anacronistica. Il gruppo conserva punti di forza reali che i suoi detrattori a volte sottovalutano ingiustamente. In primo luogo, la sua stessa natura – un forum informale di democrazie che condividono valori e sistemi politici simili – gli conferisce una capacità di coordinamento rapido e franco che manca a organismi più ampi, come il G20. Quando sette leader si incontrano senza un’agenda rigida o potere di veto, possono affrontare questioni delicate con una franchezza impossibile nei tradizionali formati multilaterali. La crisi finanziaria del 2008, la pandemia di Covid-19, la risposta all’invasione russa dell’Ucraina nel 2022: in ognuno di questi casi, il G7 ha svolto un ruolo di coordinamento e di guida che strutture più ampie non avrebbero potuto assolvere con la stessa rapidità.

Inoltre, il G7 rimane il forum in cui, spesso prima di importanti negoziati multilaterali, vengono definite le posizioni delle principali democrazie liberali su questioni normative chiave, come la tassazione delle multinazionali, la regolamentazione dell’intelligenza artificiale, gli standard di cybersicurezza e le norme ambientali. L’accordo storico del 2021 su un’imposta minima globale sulle società è stato avviato in seno al G7, prima di essere esteso all’OCSE e poi al G20. Questo ruolo, seppur modesto, ma concreto nella definizione degli standard giustifica l’esistenza del gruppo anche in un mondo in cui non può più pretendere di governare da solo.

Védrine propone quella che si potrebbe definire una visione lucida e disincantata: il G7 deve accettare di essere solo uno dei tanti attori in una governance globale che sarà necessariamente più frammentata, più negoziata e più conflittuale. Non può più parlare a nome della “comunità internazionale”, un’espressione che lui stesso ha criticato come un’usurpazione semantica da parte dell’Occidente. Ma può parlare a nome proprio, difendere interessi e valori apertamente riconosciuti come tali e cercare un terreno comune con gli altri attori senza la pretesa di convertirli. Questa rinuncia all’universalismo automatico non è un’ammissione di debolezza. È la condizione per riconquistare credibilità, come la definisce nel suo *Dictionnaire amoureux de la Géopolitique* (Dizionario amoroso della geopolitica), semplicemente guardando il mondo così com’è.

Sulle rive del Lago di Ginevra, il 15 giugno 2026, i sette leader riuniti a Évian si trovarono di fronte a un panorama di serena bellezza e a un’agenda di vertiginosa complessità. Il mondo che pretendevano di contribuire a governare stava in parte sfuggendo al loro controllo, non perché fossero diventati incapaci, ma perché il potere si era ridistribuito, gli equilibri di potere si erano modificati e le ambizioni egemoniche avevano i loro limiti naturali. Il G7 sarebbe sopravvissuto, senza dubbio. Avrebbe continuato a riunirsi, a emettere comunicati, a coordinare le posizioni e a promuovere standard. Ma il mondo che pretendeva di governare nel 1975 non esisteva più. E il mondo che lo aveva sostituito richiedeva tavoli diversi, voci diverse e regole del gioco diverse. La vera domanda non era se il G7 fosse ancora utile; lo era. La domanda è se le democrazie che lo compongono abbiano la lucidità mentale per accettare che utile non è più sinonimo di dominante e che l’influenza, d’ora in poi, deve essere guadagnata a ogni vertice.

LE DICHIARAZIONI DEL G7

DICHIARAZIONE DEI LEADER DEL G7 SULLE QUESTIONI GEOPOLITICHE Ucraina • Noi,
leader del G7, siamo uniti nel nostro incrollabile sostegno all’Ucraina nella difesa della sua libertà, sovranità e integrità territoriale. Ribadiamo la nostra solidarietà alla popolazione ucraina, vittima di attacchi alle infrastrutture critiche e al patrimonio culturale. Lodiamo l’Ucraina per la sua resilienza e i progressi compiuti sul campo di battaglia negli ultimi mesi e sottolineiamo che ora si è creato un nuovo slancio. • Per sostenere e accelerare questo nuovo slancio, concordiamo di aumentare la fornitura di capacità di difesa aerea, sistemi e intercettori aggiuntivi, nonché capacità a lungo
raggio. Siamo inoltre pronti a valutare la possibilità di estendere all’Ucraina il beneficio delle licenze per consentire un aumento della produzione militare ucraina.• Sottolineiamo l’importanza della resilienza energetica, sulla base delle esigenze e delle priorità espresse dalle autorità ucraine.
Concordiamo di fornire ulteriore sostegno per aiutare il Paese a superare il prossimo inverno.• Ci impegniamo ad aumentare la pressione sull’economia di guerra russa. In questo contesto, rafforzeremo le nostre sanzioni, comprese quelle nei settori del petrolio e del gas. Riteniamo che questo sia il momento giusto per procedere con misure aggiuntive, poiché il presidente Trump ha raggiunto un accordo, che noi sosteniamo, sulla riapertura dello Stretto di Ormuz. Medio Oriente•
Riconosciamo la svolta e l’opportunità che attualmente si presentano in Medio Oriente.•
Accogliamo con favore l’annuncio di un accordo tra gli Stati Uniti e l’Iran, raggiunto sotto la forte guida del presidente Trump, con il sostegno dei paesi mediatori, che offre un’opportunità storica per impedire all’Iran di acquisire qualsiasi arma nucleare e per affrontare le minacce legate alle sue attività regionali e balistiche. Lo sosteniamo e siamo pronti a contribuire alla sua attuazione.•
Ribadiamo che il diritto di transito senza restrizioni né pedaggi è il fondamento del commercio internazionale. Concordiamo sul fatto che l’iniziativa multinazionale, indipendente e difensiva guidata da Francia e Regno Unito possa svolgere un ruolo importante per facilitare la ripresa del traffico marittimo nello Stretto di Ormuz, proteggendo le navi mercantili, rassicurando gli operatori del trasporto marittimo commerciale e sostenendo la verifica della rimozione di tutte le mine.•
Sosteniamo con forza un accordo diplomatico di follow-up solido e completo al Memorandum d’intesa raggiunto dal presidente Trump, in grado di portare pace e sicurezza per tutti nella regione.
Sottolineiamo la necessità che i negoziati a tal fine affrontino le minacce poste dall’Iran nella regione e oltre, e garantiscano che il Paese non ottenga mai un’arma nucleare. Concordiamo sul fatto che tali negoziati trarrebbero beneficio dai contributi dei partner regionali e internazionali competenti, compresa l’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA). Riaffermiamo che l’Iran non otterrà mai un’arma nucleare.• In Libano, sosteniamo, attraverso un cessate il fuoco immediato e solido, gli sforzi della leadership libanese volti a realizzare il disarmo di Hezbollah e il
monopolio delle armi, nonché a proteggere l’integrità territoriale e la sovranità del Libano con adeguate garanzie di sicurezza internazionali.• A Gaza, accelereremo gli sforzi umanitari e di ricostruzione, nonché la rapida attuazione delle misure politiche e di sicurezza pertinenti.
Chiediamo la fine delle violenze in Cisgiordania.• Ci impegniamo ad accelerare la diversificazione delle rotte di approvvigionamento energetico al fine di ridurre la vulnerabilità globale rispetto allo Stretto di Ormuz e di aumentare le nostre riserve energetiche. Accogliamo con favore la possibilità che il Canada fornisca una significativa capacità aggiuntiva ai mercati globali nei prossimi anni.Indo-Pacifico• Sottolineiamo l’importanza di un Indo-Pacifico libero e aperto, basato sullo
Stato di diritto. Riaffermiamo la nostra opposizione a qualsiasi tentativo unilaterale di modificare lo status quo, in particolare con la forza o la coercizione, nei mari orientali e meridionali della Cina e nello Stretto di Taiwan, questioni che dovrebbero essere risolte esclusivamente in modo pacifico attraverso il dialogo.• Esprimiamo profonda preoccupazione per i programmi nucleari e missilistici balistici della Corea del Nord e riaffermiamo il nostro impegno per la completa denuclearizzazione
della Corea del Nord in conformità con le risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite. Esortiamo la Corea del Nord a risolvere immediatamente la questione dei rapimenti.
Ribadiamo la necessità di affrontare congiuntamente i furti di criptovalute e i crimini informatici perpetrati dalla Corea del Nord.• Accogliamo con favore il Vertice sulla Convergenza Globale per la Crescita convocato dal presidente Macron l’11 giugno 2026, con la partecipazione della Cina.

Riaffermiamo il nostro interesse comune a collaborare con altre grandi economie sulle cause degli squilibri globali di ampia portata e persistenti e sulla necessità di affrontarli. Continueremo questi sforzi nell’ambito del G20 durante l’anno di presidenza degli Stati Uniti e in altre sedi pertinenti.


DICHIARAZIONE DEI LEADER SUI PARTENARIATI INTERNAZIONALI DI VANTATTO
RECIPROCO Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno a favore della cooperazione internazionale in materia di sviluppo e finanziamento degli investimenti come motore di prosperità condivisa e sottolineiamo la nostra disponibilità a fornire sostegno ai più vulnerabili. Anche i paesi partner del G7, il Kenya e la Repubblica di Corea, sostengono questa dichiarazione. Riconosciamo
che l’impatto dell’architettura internazionale di finanziamento dello sviluppo è stato a beneficio dei più vulnerabili per decenni. Promuovere una crescita duratura, ridurre la povertà globale e rafforzare la resilienza globale di fronte agli shock esterni e naturali sono obiettivi condivisi fondamentali. Accanto al capitale privato, ai finanziamenti misti e a prestiti equi e trasparenti, l’aiuto pubblico allo sviluppo a condizioni agevolate continua a svolgere un ruolo strategico nel sostenere i paesi partner e nell’affrontare le sfide globali, in linea con i nostri interessi reciproci e i
nostri attuali obiettivi di sviluppo. Tuttavia, riconosciamo la necessità di aggiornare l’attuale sistema internazionale di sviluppo per garantire che soddisfi pienamente le esigenze delle generazioni future e le sfide attuali. Sebbene le politiche di sviluppo tradizionali abbiano ottenuto risultati importanti, talvolta hanno avuto un impatto limitato nel ridurre la dipendenza finanziaria dall’assistenza esterna, nel rafforzare la titolarità dei paesi e nel creare incentivi a favore della crescita. L’architettura dello sviluppo è inoltre diventata eccessivamente complessa, con un conseguente utilizzo non ottimale delle risorse. Eccessivi squilibri macroeconomici, crisi e conflitti,
povertà persistente e vulnerabilità legate al debito fanno lievitare i bisogni finanziari, colpendo in modo sproporzionato i più vulnerabili. Le risorse pubbliche continuano a svolgere un ruolo strategico, ma da sole non sono sufficienti a soddisfare le esigenze di sviluppo globali. Dobbiamo dare impulso a riforme strutturate per razionalizzare l’architettura dello sviluppo e garantirne l’efficienza e l’impatto. Siamo uniti nell’intento di riformare il sistema di cooperazione allo sviluppo e di plasmare partenariati reciprocamente vantaggiosi che tengano conto dei nostri interessi
strategici e di quelli dei nostri partner e prevedano un uso strategico e catalitico delle risorse agevolate laddove sono maggiormente necessarie. Accogliamo con favore il sostegno dei nostri partner africani a favore di un approccio rinnovato, come espresso in occasione del vertice «Africa Forward». Il successo degli sforzi volti a promuovere lo sviluppo e la prosperità dipende anche dalla capacità dei paesi partner di mobilitare risorse interne e attrarre capitali privati. Il nostro obiettivo è sostenere la capacità dei nostri partner di autofinanziarsi e rafforzare la titolarità, la
responsabilità, la sovranità economica a lungo termine e la resilienza dei paesi partner, nel rispetto delle loro priorità di sviluppo. Sottolineiamo che il raggiungimento dell’emancipazione di tutte le donne e le ragazze² e il pieno ed equo godimento di tutti i loro diritti umani e delle libertà fondamentali costituiscono un motore fondamentale dello sviluppo e della crescita economica.
Continueremo a sostenere i paesi partner, anche attraverso il rafforzamento della mobilitazione delle risorse interne e lo sviluppo delle capacità di amministrazione fiscale. Accogliamo con favore l’impegno a rafforzare la collaborazione sulla mobilitazione delle risorse interne assunto dalla Piattaforma per la collaborazione in materia fiscale in occasione della conferenza tenutasi a Tokyo nel marzo 2026. Ove opportuno, svilupperemo programmi che incoraggino il coinvestimento con i
paesi partner e creino incentivi positivi per intraprendere le necessarie riforme istituzionali. Tali programmi sosterranno i paesi partner nell’aumentare il gettito, spendere in modo efficace, contrarre prestiti in modo sostenibile e gestire adeguatamente i rischi fiscali. Intensificheremo gli sforzi per affrontare le crescenti vulnerabilità globali legate al debito che minacciano la stabilità economica e limitano il margine di manovra fiscale per interventi essenziali nei servizi pubblici.
Sottolineiamo l’importanza di compiere ulteriori progressi in seno al G20 verso un approccio comune alle ristrutturazioni del debito per i paesi a reddito medio vulnerabili che non sono ammissibili al Quadro Comune. Promuoveremo il rafforzamento dell’attuazione del Quadro Comune del G20 per garantire che i trattamenti del debito siano attuati in modo prevedibile, tempestivo, ordinato e coordinato. Chiediamo un maggiore sostegno ai paesi che presentano un debito sostenibile e un solido programma di riforme, ma che devono far fronte a un elevato onere del servizio del debito che limita gli investimenti a sostegno della crescita, in particolare accelerando l’attuazione dell’approccio a tre pilastri di FMI e Banca mondiale. Continueremo inoltre i nostri sforzi per rafforzare l’architettura globale del debito, in particolare sollecitando una maggiore trasparenza nei dati sul debito e nelle pratiche di concessione dei prestiti tra tutte le parti interessate. In questo contesto, esortiamo tutti i creditori del G20 a partecipare all’iniziativa di condivisione dei dati della Banca mondiale. Prendiamo atto del lancio della Piattaforma dei
mutuatari e auspichiamo un dialogo continuo con tutte le parti interessate, compreso il settore privato e il Club di Parigi, per portare avanti questi sforzi. Cercheremo di sostenere una mobilitazione più efficace del capitale privato per finanziare lo sviluppo a lungo termine e generare un impatto su larga scala. Per rendere i progetti di sviluppo attraenti agli occhi degli investitori privati, faremo ricorso alle nostre istituzioni finanziarie per lo sviluppo e inviteremo le banche multilaterali di sviluppo a promuovere l’uso di strumenti di condivisione del rischio, garanzie, finanziamenti misti, meccanismi di cofinanziamento, strumenti di mercato e a gestire il rischio di
cambio. Sottolineiamo i vantaggi delle soluzioni volte a ridurre i rischi e a rafforzare l’architettura delle garanzie, in particolare attraverso l’African Trade and Investment Development Insurance (ATIDI). A questo proposito, accogliamo con favore anche il lavoro svolto dalla Banca africana di sviluppo e dal Gruppo della Banca mondiale, anche attraverso l’Agenzia multilaterale di garanzia degli investimenti (MIGA), per sostenere la crescita, promuovere un clima favorevole agli investimenti e mobilitare capitali privati in Africa. Puntiamo a rimuovere gli ostacoli agli investimenti e a sostenere iniziative volte a favorire contesti politici e normativi solidi nei paesi
partner, anche attraverso il «Compact with Africa» del G20, e promuoveremo progetti
standardizzati e idonei agli investimenti, rafforzando al contempo la disponibilità e la trasparenza dei dati. Promuoveremo la resilienza e la diversificazione delle catene di approvvigionamento, nonché infrastrutture resilienti nei settori dei trasporti, dell’energia e del digitale, in linea con i Principi del G20 per investimenti di qualità nelle infrastrutture, anche attraverso il Partenariato 3G7 sulle infrastrutture globali e gli investimenti (PGII). A tal fine, promuoveremo un nuovo approccio ai corridoi economici e di sviluppo, riducendo i rischi e mobilitando il capitale privato, anche
attraverso il Consiglio per gli investimenti infrastrutturali del G7. Riconosciamo inoltre l’importanza di catene del valore affidabili per i minerali critici ai fini della prosperità condivisa e miriamo a sfruttare il potenziale economico della creazione di valore derivante dai minerali critici attraverso la cooperazione internazionale lungo la catena di approvvigionamento e partenariati reciprocamente vantaggiosi basati su standard elevati, trasparenza e creazione di valore a livello locale. Alla luce delle interruzioni della catena di approvvigionamento, incarichiamo i nostri ministri di collaborare con le istituzioni finanziarie internazionali e le organizzazioni internazionali e di monitorarle, al fine di valutare gli impatti globali dell’accesso a fattori di produzione essenziali quali i fertilizzanti e di coordinare il sostegno ai paesi bisognosi, in modo da affrontare la questione della sicurezza alimentare globale. Utilizzeremo le risorse agevolate in modo strategico laddove sono maggiormente necessarie, in particolare nei paesi meno sviluppati e più vulnerabili, rispondendo alle esigenze specifiche dei paesi esposti a shock esterni e naturali, alla lontananza
geografica, all’accesso limitato ai mercati dei capitali e a conflitti protratti o in corso. Nei paesi che dispongono di un accesso limitato a capitali non agevolati o privati, investiremo nei settori dello sviluppo umano, tra cui la sanità, l’istruzione, lo sviluppo della prima infanzia, la nutrizione e i sistemi alimentari. Ove opportuno, siamo pronti a sostenere i nostri partner nello sviluppo, nell’adozione e nell’attuazione dei loro Patti nazionali per la salute e di approcci simili basati su piattaforme nazionali. Il nostro obiettivo è affrontare la frammentazione del sistema di sviluppo e migliorarne l’efficienza e l’efficacia anche rafforzando il coordinamento e la collaborazione tra tutti gli attori dello sviluppo, comprese le banche pubbliche di sviluppo, le istituzioni di finanziamento allo sviluppo, le banche multilaterali di sviluppo e i fondi multilaterali verticali. Daremo priorità al potenziamento degli strumenti di finanziamento di comprovata efficacia ed eviteremo di crearne di
nuovi, anche, ove opportuno, integrandoli nelle iniziative esistenti. Riconosciamo il valore del sistema delle Nazioni Unite come attore dello sviluppo e incoraggiamo le riforme, anche attraverso l’agenda UN80. In qualità di principali azionisti delle banche multilaterali di sviluppo, ribadiamo il nostro impegno a renderle più efficaci e incisive attraverso riforme volte a garantire che operino efficacemente come sistema, anche in collaborazione con le banche pubbliche di sviluppo. In particolare, ci coordineremo per potenziare le opportunità per gli investitori e i fondi del settore privato di impiegare capitali, insieme alle banche multilaterali di sviluppo, in progetti bancabili ad alto impatto. La realizzazione di questa agenda trasformativa richiederà un impegno costante e collettivo all’interno e al di fuori del G7. Accogliamo con favore le iniziative che portano avanti questo approccio con i paesi partner a livello nazionale e regionale. A tal fine, prendiamo atto, tra le altre, del recente vertice «AfricaForward», della Conferenza sui partenariati globali, del Piano Mattei per l’Africa, della Conferenza internazionale di Tokyo sullo sviluppo africano e dell’iniziativa «Global Gateway». Sottolineiamo l’importanza di collaborare con tutte le parti interessate per promuovere un finanziamento allo sviluppo equo e trasparente, in linea con gli
standard internazionali e le prassi condivise. Ci impegneremo a mobilitare un’ampia coalizione di attori, tra cui donatori emergenti, il settore privato, attori filantropici e la società civile, affinché si allineino a questo approccio rinnovato.4 La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.


DICHIARAZIONE DEI LEADER SULLA LOTTA AL TRAFFICO DI MIGRANTI

Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno costante nella prevenzione e nella lotta al traffico di migranti.
Facendo il punto sulle dichiarazioni dei leader del G7 adottate in Puglia nel 2024 e a Kananaskis nel 2025, rinnoviamo il nostro impegno a prevenire, contrastare e smantellare le reti della criminalità organizzata che traggono profitto dal traffico di migranti, dalla tratta di esseri umani e da altri reati connessi, nonché a smantellare i modelli di business delle organizzazioni criminali. Anche i paesi partner del G7, il Kenya e la Repubblica di Corea, sostengono la presente dichiarazione. Il traffico di migranti e la tratta di esseri umani costituiscono gravi reati transnazionali che minano il diritto sovrano degli Stati di controllare i propri confini ed espongono le persone oggetto di traffico e tratta a rischi letali. Siamo determinati a contrastare la migrazione illegale organizzata. Rimaniamo impegnati a combattere ogni forma di abuso e sfruttamento dei migranti, garantendo la protezione dei più vulnerabili, compresi i rifugiati e gli sfollati forzati. Di conseguenza, incarichiamo i nostri ministri competenti di continuare ad adottare misure incisive per dare ulteriore attuazione al Piano d’azione del G7 per prevenire e contrastare il traffico di migranti. Riconosciamo il lavoro in corso volto ad adottare sanzioni mirate e altre misure restrittive nei confronti di individui ed entità coinvolti nel traffico di migranti, anche online, ove ciò sia coerente con i nostri ordinamenti giuridici. A tale riguardo, ribadiamo la nostra determinazione, espressa sotto la presidenza canadese, a intensificare la nostra cooperazione con le piattaforme online e gli attori competenti affinché individuino, prevengano e rimuovano i contenuti online utilizzati per condurre operazionidi traffico. Approfondiremo inoltre la cooperazione con i paesi di origine e di transito per smantellare le reti di traffico e tratta di esseri umani e per prevenire la migrazione illegale organizzata, rafforzando i nostri sforzi volti a costruire la stabilità affinché tutte le persone possano vivere e prosperare nei propri paesi, salvaguardandone la sicurezza, i diritti e la dignità, anche attraverso il miglioramento delle condizioni economiche. Prendiamo atto degli obblighi degli Stati di accettare il rimpatrio dei propri cittadini e di potenziare le procedure volte a garantire un rimpatrio tempestivo, sicuro, legale e dignitoso di coloro che non hanno il diritto legale di soggiornare nei nostri territori. Nel rispetto delle competenze nazionali, prendiamo atto dei nuovi approcci legittimi esplorati da alcuni membri con i paesi terzi per rafforzare la gestione della migrazione.² La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.

DICHIARAZIONE DEI LEADER DEL G7 SULLA SICUREZZA DELLE CATENE DI
APPROVVIGIONAMENTO DEI MINERALI CRITICI

Noi, leader del G7, richiamando il Piano d’azione sui minerali critici da noi lanciato lo scorso anno, riconosciamo il ruolo strategico delle catene del valore dei minerali critici per la prosperità economica e la sicurezza dei nostri paesi, compresi i settori digitale ed energetico. Alla luce dell’elevato grado di concentrazione del mercato,
della necessità di ridurre le vulnerabilità relative a tali risorse e del crescente ricorso a restrizioni commerciali arbitrarie, ribadiamo l’urgenza di diversificare le nostre catene di approvvigionamento e di rafforzare la nostra resilienza collettiva. Anche l’Australia, paese partner del G7, sostiene la presente dichiarazione. Esprimiamo la nostra profonda preoccupazione per il ricorso a politiche e pratiche non di mercato e alla coercizione economica, comprese le restrizioni arbitrarie alle
esportazioni e le misure di ritorsione sui minerali critici e sui relativi prodotti a duplice uso, che minano la sicurezza e la resilienza economiche. Lavoreremo insieme ai nostri partner per ridurre le dipendenze critiche e garantire che i tentativi o le minacce di strumentalizzare le dipendenze economiche a fini di coercizione falliscano. Intendiamo scoraggiare la coercizione economica e siamo pronti ad adottare misure, se necessario in modo coordinato, per contrastarla. Riconosciamo
inoltre l’importanza di mantenere e rafforzare la competitività delle nostre industrie a medio e a valle, anche in relazione ai minerali critici, proteggendo le tecnologie critiche, e ci impegniamo acollaborare in seno al G7 e con i partner per coordinare le misure politiche in materia di controllo tecnologico. Riconosciamo il ruolo fondamentale della cooperazione internazionale tra i paesi del G7 e quelli che condividono gli stessi principi, perseguendo partenariati reciprocamente vantaggiosi
basati su standard di alta qualità e trasparenza per garantire catene di approvvigionamento diversificate, resilienti e durature a beneficio dell’economia globale. A tal fine, ribadiamo la Roadmap del G7 per la promozione di mercati basati su standard per i minerali critici.
Cooperazione industriale. Basandoci sugli impegni precedenti del G7 e sull’Alleanza per la produzione di minerali critici istituita sotto la presidenza canadese del G7 nel 2025, ci impegniamo a coordinare gli sforzi all’interno del G7 e con i paesi partner per creare e sviluppare le capacità di lavorazione e industriali necessarie alla diversificazione delle nostre catene del valore dei minerali critici, anche sostenendo la creazione di valore a livello locale e promuovendo l’innovazione. 2 A tal fine, insieme ai paesi partner, coopereremo strettamente per portare avanti progetti di
produzione, trasformazione e riciclaggio lungo l’intera catena di approvvigionamento.
Promuoveremo lo sviluppo di progetti coordinati attraverso l’aggregazione della domanda e la mobilitazione delle capacità finanziarie collettive pubbliche e private. In tal modo, miriamo a ridurre significativamente la nostra dipendenza da un unico fornitore al di fuori del G7 e dei paesi partner per le terre rare e i magneti permanenti, portandola al di sotto del 60 per cento entro il 2030 e continuando a diminuirla ulteriormente nel tempo, con l’ambizione di raggiungere il 50 per cento
il prima possibile. Per quanto riguarda gli altri minerali critici, incarichiamo i ministri competenti di fissare un obiettivo specifico per la riduzione di tali dipendenze entro la fine dell’anno. Accogliamo con favore i progressi compiuti verso il raggiungimento di questi obiettivi, in particolare attraverso i 195 progetti annunciati dall’inizio del 2026, che hanno raggiunto i 64 miliardi di euro di investimenti – comprese le partecipazioni azionarie e gli accordi di acquisto garantito – nelle catene
del valore dei minerali critici, provenienti dai paesi del G7 e dai paesi partner, nonché attraverso il piano congiunto per lo sviluppo delle capacità industriali relative alle terre rare e ai magneti permanenti. Finanziamenti Riconosciamo che lo sviluppo delle capacità industriali, comprese la lavorazione e il riciclaggio, necessarie per la diversificazione, richiede la mobilitazione di capitali pubblici e privati, inclusi investimenti azionari, garanzie e accordi di acquisto. Riconosciamo la crescente necessità di quadri di investimento stabili, nonché di trasparenza di mercato e di
valutazioni adeguate per la sicurezza dell’approvvigionamento. Ciò potrebbe incentivare il finanziamento delle catene del valore dei minerali critici per colmare il divario di investimenti prima del 2030. Incoraggiamo ad accelerare la mobilitazione delle banche multilaterali di sviluppo (MDB) e dei partner di sviluppo per elaborare e attuare strategie volte a elevare gli standard minerari globali tra i membri del G7 e i partner che condividono gli stessi principi, nonché nei paesi in via di sviluppo. Tali sforzi rafforzeranno la diversificazione, la resilienza, la sicurezza e l’affidabilità delle catene di approvvigionamento dei minerali critici in tutto il mondo, anche attraverso approcci di approvvigionamento basati sulla qualità e pratiche minerarie sostenibili. Essi incarnano il nostro approccio rinnovato ai partenariati internazionali. Per garantire un maggiore impatto, incarichiamo le istituzioni finanziarie per lo sviluppo (DFI) del G7 e le agenzie di credito all’esportazione di rafforzare il coordinamento e la collaborazione in materia di minerali critici e infrastrutture abilitanti, anche con il settore privato. Strutturazione del mercato Riconosciamo inoltre che garantire la sostenibilità a lungo termine di capacità di approvvigionamento diversificate
richiede un contesto di mercato adeguato e una più stretta cooperazione con partner affidabili, anche attraverso accordi commerciali plurilaterali. A questo proposito, intendiamo continuare a discutere la fattibilità e lo sviluppo di politiche e meccanismi necessari a garantire la resilienza e la diversificazione delle catene di approvvigionamento, in modo coordinato ove pertinente. Tali politiche e meccanismi possono includere, se del caso, criteri di resilienza, approcci basati su standard, meccanismi di trasparenza e tracciabilità. Continuiamo inoltre a valutare misure sia dal lato della domanda che da quello dell’offerta, quali requisiti di diversificazione, meccanismi di stabilizzazione dei ricavi — compresi i sussidi per il differenziale di prezzo —, strumenti di appalto congiunto e strumenti commerciali quali quote e prezzi minimi. Tali misure dovrebbero tenere conto di fattori quali la loro efficacia e i potenziali impatti sulla competitività, sulle finanze pubbliche, sulle condizioni macroeconomiche in generale e, in particolare, sui settori a medio e a valle, nonché dei costi dell’inazione. Trasparenza e tracciabilità Riconosciamo l’importanza di
solidi quadri di riferimento in materia di trasparenza e tracciabilità per garantire la sicurezza della catena di approvvigionamento e il rispetto di standard elevati in contesti di mercato resilienti, nonché per contrastare il traffico illegale di minerali critici. Riconoscendo il lavoro in corso da parte dell’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e dell’Agenzia Internazionale per l’Energia (AIE), ci impegniamo a lavorare per istituire meccanismi armonizzati e
interoperabili, in linea con i nostri interessi, che garantiscano la tracciabilità e la trasparenza riguardo all’origine dei minerali critici. Si partirebbe da due minerali critici pilota – il litio e il nichel – con l’obiettivo di evitare di compromettere la competitività o di imporre oneri di costo eccessivi. Cercheremo di estendere il progetto pilota a cinque nuovi minerali critici ogni anno, con particolare attenzione alle terre rare. Lavoreremo per migliorare la trasparenza delle informazioni
relative ai mercati globali delle materie prime e alle catene di approvvigionamento, anche attraverso lo sviluppo, lo scambio volontario e riservato e la pubblicazione di strumenti analitici condivisi, indicatori di mercato e una maggiore visibilità su prezzi, offerta, domanda e capacità di lavorazione.
Riconosciamo il ruolo indispensabile dei dati nel sostenere questo lavoro. Per raggiungere tali obiettivi, ci impegniamo a collaborare attraverso la piattaforma indicata di seguito, che coordina il lavoro e le capacità esistenti in seno all’OCSE e al Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE, anche nell’ambito di un dialogo strutturato con le imprese. Cercheremo di promuovere condizioni di parità nell’estrazione dei minerali critici, allineando le pratiche agli standard lavorativi
riconosciuti a livello internazionale e incoraggiando un’azione coordinata per affrontare i rischi sistemici legati al lavoro forzato, in conformità con il «G7 Toolkit for Standards-Based Criteria to Identify Risks of Forced Labour in the Extraction of Critical Minerals» (Strumentario del G7 per criteri basati su standard volti a identificare i rischi di lavoro forzato nell’estrazione dei minerali critici), adottato nel giugno 2026. Costituzione di scorte Riconosciamo il ruolo essenziale che la
costituzione di scorte può svolgere nel migliorare la sicurezza dell’approvvigionamento e la stabilità del mercato. Ci impegniamo a sviluppare e potenziare le capacità nazionali di costituzione di scorte di minerali critici nel settore industriale o in quello pubblico, ove opportuno per le nostre rispettive economie, il commercio e la sicurezza nazionale e collettiva, anche attraverso le iniziative esistenti.
Conveniamo di scambiare informazioni sui sistemi di stoccaggio, sulle migliori pratiche e metodologie, nonché sui meccanismi di approvvigionamento e di rilascio, in particolare attraverso il Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE e avvalendoci delle competenze di istituzioni e iniziative pertinenti, quali l’Organizzazione giapponese per la sicurezza dei metalli e dell’energia (JOGMEC). Intendiamo avvalerci dei meccanismi di stoccaggio per sostenere la diversificazione delle catene di approvvigionamento dei minerali critici, anche nelle economie
partner ed emergenti. 4 Per facilitare l’anticipazione e la gestione delle crisi di approvvigionamento e per prevenire l’instabilità dei prezzi, ci impegniamo a istituire un meccanismo di cooperazione congiunta con l’ausilio dell’AIE e della sua piattaforma di dati. Tale meccanismo ci consentirebbe di condividere, quando necessario, con i membri del G7 e i paesi che condividono i nostri stessi
principi, dati e segnalazioni su future tensioni di mercato o interruzioni dell’offerta o della domanda. Riciclaggio Convinti che l’economia circolare e la sostituzione siano fondamentali per far fronte alla crescente domanda di minerali critici e per garantirne l’approvvigionamento, contribuendo al contempo a mitigare gli impatti ambientali, riconosciamo l’importanza di promuovere la progettazione efficiente, il riutilizzo, la riparazione e la rigenerazione di prodotti e componenti ricchi di minerali critici. Ci impegneremo a promuovere il riciclaggio dei minerali critici sostenendo sia l’offerta che la domanda di minerali critici riciclati e a creare mercati delle materie prime secondarie efficienti e competitivi, attraverso incentivi economici e normativi quali i requisiti relativi al contenuto riciclato. Inoltre, promuoviamo il recupero da fonti alternative e secondarie, quali il ritrattamento dei rifiuti minerari e degli sterili, per i minerali critici residui e gli elementi associati derivati dalla produzione, riconoscendo al contempo i benefici del commercio di materiali riciclabili tra partner fidati e delle innovazioni tecnologiche volte a rafforzare il riciclaggio. Chiediamo una collaborazione continua in materia di innovazione attraverso la Conferenza sui minerali e i materiali critici. Intendiamo aumentare e potenziare la capacità di
raccolta e riciclaggio del G7 per evitare la fuga di prodotti di valore e a fine vita contenenti materie prime critiche e per contrastare più efficacemente il trasferimento illegale di rifiuti ricchi di minerali critici, migliorandone la tracciabilità e l’applicazione delle leggi e dei quadri normativi internazionali pertinenti. Riconosciamo che la tracciabilità digitale e i sistemi di responsabilità estesa del produttore per i prodotti manifatturieri sono strumenti efficaci per contribuire al
raggiungimento di questi obiettivi di sviluppo di un’economia circolare per i minerali critici.
Riconosciamo inoltre l’opportunità per i mercati emergenti e le economie in via di sviluppo di trarre vantaggio dalla creazione di valore aggiunto attraverso il riciclaggio e la lavorazione secondaria dei propri rifiuti minerari, nonché dalle innovazioni nell’ambito dell’economia circolare. Puntiamo ad aumentare notevolmente i tassi di riciclaggio delle materie prime critiche, con l’impegno di monitorare e valutare i progressi compiuti. Lavoreremo per raggiungere, entro la fine dell’anno, obiettivi di riciclaggio per determinati minerali critici o loro derivati. Il nostro obiettivo è aumentare la nostra capacità collettiva di riciclaggio, in modo da poter coprire una quota significativa del consumo annuale dei membri del G7 entro la fine del 2030. Alleanza per la resilienza e la produzione di minerali critici Per raggiungere questi obiettivi e garantire il coordinamento a lungo termine dei nostri sforzi, istituiamo un’Alleanza non vincolante del G7 per la resilienza e la produzione di minerali critici, i cui termini sono allegati alla presente dichiarazione. Questa iniziativa si basa sull’attuale Alleanza per la produzione di minerali critici e sarà aperta a partner
che condividono gli stessi principi, previa approvazione dei paesi partecipanti. L’Alleanza fornisce una piattaforma completa per la cooperazione all’interno del G7 e con i paesi partner al fine di rafforzare la diversificazione e la resilienza delle catene del valore dei minerali critici e razionalizzare le iniziative esistenti in materia di materie prime critiche. 5 Per sostenere l’attuazione dell’Alleanza per la resilienza e la produzione di minerali critici, una piattaforma del G7 per la cooperazione sui minerali critici, operante sotto l’egida del G7 e degli altri membri della piattaforma, faciliterà il dibattito, sosterrà il processo decisionale basato sui dati e promuoverà il
coordinamento tra i membri. La piattaforma consulterà, come riterrà opportuno, il Programma per la sicurezza dei minerali critici dell’AIE e l’OCSE, al fine di fornire valutazioni analitiche e basate sui dati sugli sviluppi del mercato e sulle vulnerabilità della catena di approvvigionamento, facilitare la condivisione di informazioni sulle scorte, condurre esercitazioni di emergenza e monitorare i

progressi relativi agli impegni in materia di finanziamento, diversificazione e trasparenza.
Chiediamo all’AIE e all’OCSE di fornire dati, in linea con le loro competenze, che consentano ai membri di individuare e ricevere segnalazioni tempestive di distorsioni del mercato e di pianificare risposte coordinate. La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, che ha beneficiato di produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.
DICHIARAZIONE DEI LEADER PER UNA CRESCITA PIÙ EQUILIBRATA, DURATURA E
RESILIENTE

Noi, i leader del G7, ribadiamo il nostro impegno a favore della cooperazione multilaterale per promuovere la crescita economica, la resilienza e lo sviluppo, al fine di garantire una prosperità condivisa. A tal fine, intendiamo affrontare le esigenze e i rischi dell’economia globale e rafforzare il dialogo con i partner internazionali. Anche i paesi partner del G7, Egitto, Kenya e Repubblica di Corea, sostengono la presente dichiarazione.

Economia globale

Sebbene l’economia globale debba già affrontare gli effetti persistenti di shock preesistenti e cambiamenti strutturali che incidono sul commercio e sugli investimenti globali, riconosciamo che l’incertezza economica globale ha accentuato i rischi per la crescita. Le pressioni sulle catene di approvvigionamento dell’energia, dei fattori di produzione agricoli e dei fertilizzanti sono aumentate, con ripercussioni su industrie, agricoltori e famiglie in tutto il mondo, in particolare nei paesi più vulnerabili. Riconosciamo che un rapido ritorno al transito libero e sicuro attraverso lo Stretto di Hormuz, senza alcuna forma di imposizione di oneri, e una risoluzione duratura del conflitto sono indispensabili per mitigare questi impatti negativi e sostenere una crescita globale più equilibrata, duratura e resiliente. Sottolineiamo l’importanza di un accesso all’energia a prezzi accessibili e ribadiamo il nostro impegno a favore di mercati dell’energia e delle altre materie prime ben funzionanti, stabili e trasparenti. Esortiamo tutti i paesi a evitare restrizioni arbitrarie alle
esportazioni e sottolineiamo l’importanza di flussi commerciali sicuri. In particolare, sottolineiamo l’importanza del commercio energetico nella situazione attuale. Collaboreremo all’elaborazione di misure politiche che dovrebbero essere temporanee, mirate e fiscalmente responsabili. In prospettiva, questi sviluppi evidenziano l’importanza di rafforzare la resilienza delle nostre economie attraverso catene di approvvigionamento diversificate e affidabili e sistemi energetici
efficienti. Riconosciamo l’importanza di collaborare attraverso le organizzazioni internazionali competenti, quali l’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), di un stretto coordinamento tra paesi produttori e consumatori, nonché della cooperazione con i paesi interessati, anche attraverso il Partenariato per un’ampia resilienza energetica e delle risorse in Asia (POWERR Asia), al fine di rafforzare la resilienza delle catene di approvvigionamento e anche in vista di salvaguardare la
stabilità economica e dei prezzi. Al fine di rafforzare la gestione delle crisi e mitigarne l’impatto, il che potrebbe contribuire a stabilizzare i mercati energetici, incoraggiamo i paesi importatori di petrolio a istituire sistemi di riserve petrolifere sufficienti ed efficaci, in linea con il requisito di stoccaggio di 90 giorni dell’Agenzia internazionale per l’energia (AIE), evitando al contempo effetti prociclici. Ribadiamo inoltre i nostri attuali impegni del G7 in materia di tassi di cambio.
Prendiamo atto del crescente riconoscimento, tra i membri dell’Organizzazione mondiale del commercio, della necessità di migliorare la capacità dell’organizzazione di rispondere alle realtà commerciali contemporanee e agli interessi dei membri. Chiediamo che si svolgano discussioni costruttive per promuovere una sua riforma significativa. Ci impegniamo a collaborare per conseguire una crescita equilibrata e duratura che sostenga la nostra sicurezza e resilienza economica e crei benefici per tutti i nostri cittadini. Ribadiamo le nostre preoccupazioni condivise riguardo alle politiche e alle pratiche non di mercato (NMPP) e ai loro impatti negativi, tra cui le
persistenti distorsioni del mercato, l’eccesso di capacità strutturale a livello globale e i conseguenti squilibri, le ricadute negative sui mercati globali, regionali e nazionali e le crescenti dipendenze economiche. Ribadiamo che catene di approvvigionamento resilienti e affidabili sono essenziali per la sicurezza economica. Continueremo ad approfondire gli scambi per identificare le vulnerabilità che interessano i settori strategici, comprese le tecnologie critiche, al fine di ridurre le dipendenze
eccessive, migliorare la sicurezza e la resilienza delle catene di approvvigionamento e affrontare il rischio di fuga di tecnologie. Riconosciamo l’importanza di coinvolgere paesi al di fuori del G7, comprese le economie emergenti e in via di sviluppo, al fine di ampliare la consapevolezza degli effetti negativi delle NMPP e sostenere risposte informate ed efficaci. Chiediamo il rafforzamento degli sforzi delle istituzioni finanziarie internazionali, tra cui il Fondo Monetario Internazionale e le banche multilaterali di sviluppo, e sottolineiamo l’importanza della preparazione, della mitigazione e della gestione delle crisi. Ci impegniamo a promuovere la stabilità macroeconomica, anche garantendo che il sistema monetario e finanziario internazionale rimanga resiliente, efficace e ben adattato all’economia globale in evoluzione. Alla luce del rapido progresso delle capacità dei modelli di intelligenza artificiale di frontiera, chiediamo ai nostri ministri delle finanze e ai governatori delle banche centrali, in coordinamento con le autorità di vigilanza finanziaria e i
rappresentanti delle istituzioni finanziarie globali e delle aziende tecnologiche, di approfondire la discussione sulle opportunità emergenti e sui potenziali rischi derivanti dall’intelligenza artificiale, anche nel settore finanziario, tenendo conto delle implicazioni per la produttività e i mercati del lavoro. Chiediamo inoltre al gruppo di esperti del G7 in materia di sicurezza informatica di potenziare, se del caso, la condivisione delle informazioni e di individuare le migliori pratiche, alla luce dei recenti sviluppi relativi ai modelli di intelligenza artificiale all’avanguardia. Incoraggiamo inoltre un ulteriore dialogo tra le agenzie di sicurezza informatica e le istituzioni competenti nell’ambito dei gruppi esistenti del G7. Intendiamo proseguire i nostri sforzi per sostenere la preparazione del nostro sistema finanziario ai rischi e alle opportunità associati alle tecnologie quantistiche, in linea con la relazione del Gruppo di lavoro sulle tecnologie quantistiche (QTWG) delle banche centrali del G7, e restiamo impegnati a garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento quantistiche. Raggiungere una crescita globale equilibrata e duratura attraverso
la riduzione degli squilibri globali. Notiamo con preoccupazione che gli squilibri globali sono stati persistenti e si sono ampliati negli ultimi anni, creando rischi per il nostro obiettivo comune di crescita globale equilibrata e stabilità finanziaria. Dalla nostra ultima riunione a Kananaskis, i nostri ministri delle finanze, insieme ai governatori delle banche centrali, hanno avviato lavori per valutare i fattori che li determinano e i rischi che generano, nonché per sviluppare opzioni per affrontarli. Riconosciamo gli sforzi compiuti dal Fondo Monetario Internazionale — anche
attraverso la sua attività di ricerca, consulenza politica e sorveglianza — dall’Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico, dal G20 e dal Gruppo di esperti accademici del G7 della Presidenza francese, volti ad approfondire la nostra comprensione dei fattori determinanti, dei principali responsabili e dei rischi legati agli squilibri crescenti e persistenti, a fornire scenari di adeguamento e a formulare raccomandazioni politiche per promuovere il riequilibrio. Gli squilibri
globali possono avere ripercussioni economiche negative, specialmente sui paesi più poveri, sebbene la maggior parte di essi non contribuisca a tali squilibri. Riconosciamo inoltre l’importanza di un’azione coordinata per ridurre gli squilibri globali crescenti e persistenti. La riduzione degli squilibri globali potrebbe facilitare il raggiungimento di una crescita più duratura ed equilibrata. Gli squilibri globali delle partite correnti derivano in gran parte dalle dinamiche sottostanti di risparmio
e investimento. Possono inoltre essere determinati dai modelli di crescita nazionali, quali politiche e pratiche non di mercato, nonché dalle politiche settoriali e fiscali. Confermiamo la necessità di affrontare questi squilibri ingenti e persistenti, il che è di interesse comune sia per le economie in surplus che per quelle in deficit. In questo contesto, puntiamo a politiche specifiche che promuovano una crescita equilibrata e la stabilità macroeconomica e incoraggiamo altri paesi a fare altrettanto. Ritardare il riequilibrio attraverso adeguate azioni nazionali rischia di alimentare
ulteriormente le tensioni commerciali e potrebbe portare a una correzione disordinata. Su questo fronte, sarebbe auspicabile un’azione coordinata. I paesi con surplus esterni ingenti e persistenti dovrebbero rafforzare le fonti interne di crescita. A seconda delle circostanze nazionali, tali politiche di crescita potrebbero includere l’eliminazione dei vincoli alla crescita della domanda privata; il miglioramento delle reti di sicurezza sociale; l’evitare politiche distorsive con ricadute negative su altri paesi; la rimozione degli ostacoli a una maggiore produttività; e l’aumento degli
investimenti. I paesi con disavanzi esterni ingenti e persistenti dovrebbero adottare politiche che includano il sostegno al risparmio interno e al risanamento fiscale. Tali azioni contribuirebbero a realizzare una crescita globale equilibrata e duratura. Chiediamo un ulteriore rafforzamento della sorveglianza in corso sugli squilibri esterni nell’ambito del quadro di sorveglianza bilaterale e multilaterale del Fondo Monetario Internazionale, ponendo maggiore enfasi su scenari prospettici e
valutando gli impatti su tutte le economie, in particolare sui mercati emergenti e sulle economie in via di sviluppo. Chiediamo inoltre al Fondo Monetario Internazionale e all’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico di monitorare e riferire in merito al contributo delle traiettorie delle politiche interne delle principali economie agli squilibri globali, in linea con le rispettive competenze. Accogliamo con favore il Vertice sulla Convergenza Globale per la Crescita che si è tenuto l’11 giugno 2026. Riaffermiamo il nostro interesse comune a raggiungere una
convergenza con altre grandi economie sulle cause degli squilibri globali di ampia portata e persistenti e sulla necessità di affrontarli. Proseguiremo questi sforzi nell’ambito del G20 durante l’anno di presidenza degli Stati Uniti e in altre sedi pertinenti. La presente dichiarazione riflette l’esito della discussione tra i membri del G7, arricchita da produttivi scambi di opinioni con i paesi partner.

https://www.consilium.europa.eu/en/press/press-releases/2026/06/17/g7-leaders-joint-statements-evian-france-16-17-june-2026/?utm_source=brevo&utm_campaign=AUTOMATED%20-%20Alert%20-%20Newsletter&utm_medium=email&utm_id=3318

ECONOMIA – Il ritorno dello Stato come stratega: la politica industriale degli Stati Uniti tra potenza, sicurezza nazionale e competizione tecnologica (2001-2025) _ di François Souty

ECONOMIA – Il ritorno dello Stato come stratega: la politica industriale degli Stati Uniti tra potenza, sicurezza nazionale e competizione tecnologica (2001-2025)

Di François Souty / 11.06.2026

François Souty, PhD
Docente di geopolitica presso l’Excelia Business School, a La Rochelle e a Paris-Cachan
Docente di diritto e politica della concorrenza dell’UE presso la Facoltà di Giurisprudenza di Nantes

politique industrielle des États-Unis
Regia Il Lab Le Diplo

Di François Souty

François Souty, presidente e fondatore del Cercle Jefferson di Parigi (2001), dottore in Storia dell’Economia, ex responsabile degli affari internazionali presso la Direzione generale della Concorrenza della Commissione europea (2021-2024), è stato membro del Comitato di esperti dell’OCSE sulla politica di concorrenza dal 1996 al 2024. Insegna istituzioni dell’UE e geopolitica presso il gruppo Excelia Business School (La Rochelle-Paris Cachan) e diritto e politica della concorrenza dell’UE presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Nantes. 

È responsabile della sezione Economia presso Diplomate Média.

«Non solo la ricchezza, ma anche l’indipendenza e la sicurezza di un paese sembrano essere materialmente legate alla prosperità delle manifatture.»

Alexander HamiltonRelazione sulle manifatture, 5 décembre 1791.[1]

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Sintesi esecutiva

L’adozione dell’Inflation Reduction Act, del CHIPS and Science Act e dei grandi programmi federali a sostegno dell’industria e delle tecnologie critiche ha posto la politica industriale statunitense al centro dei dibattiti contemporanei sulla potenza economica e la concorrenza internazionale. Questi sviluppi sono spesso presentati come il segno di un clamoroso ritorno dello Stato nell’economia o come una rottura significativa con diversi decenni di globalizzazione liberale. Una simile interpretazione appare tuttavia, a dir poco, fortemente riduttiva.

Il presente articolo sostiene che l’attuale politica industriale statunitense non costituisce né un’innovazione recente né una semplice reazione congiunturale all’ascesa della Cina. Essa si inserisce profondamente in un percorso intellettuale, istituzionale e strategico di più ampio respiro, le cui origini risalgono ai dibattiti sulla competitività nazionale sviluppatisi alla fine della Guerra Fredda e che hanno trovato una prima traduzione politica durante l’amministrazione Clinton. Gli attentati dell’11 settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008, la pandemia di Covid-19 e l’affermazione della Cina come rivale sistemico hanno progressivamente trasformato queste riflessioni iniziali in un vero e proprio paradigma di sicurezza economica nazionale.

L’articolo dimostra che il periodo 2001-2025 corrisponde alla graduale costruzione di un nuovo Stato strategico americano, la cui ambizione va ben oltre i tradizionali obiettivi di crescita o di correzione delle carenze del mercato. La politica industriale è ormai concepita come uno strumento per preservare la potenza nazionale, garantire la sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche, controllare le tecnologie strategiche e ridurre le dipendenze dall’estero.

Questa trasformazione si basa su un’architettura istituzionale innovativa che coinvolge la Casa Bianca, il Congresso, il Dipartimento del Commercio, il Dipartimento dell’Energia, il Dipartimento della Difesa e un ampio insieme di agenzie federali di ricerca e innovazione. Essa mobilita contemporaneamente strumenti di bilancio, fiscali, normativi e commerciali la cui coerenza deriva da un’unica logica strategica: mantenere la leadership tecnologica e industriale degli Stati Uniti in un contesto internazionale caratterizzato dal ritorno della competizione tra grandi potenze.

Lo studio evidenzia inoltre il ruolo fondamentale svolto da diversi settori considerati determinanti per la sicurezza nazionale e la prosperità futura del Paese: semiconduttori, intelligenza artificiale, informatica quantistica, sicurezza informatica, biotecnologie, tecnologie spaziali, industria della difesa, batterie, veicoli elettrici, idrogeno e tecnologie per la transizione energetica. Attraverso l’Inflation Reduction Act e il CHIPS and Science Act, l’amministrazione Biden ha conferito a questo orientamento una portata di bilancio e dottrinale senza precedenti, senza tuttavia rompere con alcune tendenze già percepibili sotto le amministrazioni Bush, Obama e Trump.

Al di là delle alternanze di governo, l’articolo sottolinea quindi l’emergere di un consenso crescente sull’idea che il potere economico, tecnologico e industriale costituisca ormai una dimensione essenziale della sicurezza nazionale. Questa evoluzione si traduce in un ravvicinamento senza precedenti tra politica industriale, politica commerciale e strategia geopolitica. Controlli sulle esportazioni, restrizioni agli investimenti, politiche di rilocalizzazione, meccanismi di preferenza nazionale e dispositivi di sostegno alle tecnologie critiche fanno ormai parte di un’unica logica di potere.

L’analisi porta infine a interrogarsi sulla natura profonda del modello che sta emergendo negli Stati Uniti. Lungi dall’essere un semplice ritorno all’interventismo classico, sembra preannunciare la formazione di un nuovo regime di governance economica in cui lo Stato federale agisce come artefice della competitività nazionale, garante della resilienza economica e attore centrale nella competizione tecnologica mondiale. In questa prospettiva, la politica industriale americana appare meno come una parentesi congiunturale che come una delle manifestazioni più significative della contemporanea ricomposizione dei rapporti tra economia, tecnologia, sicurezza nazionale e potenza.

Introduzione

Fin dalle origini stesse della Federazione americana, che quest’anno celebra il suo duecentocinquantesimo anniversario, la storia economica e della politica industriale degli Stati Uniti si inserisce in una tensione feconda tra due tradizioni intellettuali spesso presentate come contraddittorie, ma che in realtà appaiono profondamente complementari e in continuità. La prima, incarnata da Alexander Hamilton e citata in epigrafe, vede nello sviluppo delle manifatture, della potenza produttiva e dell’innovazione tecnica le fondamenta stesse della ricchezza, dell’indipendenza e della sicurezza nazionale. Già nel 1791, nel suo famoso Report on Manufactures, Hamilton formula un’intuizione destinata ad attraversare con rara costanza tutta la storia economica degli Stati Uniti fino al 2026: una nazione non può preservare in modo duraturo la propria libertà politica senza disporre delle capacità industriali che ne garantiscano l’autonomia strategica.[2]

La seconda tradizione è quella descritta da Alexis de Tocqueville, mezzo secolo più tardi, quando osserva una società americana animata da una straordinaria energia imprenditoriale, in cui i cittadini si rivolgono spontaneamente al commercio, all’industria e all’innovazione, aspettandosi dallo Stato solo un quadro stabile che garantisca la sicurezza delle loro attività e la tutela dei loro diritti: nbsp; «Negli Stati Uniti, non appena un cittadino possiede un po’ di intelligenza e qualche risorsa, cerca di arricchirsi nel commercio e nell’industria. Tutto ciò che chiede allo Stato è di non interferire con il suo lavoro e di garantirne i frutti.»[3]

Lungi dall’essere in contrasto, queste due interpretazioni costituiscono le due facce di una stessa esperienza storica. Hamilton sottolinea la necessità di uno Stato in grado di orientare, sostenere e talvolta proteggere lo sviluppo delle capacità produttive nazionali; Tocqueville mette in luce la vitalità di una società civile il cui dinamismo economico costituisce la principale fonte di prosperità del Paese. L’intera storia economica americana può essere interpretata come la ricerca di un equilibrio tra questi due poli: da un lato, la fiducia nell’iniziativa privata e nella forza creativa del mercato; dall’altro, la convinzione che alcune capacità industriali, tecnologiche o strategiche non possano essere abbandonate alle sole forze economiche senza mettere a repentaglio la potenza della nazione.

Sotto molti aspetti, gli sviluppi osservati dall’inizio del XXI secolo testimoniano il clamoroso ritorno di questa questione fondamentale. Di fronte all’ascesa della Cina, alla frammentazione geopolitica della globalizzazione, alle vulnerabilità rivelate dalle crisi finanziarie, sanitarie o tecnologiche e alla crescente centralità delle tecnologie critiche nei rapporti di potere, gli Stati Uniti sembrano aver progressivamente riscoperto l’intuizione hamiltoniana senza per questo rinunciare all’eredità tocquevilliana. La politica industriale contemporanea appare così meno come una rottura che come una reinterpretazione moderna di un antico dibattito : come conciliare l’energia creativa del mercato con le esigenze della sovranità economica, della sicurezza nazionale e del potere tecnologico?

Negli ultimi anni, la politica industriale è tornata ad essere uno dei temi più dibattuti nell’ambito dell’economia politica internazionale. L’adozione in rapida successione dell’Infrastructure Investment and Jobs Act (2021), del CHIPS and Science Act (2022) e dell’Inflation Reduction Act (2022) ha dato origine a una vasta letteratura dedicata al «ritorno» dello Stato nell’economia americana. Per molti osservatori, queste iniziative segnerebbero una rottura storica con diversi decenni dominati dalla deregolamentazione, dalla globalizzazione produttiva e dalla fiducia nei meccanismi di autoregolamentazione del mercato.

Una simile interpretazione suscita tuttavia diverse riserve. Innanzitutto, tende a sopravvalutare la novità delle politiche avviate dall’inizio degli anni 2020. Inoltre, porta a perpetuare una visione semplificata della storia economica americana, spesso ridotta all’opposizione tra intervento pubblico e libero mercato. Eppure, dalle riflessioni fondanti di Alexander Hamilton sulle manifatture fino ai grandi programmi scientifici e tecnologici della Guerra Fredda e poi con l’emergere volontario e aperto di Internet, lo Stato federale ha costantemente partecipato alla costruzione delle capacità produttive, tecnologiche e industriali che hanno sostenuto l’ascesa e poi il mantenimento della potenza americana.[4]

La questione non è quindi tanto quella di spiegare un presunto ritorno della politica industriale, quanto piuttosto di comprendere le nuove forme che essa assume nel contesto del primo quarto del XXI secolo. Infatti, ciò che contraddistingue il periodo contemporaneo non è l’esistenza stessa di un intervento economico federale, bensì la sua crescente integrazione in una visione più ampia che coniuga competitività, innovazione, sicurezza nazionale e rivalità geopolitica.

Questa evoluzione trova in parte le sue origini nei dibattiti emersi alla fine degli anni ’80 e all’inizio degli anni ’90 sul concetto di competitività nazionale. Di fronte alle prestazioni industriali giapponesi, ai deficit commerciali statunitensi e ai primi segni di deindustrializzazione, una generazione di economisti, politici ed esperti di innovazione si interrogava allora sulle condizioni necessarie per mantenere la leadership economica degli Stati Uniti. [5] Al di là di approcci talvolta divergenti, i lavori di Robert Reich, Laura D’Andrea Tyson, Lester Thurow, Stephen Cohen o John Zysman convergono su una stessa preoccupazione: la potenza economica delle nazioni dipende ormai dalla loro capacità di padroneggiare le tecnologie, le competenze, le infrastrutture della conoscenza e i settori strategici. [6]

Queste riflessioni esercitano un’influenza significativa sull’amministrazione Clinton. Pur rimanendo fedele all’apertura commerciale e all’internazionalizzazione dell’economia americana, essa sviluppa contemporaneamente una concezione rinnovata dell’azione pubblica fondata sul sostegno all’innovazione, alle infrastrutture tecnologiche, alla ricerca e sviluppo e ad alcuni settori industriali ritenuti determinanti per la competitività nazionale. [7] Con il senno di poi, questo periodo appare come un momento intellettuale particolarmente fecondo (di cui fa parte la decisione fondamentale di aprire al mondo intero della ricerca l’infrastruttura delle reti Internet, già citata, fino ad allora messa in atto solo dalle istituzioni accademiche e militar-industriali degli Stati Uniti). Diverse analisi contemporanee — tra cui i nostri stessi lavori pubblicati all’epoca nelle Chroniques de la SEDEIS e presso le Presses Universitaires de France, nella collana « Que sais-je ? »[8] — avevano già sottolineato l’emergere di una forma originale di Stato strategico americano, distinta sia dalle tradizioni europee di pianificazione che dai modelli asiatici di politica industriale.⁷[9]

Tuttavia, gli eventi che si sono susseguiti dall’inizio del XXI secolo hanno profondamente modificato la portata di questi dibattiti. Gli attentati dell’11 settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008, la spettacolare ascesa della Cina, frutto di una politica industriale cinese particolarmente ben strutturata, le crescenti tensioni intorno alle catene di approvvigionamento globali, la pandemia di Covid-19 e l’accelerazione della competizione tecnologica internazionale stanno gradualmente portando le autorità statunitensi a ridefinire i contorni stessi della sicurezza nazionale.

Il concetto di potenza economica smette quindi di essere considerato un semplice fattore di prosperità. Diventa progressivamente un attributo essenziale della sicurezza nazionale. Semiconduttori, intelligenza artificiale, batterie, terre rare, biotecnologie, infrastrutture digitali o capacità manifatturiere critiche sono ormai percepiti come risorse strategiche da cui dipende il mantenimento della leadership americana. In questo contesto, la politica industriale non mira più solo a correggere alcune carenze del mercato o a sostenere l’innovazione. Tende piuttosto a organizzare la resilienza economica nazionale, a ridurre le dipendenze strategiche, a garantire la sicurezza delle catene del valore critiche e a preservare le basi tecnologiche della potenza americana.

Le iniziative adottate dall’inizio degli anni 2020 illustrano il risultato di questa trasformazione. Il CHIPS and Science Act mira a ripristinare le capacità statunitensi nel settore dei semiconduttori. L’Inflation Reduction Act mobilita notevoli risorse di bilancio per favorire la nascita di una base industriale competitiva nelle tecnologie della transizione energetica. Le politiche di rilocalizzazione produttiva, i controlli sulle esportazioni, le restrizioni agli investimenti stranieri o ancora le strategie di friend-shoring testimoniano una crescente articolazione tra politica industriale, politica commerciale e sicurezza nazionale.

Questa evoluzione non può essere interpretata come la semplice conseguenza dell’alternanza delle forze politiche. È vero che le amministrazioni Bush, Obama, Trump e Biden hanno privilegiato strumenti diversi e perseguito obiettivi talvolta distinti. Tuttavia, tutte contribuiscono, in misura diversa, a un movimento più profondo di riaffermazione del ruolo strategico dello Stato federale nella salvaguardia delle capacità produttive, tecnologiche e industriali del Paese.

Il periodo compreso tra il 2001 e il 2025 corrisponde quindi alla graduale costruzione di un nuovo paradigma americano di sicurezza economica. Esso si basa sulla crescente integrazione della politica industriale, della politica tecnologica, della politica commerciale e della strategia di sicurezza nazionale all’interno di un’unica logica di potere. Lungi dall’apparire come una parentesi o una reazione congiunturale all’ascesa della Cina, questa evoluzione si inserisce in un percorso intellettuale e istituzionale più lungo di cui Hamilton costituisce il punto di partenza dottrinale, i dibattiti sulla competitività nazionale degli anni di Clinton uno dei momenti fondatori e le politiche di reindustrializzazione degli anni 2020 una delle espressioni più riuscite. Lo studio delle sue origini, dei suoi strumenti, delle sue priorità settoriali e della sua articolazione con la politica commerciale consentirà così di comprendere meglio le ragioni del ritorno dello Stato stratega nella prima potenza mondiale.

I. Dai dibattiti sulla competitività nazionale all’emergere della sicurezza economica: le basi del riorientamento statunitense (1990-2025)

La portata delle misure industriali messe in atto dagli Stati Uniti dall’inizio degli anni 2020 ha spesso indotto gli osservatori a privilegiare un’interpretazione incentrata sui recenti cambiamenti radicali: l’ascesa della Cina, la pandemia di Covid-19, le tensioni sulle catene di approvvigionamento o il ritorno della rivalità tra le grandi potenze. Questi fattori giocano indubbiamente un ruolo fondamentale. Tuttavia, non bastano a spiegare l’emergere del nuovo paradigma industriale americano.

I cambiamenti osservati negli ultimi due decenni si inseriscono in un percorso intellettuale e politico più ampio, le cui origini risalgono ai dibattiti sulla competitività nazionale sviluppatisi alla fine della Guerra Fredda. In un contesto caratterizzato dalle prestazioni industriali giapponesi, dalla comparsa di deficit commerciali persistenti e dai primi segni di deindustrializzazione, una parte crescente delle élite economiche e politiche americane si interrogava allora sulle condizioni per il mantenimento della leadership degli Stati Uniti nell’economia mondiale. I concetti di innovazione, tecnologia, capitale umano e competitività diventano progressivamente categorie centrali dell’analisi strategica.[10]

Sotto l’amministrazione Clinton, queste riflessioni trovano una prima concretizzazione istituzionale. Senza mettere in discussione i principi generali dell’apertura commerciale o della globalizzazione, le autorità federali sviluppano un nuovo approccio al ruolo economico dello Stato, basato sul sostegno all’innovazione, alla ricerca, alle infrastrutture tecnologiche e ai settori industriali ad alta intensità di conoscenza. Diversi osservatori individuano allora l’emergere di una forma originale di Stato stratega, i cui obiettivi consistono meno nell’amministrare l’economia che nel rafforzare le capacità strutturali di competitività del Paese.[11]

Tuttavia, gli eventi che hanno segnato l’inizio del XXI secolo hanno progressivamente trasformato la questione della competitività nazionale. Gli attentati dell’11 settembre 2001, le guerre che ne sono seguite, la crisi finanziaria del 2008, l’ascesa della Cina come potenza tecnologica e industriale, e infine le vulnerabilità rivelate dalla pandemia di Covid-19 hanno portato i responsabili politici statunitensi ad ampliare progressivamente il concetto di sicurezza nazionale. Le sfide industriali, tecnologiche e produttive smettono di essere percepite come semplici determinanti della crescita; diventano progressivamente componenti essenziali della potenza e della sicurezza del Paese.

Questa evoluzione segna il passaggio da un paradigma incentrato sulla competitività nazionale a un paradigma di sicurezza economica. La sfida non consiste più solo nel migliorare le prestazioni economiche degli Stati Uniti nella concorrenza internazionale, ma nel preservare le capacità industriali, tecnologiche e produttive ritenute indispensabili per l’autonomia strategica degli Stati Uniti. I semiconduttori, le infrastrutture digitali, l’intelligenza artificiale, le biotecnologie o ancora le catene di approvvigionamento critiche sono ormai considerati attraverso una logica di sicurezza nazionale che va ben oltre i tradizionali quadri della politica industriale.

Per comprendere questa trasformazione è quindi necessario risalire alle sue origini intellettuali, istituzionali e dottrinali. Questa prima parte analizzerà innanzitutto i dibattiti sulla competitività nazionale durante l’amministrazione Clinton, per poi esaminare il modo in cui gli shock geopolitici, economici e tecnologici del primo quarto del XXI secolo hanno progressivamente portato all’emergere di un nuovo paradigma americano di sicurezza economica.

A. Il contesto del dopoguerra fredda e la sfida giapponese

All’inizio degli anni ’90, gli Stati Uniti si trovano in una situazione paradossale. Sul piano geopolitico, il crollo dell’Unione Sovietica sembra consacrare la vittoria definitiva del modello americano e preannunciare l’avvento di un ordine internazionale ampiamente strutturato attorno ai principi dell’economia di mercato e della democrazia liberale. Sul piano economico, invece, le certezze sono molto meno numerose. La potenza industriale giapponese, la crescita delle esportazioni asiatiche e le difficoltà incontrate da diversi settori manifatturieri americani alimentano un dibattito sempre più acceso sulle reali basi della competitività nazionale.

Dalla metà degli anni ’70, l’economia statunitense sta affrontando una serie di cambiamenti che minano alcune delle tradizionali basi del suo dominio industriale. La concorrenza internazionale si sta intensificando in settori fino ad allora considerati roccaforti del potere americano: automobilistico, elettronica di consumo, componenti elettronici, macchine utensili e attrezzature industriali. L’accumularsi dei deficit commerciali nei confronti del Giappone alimenta progressivamente l’idea che gli Stati Uniti potrebbero essere coinvolti in un processo di declino relativo paragonabile a quello che aveva vissuto il Regno Unito nel corso del XX secolo.¹[12]

Alla fine degli anni ’80, questa preoccupazione si estendeva ben oltre gli ambienti accademici. I risultati dell’economia giapponese impressionano i responsabili politici, gli imprenditori e una parte dell’opinione pubblica americana. La capacità dei gruppi industriali nipponici di conquistare quote di mercato nei settori dell’alta tecnologia appare come la manifestazione di un modello economico particolarmente efficace, fondato sulla cooperazione tra lo Stato, le imprese, le istituzioni finanziarie e i centri di ricerca. Le analisi dedicate al ruolo del Ministero giapponese del Commercio Internazionale e dell’Industria (MITI) riscuotono allora un notevole successo negli Stati Uniti.²[13]

In questo periodo si sviluppa anche un’abbondante letteratura dedicata a quella che viene spesso definita la «sfida giapponese». Diversi autori mettono in discussione le interpretazioni tradizionali del commercio internazionale basate esclusivamente sui vantaggi comparativi e sottolineano la crescente importanza delle politiche tecnologiche, della formazione, dell’organizzazione industriale e delle capacità di innovazione nella competizione economica mondiale. Il concetto stesso di competitività nazionale diventa progressivamente un tema centrale del dibattito pubblico.

In questo contesto, i lavori di Michael Porter esercitano un’influenza considerevole. La sua analisi del vantaggio competitivo delle nazioni mette in evidenza il ruolo svolto dal contesto istituzionale, dalle infrastrutture, dai sistemi di innovazione e dalle strategie aziendali nel successo economico dei paesi industrializzati. ³[14] Al contrario, altri economisti, in primis Paul Krugman, contestano vigorosamente la stessa rilevanza del concetto di competitività nazionale, ritenendo che esso rischi di applicare in modo improprio agli Stati ragionamenti applicabili alle imprese. ⁴[15]

Al di là di questa controversia teorica, all’inizio degli anni ’90 si impone tuttavia una constatazione: i risultati economici di una nazione non possono essere ridotti alla sola efficacia dei meccanismi di mercato. Le capacità di innovazione, la qualità delle istituzioni di ricerca, la formazione della forza lavoro, l’organizzazione dei settori industriali e la diffusione delle tecnologie appaiono come variabili determinanti della potenza economica. Questa evoluzione contribuisce a riabilitare l’idea secondo cui lo Stato può svolgere un ruolo attivo nella creazione delle condizioni strutturali della competitività.

Il dibattito è tanto più acceso in quanto diversi settori simbolo della potenza americana sembrano allora minacciati. L’industria automobilistica sta perdendo quote di mercato a favore dei costruttori giapponesi. Il settore dei semiconduttori è oggetto di una concorrenza particolarmente intensa. Si moltiplicano le preoccupazioni relative alla deindustrializzazione di alcune regioni del Paese. Le questioni industriali smettono progressivamente di essere considerate come problematiche settoriali; diventano argomenti di politica nazionale.

Questa tendenza è rafforzata dal lavoro del Council on Competitiveness, un’organizzazione fondata nel 1986 con l’obiettivo di riflettere sui modi per preservare la competitività degli Stati Uniti. I suoi rapporti sottolineano la necessità di potenziare gli investimenti nella ricerca, nell’istruzione, nelle infrastrutture e nelle tecnologie emergenti. Essi contribuiscono a diffondere l’idea che la competitività costituisca ormai una sfida strategica paragonabile, sotto certi aspetti, alle tradizionali preoccupazioni di sicurezza nazionale.⁵[16]

Con il senno di poi, quel periodo appare come un momento decisivo nella storia intellettuale della politica economica statunitense. Certo, i dibattiti degli anni ’80 e ’90 rimangono in gran parte incentrati sulla rivalità con il Giappone e sulle conseguenze della globalizzazione. Non anticipano né l’ascesa fulminea della Cina né gli sconvolgimenti geopolitici dell’inizio del XXI secolo. Sollevano tuttavia diverse questioni fondamentali che rimangono al centro delle politiche industriali contemporanee: come preservare la leadership tecnologica degli Stati Uniti? Come mantenere le capacità produttive nei settori strategici? Quale ruolo può svolgere lo Stato nel rafforzamento della competitività nazionale? E come conciliare l’apertura economica e la salvaguardia del potere?

Le risposte fornite a questi interrogativi durante l’amministrazione Clinton costituiranno il primo banco di prova intellettuale e istituzionale del riorientamento strategico che si affermerà progressivamente nei decenni successivi.

B. Il dibattito sulla competitività nazionale

Una delle caratteristiche più rilevanti del dibattito economico statunitense a cavallo tra gli anni ’80 e ’90 risiede nell’emergere della competitività nazionale come categoria centrale dell’analisi economica e strategica. A lungo percepita come un concetto applicabile essenzialmente alle imprese, la competitività diventa progressivamente un attributo delle nazioni stesse. Questa evoluzione testimonia una crescente preoccupazione riguardo alla capacità degli Stati Uniti di conservare la loro posizione dominante nell’economia mondiale di fronte all’ascesa delle economie asiatiche e all’intensificarsi della concorrenza tecnologica internazionale.

Il concetto non è tuttavia oggetto di consenso. Fin dalla sua comparsa nel dibattito pubblico, ha suscitato importanti controversie teoriche. Per alcuni autori, la competitività nazionale costituisce un concetto indispensabile per comprendere le nuove forme di concorrenza internazionale. Per altri, si tratta più di una metafora politica che di una categoria scientifica rigorosa.

Questa contrapposizione è illustrata dalla controversia che oppone Michael Porter a Paul Krugman. In The Competitive Advantage of Nations, Porter sostiene che i risultati economici dei paesi dipendono in larga misura dalla qualità del loro contesto produttivo, delle loro istituzioni, delle loro infrastrutture, dei loro sistemi di formazione e innovazione, nonché dalle interazioni tra imprese, centri di ricerca e autorità pubbliche. Secondo lui, la prosperità delle nazioni si basa meno sui vantaggi comparativi ereditati che sulla loro capacità di costruire vantaggi competitivi dinamici.[17]

Krugman assume una posizione radicalmente diversa. In un articolo ormai famoso, critica il crescente ricorso al concetto di competitività nazionale e ritiene che esso porti a una visione errata delle relazioni economiche internazionali. Gli Stati non sono imprese; non perseguono gli stessi obiettivi e non sono soggetti agli stessi vincoli. Per Krugman, il vero fattore determinante della prosperità rimane la produttività interna, e non un’ipotetica competizione economica assimilabile a una guerra commerciale permanente.[18]

Questa controversia nasconde tuttavia un fenomeno più profondo. Anche quando gli economisti mettono in discussione la validità teorica del concetto di competitività nazionale, riconoscono generalmente la crescente importanza dei fattori tecnologici, educativi e istituzionali nella creazione di ricchezza. La vera questione non è quindi tanto se le nazioni siano competitive, quanto piuttosto come costruiscano le capacità produttive che determinano la loro prosperità futura.

È proprio in questa prospettiva che si inserisce l’operato del Council on Competitiveness. Fondata nel 1986 su iniziativa di esponenti del mondo industriale, accademico e politico, questa organizzazione è diventata rapidamente uno dei principali centri di riflessione sul futuro economico degli Stati Uniti. I suoi rapporti sottolineano l’importanza della ricerca scientifica, dell’innovazione tecnologica, delle infrastrutture, della formazione e degli investimenti produttivi per il mantenimento della leadership americana.[19]

Inoltre, il Council on Competitiveness contribuisce a diffondere l’idea che le questioni industriali non possano più essere separate dalle sfide di potere. Le tecnologie avanzate, le capacità manifatturiere e i sistemi di innovazione appaiono ormai come risorse strategiche da cui dipende la posizione internazionale degli Stati Uniti. Questo approccio prefigura già diversi temi che diventeranno centrali nei decenni a venire: dipendenze tecnologiche, sovranità industriale, resilienza delle catene di approvvigionamento e sicurezza economica.

A questo proposito, i dibattiti statunitensi degli anni ’90 presentano una particolarità degna di nota. A differenza delle tradizioni europee di politica industriale, spesso associate alla pianificazione settoriale o all’intervento diretto dello Stato nell’apparato produttivo, le riflessioni statunitensi privilegiano un approccio più indiretto. L’obiettivo non è quello di designare dei «campioni nazionali» né di sostituire i meccanismi di mercato con l’amministrazione. Consiste piuttosto nel rafforzare le capacità di innovazione, le infrastrutture scientifiche e gli ecosistemi tecnologici che consentono alle imprese americane di mantenere il loro vantaggio competitivo.

Questa distinzione è fondamentale per comprendere l’evoluzione successiva della politica industriale statunitense. Già a partire dagli anni di Clinton, l’intervento pubblico è stato concepito principalmente come uno strumento di rafforzamento delle capacità nazionali (capacity building) piuttosto che come un meccanismo di gestione amministrativa dell’economia. Questa concezione rimane ampiamente presente nelle politiche odierne, anche quando gli stanziamenti finanziari raggiungono livelli senza precedenti.

Con il senno di poi, i dibattiti sulla competitività nazionale appaiono quindi come un momento fondante. Essi contribuiscono a spostare il baricentro della riflessione economica americana: la questione non è più solo quella di sapere come allocare efficacemente le risorse in un’economia di mercato, ma come preservare le basi tecnologiche, industriali e scientifiche della potenza nazionale in un contesto internazionale sempre più competitivo.

Questa evoluzione prepara direttamente il terreno alle analisi sviluppate da Robert Reich, Laura D’Andrea Tyson e Lester Thurow. Tutti e tre contribuiranno, ciascuno a modo proprio, ad ampliare la riflessione sulla competitività ponendo l’accento sul capitale umano, l’economia della conoscenza, la concorrenza strategica e il ruolo delle industrie ad alta tecnologia nella futura prosperità degli Stati Uniti. I loro lavori costituiscono uno dei fondamenti intellettuali più importanti del riorientamento economico avviato sotto l’amministrazione Clinton.

C. I contributi teorici di Robert Reich, Laura D’Andrea Tyson e Lester Thurow

Al di là dei dibattiti sulla competitività nazionale, gli anni che precedono l’arrivo di Bill Clinton alla Casa Bianca sono caratterizzati dall’emergere di una serie di riflessioni che contribuiscono a rinnovare profondamente l’analisi dei rapporti tra economia, tecnologia e potere. Tra i numerosi autori che partecipano a questo movimento, si trovano personalità come Robert Reich, Laura D’Andrea Tyson e Lester Thurow, che occupano un posto particolare già degno di nota. I loro lavori, sebbene diversi nei metodi e nelle conclusioni, convergono su una stessa intuizione: in un’economia globalizzata basata sulla conoscenza, la prosperità delle nazioni dipende sempre più dalla loro capacità di padroneggiare le tecnologie, di sviluppare le competenze della loro popolazione attiva e di organizzare sistemi di innovazione efficienti.

Questa riflessione si inserisce in un contesto caratterizzato dalla transizione verso quella che allora veniva definita una «economia della conoscenza». Le trasformazioni tecnologiche, la diffusione dell’informatica, l’espansione delle reti digitali e la crescente internazionalizzazione delle attività produttive portano a rimettere in discussione le concezioni tradizionali del vantaggio economico. Le risorse naturali, il costo del lavoro o le dimensioni del mercato interno appaiono sempre meno sufficienti a spiegare le gerarchie economiche internazionali. L’attenzione si concentra ormai sulle capacità di apprendimento, innovazione e adattamento delle economie nazionali.

Robert Reich, ex direttore della U.S. Federal Trade Commission e all’epoca esperto di antitrust, è senza dubbio colui che descrive con maggiore chiarezza questa trasformazione. Nel libro The Work of Nations, pubblicato nel 1991, sostiene che la ricchezza delle nazioni dipenda ormai meno dall’ubicazione delle attività industriali che dalla capacità di produrre, organizzare e mobilitare le conoscenze, coniando il concetto di symbolic analysts («manipolatori di simboli») per gli imprenditori più innovativi. [20] Secondo lui, i posti di lavoro più strategici sono quelli che richiedono elevate competenze analitiche, creative e relazionali. La competitività americana si basa quindi soprattutto sulla qualità del sistema educativo, della ricerca, della formazione continua e delle infrastrutture della conoscenza. Questo approccio porta Reich a proporre una ridefinizione del ruolo economico dello Stato. Quest’ultimo non deve più cercare principalmente di proteggere determinate industrie o determinati mercati, ma di rafforzare le capacità collettive che consentono alle imprese e ai lavoratori americani di inserirsi nei segmenti più dinamici dell’economia mondiale. L’investimento nell’istruzione, nella ricerca scientifica, nelle infrastrutture tecnologiche e nel capitale umano diventa così un imperativo strategico. Questa concezione eserciterà un’influenza importante su diversi orientamenti dell’amministrazione Clinton, che nomina Robert Reich suo Segretario del Lavoro (corrispondente in pratica, negli Stati Uniti, a un ministro dell’Industria).[21]

Laura D’Andrea Tyson sviluppa una prospettiva diversa ma complementare. I suoi studi sulle industrie ad alta tecnologia e sulla concorrenza internazionale mettono in evidenza i limiti dei modelli tradizionali di commercio internazionale quando vengono applicati ai settori basati sull’innovazione. [22] In questi ambiti, le economie di scala, gli effetti di apprendimento, le esternalità tecnologiche e i massicci investimenti in ricerca e sviluppo creano situazioni in cui l’intervento pubblico può influenzare in modo duraturo la distribuzione internazionale delle attività produttive.

Tyson sottolinea in particolare che la concorrenza internazionale non si svolge solo tra imprese, ma anche tra sistemi nazionali di innovazione. Le prestazioni delle imprese dipendono strettamente dagli ecosistemi scientifici, educativi, finanziari e istituzionali in cui operano. Questa analisi contribuisce a legittimare un intervento pubblico volto a rafforzare le capacità tecnologiche nazionali senza per questo mettere in discussione i principi fondamentali dell’economia di mercato.

Questa riflessione riveste un’importanza particolare per la comprensione delle politiche industriali contemporanee. Molti degli argomenti oggi addotti per giustificare il sostegno pubblico ai semiconduttori, alle tecnologie pulite o all’intelligenza artificiale trovano già una formulazione preliminare negli studi dedicati alle industrie ad alta tecnologia all’inizio degli anni ’90.

Lester Thurow adotta invece un approccio più esplicitamente geoeconomico. In Head to Head, descrive l’ingresso in una nuova fase di rivalità economica mondiale in cui le nazioni si confrontano meno attraverso la potenza militare che attraverso la loro capacità di padroneggiare le tecnologie avanzate, sviluppare la propria base industriale e migliorare la propria produttività. [23] Per Thurow, la concorrenza economica internazionale possiede ormai una dimensione strategica paragonabile a quella che in passato rivestivano gli scontri militari.

La sua analisi sottolinea il ruolo centrale degli investimenti a lungo termine nella ricerca, nell’istruzione, nelle infrastrutture e nelle tecnologie emergenti. Evidenzia inoltre i rischi legati a un’eccessiva fiducia nei meccanismi spontanei del mercato per garantire la salvaguardia delle capacità produttive essenziali. Senza raccomandare una pianificazione centralizzata dell’economia, Thurow invoca un’azione pubblica più proattiva per sostenere i settori determinanti per la prosperità futura.

Questi tre autori contribuiscono così, ciascuno a modo proprio, a spostare il baricentro della riflessione economica americana. La questione non riguarda più solo l’efficienza allocativa dei mercati, ma anche lo sviluppo delle capacità nazionali di innovazione e competitività. Lo Stato appare sempre meno come un semplice arbitro incaricato di garantire il corretto funzionamento della concorrenza e sempre più come un attore in grado di rafforzare le basi strutturali del potere economico.

L’influenza di queste analisi sull’amministrazione Clinton è notevole. Robert Reich ricopre la carica di Segretario del Lavoro dal 1993 al 1997, mentre Laura D’Andrea Tyson presiede successivamente il Council of Economic Advisers del Presidente degli Stati Uniti e poi il National Economic Council. I dibattiti accademici sulla competitività, l’innovazione e le tecnologie critiche penetrano così direttamente nei centri decisionali federali ai livelli più alti.[24]

Con il senno di poi, risulta tuttavia evidente che questi autori abbiano sottovalutato anche alcune trasformazioni fondamentali dell’economia mondiale. I loro lavori rimangono in gran parte influenzati dalla percezione del Giappone come principale concorrente strategico degli Stati Uniti. Essi non anticipano né la portata dell’integrazione della Cina nell’economia mondiale né la rapidità con cui questa diventerà un rivale tecnologico, industriale e geopolitico di primo piano. La loro riflessione rimane inoltre ampiamente compatibile con le ipotesi dominanti della globalizzazione liberale degli anni ’90, che si basano sull’idea di una crescente interdipendenza economica tra le grandi potenze.

Questo limite non deve tuttavia oscurare il loro contributo fondamentale. I concetti di capitale umano, economia della conoscenza, concorrenza tecnologica e sistemi nazionali di innovazione che essi hanno contribuito a diffondere costituiscono ancora oggi componenti essenziali del ragionamento strategico americano. Da questo punto di vista, i dibattiti degli anni di Clinton appaiono come uno dei principali laboratori intellettuali del paradigma contemporaneo di sicurezza economica che ormai struttura la politica industriale degli Stati Uniti.

D. L’amministrazione Clinton o i primi passi dello Stato strategico americano

L’arrivo di Bill Clinton alla Casa Bianca nel 1993 ha rappresentato una svolta decisiva nell’evoluzione della politica economica americana contemporanea. Senza rompere con i principi generali dell’apertura commerciale e della globalizzazione, la nuova amministrazione democratica introduce una svolta significativa nella concezione del ruolo economico dello Stato federale. Quest’ultimo non è più percepito solo come garante del buon funzionamento dei mercati, ma come attore in grado di contribuire attivamente alla creazione delle condizioni strutturali della competitività nazionale.

Questo riorientamento non deriva da una dottrina unitaria elaborata a priori. È piuttosto il risultato della convergenza di diverse influenze intellettuali, esperienze amministrative e vincoli economici. I dibattiti degli anni ’80 sul declino industriale americano, l’ascesa della concorrenza giapponese e gli studi sulla competitività nazionale forniscono il quadro generale di riferimento. Gli economisti vicini al Partito Democratico, come Robert Reich, Laura D’Andrea Tyson o Ira Magaziner, svolgono un ruolo decisivo nel tradurre queste analisi in strumenti di politica pubblica.[25]

a) L’istituzionalizzazione della competitività nazionale

Una delle prime manifestazioni di questo cambiamento è rappresentata dalla creazione del Consiglio economico nazionale (NEC) nel 1993. Ispirato al modello del Consiglio di Sicurezza Nazionale, questo nuovo organo posto al centro della Casa Bianca mira a coordinare l’insieme delle politiche economiche federali in una prospettiva strategica. Esso traduce istituzionalmente l’idea secondo cui le sfide economiche, tecnologiche e industriali devono essere affrontate in modo integrato e non settoriale.

In questo contesto, grazie al loro ruolo di membri dello staff del Presidente degli Stati Uniti, Robert Reich e Laura D’Andrea Tyson occupano una posizione centrale. Il loro ruolo non si limita alla consulenza economica: contribuiscono a delineare una visione globale della competitività americana fondata sull’interazione tra capitale umano, innovazione e trasformazione tecnologica. Ira Magaziner, stretto consigliere del presidente, svolge invece un ruolo importante nella concezione delle strategie industriali e tecnologiche trasversali. Questa architettura istituzionale riflette un’evoluzione più profonda: la competitività nazionale diventa un principio di organizzazione dell’azione pubblica federale. Non costituisce più solo un obiettivo tra gli altri della politica economica, ma un quadro di interpretazione generale delle scelte pubbliche.

b) L’elaborazione di una politica nazionale in materia di innovazione

Sulla scia di questa istituzionalizzazione, l’amministrazione Clinton ha introdotto diversi strumenti volti a rafforzare le capacità innovative dell’economia statunitense. Il Technology Reinvestment Project, il Manufacturing Extension Partnership (MEP) e soprattutto l’Advanced Technology Program (ATP) incarnano questo nuovo approccio all’intervento pubblico.

Questi dispositivi si basano su una logica comune: non si tratta di sostituire le imprese con lo Stato nella produzione o nella selezione delle tecnologie, ma di correggere le carenze del mercato legate agli investimenti a lungo termine in ricerca e sviluppo, in particolare nelle fasi iniziali dell’innovazione. L’obiettivo è favorire la diffusione delle tecnologie generiche, sostenere la cooperazione tra imprese, università e laboratori pubblici e rafforzare le capacità di innovazione del tessuto industriale americano. Parallelamente, il lancio della National Information Infrastructure illustra la volontà di strutturare un ambiente favorevole allo sviluppo delle tecnologie digitali. Questa strategia, talvolta definita «strategia tecnologica nazionale», segna un riconoscimento esplicito del ruolo delle infrastrutture immateriali nella competitività economica.

In quest’ottica, la politica industriale statunitense non assume la forma di una pianificazione settoriale, bensì quella di un insieme di strumenti orizzontali volti a rafforzare le capacità sistemiche di innovazione.

c) I settori strategici: aeronautica, settore spaziale e industrie della difesa

Sebbene l’amministrazione Clinton privilegi un approccio orizzontale alla politica dell’innovazione, alcuni settori rimangono comunque al centro delle priorità strategiche federali. L’aeronautica, il settore spaziale e l’industria della difesa costituiscono, a questo proposito, ambiti privilegiati di integrazione tra politica industriale, sicurezza nazionale e competitività tecnologica.

Il settore aeronautico illustra in modo particolarmente chiaro questa logica ibrida. Da un lato, è integrato nelle dinamiche competitive internazionali, in particolare di fronte all’emergere di Airbus come concorrente di riferimento per Boeing. D’altro canto, rimane strettamente legato ai programmi di difesa e agli investimenti pubblici in ricerca e sviluppo. Questa dualità spiega il mantenimento di un sostegno pubblico indiretto ma massiccio all’industria, in particolare attraverso le commesse militari, i programmi di ricerca duale e le partnership tecnologiche.

I settori spaziale e della difesa seguono una logica analoga. Eredi della guerra fredda, negli anni ’90 hanno attraversato una fase di riorganizzazione caratterizzata dalla riduzione dei bilanci militari, ma anche da un riorientamento verso le tecnologie duali. L’obiettivo non è tanto quello di mantenere capacità industriali autonome, quanto piuttosto di preservare segmenti critici della sovranità tecnologica.

In questo contesto, le analisi condotte all’epoca sulla politica aeronautica statunitense sottolineavano già la specificità di un modello in cui l’intervento pubblico, sebbene poco visibile, rimane determinante per le industrie ad alta tecnologia.[26]

d) Gli insegnamenti tratti da un laboratorio strategico

L’insieme di questi sviluppi permette di individuare diversi tratti distintivi della politica economica dell’amministrazione Clinton. Innanzitutto, lo Stato federale vi appare meno come un produttore diretto di beni o servizi e più come un promotore di capacità. Il suo ruolo consiste nel creare le condizioni per l’innovazione, sostenere gli investimenti a lungo termine e favorire le interazioni tra attori pubblici e privati.

Successivamente, la politica economica viene progressivamente ridefinita attorno al concetto di competitività sistemica. Non si tratta più solo di garantire l’efficienza dei mercati, ma di rafforzare l’insieme dei fattori che determinano la performance economica a lungo termine: istruzione, ricerca, infrastrutture, innovazione tecnologica e organizzazione industriale.

Infine, questo periodo segna l’emergere di una nuova interconnessione tra politica economica, politica tecnologica e considerazioni strategiche. Pur non essendo ancora stata formulata esplicitamente come una dottrina di sicurezza economica, questa convergenza prefigura gli sviluppi successivi che porteranno, dopo il 2001, a una profonda riorganizzazione delle politiche industriali statunitensi.

Con il senno di poi, l’amministrazione Clinton appare quindi come un vero e proprio laboratorio dello Stato strategico americano contemporaneo. Pur non rompendo con il paradigma della globalizzazione liberale, ne modifica progressivamente i contorni reintroducendo l’idea che il potere economico si basi su capacità nazionali strutturate e attivamente sostenute dall’azione pubblica.

E. I limiti del paradigma della competitività nazionale

Sebbene i dibattiti sulla competitività nazionale e i primi cambiamenti di rotta nella politica economica sotto l’amministrazione Clinton abbiano permesso di riportare la questione delle capacità produttive al centro del dibattito pubblico americano, questo paradigma presenta comunque notevoli limiti strutturali. Tali limiti sono emersi progressivamente nel corso degli anni ’90 e si sono manifestati pienamente all’inizio del XXI secolo.

Un primo limite risiede nella persistenza di una visione ancora largamente duale dell’economia mondiale. Le analisi della competitività nazionale, anche nelle loro versioni più sofisticate, rimangono per lo più strutturate dal riferimento implicito alla rivalità tra Stati Uniti, Europa e Giappone. Questo schema interpretativo, pertinente per comprendere le tensioni degli anni ’80 e dei primi anni ’90, si rivela rapidamente inadeguato alla ricomposizione dell’economia mondiale, caratterizzata dall’integrazione accelerata di nuovi attori industriali di primo piano.[27]

L’ascesa della Cina rappresenta, a questo proposito, un punto di svolta decisivo. La progressiva integrazione dell’economia cinese nelle catene del valore globali, accelerata a partire dalla fine degli anni ’90, sta trasformando profondamente le condizioni della concorrenza internazionale. Essa introduce un attore sistemico la cui portata, rapidità di crescita e strategia industriale superano i quadri analitici forgiati nel periodo precedente. Tuttavia, questa trasformazione è ampiamente sottovalutata dagli approcci dominanti alla competitività nazionale, che continuano a concepire la globalizzazione come un processo essenzialmente cooperativo ed equilibrato.[28]

Un secondo limite risiede nella forte fiducia riposta, negli anni ’90, nelle virtù stabilizzatrici della globalizzazione economica. In gran parte della letteratura, l’intensificazione degli scambi, la diffusione delle tecnologie e la crescente interdipendenza delle economie sono percepite come fattori di convergenza e pacificazione delle relazioni internazionali. Questa ipotesi porta a minimizzare i rischi di frammentazione geoeconomica, di dipendenze critiche o di rivalità strategiche intorno alle tecnologie sensibili.

In quest’ottica, la politica industriale continua a essere concepita principalmente come uno strumento per migliorare i risultati economici, e non come una leva per ridurre le vulnerabilità strategiche. La dimensione della sicurezza economica, nel senso contemporaneo del termine, rimane ancora in gran parte implicita.

Un terzo limite riguarda l’insufficiente considerazione degli effetti sistemici delle catene del valore globalizzate. La logica della specializzazione internazionale e dell’ottimizzazione dei costi porta a una crescente frammentazione dei processi produttivi, senza che vengano pienamente anticipate le conseguenze di tale frammentazione in termini di dipendenze tecnologiche, industriali e logistiche. Le vulnerabilità associate alla concentrazione di alcune produzioni strategiche in un numero ridotto di paesi o di imprese occupano ancora un posto marginale nelle analisi del periodo.[29]

Infine, il paradigma della competitività nazionale rimane in gran parte incentrato su una logica economica, anche quando integra dimensioni tecnologiche o istituzionali. La questione della sicurezza, intesa come capacità di preservare i beni industriali e tecnologici essenziali in situazioni di crisi o di rivalità geopolitica, non è ancora pienamente integrata in tale paradigma. Questa assenza spiega in parte la difficoltà di anticipare la successiva trasformazione della politica industriale americana in uno strumento di sicurezza economica.

Questi limiti non annullano il contributo dei dibattiti degli anni ’90. Al contrario, ne rivelano la portata storica. Reintroducendo la questione delle capacità produttive, dell’innovazione e delle tecnologie critiche nell’analisi economica, questi lavori hanno fornito una base intellettuale essenziale per la successiva riconfigurazione della politica economica statunitense. Ma rimangono inseriti in un momento storico specifico, quello di una globalizzazione ancora percepita come largamente integrativa e di un sistema internazionale dominato dall’idea di un “momento unipolare”.[30]

Con il senno di poi, questa configurazione appare transitoria. Gli shock dell’inizio del XXI secolo — gli attentati dell’11 settembre 2001, la crisi finanziaria del 2008, l’acuirsi delle tensioni commerciali e tecnologiche, la pandemia di Covid-19 — trasformeranno progressivamente questi limiti in questioni centrali della politica economica statunitense. È a partire da questa rilettura che si impone progressivamente un nuovo paradigma: quello della sicurezza economica, in cui la politica industriale diventa uno strumento esplicito di potere e di resilienza strategica.[31]

II. Dalla competitività alla sicurezza economica: la costruzione di uno Stato strategico americano (2001-2025)

Il periodo inaugurato dagli attentati dell’11 settembre 2001 segna una svolta decisiva nella storia della politica economica americana contemporanea. Pur non comportando un cambiamento immediato negli strumenti della politica industriale, questi eventi danno il via a una trasformazione graduale ma profonda del quadro concettuale in cui vengono concepiti i rapporti tra economia, tecnologia e sicurezza nazionale.

Mentre i dibattiti degli anni ’90 avevano in gran parte strutturato la politica economica attorno al concetto di competitività nazionale, il decennio 2000 vede emergere una nuova interpretazione di tali sfide attraverso la lente della vulnerabilità strategica. La globalizzazione, a lungo percepita come un vettore di efficienza e convergenza, viene progressivamente analizzata come una potenziale fonte di dipendenze critiche. Le catene del valore globalizzate, le esternalità tecnologiche e le interdipendenze industriali sono ora considerate dal punto di vista della resilienza e della sicurezza economica. Questa riconfigurazione non avviene in modo lineare. È il risultato della sovrapposizione di diversi shock: le guerre al terrorismo, la crisi finanziaria del 2008, le tensioni commerciali e tecnologiche con la Cina e, infine, la pandemia di Covid-19. Ciascuno di questi eventi contribuisce ad ampliare il perimetro della sicurezza nazionale per includervi dimensioni industriali, tecnologiche e logistiche fino ad allora relativamente marginali.

In questo contesto, la politica industriale statunitense sta subendo una graduale trasformazione: da un insieme di strumenti orientati principalmente al sostegno dell’innovazione e della competitività, sta diventando un meccanismo esplicito volto a garantire la sicurezza delle capacità produttive critiche. Questa evoluzione porta, nel corso degli anni 2020, all’emergere di un vero e proprio paradigma di sicurezza economica, in cui lo Stato federale assume pienamente il ruolo di architetto strategico delle catene del valore e delle tecnologie essenziali.[32]

Questa seconda parte ripercorre le tappe di tale trasformazione, dal progressivo ampliamento del concetto di sicurezza nazionale all’inizio degli anni 2000 fino all’attuale configurazione di uno Stato americano che si afferma come attore strategico, integrando politica industriale, politica commerciale e strategia geopolitica.

A. La svolta post-11 settembre: sicurezza nazionale ed espansione dell’ambito economico

L’inizio del XXI secolo segna un momento di profonda ridefinizione del pensiero strategico americano, non immediatamente percepibile nei suoi strumenti economici, ma determinante nella trasformazione delle categorie intellettuali che strutturano la politica pubblica. Gli attentati dell’11 settembre 2001 non provocano solo uno shock in termini di sicurezza; essi danno avvio a un’estensione progressiva, ma duratura, del perimetro della sicurezza nazionale a settori che fino ad allora rientravano principalmente nella razionalità economica o industriale.

Negli anni ’90, il dibattito statunitense sulla competitività nazionale continuava a ruotare in gran parte attorno a una distinzione relativamente stabile tra sfera economica e sfera della sicurezza. Sebbene alcuni studi, in particolare quelli provenienti da ambienti legati alla difesa o alla tecnologia duale, avessero già accennato a un collegamento tra innovazione industriale e potenza strategica, questi due ambiti rimanevano concettualmente distinti. L’economia riguardava la performance, la sicurezza la protezione contro minacce esogene.[33]

L’11 settembre ha segnato una rottura in questa struttura concettuale. La vulnerabilità messa in luce dagli attacchi ha portato a una revisione approfondita del concetto di infrastruttura critica, che è progressivamente diventata un elemento centrale della dottrina della homeland security. Questa categoria non si limita alle reti fisiche o energetiche; essa comprende progressivamente i sistemi di comunicazione, le tecnologie dell’informazione, le infrastrutture software e, più in generale, i dispositivi industriali indispensabili al funzionamento dell’economia moderna.[34]

Questo cambiamento è fondamentale: significa che l’economia non è più solo un settore autonomo la cui efficienza deve essere ottimizzata, ma un insieme di sistemi potenzialmente vulnerabili la cui continuità condiziona direttamente la sicurezza nazionale. Lo Stato federale è così indotto a integrare le dimensioni economiche nella propria architettura di sicurezza, avviando un processo di ibridazione delle razionalità pubbliche.[35]

In una prima fase, tuttavia, questa evoluzione rimane parziale e ancora ampiamente vincolata dal paradigma economico dominante. Le amministrazioni Bush perseguono, sul piano macroeconomico, un orientamento globalmente favorevole ai meccanismi di mercato, al libero scambio e all’apertura finanziaria. Ma questa continuità nasconde una trasformazione più discreta e più strutturale: la moltiplicazione dei dispositivi di protezione delle tecnologie sensibili, il rafforzamento dei controlli sulle esportazioni in alcuni settori strategici e la crescente attenzione rivolta alle dipendenze industriali critiche.

A poco a poco, le tecnologie dell’informazione, le reti di comunicazione e alcune infrastrutture industriali stanno diventando oggetto di sorveglianza strategica. L’affermarsi della sicurezza informatica come settore autonomo riflette questa evoluzione: il confine tra sicurezza militare, sicurezza interna e sicurezza economica comincia a sfumare.

Questa dinamica si inserisce in un movimento più ampio di ridefinizione del potere americano in un mondo post-bipolare. Lontani da un sistema internazionale stabilizzato attorno a un’unipolarità economica e normativa, gli Stati Uniti stanno gradualmente scoprendo la persistenza di vulnerabilità sistemiche legate all’interdipendenza globale. La globalizzazione, inizialmente concepita come vettore di efficienza e diffusione del modello americano, appare ora anche come una potenziale fonte di esposizione strategica.[36]

Il settore industriale non sfugge a questa revisione. Le catene del valore globalizzate, ampiamente ottimizzate in base a criteri di costo e flessibilità, sono ormai percepite come suscettibili di creare punti di dipendenza critica. Questa presa di coscienza rimane ancora diffusa negli anni 2000, ma prepara i cambiamenti più netti che interverranno dopo la crisi finanziaria del 2008 e poi, soprattutto, con l’ascesa della Cina.

Pertanto, la svolta innescata dall’11 settembre non risiede solo nella lotta al terrorismo, ma in una trasformazione più profonda: il progressivo ampliamento del concetto di sicurezza nazionale a tutte le condizioni materiali di funzionamento del potere economico. Questo movimento inaugura una logica che diventerà centrale nel decennio successivo, quella della sicurezza economica, in cui la stabilità dei sistemi produttivi, tecnologici e logistici è integrata nella definizione stessa di sovranità.

B. La crisi finanziaria del 2008 e il ritorno dello Stato come stabilizzatore sistemico

La crisi finanziaria del 2008 rappresenta una svolta fondamentale nell’evoluzione contemporanea della politica economica statunitense, non solo per la sua portata macroeconomica, ma soprattutto per i profondi cambiamenti dottrinali che ha indotto nella concezione del ruolo dello Stato. A differenza dello shock dell’11 settembre 2001, che aveva interessato principalmente la sfera della sicurezza ampliando progressivamente il perimetro della sicurezza nazionale, la crisi finanziaria opera una trasformazione diretta nel cuore stesso della razionalità economica americana: mette in discussione la capacità dei mercati di garantire spontaneamente la stabilità sistemica.[37]

Negli anni precedenti la crisi, la dottrina dominante era ancora caratterizzata da una forte fiducia nei meccanismi di autoregolamentazione dei mercati finanziari e nell’efficienza allocativa delle innovazioni finanziarie. L’integrazione finanziaria globale, l’espansione del credito e la crescente sofisticazione degli strumenti derivati sono quindi interpretate come fattori di diffusione del rischio, di maggiore liquidità e di ottimizzazione intertemporale della crescita. La stabilità macroeconomica è ampiamente considerata come un prodotto endogeno della razionalità dei mercati, nell’ipotesi di una capacità sufficiente degli attori privati di internalizzare il rischio sistemico.

La crisi del 2008 ha brutalmente smentito questa visione. Il crollo del sistema bancario ombra (shadow banking system), la diffusione capillare dei prodotti cartolarizzati e la rapida propagazione dei casi di insolvenza sui mercati immobiliari statunitensi hanno messo in luce l’esistenza di enormi squilibri sistemici, a lungo ignorati dai modelli di gestione del rischio. Il fallimento di Lehman Brothers ha agito da fattore scatenante di un contagio globale, mettendo in evidenza le interdipendenze critiche tra istituzioni finanziarie, mercati dei capitali, agenzie di rating e stabilità macroeconomica mondiale.[38]

Al di là della sua dimensione finanziaria, la crisi mette in luce anche una grave lacuna epistemologica: l’incapacità dei modelli analitici dominanti di integrare gli effetti di rete, le correlazioni estreme in situazioni di stress e le dinamiche non lineari proprie dei sistemi finanziari globalizzati. Si tratta quindi di una crisi che riguarda al tempo stesso la liquidità, la solvibilità e la rappresentazione del rischio.

Di fronte a questo crollo, l’intervento dello Stato federale ha assunto proporzioni senza precedenti dai tempi della Grande Depressione. I dispositivi di stabilizzazione messi in atto — programmi di salvataggio bancario, garanzie di liquidità, ricapitalizzazioni massicce, politiche di rilancio fiscale ed espansione quantitativa della Federal Reserve — riflettono una spettacolare riaffermazione della capacità dello Stato di agire come garante ultimo della stabilità sistemica. [39] Questo intervento non si limita a una funzione congiunturale di stabilizzazione: riattiva una concezione keynesiana implicita del ruolo dello Stato come ultimo garante della continuità del sistema economico.

Questa rivalutazione è accompagnata da un significativo cambiamento dottrinale. La crisi introduce una frattura nella fiducia riposta nei meccanismi di autoregolamentazione finanziaria e contribuisce a rivalutare gli strumenti pubblici di vigilanza macroprudenziale, di regolamentazione sistemica e di controllo dei flussi di capitali. Segna inoltre un’ascesa del concetto di rischio sistemico, che diventa progressivamente una categoria centrale della politica economica statunitense.

Questa evoluzione è particolarmente determinante per il futuro orientamento della politica industriale. Mettendo in luce la fragilità delle interdipendenze finanziarie e produttive, la crisi del 2008 ha dato il via a una più ampia presa di coscienza dei rischi associati alla frammentazione globale delle catene del valore. Queste ultime non vengono più analizzate esclusivamente come strumenti di efficienza economica, ma progressivamente come strutture potenzialmente generatrici di vulnerabilità sistemiche in caso di shock finanziari, logistici o geopolitici.

In questo contesto, lo Stato federale riacquista una legittimità più ampia non solo come regolatore dei mercati, ma anche come garante della stabilità strutturale dell’intero sistema economico. Questa riabilitazione non assume immediatamente la forma di una politica industriale esplicita, ma ne costituisce una condizione essenziale: riapre lo spazio intellettuale e istituzionale dell’intervento pubblico nell’economia reale, in particolare nei settori tecnologici e industriali critici.[40]

Pertanto, la crisi del 2008 non va interpretata come una semplice rottura congiunturale, ma come un momento di riorganizzazione strutturale del ruolo dello Stato. Da attore progressivamente emarginato nella logica della deregolamentazione dei decenni precedenti, lo Stato torna a essere un stabilizzatore sistemico centrale, incaricato di garantire la resilienza globale dell’economia americana. Questa trasformazione prepara direttamente gli sviluppi successivi: la rinascita delle politiche industriali sotto Obama, l’escalation dei conflitti commerciali sotto Trump, e infine la formalizzazione esplicita del paradigma della sicurezza economica sotto Biden.

C. Le amministrazioni Obama I e II: dalla gestione della crisi al progressivo rilancio della politica industriale (2009-2016)

I due mandati di Obama occupano un posto fondamentale nella storia recente della politica industriale statunitense. Spesso messi in ombra dalla portata delle iniziative avviate sotto Biden o dalla polarizzazione geoeconomica introdotta da Donald Trump, costituiscono tuttavia un momento decisivo di riorientamento dell’azione economica federale. Ereditando la più grave crisi finanziaria dagli anni ’30, come accennato in precedenza, Barack Obama deve contemporaneamente stabilizzare il sistema finanziario, sostenere l’occupazione, preservare le capacità industriali nazionali e preparare il posizionamento tecnologico degli Stati Uniti nei settori destinati a strutturare la crescita futura. [41] In questo contesto, l’amministrazione democratica sviluppa un approccio che riprende diverse intuizioni formulate sotto Clinton — importanza dell’innovazione, della ricerca, del capitale umano e delle tecnologie avanzate — conferendo loro al contempo una dimensione più direttamente industriale.[42]  Il salvataggio dell’industria automobilistica, i massicci investimenti nelle infrastrutture energetiche, il sostegno alle tecnologie pulite, il boom dei partenariati pubblico-privati nella ricerca e il rafforzamento dei programmi federali di innovazione testimoniano un progressivo ritorno dello Stato come produttore di capacità economiche.[43]

Tale evoluzione rimane tuttavia in gran parte di natura pragmatica e non è ancora accompagnata da una vera e propria dottrina di sovranità industriale.[44]L’obiettivo principale rimane la ricostruzione economica post-crisi e il mantenimento della leadership tecnologica statunitense in un contesto di crescente concorrenza internazionale. [45] Iniziative quali l’American Recovery and Reinvestment Act del 2009, i programmi di sostegno alle energie rinnovabili, la creazione delle prime reti di  Manufacturing Innovation Institutes o ancora lo sviluppo dell’Advanced Manufacturing Partnership riflettono tuttavia una crescente consapevolezza dell’importanza delle capacità produttive nazionali. [46] Attraverso questi dispositivi emerge già l’idea secondo cui la competitività non dipende solo dall’innovazione scientifica, ma anche dalla padronanza delle catene del valore, dei processi industriali e degli ecosistemi tecnologici. Sebbene la Cina non sia ancora al centro del discorso ufficiale come lo diventerà in seguito, la sua ascesa industriale, commerciale e tecnologica costituisce già lo sfondo strategico di numerose iniziative federali.[47]

Gli anni di Obama vedono inoltre emergere una serie di dibattiti che prefigurano direttamente le preoccupazioni del decennio successivo.[48]Le conseguenze della deindustrializzazione osservata a partire dagli anni ’90, la crescente concentrazione delle capacità manifatturiere mondiali nell’Asia orientale, le fragilità di alcune catene di approvvigionamento e gli interrogativi relativi al mantenimento di una base industriale avanzata negli Stati Uniti iniziano ad occupare un posto sempre più importante nei lavori delle agenzie federali, delle università e dei centri di ricerca specializzati. [49] La pubblicazione di diversi rapporti del President’s Council of Advisors on Science and Technology (PCAST), del  National Science and Technology Council o del National Research Council contribuisce quindi a riabilitare il concetto stesso di politica manifatturiera in un paese che si era a lungo presentato come l’incarnazione del capitalismo post-industriale.[50]

Allo stesso tempo, la politica energetica avviata dall’amministrazione Obama non persegue solo obiettivi ambientali. Risponde anche a considerazioni di competitività industriale e leadership tecnologica. Gli investimenti effettuati in batterie, reti intelligenti, veicoli elettrici, energie rinnovabili e tecnologie di stoccaggio anticipano molte delle priorità che saranno riprese, ampliate e sistematizzate dall’amministrazione Biden. [51] Con il senno di poi, appare chiaro che molti dei settori industriali sostenuti dall’Inflation Reduction Act traggono origine dai programmi sperimentati tra il 2009 e il 2016.

Infine, gli anni di Obama segnano un’evoluzione intellettuale ancora più profonda. Sotto l’effetto combinato della crisi finanziaria, dell’ascesa della Cina e dell’accelerazione delle trasformazioni tecnologiche, l’idea secondo cui le capacità produttive nazionali costituiscono un elemento della potenza economica comincia progressivamente a riaffacciarsi nel dibattito strategico americano. Senza arrivare alla logica della sicurezza economica che si imporrà dopo il 2017, l’amministrazione Obama contribuisce a reintrodurre nel dibattito pubblico concetti quali resilienza industriale, innovazione strategica, tecnologie critiche o competitività sistemica. [52] A questo proposito, le amministrazioni Obama costituiscono meno una parentesi che una transizione: esse prolungano lo Stato innovatore ereditato da Clinton preparando al contempo l’emergere dello Stato stratega che si affermerà successivamente sotto Trump e Biden. La politica industriale americana smette così progressivamente di essere un semplice sostegno all’innovazione per diventare uno degli strumenti della resilienza economica, della competitività nazionale e, ben presto, della sicurezza economica.

D. L’emergere del fattore cinese come variabile sistemica della sicurezza economica statunitense

A partire dagli anni 2010, l’ascesa della Cina costituisce un fattore decisivo nella ridefinizione della politica economica statunitense, in quanto trasforma progressivamente un rapporto di concorrenza commerciale classica in un rapporto di rivalità sistemica. Questo cambiamento non è il risultato di un evento isolato, ma di un processo cumulativo di integrazione economica, industrializzazione accelerata e avanzamento tecnologico, accompagnato da un continuo consolidamento degli strumenti cinesi di politica industriale e di regolamentazione strategica.

Negli anni ’90 e all’inizio degli anni 2000, la Cina veniva ancora ampiamente considerata come un’economia emergente inserita nelle dinamiche della globalizzazione produttiva, che beneficiava delle esternalità derivanti dalla frammentazione internazionale delle catene del valore. Tuttavia, questa lettura si rivela progressivamente insufficiente man mano che si struttura un modello specifico di capitalismo istituzionale, in cui lo Stato svolge un ruolo centrale non solo nella correzione delle fallacie del mercato, ma nella strutturazione stessa dei mercati e dei percorsi industriali.

Gli studi sullo Stato sviluppista hanno da tempo dimostrato che alcuni Stati dell’Asia orientale hanno mobilitato potenti strumenti pubblici per orientare la trasformazione industriale e tecnologica delle loro economie. [53] Nel caso cinese, questa logica assume una dimensione sistemica, combinando pianificazione strategica, politica industriale settoriale, controllo dei flussi di capitali e orientamento delle innovazioni verso obiettivi di potenza. Ne risulta una configurazione istituzionale in cui la concorrenza non viene soppressa, ma inquadrata e strutturata da finalità di sovranità economica e tecnologica.

Questa trasformazione sta portando gradualmente a una nuova interpretazione della natura stessa della concorrenza internazionale. Quest’ultima cessa di essere vista come una semplice rivalità tra imprese per diventare una competizione tra architetture istituzionali del capitalismo. Le analisi contemporanee dell’economia cinese evidenziano così la capacità dello Stato di coordinare gli attori pubblici e privati in settori strategici quali i semiconduttori, le piattaforme digitali, le telecomunicazioni e le infrastrutture industriali avanzate.[54]

In questo contesto, gli Stati Uniti stanno gradualmente riorganizzando i propri strumenti di politica economica estera. Il Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS) sta diventando un meccanismo centrale di controllo degli investimenti stranieri nei settori considerati sensibili, in particolare le tecnologie duali, le infrastrutture critiche e le industrie della difesa. Parallelamente, vengono rafforzati i « controlli sulle esportazioni » al fine di limitare i trasferimenti di tecnologie avanzate verso attori cinesi considerati strategici.

Questa evoluzione segna un importante cambiamento concettuale: la politica economica estera degli Stati Uniti smette di essere orientata esclusivamente alla liberalizzazione degli scambi e diventa uno strumento di gestione delle dipendenze strategiche. L’interdipendenza economica viene così progressivamente ridefinita come potenziale vulnerabilità, suscettibile di essere strumentalizzata in un contesto di rivalità sistemica.

In questa prospettiva, la recente letteratura sulla «interdipendenza strumentalizzata» mette in evidenza il modo in cui la struttura delle reti economiche globali possa essere utilizzata come leva di coercizione dagli Stati che occupano posizioni nodali all’interno di tali reti. [55] Gli Stati Uniti, in quanto centro del sistema finanziario e tecnologico mondiale, dispongono proprio di tali leve, il che spiega l’ascesa delle politiche di controllo dei flussi tecnologici, industriali e finanziari.

Questa dinamica trova ulteriore conferma negli studi dedicati all’evoluzione del diritto della concorrenza in un contesto di globalizzazione strategica. Harry First sottolinea infatti che gli strumenti tradizionali dell’antitrust, inizialmente concepiti per regolamentare i mercati nazionali, sono stati progressivamente reinterpretati alla luce delle sfide poste dal potere economico globale, in particolare di fronte alle grandi piattaforme digitali e alle imprese sostenute da strategie statali a lungo termine. [56]

In questo contesto, le catene del valore globali assumono un ruolo centrale nella strategia di sicurezza economica. I settori dei semiconduttori, delle tecnologie digitali, delle apparecchiature di telecomunicazione e delle infrastrutture industriali avanzate emergono come nodi critici di interdipendenza, in cui la concentrazione geografica di determinate capacità produttive — in particolare nell’Asia orientale — è ormai considerata un rischio strategico di primo piano.

Questa revisione strategica è rafforzata dall’acuirsi delle tensioni commerciali e tecnologiche tra Washington e Pechino a partire dalla fine degli anni 2010. Le restrizioni imposte ad alcune aziende tecnologiche cinesi, le sanzioni mirate e le politiche di rilocalizzazione industriale riflettono la progressiva affermazione di una logica di disaccoppiamento selettivo (selective decoupling), incentrata sulle tecnologie ritenute critiche per la sicurezza nazionale.

In questo contesto, la nostra recente analisi del diritto cinese della concorrenza mette in luce un punto fondamentale: lungi dall’essere un semplice attore che si adatta alla globalizzazione, la Cina ha progressivamente costruito un sistema di concorrenza regolamentato dallo Stato, in cui le regole del mercato sono strutturate da obiettivi industriali e strategici a lungo termine[57] Questa dinamica contribuisce proprio a rafforzare la percezione americana di una rivalità sistemica che va ben oltre la sfera commerciale.

Pertanto, nell’ambito dottrinale statunitense, la Cina sta progressivamente diventando non più solo un concorrente economico, ma un attore alternativo nella globalizzazione industriale e tecnologica. Si tratta di una trasformazione determinante: essa porta a una riconfigurazione degli strumenti di politica economica estera degli Stati Uniti e prepara direttamente la formalizzazione del paradigma della sicurezza economica negli anni 2020, con Democratici e Repubblicani che si trovano su posizioni complementari, se non esplicitamente allineate.

E. Le evoluzioni della politica industriale statunitense dagli anni ’90 agli anni 2020

Da un’analisi retrospettiva dell’evoluzione della politica industriale statunitense dall’inizio degli anni ’90 emerge non un percorso lineare, bensì una successione di tre configurazioni storiche distinte, che corrispondono ad altrettante concezioni del ruolo economico dello Stato federale.

La prima fase, che va approssimativamente dall’amministrazione Clinton alla fine della presidenza di George W. Bush (1993-2008), può essere definita «Stato innovatore invisibile». Durante questo periodo, l’intervento pubblico rimane consistente ma in gran parte implicito. I finanziamenti federali alla ricerca, all’innovazione e alle tecnologie avanzate continuano a svolgere un ruolo determinante attraverso istituzioni quali la National Science Foundation (NSF), il  National Institutes of Health (NIH), la DARPA o ancora i laboratori nazionali. Tuttavia, questa azione pubblica non viene generalmente presentata come una politica industriale nel senso classico del termine. Si inserisce piuttosto in una logica di sostegno all’innovazione, alla competitività e alla crescita basata sulla conoscenza. Lo Stato agisce già come attore essenziale della trasformazione tecnologica, ma senza rivendicare esplicitamente una funzione di guida industriale. Si tratta in un certo senso di un market-compatible innovation state, che concilia l’intervento pubblico e la fiducia nei meccanismi di mercato.

La seconda fase copre il periodo 2009-2016 e ha inizio nel contesto eccezionale della crisi finanziaria mondiale. L’amministrazione Obama riattiva allora strumenti di intervento più visibili al fine di stabilizzare l’economia, sostenere gli investimenti e favorire l’emergere di nuovi settori di crescita. I programmi di rilancio, gli investimenti nelle infrastrutture, nelle tecnologie energetiche e nelle industrie pulite testimoniano un rafforzamento dell’azione pubblica. Tuttavia, questo riorientamento rimane in gran parte motivato dall’imperativo di uscire dalla crisi e di ricostruire l’economia. La politica industriale appare quindi come uno strumento di stabilizzazione e modernizzazione piuttosto che come uno strumento di potenza nazionale. Questo periodo può così essere interpretato come quello di uno «Stato stabilizzatore post-crisi», caratterizzato da una crisis-driven industrial policy il cui obiettivo primario rimane il ripristino della crescita e dell’occupazione.

La terza fase, che va dal 2017 al 2026, segna una trasformazione di portata completamente diversa. Sotto le amministrazioni Trump e poi Biden, la politica industriale smette progressivamente di essere un semplice strumento economico per diventare un elemento centrale della strategia nazionale statunitense. I volumi finanziari mobilitati raggiungono livelli senza precedenti, superando ampiamente i mille miliardi di dollari se si sommano sovvenzioni, crediti d’imposta, garanzie pubbliche e programmi settoriali (cfr. tabelle negli allegati 3 e 4).  Ancora più fondamentalmente, i confini tra politica industriale, politica commerciale, politica tecnologica e sicurezza nazionale tendono a scomparire. L’ascesa della Cina, le vulnerabilità rivelate dalle catene del valore globali, la concorrenza nei semiconduttori, nell’intelligenza artificiale o nelle tecnologie energetiche contribuiscono a far emergere una vera e propria logica di sicurezza economica. Gli Stati Uniti entrano così nell’era dello «Stato stratega geoeconomico», caratterizzata da una security-driven industrial policy in cui le capacità industriali sono ormai percepite come attributi essenziali del potere nazionale.

Questa suddivisione in periodi mette in luce una dinamica fondamentale spesso trascurata. L’evoluzione degli Stati Uniti non deriva da un improvviso ritorno della politica industriale dopo diversi decenni di assenza. Corrisponde piuttosto a una trasformazione graduale della sua natura e delle sue finalità. Sotto Clinton, l’accento è posto sull’innovazione e sulla competitività; sotto Obama, sulla stabilizzazione economica e sulla ricostruzione industriale dopo la crisi; sotto Trump, sulla conflittualizzazione geoeconomica delle interdipendenze; sotto Biden, infine, sull’istituzionalizzazione di una politica industriale di ampio respiro integrata in una strategia globale di potere.

Di conseguenza, la conclusione principale che emerge da questo percorso storico è che gli Stati Uniti non hanno riscoperto la politica industriale nel corso degli anni 2020. Hanno progressivamente trasformato uno Stato dell’innovazione in uno Stato di potenza economica organizzata, in cui le politiche industriali, tecnologiche, commerciali e di sicurezza tendono ormai a convergere al servizio di un unico obiettivo: la salvaguardia della leadership americana in un contesto internazionale diventato strutturalmente più competitivo e conflittuale.

III. Dalla rivalità sistemica allo Stato stratega: Trump, Biden e la formalizzazione della sicurezza economica (2017-2025)

Il periodo iniziato nel 2017 segna una svolta decisiva nel percorso della politica industriale statunitense. Dopo il progressivo aumento delle vulnerabilità sistemiche rivelate dalla crisi finanziaria del 2008, seguito dalla presa di coscienza del ruolo della Cina come rivale istituzionale e tecnologico, gli Stati Uniti hanno operato un esplicito cambiamento di paradigma: la concorrenza economica non può più essere dissociata dagli imperativi della sicurezza nazionale.

Questa riconfigurazione non deriva da una dottrina unificata stabilita a priori, bensì da una progressiva sedimentazione di meccanismi giuridici, commerciali, tecnologici e industriali. Essa riflette una crescente ibridazione tra tre logiche fino ad allora parzialmente distinte: la logica di mercato, la logica del potere e la logica della sicurezza.

Sotto l’amministrazione Trump I, questa ibridazione assume la forma di una conflittualizzazione diretta delle interdipendenze economiche. Sotto l’amministrazione Biden, essa si stabilizza e si razionalizza in un insieme coerente di politiche industriali esplicite, che combinano sovvenzioni, pianificazione mirata e messa in sicurezza delle catene del valore critiche. Questa sequenza porta alla formalizzazione di un paradigma integrato di sicurezza economica. L’amministrazione Trump II rafforzerà ulteriormente la dinamica geopolitica della politica industriale americana, principale fattore di indebolimento della corazza commerciale europea, la cui carenza geopolitica è dimostrata dall’accordo di Turnberry del luglio 2025.

A. L’amministrazione Trump: la trasformazione delle interdipendenze in fonte di conflitto (2017–2020)

L’amministrazione Trump rappresenta una rottura evidente nella continuità liberale del commercio internazionale, ma tale rottura va interpretata non tanto come un’innovazione ex nihilo quanto piuttosto come l’attuazione politica di una diagnosi già ampiamente consolidata nei decenni precedenti: quella della vulnerabilità strutturale delle interdipendenze economiche statunitensi di fronte all’ascesa della Cina e alla ridefinizione delle gerarchie industriali mondiali.

La novità fondamentale non risiede quindi nella percezione del problema, già formulata in parte della letteratura americana sul declino relativo della potenza industriale degli Stati Uniti,[58] ma nel passaggio da una logica di regolamentazione diffusa a una logica di scontro strategico esplicito. Il commercio internazionale cessa di essere concepito come uno spazio di ottimizzazione reciproca basato sui vantaggi del libero scambio, per diventare un campo di rapporti di forza asimmetrici, in cui le dipendenze industriali, tecnologiche e finanziarie possono essere convertite in strumenti di coercizione.

Questa ridefinizione si inserisce in una critica di più lunga data all’ipotesi della neutralità del commercio internazionale. Già negli anni ’90 e 2000, alcuni autori statunitensi avevano sottolineato che la globalizzazione poteva produrre effetti distributivi asimmetrici e vulnerabilità industriali durature, in particolare nei settori manifatturieri avanzati.[59] L’amministrazione Trump radicalizza questa intuizione traducendola in termini strumentali.

Questa evoluzione si manifesta innanzitutto con una parziale rimessa in discussione dei tradizionali quadri multilaterali, a favore di un approccio bilaterale, transazionale e asimmetrico alle relazioni economiche. I dazi doganali imposti alla Cina a partire dal 2018 non sono solo uno strumento di protezione settoriale: essi rientrano in una strategia di riequilibrio strutturale delle catene del valore, volta a ridurre le dipendenze critiche nei settori industriali strategici, in particolare l’acciaio, l’alluminio, le attrezzature industriali e alcuni componenti tecnologici.

Questa logica tariffaria va di pari passo con una crescente importanza della dimensione giuridica e istituzionale della politica economica estera. Il rafforzamento del Committee on Foreign Investment in the United States (CFIUS) da parte del  Foreign Investment Risk Review Modernization Act (FIRRMA) segna una trasformazione strutturale della dottrina statunitense: l’investimento straniero non è più considerato neutro dal punto di vista economico, ma potenzialmente portatore di rischi tecnologici, industriali e di sicurezza. L’estensione del campo di applicazione agli investimenti di minoranza e alle tecnologie emergenti riflette un’estensione del concetto di sicurezza nazionale alla sfera economica.

Allo stesso tempo, i controlli sulle esportazioni stanno diventando uno strumento centrale della politica tecnologica statunitense. Le restrizioni imposte alle imprese cinesi nei settori dei semiconduttori, delle infrastrutture di telecomunicazione e dell’intelligenza artificiale riflettono una crescente consapevolezza del carattere duale — civile e militare — delle tecnologie avanzate. Questa evoluzione è particolarmente evidente nel caso dei semiconduttori, dove il controllo delle catene di progettazione e produzione diventa una questione di sovranità tecnologica.[60]

Allo stesso tempo, il confine tra politica commerciale e politica di difesa sta diventando strutturalmente labile. Come hanno dimostrato diverse analisi della dottrina statunitense contemporanea, la politica industriale e la politica di sicurezza nazionale tendono a convergere in un’unica logica strategica, in cui il controllo delle capacità produttive è integrato nella definizione stessa di potenza.[61]

Questo cambiamento è accompagnato da una profonda ridefinizione dottrinale: le interdipendenze economiche non vengono più analizzate solo come fonti di efficienza allocativa e di crescita, ma come strutture potenzialmente vulnerabili a forme di coercizione economica. Questa svolta costituisce uno dei cardini intellettuali del periodo, preparando direttamente le trasformazioni del decennio 2020.

In questa prospettiva, la logica di Trump II può essere interpretata come una prima traduzione politica della diagnosi formulata da Farrell e Newman nell’ambito del concetto già citato di weaponized interdependence, secondo cui le reti economiche globali possono essere mobilitate come strumenti di potere dagli Stati che occupano posizioni nodali in tali architetture globali. [62] Gli Stati Uniti, in quanto centro del sistema finanziario mondiale e attore centrale delle infrastrutture tecnologiche, dispongono proprio di tali leve strutturali.

Pertanto, lungi dall’essere un semplice episodio protezionista o una deriva unilaterale, la politica economica dell’amministrazione Trump costituisce una fase di transizione sistemica. Essa trasforma una diffusa preoccupazione strutturale — quella del declino industriale relativo e della dipendenza tecnologica — in strumenti coercitivi espliciti, senza tuttavia produrre ancora un’architettura industriale pienamente coerente. Essa apre così uno spazio di riorganizzazione che sarà stabilizzato e istituzionalizzato sotto la prossima amministrazione.

B. L’amministrazione Biden: istituzionalizzazione della politica industriale e consolidamento della sicurezza economica

L’amministrazione Biden segna una svolta di altro tipo: non l’invenzione del conflitto economico con la Cina, ma la sua istituzionalizzazione in un quadro strategico globale, stabilizzato e progressivamente integrato nelle dottrine federali di sicurezza nazionale ed economica. Laddove il periodo Trump ha introdotto un conflitto esplicito e spesso transazionale, il periodo Biden sta costruendo un’architettura coerente di potere economico pubblico.

Questa trasformazione si manifesta innanzitutto con la riabilitazione esplicita della politica industriale come strumento legittimo dell’azione pubblica federale. L’Inflation Reduction Act (IRA) e il CHIPS and Science Act costituiscono i due pilastri portanti di questo nuovo orientamento. Il primo organizza una massiccia politica di sovvenzioni e crediti d’imposta orientati alla transizione energetica e alla rilocalizzazione industriale verde; il secondo mira direttamente a garantire e ampliare le capacità nazionali di produzione di semiconduttori, considerate infrastrutture critiche per la potenza tecnologica americana.

Questa duplice dinamica riflette un profondo cambiamento dottrinale: la politica industriale cessa di essere uno strumento eccezionale o correttivo per diventare una componente strutturale della strategia economica nazionale. Lo Stato federale non interviene più solo per correggere le carenze del mercato, ma per orientare attivamente la struttura produttiva dell’economia in un contesto di concorrenza sistemica.

Questo cambiamento si inserisce in una più ampia trasformazione della dottrina statunitense in materia di sicurezza economica. Il concetto di economic security viene progressivamente integrato nei documenti strategici del Dipartimento del Commercio, del Dipartimento del Tesoro e del Consiglio di Sicurezza Nazionale, in linea con le crescenti preoccupazioni relative alle catene del valore critiche e alle dipendenze tecnologiche.

In questo contesto, la globalizzazione non viene più vista come un processo omogeneo di integrazione, ma come un sistema frammentato, strutturato da logiche di rivalità tecnologica, resilienza industriale e protezione dei flussi strategici. Le politiche di friend-shoring e di de-risking riflettono questa svolta, introducendo una geografia politica esplicita nella gestione delle catene del valore globali.

Questa evoluzione non può essere compresa senza fare riferimento ai recenti studi sulla trasformazione del capitalismo politico statunitense. La letteratura contemporanea sottolinea che la politica industriale statunitense sta vivendo una marcata rinascita dalla crisi finanziaria del 2008, ma che ora è riorganizzata attorno a obiettivi di sicurezza nazionale e competitività tecnologica in un contesto di rivalità con la Cina.[63]

In questo contesto, diverse analisi evidenziano che l’IRA e il CHIPS Act non rappresentano singoli strappi, bensì il culmine di un lungo processo di ridefinizione dello Stato federale come attore strategico dell’economia industriale e tecnologica. [64]

L’amministrazione Biden non rompe quindi con la dinamica avviata sotto Trump I, ma ne garantisce la stabilizzazione istituzionale e la prospettiva a lungo termine. Trasforma una serie di misure frammentarie in un paradigma strutturato di sicurezza economica, in cui la politica industriale, la politica commerciale e la politica tecnologica diventano indissociabili.[65]

C. Verso la geopolitizzazione della politica industriale: da strumento economico a strumento di potere

L’insieme delle evoluzioni analizzate dall’inizio degli anni 2000 sta portando progressivamente a una trasformazione qualitativa della politica industriale statunitense: questa smette di essere un semplice strumento di correzione delle carenze del mercato o di sostegno settoriale all’innovazione per diventare un meccanismo centrale di proiezione di potenza in un contesto internazionale caratterizzato dalla concorrenza sistemica.

Questa evoluzione segna l’ingresso esplicito della dimensione geopolitica nel cuore della politica industriale contemporanea. Le scelte in materia di investimenti, sovvenzioni, regolamentazione tecnologica o localizzazione produttiva non dipendono più esclusivamente da considerazioni di efficienza economica interna; come già indicato, sono ormai strutturate da obiettivi di sicurezza nazionale, resilienza strategica e posizionamento nella gerarchia mondiale delle potenze.[66]

In questo modo, la politica industriale diventa progressivamente una politica di strutturazione del sistema internazionale stesso, in quanto contribuisce a organizzare le dipendenze tecnologiche, i flussi di valore e le capacità produttive critiche. [67] La sfida non è più solo quella di “produrre in modo più efficiente”, ma di determinare chi controlla le infrastrutture materiali e immateriali del potere economico mondiale.[68]

Questo cambiamento può essere interpretato come la convergenza di tre dinamiche già individuate: la ridefinizione delle interdipendenze come vulnerabilità strategiche, l’ascesa della Cina come modello alternativo di capitalismo organizzato e la riaffermazione dello Stato americano come attore centrale nella strutturazione delle catene del valore globali. La loro combinazione produce un effetto di svolta: la politica industriale diventa un vettore di geopolitica applicata.

In questa prospettiva, i settori tecnologici critici — semiconduttori, intelligenza artificiale, infrastrutture digitali, energia a basse emissioni di carbonio — smettono di essere semplici industrie tra le altre per diventare spazi di sovranità condivisa o contesa, in cui si gioca ormai una parte essenziale della gerarchia internazionale delle potenze. [69]

Questo sviluppo segna quindi un importante capovolgimento analitico: mentre la globalizzazione era stata concepita come un processo di dissoluzione dei confini economici e politici, essa appare ora come un sistema di frammentazione organizzata, strutturato da logiche concorrenti di potere industriale e tecnologico.

Riquadro 1
L’architettura istituzionale della politica industriale statunitense

L’architettura istituzionale della politica industriale statunitense è riassunta nella tabella riportata nell’allegato 1. Essa si basa su un’organizzazione che non risponde più a una semplice divisione funzionale dell’azione pubblica, ma a un vero e proprio sistema di produzione del potere economico. A prima vista, le competenze appaiono frammentate tra agenzie specializzate — innovazione (NSFDARPA), commercio (USTR, Department of Commerce), finanze pubbliche e politica monetaria (Treasury, Federal Reserve), sicurezza economica (CFIUS), o ancora industria energetica e tecnologica (Department of Energy). Tuttavia, questa frammentazione è ampiamente compensata da una crescente convergenza degli obiettivi strategici.

Dall’inizio degli anni 2000, e ancor più nel periodo 2017–2025, queste istituzioni tendono ad allinearsi attorno a un obiettivo comune: la salvaguardia delle capacità industriali critiche e la gestione delle interdipendenze economiche in un contesto di concorrenza sistemica. La presidenza svolge qui un ruolo centrale di impulso strategico, definendo le grandi linee guida (sicurezza economica, reindustrializzazione, concorrenza tecnologica), mentre il Congresso fornisce l’architettura normativa e di bilancio dei grandi programmi industriali, in particolare attraverso recenti dispositivi quali l’IRA  o il CHIPS and Science Act.

In questo contesto, alcune agenzie ricoprono ruoli strutturali specifici. La DARPA e, più in generale, l’ecosistema della ricerca federale (NSF, NIH, laboratori nazionali) garantiscono la produzione di innovazioni dirompenti, mentre il  Department of Energy diventa un attore centrale degli investimenti industriali nella transizione energetica. Parallelamente, il Department of Commerce e il suo Bureau of Industry and Security, nonché il Department of the Treasury attraverso l’Office of Foreign Assets Control  (OFAC), garantiscono la dimensione restrittiva e coercitiva della politica industriale estera, controllando rispettivamente le esportazioni tecnologiche e i flussi finanziari sensibili.

Infine, organismi trasversali come il National Economic Council o il CFIUS garantiscono la coerenza sistemica dell’insieme, coordinando politica economica, sicurezza nazionale e strategia tecnologica. Il Pentagono, dal canto suo, mantiene un ruolo strutturante in quanto principale investitore pubblico nelle tecnologie duali, consolidando così il legame storico tra innovazione militare e potenza industriale.

L’insieme di questa struttura testimonia quindi un’evoluzione fondamentale: la politica industriale statunitense non è più un ambito settoriale dell’azione pubblica, ma una funzione sistemica dello Stato federale, in cui economia, tecnologia e sicurezza nazionale tendono a fondersi in un’unica logica geoeconomica di potere.

D. Amministrazione Trump II: verso il “corollario di Trump” della dottrina Monroe e la geopolitizzazione integrale della politica industriale

La seconda amministrazione Trump — o, più in generale, la fase di radicalizzazione dottrinale del trumpismo economico a metà degli anni 2020 — segna un’intensificazione decisiva del processo di fusione tra politica industriale, politica commerciale e strategia geopolitica globale. A questo punto, la politica industriale smette di essere un semplice strumento di competitività o di reindustrializzazione: diventa un vettore esplicito di strutturazione geopolitica dello spazio economico mondiale.

Questa evoluzione è particolarmente evidente nella ridefinizione della dottrina Monroe, progressivamente reinterpretata nel dibattito americano contemporaneo come modello di proiezione di potenza a livello emisferico. Diverse analisi della stampa e della ricerca hanno così sottolineato la rinascita di una lettura ampliata di questa dottrina, in cui l’emisfero occidentale è concepito dagli Stati Uniti come uno spazio strategico da proteggere dall’influenza di potenze extra-emisferiche, in particolare la Cina. [70] Purtroppo l’Unione europea non ha ancora integrato questa lettura ampliata nell’elaborazione di una serie di strumenti effettivamente operativi per proteggere la propria industria, che continua, giorno dopo giorno, a svuotarsi di sostanza in modo allarmante.

In questo contesto, The Hill mette in evidenza la trasformazione della dottrina Monroe in uno strumento di politica economica e di sicurezza nazionale in senso lato, sottolineando che la sua riattivazione odierna non riguarda più solo la dimensione militare o diplomatica, ma anche il controllo delle infrastrutture critiche, delle catene logistiche e degli investimenti stranieri nei settori strategici. [71] Questa interpretazione contribuisce a consolidare nel dibattito pubblico americano l’idea di un vero e proprio “corollario contemporaneo” alla dottrina Monroe, adattato a un’economia globalizzata e tecnologicamente integrata.

Allo stesso tempo, una letteratura sempre più articolata — in particolare quella legata alla Chatham House — propone di concettualizzare questa evoluzione come l’emergere di una “Dottrina Monroe economica”, in cui gli Stati Uniti cercano di riconfigurare l’emisfero occidentale come uno spazio privilegiato per la messa in sicurezza delle catene del valore, delle risorse critiche e delle infrastrutture industriali strategiche. [72] La posta in gioco non è più solo territoriale o diplomatica, ma direttamente geoeconomica: si tratta di controllare i flussi di materie prime, le capacità di trasformazione industriale e le reti logistiche associate.

Questa dinamica è particolarmente evidente nella competizione globale per le terre rare, il litio e i metalli critici, dove la logica della sicurezza nazionale si estende ormai alla strutturazione delle catene di approvvigionamento globali. Le politiche commerciali statunitensi diventano così indissociabili da una strategia volta a garantire l’accesso alle risorse indispensabili per la transizione energetica e le tecnologie digitali avanzate.

In questo contesto, la dimensione dottrinale del trumpismo economico viene articolata in modo più sistematico in alcuni ambienti vicini alla politica economica statunitense. Il discorso di Stephen Miran all’Hudson Institute nell’aprile 2025 propone un’interpretazione strutturata del ruolo degli Stati Uniti nell’economia mondiale, insistendo sull’idea che il sistema internazionale si basi su asimmetrie di carico legate al finanziamento della sicurezza globale e della stabilità monetaria, sostenute in modo sproporzionato dall’economia americana. [73] Questa lettura giustifica una riconfigurazione degli strumenti commerciali, in particolare tariffari, come meccanismi di riequilibrio sistemico.

In quest’ottica, i recenti accordi commerciali devono essere interpretati non come strumenti di liberalizzazione, ma come strumenti di selezione strategica dei partner economici e di strutturazione di blocchi compatibili con gli interessi industriali statunitensi. La nostra analisi dettagliata dell’accordo di Turnberry, condotta all’inizio del 2026, illustra proprio questa evoluzione: si tratta meno di un accordo commerciale classico che di un dispositivo di ricomposizione delle interdipendenze transatlantiche in una logica di potere nordamericano.[74]

L’insieme di queste trasformazioni converge verso una profonda riorganizzazione della politica industriale statunitense, ormai indissolubilmente legata a una strategia geopolitica globale. Quest’ultima si basa su tre pilastri fondamentali: la garanzia dell’approvvigionamento di risorse critiche, la parziale riterritorializzazione delle catene del valore e la creazione di blocchi economici compatibili con gli obiettivi di potenza degli Stati Uniti.

Pertanto, il mandato di Trump II può essere interpretato come il culmine di un processo di completa geopolitizzazione della politica industriale, in cui gli strumenti economici diventano strumenti di proiezione strategica e la distinzione tra economia e sicurezza nazionale tende a sfumare a favore di una logica unificata di potere.

Riquadro 2
Politica industriale, politica commerciale e strategia di potere: verso un nuovo mercantilismo tecnologico americano?

L’evoluzione degli Stati Uniti nel primo quarto del XXI secolo è caratterizzata da una progressiva dissoluzione dei confini tra politica industriale, politica commerciale e sicurezza nazionale. Lungi dal rappresentare una rottura brusca, questa riorganizzazione deriva da una convergenza progressiva, alimentata dalle crisi successive, dai cambiamenti politici e dall’intensificarsi della rivalità sistemica con la Cina.

L’amministrazione Obama ha segnato una prima fase di parziale ripresa dell’intervento federale nel settore industriale a seguito della crisi del 2008, in particolare attraverso l’American Recovery and Reinvestment Act e i programmi del Department of Energy. Questa fase rimane tuttavia dominata da una logica di stabilizzazione macroeconomica, senza una dottrina esplicita in materia di potenza industriale.

La svolta si verifica con le amministrazioni Trump I e II, che ridefiniscono profondamente la visione statunitense dell’economia internazionale introducendo una logica di contrapposizione delle interdipendenze. Gli strumenti tariffari, i controlli sugli investimenti (CFIUS) e i controlli sulle esportazioni diventano strumenti centrali di una strategia di sicurezza economica ampliata, in cui il commercio è integrato nella logica del potere.

L’amministrazione Biden istituzionalizza quindi una politica industriale di portata senza precedenti per gli importi finanziari stanziati (cfr. tabella nell’allegato 3). Essa si articola attorno all’Inflation Reduction Act e al CHIPS and Science Act. Lo Stato federale diventa un attore determinante nelle catene del valore globali, mobilitando sovvenzioni, crediti d’imposta e condizioni industriali per orientare l’ubicazione delle capacità produttive e accelerare la transizione energetica.

Al di là delle alternanze di governo, si sta gradualmente delineando un consenso bipartisan attorno alla figura dello Stato stratega. Questo si basa sulla crescente integrazione degli strumenti di rilocalizzazione produttiva (Buy Americanreshoringfriend-shoring), delle politiche tariffarie e dei dispositivi di controllo tecnologico. Questa convergenza delinea i contorni di un modello ibrido in cui la logica di mercato è inquadrata da imperativi di sovranità economica e sicurezza nazionale. Ne risulta l’emergere di un vero mercantilismo tecnologico contemporaneo, in cui la potenza economica non si misura più solo in termini di efficienza, ma anche in termini di controllo delle catene del valore, delle tecnologie critiche e delle dipendenze strategiche. Lo Stato federale appare così come un architetto centrale delle interdipendenze globali, al crocevia tra economia, tecnologia e geopolitica. Il cuore della politica industriale americana degli anni 2020 rappresenta tra i 1.000 e i 1.500 miliardi di dollari cumulati in 10 anni (diretti + fiscali + effetti indotti). Il fulcro non è più il bilancio esplicito, ma: la capacità fiscale e finanziaria dello Stato federale di orientare il capitale privato. L’ultima tabella nell’allegato 5, che riassume la stima aggregata dei finanziamenti o degli incentivi industriali delle amministrazioni statunitensi a partire da Bill Clinton , sottolinea che l’amministrazione Trump II non sta procedendo a uno smantellamento della Bidenomics. La rottura riguarda più la finalità degli strumenti che la loro portata. Laddove Biden mobilitava principalmente sovvenzioni, crediti d’imposta e investimenti verdi per ricostruire una base industriale nazionale, Trump II tende a riorientare volumi finanziari comparabili verso una logica più esplicitamente geopolitica: reindustrializzazione manifatturiera, autonomia mineraria, sicurezza tecnologica, controllo delle catene del valore e mobilitazione del commercio estero come strumento di potere. All’orizzonte del decennio 2030, la differenza tra le due amministrazioni potrebbe così apparire meno come un’opposizione tra intervento e non intervento che come una divergenza tra due forme di Stato strategico lo Stato investitore di Biden e lo Stato geoeconomico integrale di Trump II.

Conclusione

L’evoluzione della politica industriale statunitense dall’inizio degli anni 2000 mette in luce una profonda trasformazione del rapporto tra economia, tecnologia e potere. Ciò che a prima vista sembra un recente ritorno dello Stato nell’economia — come dimostrano l’IRA, il  CHIPS and Science Act o dai dispositivi di sicurezza delle catene di approvvigionamento critiche — si inserisce in realtà in un percorso di lunga data, le cui radici intellettuali e istituzionali risalgono ai dibattiti sulla competitività nazionale degli anni ’80 e ’90, se non addirittura a tempi molto più remoti.

Il periodo Clinton rappresenta un momento particolarmente determinante. In quel periodo si delinea, sulla base dei lavori di Robert Reich, Laura D’Andrea Tyson o Lester Thurow, e successivamente attraverso l’azione istituzionale del National Economic Council e delle prime politiche federali in materia di innovazione, un primo tentativo di ridefinire il ruolo economico dello Stato in un’economia globalizzata. Senza rompere con l’orizzonte della globalizzazione liberale, questa fase introduce tuttavia un’idea decisiva: la performance economica di una nazione dipende in modo sistemico dalle sue capacità tecnologiche, industriali e organizzative, e non può essere lasciata ai soli meccanismi di mercato.

Gli shock dell’inizio del XXI secolo — terrorismo, crisi finanziarie, pandemia, tensioni geoeconomiche e ascesa della Cina — trasformeranno progressivamente questa intuizione in un paradigma strutturante. La competitività nazionale, inizialmente concepita come una questione di performance economica, viene ridefinita come una questione di sicurezza economica. Lo Stato federale americano non si accontenta più di incoraggiare l’innovazione: organizza, orienta e protegge le capacità produttive ritenute essenziali per la salvaguardia della potenza nazionale in un contesto internazionale tornato conflittuale.

Questa evoluzione porta alla nascita di un vero e proprio «Stato strategico» americano, caratterizzato da una crescente integrazione tra politica industriale, politica commerciale, politica tecnologica e strategia di sicurezza nazionale. Gli strumenti messi in campo — ingenti sovvenzioni, crediti d’imposta, restrizioni alle esportazioni, controllo degli investimenti, politiche di rilocalizzazione e sostegno mirato alle tecnologie critiche — fanno parte di un unico processo di riorganizzazione del potere economico. Un’ultima osservazione merita di essere sottolineata in quanto chiarisce la profondità della trasformazione in atto. L’analisi dei volumi finanziari mobilitati dalle autorità federali rivela infatti un cambiamento di scala senza precedenti nella storia recente della politica industriale americana. Tra l’inizio dell’amministrazione Clinton e la crisi finanziaria del 2008,& nbsp;gli interventi federali orientati direttamente o indirettamente al sostegno delle capacità tecnologiche e industriali possono essere stimati in un importo cumulativo compreso tra i 500 e i 1.000 miliardi di dollari, concentrati principalmente nei bilanci della difesa, nei programmi di ricerca e nei dispositivi di innovazione diffusa. Il periodo 2009-2020 segna una sensibile accelerazione di questo sforzo sotto l’effetto della crisi finanziaria, delle politiche di rilancio e dei primi investimenti nella transizione energetica, ma il quadro d’insieme rimane ancora frammentato e privo di una vera e propria dottrina unificante. Al contrario, il periodo che si apre a partire dal 2021 costituisce una svolta di ben altra portata. La somma degli impegni associati all’Infrastructure Investment and Jobs Act, al  CHIPS and Science Act, all’Inflation Reduction Act e ai molteplici programmi federali complementari porta a importi che superano ormai i 1.000-1.500 miliardi di dollari di interventi industriali espliciti. Al di là anche di queste cifre spettacolari, è il loro significato politico che conta. Per la prima volta da diversi decenni, gli Stati Uniti hanno avviato una strategia coerente che mobilita contemporaneamente la politica industriale, la politica tecnologica, la politica commerciale e la sicurezza nazionale. L’evoluzione osservata non corrisponde quindi a un semplice aumento di bilancio; essa riflette l’emergere di un nuovo regime di azione pubblica in cui la potenza economica è tornata a essere un elemento centrale della strategia nazionale americana. Uno degli insegnamenti principali di questo percorso risiede nel carattere cumulativo di queste trasformazioni. Contrariamente a una lettura che contrapporrebbe una fase di globalizzazione liberale a una fase recente di ritorno dell’intervento pubblico, l’analisi rivela una continuità più profonda. Le politiche contemporanee prolungano, radicalizzandole, intuizioni formulate già negli anni ’90 sulla centralità delle capacità tecnologiche e industriali nel potere delle nazioni.  Nel quadro di due secoli di storia americana, l’evento principale non è forse il ritorno della politica industriale, ma la ricomparsa di un’ambizione hamiltoniana dichiarata, ormai adattata alle realtà della globalizzazione, della rivoluzione digitale e della competizione sistemica tra grandi potenze.

Questa continuità invita a una lettura più generale delle attuali riorganizzazioni dell’economia mondiale, in particolare dal punto di vista europeo. Essa suggerisce che il confine tra economia e sicurezza, a lungo considerato netto nei paradigmi classici della globalizzazione, tende ormai a sfumare a favore di una crescente integrazione delle questioni produttive nelle strategie di potere. In questa prospettiva, il caso americano non costituisce un’eccezione, ma un indicatore. Esso mette in evidenza una trasformazione più ampia dei rapporti tra Stati, mercati e tecnologie in un contesto di ritorno duraturo delle logiche di rivalità sistemica.

È proprio su questo piano che la riflessione europea si trova oggi ad affrontare una sfida fondamentale. Le recenti analisi dedicate alla competitività dell’Unione europea — in primo luogo la relazione di riferimento sulla competitività europea — testimoniano una salutare presa di coscienza delle fragilità strutturali del continente in ambito industriale, tecnologico ed energetico. Tuttavia, esse rimangono ancora in gran parte inserite in una temporalità analitica che tende a interpretare gli sviluppi americani e cinesi come adeguamenti recenti piuttosto che come il risultato di lunghi percorsi strategici.

Tuttavia, il confronto con gli Stati Uniti dimostra che gli attuali cambiamenti non sono né congiunturali né reattivi in senso stretto. Essi sono il risultato di un processo di maturazione intellettuale, istituzionale e politica avviato ormai da diversi decenni. A questo proposito, la relativa lentezza con cui l’Unione europea integra la dimensione della sicurezza economica nelle sue politiche industriali e tecnologiche costituisce una sfida strategica di primo piano. Ne deriva una domanda fondamentale: l’Europa può ancora accontentarsi di una visione essenzialmente economica della competitività in un contesto globale in cui le grandi potenze articolano ormai esplicitamente industria, tecnologia e sicurezza nazionale?

La risposta a questa domanda condiziona in larga misura la capacità dell’Unione europea e dei suoi Stati membri di mantenere la propria autonomia strategica nei prossimi decenni. Essa presuppone una profonda rivalutazione degli strumenti esistenti, ma soprattutto un allineamento delle politiche industriali, commerciali, tecnologiche e di sicurezza in una prospettiva realmente strategica. In questo senso, appare indispensabile un aggiornamento ambizioso e accelerato dei lavori e delle riforme avviati sulla competitività europea, in particolare sulla scia della relazione Draghi. Sarebbe opportuno integrare pienamente la dimensione storica e strutturale delle trasformazioni americane e cinesi, al fine di superare una lettura ancora troppo spesso reattiva degli sviluppi in corso.

Solo a questa condizione l’Europa potrà passare da una logica di adattamento a una logica di progettazione strategica autonoma, all’altezza dei profondi mutamenti dell’economia mondiale e dei nuovi rapporti tra potere, tecnologia e sovranità.


Allegato 1

Le istituzioni della politica industriale statunitense (struttura e funzioni, 1945–2025)

IstituzioneNaturaRuolo nella politica industrialeStrumenti principaliAndamento recente (2000–2025)Commento analitico (funzione strategica)
Presidenza degli Stati Uniti (Ufficio esecutivo)Potere esecutivo centraleDefinizione della strategia industriale globale e coordinamento tra agenzieDecreti (Decreti esecutivi), Strategia di sicurezza nazionale, Strategia industrialeAscesa sotto Trump I, Biden, Trump II (politica industriale dichiarata)Diventa il fulcro della politica industriale: passaggio da un ruolo di coordinamento a un ruolo di guida strategica diretta dell’economia
Congresso degli Stati UnitiPotere legislativoVotazione sui principali programmi industriali e di bilancioLeggi quadro (IRA, CHIPS Act), bilanci federali, autorizzazioni fiscaliRitorno in grande stile dal 2009 (pacchetti di stimolo, poi IRA su larga scala)Il Congresso torna a essere un coproduttore di politica industriale, in particolare attraverso la fiscalità e i crediti d’imposta
DARPA (Ricerca avanzata nel settore della difesaAgenzia di progetti)Agenzia federale (DoW)Finanziamento di tecnologie dirompenti a duplice usoProgrammi di ricerca e sviluppo, incarichi tecnologiciEspansione nei settori dell’intelligenza artificiale, della sicurezza informatica e dei semiconduttori avanzatiIstituzione emblematica dello Stato americano innovatore: culla storica dell’innovazione militare e civile
CFIUS((Commissione per gli investimenti esteri negli Stati Uniti)Comitato interministerialeControllo degli investimenti esteri in entrataFiltraggio FDI, blocco delle acquisizioni sensibiliImportante potenziamento tramite FIRRMA (2018)Trasforma gli investimenti stranieri in una questione di sicurezza nazionale in senso lato
Ministero del Commercio (BIS – Ufficio per l’industria e la sicurezza)Amministrazione federaleControllo delle esportazioni tecnologicheControlli sulle esportazioni, elenco delle entità, restrizioni tecnologicheIperattivazione contro la Cina (semiconduttori)Diventa uno strumento fondamentale della guerra economica e tecnologica
Dipartimento del Tesoro (OFAC)Amministrazione federaleSanzioni economiche e finanziarieSanzioni secondarie, congelamento dei beniEstensione extraterritoriale delle sanzioniPilastro della potenza finanziaria americana: arma sistemica del dollaro
Dipartimento dell’Energia(DOE)Ministero competenteTransizione energetica e innovazione industrialeUfficio Programmi di Finanziamento, sovvenzioni per l’energia, il nucleare e le batterieEspansione su larga scala con IRADiventa un banchiere industriale della transizione energetica
Fondazione Nazionale per la Scienza (NSF)Agenzia di ricercaFinanziamento della ricerca di baseBorse di studio universitarie, programmi di IA/quantisticaAumento consistente del bilancio (CHIPS Act)Pilastro della catena innovazione → industrializzazione
Istituti Nazionali di Sanità (NIH)Agenzia per la ricerca biomedicaLeadership nel settore delle biotecnologie e della sanitàFinanziamento della ricerca medicaAccelerazione post-COVIDStruttura del potere statunitense nel settore delle biotecnologie e della salute globale
Ufficio del Rappresentante commerciale degli Stati Uniti (USTR)Amministrazione commercialePolitica commerciale internazionaleNegoziazione di accordi e tariffe, Sezione 301In opposizione alla Cina dal 2017Progressiva fusione tra commercio e sicurezza nazionale
Sistema della Federal ReserveBanca centrale indipendenteCondizioni monetarie degli investimenti industrialiTassi di riferimento, liquidità, Quantitative EasingRuolo indiretto nella reindustrializzazioneUn fattore indiretto ma cruciale: influisce sulla capacità di investimento industriale
Consiglio economico nazionale della Casa Bianca(NEC)Organo esecutivo di coordinamentoCoordinamento macroeconomico e industrialeArbitrato interagenziaRuolo rafforzato sotto Clinton e poi sotto Biden“Stato stratega interno”: punto di incontro tra politica industriale e macroeconomia
Pentagono (Ministero della Guerra)Ministero della Guerra (ex Ministero della Difesa)Innovazione duale e domanda tecnologicaAppalti pubblici, ricerca e sviluppo nel settore della difesa,  catena di approvvigionamento sicuraRitorno al settore dei semiconduttori e dell’intelligenza artificialeUn vero e proprio investitore tecnologico che ha plasmato il capitalismo americano
Allegato 2

Stato stratega e cambiamento geoeconomico : Gli strumenti attuali della politica industriale statunitense (2009–2025)

StrumentoMeccanismoPeriodo di intensificazioneObiettivo strategicoCommento analitico (funzione strutturale)Commento geoeconomico (lettura sistemica)
Sovvenzioni dirette (IRA, CHIPS Act)Un massiccio finanziamento pubblico destinato a settori critici (energia, semiconduttori, batterie)2021–2025Delocalizzazione industriale e leadership tecnologicaIl passaggio da uno Stato regolatore a uno Stato promotore di strutture industriali. La sovvenzione diventa uno strumento per lo sviluppo delle capacità, non più per la correzione del mercato.Strumento di «riconfigurazione delle catene del valore globali»: lo Stato americano diventa un attore nella scelta dei siti produttivi globali e non più un semplice beneficiario della globalizzazione.
Incentivi fiscali (crediti d’imposta, crediti alla produzione)Sgravio fiscale subordinato alla produzione e agli investimenti interniAnni 2010–2025Orientamento dei flussi di investimenti privatiLo Stato interviene indirettamente attraverso i segnali di prezzo fiscali, dando vita a una pianificazione decentralizzata. Il mercato rimane formalmente intatto, ma fortemente orientato.Meccanismo di «governo invisibile» della globalizzazione: l’attrattività fiscale diventa uno strumento di concorrenza tra Stati per le capacità industriali.
Prestiti e garanzie pubbliche (DOE Loan Programs Office)Credito pubblico a lungo termine per progetti industriali ad alto rischio2009–2025 (accelerazione post-IRA)«Riduzione del rischio» degli investimenti strategiciLo Stato svolge il ruolo di assicuratore sistemico delle transizioni industriali, assumendosi il rischio tecnologico e finanziario.Ritorno alla logica del «capitalismo di Stato di sicurezza»: gli investimenti privati sono resi possibili dalla potenza finanziaria pubblica federale.
Appalti pubblici strategici (difesa, energia, tecnologie verdi)Appalti pubblici destinati a settori criticiContinua forte espansione nel periodo 2017–2025Creazione di mercati industriali chiusiGli appalti pubblici stanno diventando uno strumento per orientare la domanda industriale e non più un semplice meccanismo di acquisto.Lo Stato crea artificialmente mercati mondiali indiretti: l’autorità pubblica statunitense diventa un «acquirente trainante» di tecnologie globali.
Partnership pubblico-privato (PPP tecnologici)Coinvestimenti tra Stato e imprese (Big Tech, difesa, energia)Anni 2000–2025Accelerazione dell’innovazione e integrazione tecnologicaProgressiva fusione tra l’apparato statale e le grandi aziende tecnologiche nella produzione di innovazione strategica.L’emergere di un «capitalismo di coproduzione del potere»: le imprese diventano strumenti quasi statali di proiezione tecnologica.
Condizioni industriali e territoriali (norme sul contenuto locale)Sovvenzioni subordinate alla produzione sul territorio statunitense2022–2025« reshoring»  (rimpatrio) delle attività industrialiIntroduzione di una logica di sovranità produttiva: l’accesso al sostegno pubblico dipende dall’ubicazione industriale.Il ritorno di una logica quasi mercantilista in un sistema globalizzato: la territorialità torna a essere un criterio fondamentale del potere economico.
Allegato 3

Strumenti attuali della politica industriale statunitense (con ordini di grandezza di bilancio)

StrumentoMeccanismoPeriodoFinalitàCommento analiticoCommento geoeconomicoOrdini di grandezza di bilancio
Sovvenzioni dirette (IRA, CHIPS Act)Sovvenzioni + crediti per investimenti industriali2021–2025Riorganizzazione + leadership tecnologicaStato produttore con un sistema industrialeRiorganizzazione delle catene del valore globaliIRA: circa 369 miliardi di dollari (energia/clima su 10 anni) CHIPS Act: ~52,7 miliardi di dollari + ~200 miliardi di dollari di ricadute economiche (nel settore privato)
Agevolazioni fiscali (crediti d’imposta IRA)Crediti d’imposta per la produzione e gli investimentiAnni 2010–2025Orientamento degli investimentiPianificazione indiretta tramite il sistema fiscaleConcorso interstatale per gli investimentiCosto stimato: da 500 a 800 miliardi di dollari in 10 anni (secondo il CBO e le analisi della Brookings Institution)
Prestiti e garanzie (Ufficio Programmi di Prestito del DOE)Finanziamenti pubblici per progetti industriali2009–2025«Riduzione del rischio» industrialeStato assicuratore durante la transizioneCapitalismo della sicurezzaCapacità di impegno: >400 miliardi di dollari autorizzati; portafoglio attivo ~100–150 miliardi di dollari
Appalti pubblici strategiciOrdini nei settori della difesa, dell’energia e della tecnologiaContinuaDeposito di una domanda di brevettoLo Stato come acquirente di riferimentoStrutturazione dei mercati globaliDifesa degli Stati Uniti: ~850–900 miliardi di dollari all’anno (bilancio totale del Dipartimento della Difesa) ; quota tecnologica in crescita
Partnership pubblico-privato (PPP)Cofinanziamento per l’innovazioneAnni 2000–2025Accelerazione dell’innovazioneIbridazione tra Stato e Big TechCoproduzione di energiaVolumi stanziati: diverse decine di miliardi di dollari all’anno (NSF + DOE + programmi di IA/energia)
Requisiti industriali (contenuto locale)Sovvenzioni subordinate alla produzione statunitense2022–2025Reshoring o riterritorializzazioneSovranità produttivaIl ritorno del mercantilismo strategicoCosti indiretti inclusi nell’IRA/CHIPS (~400–600 miliardi di dollari di effetti cumulativi)

Fonti: Testi FIRRMA  (2018), i regolamenti del U.S. Department of Commerce (Bureau of Industry and Security) e i rapporti OFAC del Department of the Treasury. Le analisi strategiche si basano su Farrell & Newman (2019), Edward Fishman (Chokepoints, 2022) e Henry Farrell (Johns Hopkins SAIS). Dati economici provenienti dal Bureau of Economic Analysis (BEA) e dalle stime del Peterson Institute for International Economics (PIIE). La dimensione dottrinale è completata da Blackwill & Harris (2016) e dai lavori dell’Atlantic Council su “economic security state

Allegato 4

Andamento dei fondi destinati alle politiche industriali negli Stati Uniti (1993–2025)

AmministrazionePeriodoVolume finanziario complessivo della politica industriale (ordine di grandezza)Strumenti principaliOrientamento strategicoLettura analitica (rottura / continuità)
Bill Clinton1993–2001~10-30 miliardi di dollari all’anno (dato implicito, escluso il settore della difesa)NSF, NIH, DARPA, NEC, infrastrutture tecnologicheInnovazione, competitività, economia della conoscenzaStato innovatore diffuso: politica industriale non denominata ma concettualizzata, integrata nella ricerca e nella difesa
George W. Bush2001–2009~20-50 miliardi di dollari all’anno (settore della difesa + R&S duale)Rafforzamento della difesa, della ricerca e sviluppo, della sicurezza interna e del NIHSicurezza nazionale + tecnologia dualeSi sta andando verso la tutela dell’innovazione, ma senza una dottrina industriale esplicita
Barack Obama2009–2017~80-150 miliardi di dollari complessivi (ARRA + DOE + energia + innovazione)ARRA (piano di stimolo), Programmi di prestiti del DOE, tecnologie puliteTransizione energetica + innovazione post-crisiPrima svolta: il ritorno discreto dello Stato industriale sulla scia della crisi finanziaria
Donald Trump (I) e (II)2017–2021 e 2025 – in corso~50-150 miliardi di dollari (compresa la guerra commerciale + il piano CHIPS avviato + la difesa)Tariffe in Cina, CFIUS rafforzato, controlli sulle esportazioniRivalità con la Cina + sovranità industrialePassaggio alla geoeconomia conflittuale, inizio della politicizzazione delle catene del valore
Joe Biden2021–2025~1.000-1.500 miliardi di dollari (10 anni complessivi: IRA + CHIPS + IIJA + crediti d’imposta)IRA (~369 miliardi), CHIPS (~280 miliardi), crediti d’imposta (~500–800 miliardi), prestiti del DOEReindustrializzazione + clima + sicurezza tecnologicaRottura radicale: un approccio strategico dichiarato, una pianificazione indiretta su vasta scala

Fonti: I dati di bilancio aggregati provengono dalle serie storiche dell’U.S. Office of Management and Budget (OMB) e dalle relazioni del Congressional Budget Office (CBO). Le analisi settoriali si basano sui bilanci federali di R&S (NSF, NIH, DARPA, DOE) e sulle statistiche del White House Office of Science and Technology Policy(OSTP). Le valutazioni dei programmi recenti (IRA, CHIPS Act) si basano sul CBO (2022–2025) e Brookings Institution. Infine, le interpretazioni dottrinali si avvalgono di Rodrik (2017), Atkinson (2012) e Mazzucato (2013) sull’ascesa dello Stato imprenditore e stratega.

Allegato 5

Stima aggregata finanziamenti o incentivi industriali

Amministrazione             Ordine di grandezza 
Clinton (1993-2000)               da 150 a 250 miliardi di dollari
Bush (2001-2008)               da 300 a 500 miliardi di dollari
Obama (2009-2016)               Da 500 a 800 miliardi di dollari
Trump I (2017-2020)               300-600 miliardi di dollari
Biden (2021-2025)       da 1.200 a 1.500 miliardi di dollari
Trump II (2025-2029, proiezione a metà 2026)         da 900 a 1.400 miliardi di dollari
Allegato 6

I principali strumenti della politica industriale dell’amministrazione Trump II (2025-2026)

Asse strategicoIspiratori / riferimenti dottrinaliStrumenti utilizzatiIstituzioni pilotaOrdine di grandezza finanziario (2025-2026)Commento
Reindustrializzazione del settore manifatturieroStephen Miran, Oren Cass, Robert LighthizerTariffe settoriali, preferenze nazionali, delocalizzazioniCasa Bianca,USTRDipartimento del CommercioDa 100 a 300 miliardi di dollari di investimenti privati indottiIl settore manifatturiero è considerato una risorsa strategica e non più una semplice variabile economica. 
SemiconduttoriContinuità del CHIPS Act, ma con un riorientamento più nazionalistaTariffe a consumo, condizioni di investimento, controlli tecnologiciDipartimento del Commercio, BISDa 50 a 80 miliardi di dollari mobilitati o riassegnatiParticolare attenzione alla localizzazione fisica delle capacità produttive sul territorio statunitense. 
Minerali critici e terre rareDottrina di sicurezza economica; strategia di autonomia delle catene criticheDefense Production Act, prestiti federali, accelerazione delle autorizzazioni minerarieDOE, DoW, DFC, Dipartimento degli Internida 50 a 100 miliardi di dollariLa dipendenza dalla Cina viene esplicitamente definita una vulnerabilità strategica. 
Politica commerciale aggressivaStephen Miran, Robert LighthizerTariffe reciproche, Sezione 232, IEEPAUSTR, Dipartimento del Tesoro, Casa BiancaImpatto economico pari a diverse centinaia di miliardi di dollari di scambi commercialiIl commercio diventa una leva per la ristrutturazione industriale e non più solo uno strumento di politica commerciale. 
Sicurezza tecnologicaL’eredità del primo mandato di Trump e la continuità bipartisanControlli sulle esportazioni, restrizioni tecnologiche, sanzioni mirateBIS, Dipartimento del Commercio, CFIUSNon ha incidenza sul bilancio, ma ha un impatto significativo sui flussi tecnologiciCrescente convergenza tra politica industriale e sicurezza nazionale. 
Politica energetica e infrastrutture criticheLa dottrina «America First» applicata alle risorse strategicheSostegno alle infrastrutture energetiche, al settore nucleare, ai data center e all’intelligenza artificialeDOE, DoWDiverse decine di miliardi di dollariL’energia è considerata una condizione fondamentale per la potenza industriale. 
Approvvigionamento esterno di risorse criticheIl corollario di Trump alla dottrina MonroeDiplomazia mineraria, accordi bilaterali, sicurezza delle catene di approvvigionamentoDipartimento di Stato, Dipartimento del Commercio, Dipartimento del LavoroVaria a seconda dei progettiGrande attenzione al litio, al rame e alle terre rare dell’America Latina e dell’Artico.

[1] Alexander Hamilton, Report on Manufactures, presentato alla Camera dei Rappresentanti degli Stati Uniti il 5 dicembre 1791, Filadelfia, Childs and Swaine, 1791, 58 pp., in particolare pp. 1-39; cfr. anche Harold C. Syrett (a cura di), The Papers of Alexander Hamilton, vol. X, New York, Columbia University Press, 1966, pp. 230-340. Sul ruolo di Hamilton nella tradizione della politica industriale americana, cfr. Douglas A. Irwin, Clashing over Commerce. A History of US Trade Policy, Chicago, University of Chicago Press, 2017, 832 pp., in particolare pp. 69-96; Michael Lind, Land of Promise. An Economic History of the United States, New York, Harper, 2012, 592 pp., in particolare pp. 45-72. 

[2] Ibid..

[3] Alexis de Tocqueville, Della democrazia in America, Seconda parte, Libro IV, cap. XX, Parigi, Pagnerre, 1848, vol. IV, p. 178. Ristampa a cura di Françoise Mélonio, Parigi, Gallimard, coll. «Bibliothèque de la Pléiade», vol. II, 1992, 1736 p., in particolare pp. 322-329 e pp. 731-736. Sulle analisi tocquevilliane dell’industria e dell’economia americana, cfr. Pierre Manent, Tocqueville et la nature de la démocratie, Parigi, Fayard, 1982, 181 p., in particolare pp. 121-150; Lucien Jaume, Tocqueville. Le fonti aristocratiche della libertà, Parigi, Fayard, 2008, 476 p., in particolare pp. 253-286.

[4] Mariana Mazzucato, The Entrepreneurial State. Debunking Public vs. Private Sector Myths, Londra, Anthem Press, 2013, 266 pp., in partic. p. 83-125 ; Fred Block e Matthew R. Keller (a cura di), State of Innovation. The U.S. Government’s Role in Technology Development, Boulder (Colorado), Paradigm Publishers, 2011, 352 p., in partic. p. 1-32 e p. 257-286; Linda Weiss, America Inc.? Innovation and Enterprise in the National Security State, Ithaca, Cornell University Press, 2014, 264 p., in partic. p. 1-41 e p. 169-223.

[5] Council on Competitiveness, Gaining New Ground. Technology Priorities for America’s Future, Washington D.C., Council on Competitiveness, 1991, 95 p., in partic. p. 1-18 ; Council on Competitiveness, Picking Up the Pace. The Commercial Challenge to American Innovation, Washington D.C., 1988, 68 p., in partic. p. 3-22 ; National Research Council, The Government Role in Civilian Technology. Building a New Alliance, Washington D.C., National Academy Press, 1992, 328 p., in particolare p. 1-27.

[6] Robert B. Reich, The Work of Nations. Preparing Ourselves for 21st Century Capitalism, New York, Alfred A. Knopf, 1991, 331 pp., in partic. p. 3-17 e p. 171-184; Laura D’Andrea Tyson, Who’s Bashing Whom? Trade Conflict in High-Technology Industries, Washington D.C., Institute for International Economics, 1992, 311 p., in partic. p. 1-25 e p. 117-168; Lester C. Thurow, Head to Head. The Coming Economic Battle among Japan, Europe and America, New York, William Morrow and Company, 1992, 336 p., in partic. p. 25-59 e p. 273-311; Stephen S. Cohen e John Zysman, Manufacturing Matters. The Myth of the Post-Industrial Economy, New York, Basic Books, 1987, 297 p., in partic. p. 3-30 e p. 245-270. A questo gruppo di studiosi, per lo più democratici, va aggiunto Michael E. Porter, The Competitive Advantage of Nations, New York, Free Press, 1990, 855 pp., in particolare p. 71-130; Paul Krugman, Premio Nobel per l’Economia, « Competitiveness: A Dangerous Obsession », Foreign Affairs, vol. 73, n. 2, marzo-aprile 1994, p. 28-44; Clyde V. Prestowitz Jr., Trading Places. How We Allowed Japan to Take the Lead, New York, Basic Books, 1988, 394 p., in partic. p. 1-38 e p. 285-337.

[7] François Souty, «I fondamenti teorici della politica economica del presidente Clinton», Chroniques de la SEDEIS, vol. 42, n. 9, Parigi, S.E.D.E.I.S., settembre 1993, p. 371-380; François Souty, «Politica della concorrenza dell’amministrazione Clinton», Chroniques économiques de la SEDEIS, vol. 43, n. 3, Parigi, S.E.D.E.I.S., marzo 1994, p. 89-98; François Souty, «La politica aeronautica dell’amministrazione Clinton», Chroniques économiques de la SEDEIS, vol. 43, n. 6, Parigi, S.E.D.E.I.S., giugno 1994, pp. 207-214; François Souty, La politica della concorrenza degli Stati Uniti, Parigi, Presses Universitaires de France, coll. «Que sais-je?», marzo 1995, 128 p.; François Souty, «Globalizzazione economica e politica della concorrenza», Chroniques économiques de la SEDEIS, vol. 44, n. 10, Parigi, S.E.D.E.I.S., ottobre 1995, pp. 387-395. Per completare questa riflessione sull’evoluzione delle forme contemporanee del potere economico, si veda anche F. Souty, «Il diritto cinese della concorrenza: dalla legge antimonopolio del 2007 alla regolamentazione strategica di un’economia di mercato integrata (2008-2025)», Le Diplomate Média, 29 aprile 2026, 40 p., in particolare p. 1-40.

[8] F. Souty, «I fondamenti teorici della politica economica del presidente Clinton», Chroniques de la SEDEIS, vol. 42, n. 9, settembre 1993, pp. 371-380; F. Souty, La politica della concorrenza degli Stati Uniti, Parigi, Presses Universitaires de France, collana « Que sais-je ? », marzo 1995, 128 p., in particolare pp. 55-78.

[9] Robert B. Reich, Op. cit., p. 3-17; Laura D’Andrea Tyson, op. cit., p. 117-168; Lester C. Thurow, op. cit.., pp. 25-59.

[10] R. Reich et al.Op. cit. cfr. nota 9.

[11] V. F. Souty, op. cit., nota 8.

[12] Ezra Vogel, Japan as Number One. Lessons for America, Cambridge (Mass.), Harvard Univ. Press, 1979, 272 p.; Clyde V. Prestowitz Jr., Trading Places. How We Allowed Japan to Take the Lead, New York, Basic Books, 1988, 336 p., pp. 1-40.

[13] Chalmers Johnson, MITI and the Japanese Miracle. The Growth of Industrial Policy, 1925-1975, Stanford, Stanford University Press, 1982, 393 p., in particolare pp. 17-34 e pp. 305-324.

[14] Michael E. Porter, op. cit., in particolare pp. 71-130 e pp. 545-582.

[15] Paul Krugman, « Competitività: un’ossessione pericolosa », Foreign Affairs, vol. 73, n. 2, marzo-aprile 1994, pp. 28-44.

[16] Council on Competitiveness, Gaining New Ground. Priorità tecnologiche per il futuro dell’America, Washington D.C., Council on Competitiveness, 1991, 95 p., in particolare pp. 1-18 e pp. 59-76.

[17] Michael E. Porter, op. cit.. pp. 71-130, 344-378 e 545-582.

[18] Paul Krugman, « Competitività: un’ossessione pericolosa », Foreign Affairs, vol. 73, n. 2, marzo-aprile 1994, pp. 28-44, in particolare p. 30-36.

[19] Council on Competitiveness, op. cit.; Council on Competitiveness, Endless Frontier, Limited Resources. U.S. R&D Policy for Competitiveness, Washington D.C., 1996, 84 p., in particolare pp. 5-27.

[20] Robert B. Reich, op. cit., note alle pagg. 3-17, 109-140 e 171-184.

[21] Robert B. Reich, The Work of Nations. op. cit., in particolare pp. 3-17, pp. 109-140 e pp. 171-184.

[22] Laura D’Andrea Tyson, op. cit.., in particolare pp. 1-25, pp. 117-168 e pp. 227-281; Laura D’Andrea Tyson, Who’s Bashing Whom? Quest’opera è stata ristampata nel 1993.

[23] Lester C. Thurow, Head to Head, op. cit.,  in particolare pp. 25-59, pp. 147-197 e pp. 273-311.

[24] François Souty, «I fondamenti teorici della politica economica del presidente Clinton», Chroniques de la SEDEIS, vol. 42, n. 9, Parigi, S.E.D.E.I.S., settembre 1993, pp. 371-380; Ira C. Magaziner e Robert B. Reich, Minding America’s Business. The Decline and Rise of the American Economy, New York, Vintage Books, 1983, 423 pp., in particolare pp. 313-382

[25] François Souty, «I fondamenti teorici della politica economica del presidente Clinton», op. cit., pp. 371-380; Laura D’Andrea Tyson, Who’s Bashing Whom? op. cit., e Robert B. Reich, op. cit.

[26] François Souty, «La politica aeronautica dell’amministrazione Clinton», Chroniques économiques de la SEDEIS, vol. 43, n. 6, Parigi, S.E.D.E.I.S., giugno 1994, pp. 207-214; Stephen S. Cohen e John Zysman, Manufacturing Matters, New York, Basic Books, 1987.

[27] Kenneth Lieberthal e Michael E. Oksenberg, Policy Making in China: Leaders, Structures, and Processes, Princeton, Princeton University Press, 1988, pp. 3-25 e 201-230 ; Barry Naughton, The Chinese Economy: Transitions and Growth, Cambridge (Mass.), MIT Press, 2007, pp. 45-78

[28] Vedi i nostri articoli recenti : François Souty, « Il diritto cinese della concorrenza : dalla legge antimonopolio del 2007 alla regolamentazione strategica di un’economia di mercato integrata (2008-2025)»,& Le Diplomate Média, 29 aprile 2026, 37 p. e F. Souty, «Politica industriale e politica della concorrenza in Cina dal 2001: una convergenza strategica agli antipodi del modello europeo?», nbsp;Le Diplomate Média, 3 giugno 2026, 40 p. 

[29] Joseph E. Stiglitz, Globalization and Its Discontents, New York, W.W. Norton, 2002, pp. 3-30.

[30] Gary Gereffi e Miguel Korzeniewicz (a cura di), Commodity Chains and Global Capitalism, Westport, Praeger, 1994, pp. 1-20 e 221-245.

[31] Dani Rodrik, La globalizzazione è andata troppo oltre?, Washington D.C., Institute for International Economics, 1997, pp. 1-34.

[32] La Casa Bianca, La strategia nazionale per la sicurezza interna, Washington D.C., Ufficio per la sicurezza interna, luglio 2002, pp. 1-15 e 33-60.

[33] Ibid.

[34] Richard A. Clarke, Against All Enemies: Inside America’s War on Terror, New York, Free Press, 2004, pp. 85-132.

[35] Stephen E. Flynn, America the Vulnerable: How Our Government Is Failing to Protect Us from Terrorism, New York, Harper-Collins, 2004, pp. 21-58 e 133-176

[36] Henry Farrell e Abraham L. Newman, «Weaponized Interdependence: How Global Economic Networks Shape State Coercion», International Security, vol. 44, n. 1, 2019, pp. 42-79.

[37] Ben S. Bernanke, The Courage to Act: A Memoir of a Crisis and Its Aftermath, New York, W.W. Norton, 2015, pp. 95-142; Adam Tooze, Crashed: How a Decade of Financial Crises Changed the World, Londra, Allen Lane, 2018, pp. 1-40 e 161-210.

[38] Gary Gorton, Slapped by the Invisible Hand: The Panic of 2007, Oxford, Oxford University Press, 2010, pp. 45-88 ; Adam Tooze, op. cit., pp. 90-135.

[39] Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti, Relazione al Congresso sul Programma di sostegno agli attivi in difficoltà (TARP), Washington D.C., 2009, pagg. 1-25 ; Sistema della Federal Reserve, Risposte alla crisi finanziaria ed espansione della politica monetaria 2008–2012, Washington D.C., rapporti successivi.

[40] Joseph E. Stiglitz, Freefall: America, Free Markets, and the Sinking of the World Economy, New York, W.W. Norton, 2010, pp. 3-38 ; Dani Rodrik, The Globalization Paradox, New York, W.W. Norton, 2011, pp. 1-45.

[41] Christina D. Romer, « The Job Impact of the American Recovery and Reinvestment Plan », Washington D.C., Council of Economic Advisers, gennaio 2009, 15 p. ; Alan S. Blinder e Mark Zandi, How the Great Recession Was Brought to an End, Princeton, Moody’s Analytics e Princeton University, 2010, p. 1-24.

[42] Barack Obama, Una strategia per l’innovazione americana. Verso una crescita sostenibile e posti di lavoro di qualità, Washington D.C., Ufficio esecutivo del Presidente, settembre 2009, 44 p., in particolare pp. 1-15; Carl J. Schramm, The Entrepreneurial Imperative, New York, Harper Business, 2011, in particolare pp. 91-128.

[43] Steven Rattner, Overhaul. An Insider’s Account of the Obama Administration’s Emergency Rescue of the Auto Industry, Boston, Houghton Mifflin Harcourt, 2010, 354 p., in particolare pp. 1-62 e pp. 265-314

[44] François Souty, «Quale politica della concorrenza per l’amministrazione Obama?» Concurrences n. 1-2009, pp. 74-79

[45] Joseph E. Stiglitz, Freefall. America, Free Markets, and the Sinking of the World Economy, New York, W.W. Norton, 2010, 361 p., in particolare pp. 3-38 e pp. 221-273.

[46] Ufficio esecutivo del Presidente, Una strategia per l’innovazione americana, op. cit., pp. 21-37 ; Comitato direttivo del Partenariato per la produzione avanzata, Capturing Domestic Competitive Advantage in Advanced Manufacturing, Washington D.C., luglio 2012, 74 p.

[47] Barry Naughton, Op. cit., in partic. p. 431-504 ; Peter Navarro, Death by China, Upper Saddle River, Pearson FT Press, 2011, p. 1-57.

[48] François Souty, op. cit. n. 1-2009, pp. 74-79.

[49] Susan Helper, Timothy Krueger e Howard Wial, Why Does Manufacturing Matter? Which Manufacturing Matters?, Washington D.C., Brookings Institution, febbraio 2012, 22 pagine, in particolare pp. 1-15.

[50] Consiglio dei consulenti del Presidente per la scienza e la tecnologia (PCAST), Garantire la leadership americana nella produzione avanzata, Washington D.C., giugno 2011, 108 p., in partic. p. 1-34; Consiglio Nazionale delle Ricerche, Creare valore per l’America. Abbracciare il futuro della produzione, della tecnologia e del lavoro, Washington D.C., National Academies Press, 2012, 352 p

[51] Agenzia internazionale per l’energia, Energy Technology Perspectives 2012, Parigi, OCSE/AIE, 2012, in partic. p. 45-96 ; Ernest J. Moniz e Daniel Poneman, The Climate Challenge and the Future of Energy Technology, Cambridge (Mass.), MIT Press, 2015, p. 101-176.

[52] Ashton B. Carter e William J. Perry, Preventive Defense. A New Security Strategy for America, Washington D.C., Brookings Institution Press, rist. 2017, in partic. pp. 289-331; Linda Weiss, America Inc.? Innovation and Enterprise in the National Security State, Ithaca, Cornell University Press, 2014, in partic. pp. 169-223.

[53] Chalmers Johnson, MITI and the Japanese Miracle: The Growth of Industrial Policy, 1925–1975, Stanford, Stanford University Press, 1982, pp. 3-45 ; Robert Wade, Governing the Market: Economic Theory and the Role of Government in East Asian Industrialization, Princeton, Princeton University Press, 1990, pp. 28-75.

[54] Sebastian Heilmann, Red Swan: How Unorthodox Policy-Making Facilitated China’s Rise, Hong Kong, The Chinese University Press, 2018, pp. 55-102 ; Barry Naughton, The Chinese Economy: Transitions and Growth, Cambridge (Mass.), MIT Press, 2007, pp. 410-455 ; Angela Huyue Zhang, High Wire: How China Regulates Big Tech and Governs Its Economy, Oxford, Oxford University Press, 2024, pp. 15-60.

[55] Henry Farrell e Abraham L. Newman, op. cit., pp. 42-79.

[56] Harry First, «Antitrust in a Global Context», New York University Law Review, vol. 84, 2009, pp. 205-260; Harry First & Spencer Weber Waller, Antitrust Law in Global Competition, Cambridge, Cambridge University Press, 2013, pp. 1-40.

[57]  François Souty, Il diritto cinese della concorrenza: dalla legge antimonopolio del 2007 alla regolamentazione strategica di un’economia di mercato integrata (2008-2025)Le Diplomate Média, 29 aprile 2026, 40 p.

[58] Clyde V. Prestowitz, The Betrayal of American Prosperity, New York, Free Press, 2010, pp. 1-45 ; Robert D. Atkinson, Innovation Economics: The Race for Global Advantage, New Haven, Yale University Press, 2012, pp. 3-38.

[59] Dani Rodrik, La globalizzazione è andata troppo oltre?, Washington D.C., Institute for International Economics, 1997, pp. 35-72 ; Paul Krugman, Pop Internationalism, Cambridge (Mass.), MIT Press, 1996, pp. 85-120.

[60] Chris Miller, Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology, New York, Scribner, 2022, pp. 1-55.

[61] Jennifer Hillman, Trading Places: How We Allowed China to Take the Lead in Global Trade, Oxford, Oxford University Press, 2020, pp. 60-110 ; Edward Alden, Failure to Adjust: How Americans Got Left Behind in the Global Economy, Washington D.C., Council on Foreign Relations Press, 2016, pp. 90-140.

[62] Henry Farrell & Abraham L. Newman, op. cit.., pp. 42-79.

[63] Dani Rodrik, Straight Talk on Trade: Ideas for a Sane World Economy, Princeton, Princeton University Press, 2017, pp. 211-245 ; Adam S. Posen, « The End of Globalization? What Russia’s War in Ukraine Means for the World Economy », Foreign Affairs, vol. 101, n° 3, 2022, pp. 28-39 ; Jake Sullivan, « Remarks on Renewing American Economic Leadership », Brookings Institution, Washington D.C., 2023 (discorso).

[64] Casa Bianca, Costruire catene di approvvigionamento resilienti, rilanciare l’industria manifatturiera americana e promuovere una crescita diffusa, Washington D.C., giugno 2021, pagg. 1-40 ; Dipartimento del Commercio degli Stati Uniti, Strategia di attuazione del CHIPS and Science Act, Washington D.C., 2022, pagg. 5-38.

[65] Henry Farrell & Abraham L. Newman, op. cit., pp. 42-79. Cfr. anche Kathleen McNamara, « The Politics of Everyday Europe and America’s Return to Industrial Policy », Review of International Political Economy, vol. 30, n° 2, 2023, pp. 450-478.

[66]  Henry Farrell e Abraham L. Newman, op. cit..

[67] Kathleen McNamara, «La politica industriale nell’era della geoeconomia», Review of International Political Economy, vol. 30, n. 2, 2023, pp. 450-478.

[68] Chris Miller, Chip War: The Fight for the World’s Most Critical Technology, New York, Scribner, 2022, pp. 1-55.

[69] Robert D. Blackwill e Jennifer M. Harris, War by Other Means: Geoeconomics and Statecraft, Cambridge (Mass.), Harvard University Press, 2016, pp. 1-40. 

[70] Hal Brands, American Grand Strategy in the Age of Trump, Washington D.C., Brookings Institution Press, 2018, pp. 45-90 ; Time Magazine, “La visione di politica estera bicentenaria alla base del rilancio della Dottrina Monroe da parte di Trump”, 2026.

[71] The Hill, «Il rilancio della Dottrina Monroe da parte di Trump ridefinisce la strategia degli Stati Uniti nell’emisfero occidentale», Washington D.C., 2025, analisi politica (edizione online).

[72] David Lubin, “The Economics of the New Monroe Doctrine”, Chatham House – International Affairs Commentary, 2025, pp. 1-6.

[73] Stephen Miran, “Intervento all’Hudson Institute sulla strategia economica degli Stati Uniti e gli squilibri globali”, Washington D.C., Hudson Institute, 7 aprile 2025. Importante discorso del Presidente del Council of Economic Advisors del Presidente degli Stati Uniti, che espone con estrema chiarezza le ragioni strategiche dell’amministrazione Trump II. 

[74] François Souty, «L’accordo di Turnberry e la ridefinizione delle relazioni commerciali transatlantiche», Le Diplomate Média, Parigi, 2025, pp. 1-14.


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François Souty

François Souty

François Souty è presidente esecutivo dello studio LRACG Conseil, specializzato in strategie europee e diritto della concorrenza, docente presso l’Excelia Business School (La Rochelle-Tours-Cachan) e l’Università Cattolica dell’Ovest (Niort), nonché docente incaricato presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Nantes. In precedenza è stato Esperto Nazionale Distaccato presso la Commissione Europea (relatore antitrust sui mercati finanziari dal 2018 al 2021 e responsabile degli affari internazionali in materia di concorrenza presso la DG Concorrenza dal 2021 al 2024), è stato consulente economico europeo per la politica della concorrenza presso il governo della Georgia a Tbilisi nel 2017-2018. A lungo direttore dipartimentale della DGCCRF presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (dal 1982 al 2024), è stato anche professore associato all’Università di La Rochelle (dal 1996 al 2018). Membro dei comitati di esperti sulla concorrenza dell’OCSE e dell’UNCTAD dal 1992 al 2018, ha partecipato ai lavori dell’OMC sul commercio internazionale e la politica della concorrenza dal 1997 al 2004. Tra i fondatori del Cercle Jefferson, del Cercle K2 e della rivista Concurrences nel 2004, è autore di una dozzina di libri o rapporti internazionali e di oltre un centinaio di articoli accademici in materia di diritto e politica della concorrenza e di storia economica. Attualmente sta preparando la quinta edizione di «Diritto e politica della concorrenza dell’Unione Europea» presso LGDJ-Montchrestien (collana Clefs). È autore di una tesi di dottorato in storia economica all’Università di Parigi III sui monopoli delle Compagnie delle Indie olandesi nel XVIII secolo. François Souty è Ufficiale dell’Ordine Nazionale al Merito.

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La fortezza di Macron: come blindare un Paese prima di lasciarlo _ di H16

OPINIONE – La fortezza di Macron: come blindare un Paese prima di lasciarlo

Di H 16 / 12.06.2026

La fortezza Macron
Illustrazione H16

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Ci sono due modi per lasciare il potere: chiudere la porta, oppure portarsi via le chiavi, il codice di accesso e la planimetria dettagliata. Emmanuel Macron, con una discrezione sempre più omeopatica, sembra aver optato per la seconda. A un anno dalle sue dimissioni e da ciò che la scelta del ritiro potrebbe comportare, il capo dello Stato sta preparando meticolosamente il terreno.

Per raggiungere questo obiettivo, deve consolidare il panorama politico del paese e, per riuscirci, deve iniziare con nomine oculate.

Cominciamo dal custode dei custodi, ovvero la presidenza del Consiglio costituzionale: convenientemente spetta a Richard Ferrand, fedele tra i fedeli, convalidato da un solo voto grazie a un’astensione (provvisoria? negoziata?) dal Rassemblement National.

Pertanto, la tutela della Costituzione è affidata a un uomo che a malapena ne possiede le qualifiche, e la cui unica tangibile qualifica “costituzionale” è stata la sua lunga permanenza come presidente del gruppo macronista. Inoltre, appena insediatosi, il nostro uomo ha licenziato il Segretario Generale della Camera per “divergenze di opinione”.

Passiamo ai conti: per controllare la “sincerità” delle finanze pubbliche, cosa potrebbe essere più rassicurante che nominare l’attuale Ministro dei Conti Pubblici? Su queste pagine abbiamo parlato lo scorso febbraio di come Amélie de Montchalin sia entrata a far parte della Corte dei Conti per controllare spudoratamente i propri bilanci. Si potrebbe dire che è un gesto audace.

Essendo la posizione irrevocabile e la persona in questione di età insolitamente avanzata per tale incarico, nulla le impedisce di rimanervi fino al pensionamento, ovvero all’incirca intorno al 2054. L’associazione Anticor ha infatti presentato ricorso al Consiglio di Stato ; auguriamo loro buona fortuna.

Stavamo parlando di conti, passiamo alla valuta: alla Banca di Francia, l’ex Segretario Generale del Palazzo dell’Eliseo, Emmanuel Moulin, succede opportunamente a un governatore che, guarda caso, ha lasciato l’incarico un po’ prima del previsto. La sua nomina è stata “convalidata” con 52 voti a favore e 58 contrari. Sì, la maggioranza dei parlamentari ha effettivamente votato contro questa nomina, ma poiché era necessaria una maggioranza dei tre quinti per bloccarla, il controllo del potere è fallito educatamente. Questa è la genialità del sistema: i freni ci sono, ma sono freni da bicicletta montati su ruote da camion.

Per essere efficace, il controllo delle istituzioni deve essere accompagnato dal controllo del territorio. Questa situazione è quanto mai opportuna: il capo di gabinetto del Presidente, Georges-François Leclerc, è stato appena nominato prefetto della regione Île-de-France dopo soli sei mesi al Palazzo dell’Eliseo.

Il mondo fisico è ormai ben definito. Quanto al mondo digitale, state tranquilli, c’è ARCOM.

Leggi anche: ANALISI – La Cina sta utilizzando gli elementi delle terre rare come armi per indebolire le catene di approvvigionamento della difesa statunitense

L’autorità di regolamentazione ha infatti presentato il suo piano strategico 2026-2028 , una trentina di pagine che, con il pretesto di “proteggere i francesi”, tema che trattiamo regolarmente in queste rubriche , prevede una gamma piuttosto ampia di misure : verifica generalizzata dell’età (perché controllare che un minore non acceda a un servizio significa – guarda caso! – controllare tutti), contrasto alle “dinamiche diffuse di incitamento all’odio” (un concetto non presente nel codice penale, quindi estendibile a piacimento), regolamentazione dei contenuti che presentano un “rischio sistemico” per la salute pubblica e una forte diffidenza nei confronti delle VPN.

È un meccanismo elegante, dato che ARCOM non censura ufficialmente nulla e si limita a minacciare le piattaforme con multe fino al 6% del fatturato globale qualora gestiscano in modo inadeguato questi rischi vagamente definiti. Ribattezzando la censura come autoregolamentazione, vedrete, funzionerà benissimo.

Tutto ciò è senz’altro positivo, ed è saggio avere persone sagge in posizioni di responsabilità, ma abbiamo comunque bisogno delle leggi giuste per cogliere le giuste opportunità!

È qui che, discretamente inserita nella revisione della legge sulla programmazione militare, si colloca la creazione di uno “stato di allerta per la sicurezza nazionale”.

Il testo è stato approvato senza difficoltà con 440 voti favorevoli e 122 contrari , e il suo articolo “chiave” autorizza il governo ad attivare un regime eccezionale con un semplice decreto del Consiglio dei Ministri , in caso di “minaccia grave e imminente”, con il Parlamento convocato solo per la proroga e per evitare di apparire troppo autoritario sulla carta.

Il Consiglio di Stato ha preso atto con serietà della creazione di un nuovo regime giuridico di applicazione eccezionale, ma poiché il Ministro delle Forze Armate ha giurato che “le libertà individuali non devono essere toccate”, francamente, rilassatevi e dimenticate quei noiosi episodi in cui ci era stato assicurato che non sarebbe mai stato richiesto un lasciapassare sanitario per andare al ristorante, d’accordo?

Tuttavia, viene da chiedersi: perché tanto zelo da parte di un uomo che avrebbe dovuto andarsene?

Forse perché il 2027 gli è costituzionalmente precluso, mentre il 2032 resta completamente libero?

In ogni caso, a 48 anni nel 2027, Macron è ancora giovane, da qui questo scenario di un “Medvedev francese”, un “incarico di staff” affidato a un successore docile o a una mera figura di rappresentanza (Glucksmann, Attal o Philippe sono davvero fatti della stessa pasta), prima del trionfale ritorno del proprietario. Dopotutto, Macron può condannare ufficialmente Vladimir Putin pur continuando ad appropriarsi dei suoi migliori trucchi e strategie, no?

Si obietterà, e non senza ragione, che anche Chirac, Sarkozy e Hollande hanno piazzato i loro amici in posizioni chiave, che si tratta di una pratica ” classica “, e che il Presidente giura di nominare meno persone dei suoi predecessori (una cifra, guarda caso, non verificabile). Bene. Ma il numero di nomine è a dir poco sconcertante: giustizia, contabilità, valuta, prefettura, radiotelevisione, stato di emergenza – tutte concentrate in pochi mesi con una frenesia difficile da nascondere.

In sostanza, Emmanuel Macron sta costruendo una fortezza e posizionando le sue pedine esattamente dove saranno indispensabili: da un lato, per impedire l’accesso al suo operato e scoraggiare qualsiasi curiosità indesiderata su ciò che avrà fatto alla guida dello Stato; dall’altro, per assicurarsi, al momento opportuno, una via di ritorno accuratamente spianata.

Resta da chiedersi, e la domanda più scoraggiante è: chi, in questo contesto, si opporrà? Il Raggruppamento Nazionale si astiene al momento giusto, la sinistra si sbraccia ma resta una minoranza, la destra è divisa, il Senato convalida e il sistema si chiude ordinatamente su se stesso.

Chi, dunque? A quanto pare, nessuno.

Questo paese è condannato.

ECONOMIA – L’accordo Turnberry tra UE e Stati Uniti (luglio 2025) e la riconfigurazione dei rischi tariffari: stabilizzazione del commercio, coercizione geopolitica ed effetti sui mercati di consumo_di François Souty

ECONOMIA – L’accordo Turnberry tra UE e Stati Uniti (luglio 2025) e la riconfigurazione dei rischi tariffari: stabilizzazione del commercio, coercizione geopolitica ed effetti sui mercati di consumo

Di François Souty / 27.01.2026

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Accords commerciale USA UE
Realizzazione Il Lab Le Diplo

By François Souty, dottore in Storia economica, ex alto funzionario francese per decenni presso le autorità francesi e europee garanti della concorrenza, è stato in particolare responsabile degli affari internazionali presso la Direzione generale della Concorrenza della Commissione europea (2021-2024). Autore di una quindicina di libri sul diritto e la politica della concorrenza e sulla storia economica, insegna diritto europeo della concorrenza alla Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Nantes e geopolitica all’Excelia Business School Group (La Rochelle-Paris Cachan).

Dalla fine degli anni 2010, le relazioni commerciali transatlantiche hanno subito una profonda trasformazione a causa della crescente politicizzazione degli strumenti tariffari. Inizialmente concepiti come strumenti di protezione settoriale o di correzione degli squilibri commerciali, i dazi doganali sono diventati leve di pressione strategica, mobilitate in contesti in cui si intrecciano questioni economiche, di sicurezza e diplomatiche¹.

Il cosiddetto Accordo di Turnberry, concluso nel luglio 2025 tra l’Unione europea e gli Stati Uniti, fa parte di questo percorso. Presentato come uno strumento per stabilizzare il commercio, non è né un classico accordo di libero scambio né una semplice sospensione delle ostilità commerciali, ma un quadro politico volto a contenere i rischi di un’escalation tariffaria generalizzata. Il suo obiettivo principale è quello di ripristinare un minimo di prevedibilità nel commercio transatlantico, lasciando al contempo un significativo margine di manovra a livello nazionale.

Oltre a questo fragile equilibrio, all’inizio del 2026 si aggiunge una nuova dimensione geopolitica, legata alle tensioni intorno alla Groenlandia e alle minacce degli Stati Uniti di imporre dazi aggiuntivi mirati su diversi Stati europei. Questo contesto richiede un’analisi approfondita delle conseguenze concrete dell’accordo di Turnberry, non solo per il commercio di beni e servizi, ma soprattutto per i mercati di consumo e i prezzi pagati dai consumatori finali.

Da leggere anche: ANALISI – Marco Rubio: il cubano-americano al centro dell’America trumpiana di fronte a un castrismo agonizzante

I. L’accordo di Turnberry: un quadro di stabilizzazione della crisi con portata limitata

L’accordo di Turnberry rappresenta un quadro politico senza precedenti per la regolamentazione delle relazioni commerciali transatlantiche. Si caratterizza per la sua natura ibrida, a metà strada tra un classico trattato commerciale e un protocollo politico di distensione. L’obiettivo dichiarato delle parti è quello di limitare l’imposizione unilaterale di dazi, in particolare quelli introdotti sull’acciaio e sull’alluminio, preservando al contempo la possibilità per ciascuna parte di proteggere determinati settori critici. L’accordo non impone un’armonizzazione normativa vincolante né meccanismi giuridicamente applicabili, il che lo distingue chiaramente dai precedenti accordi commerciali multilaterali¹.

Il meccanismo di limitazione tariffaria, fissato a un livello indicativo del 15% per la maggior parte dei prodotti industriali e agricoli, è accompagnato da un congelamento temporaneo delle misure di ritorsione già esistenti². Questo approccio consente alle aziende di ridurre l’incertezza sui costi di importazione ed esportazione, ma lascia zone d’ombra per i settori strategici. Le industrie dell’acciaio e dell’alluminio, ad esempio, rimangono in gran parte escluse dai meccanismi di allentamento delle tensioni, per motivi di sicurezza nazionale invocati dagli Stati Uniti³. Tale esclusione evidenzia un limite strutturale dell’accordo, che mira più a prevenire un crollo del commercio che a garantire una regolamentazione completa ed equilibrata.

Oltre ai metalli, anche altri settori sensibili rimangono al di fuori dell’ambito di applicazione immediato. Alcuni prodotti agricoli europei, i servizi digitali e l’accesso agli appalti pubblici statunitensi sono oggetto di negoziati separati o di quadri giuridici precedenti. Questa segmentazione porta a una situazione ibrida: per alcuni settori, l’accordo offre una relativa prevedibilità, mentre per altri vi è totale incertezza. Pertanto, sebbene l’accordo di Turnberry abbia ridotto il rischio di un conflitto commerciale immediato, il suo ambito operativo rimane limitato, lasciando molte aziende esposte a potenziali fluttuazioni tariffarie e a una pressione strategica costante.

Da leggere anche: ANALISI – Trump-Von der Leyen a Turnberry: tra contrattazioni e provocazioni

II. Effetti economici a breve termine

L’impatto diretto dell’accordo sull’economia reale si manifesta innanzitutto in una significativa riduzione dell’incertezza commerciale. Le aziende europee e statunitensi possono pianificare le loro catene di approvvigionamento con un orizzonte più chiaro, incorporando la prevedibilità delle tariffe massime. Questa stabilizzazione riduce la volatilità nei mercati intermedi e consente alle aziende di limitare gli bruschi adeguamenti dei prezzi che sarebbero stati necessari in assenza di un accordo⁴.

Tuttavia, la trasmissione economica non è uniforme. Le tariffe esistenti sui metalli, in particolare sull’alluminio, continuano a pesare sui costi di produzione dei prodotti finiti. L’alluminio rappresenta una parte significativa del costo di alcuni prodotti, come gli imballaggi e i prodotti confezionati, e qualsiasi variazione del prezzo di questo metallo si riflette indirettamente sui prezzi al consumo.⁵ Questa inflazione indiretta è spesso graduale, diffusa e settoriale, ma incide in modo cumulativo sul potere d’acquisto e sulla competitività delle imprese esportatrici.

Inoltre, l’accordo influenza le strategie industriali e commerciali. Le aziende stanno adattando le loro catene del valore per ridurre al minimo l’esposizione ai settori esclusi o a quelli caratterizzati da un’elevata volatilità dei prezzi. Questa riorganizzazione comporta costi logistici e amministrativi aggiuntivi, che vengono in parte trasferiti al consumatore. La stabilità offerta da Turnberry è quindi relativa: protegge dagli shock estremi, ma non neutralizza le pressioni strutturali sui prezzi o i vincoli legati alla dipendenza dai metalli e dai fattori di produzione importati⁶.

III. Lo scenario rivoluzionario: minacce tariffarie e coercizione geopolitica

Nonostante l’accordo, l’inizio del 2026 evidenzia la fragilità della stabilità transatlantica di fronte alle crisi geopolitiche. Le minacce degli Stati Uniti di imporre dazi aggiuntivi dal 10 al 25% su alcuni prodotti europei, nel contesto della Groenlandia, illustrano l’uso degli strumenti commerciali come leve di pressione politica⁷. Queste minacce sono rafforzate dalla dipendenza militare e tecnologica dell’Europa dagli Stati Uniti, che limita fortemente la capacità dell’UE di rispondere in modo autonomo.

L’impatto potenziale di queste misure sui mercati di consumo è diretto e indiretto. Gli esportatori europei verso gli Stati Uniti dovrebbero affrontare un aumento immediato dei costi, in parte assorbito dai margini aziendali e in parte trasferito sui prezzi interni. In caso di contromisure europee, i consumatori potrebbero subire un aumento del costo dei beni importati dagli Stati Uniti, con un aggravamento dell’inflazione importata e della frammentazione del mercato⁸.

Queste minacce rivelano anche i limiti dell’accordo di Turnberry. L’accordo può stabilizzare gli scambi commerciali in tempi normali, ma non prevede meccanismi di risoluzione automatici in caso di gravi crisi geopolitiche. L’uso dei dazi come strumento di coercizione sottolinea che la prevedibilità offerta da Turnberry è condizionata e che la stabilità del mercato dipende più dalle dinamiche politiche che dalla struttura giuridica dell’accordo. Questa situazione costringe gli Stati europei a integrare contemporaneamente le dimensioni economica, politica e militare nella loro strategia commerciale, una complessità che trasforma la gestione dei prezzi e della catena di approvvigionamento in un esercizio di diplomazia permanente.

Da leggere anche: ECONOMIA – L’accordo UE-USA di Turnberry (luglio 2025) e la riconfigurazione dei rischi tariffari: stabilizzazione commerciale, coercizione geopolitica ed effetti su

IV. Principali opzioni politiche per l’Europa di fronte alla crisi della Groenlandia

La situazione intorno alla Groenlandia apre una serie complessa di scenari per l’Unione europea. La sfida principale è quella di preservare la sovranità danese sul territorio evitando il rischio di un’escalation commerciale con gli Stati Uniti, in particolare a causa della dipendenza strategica degli Stati europei dalla tecnologia militare americana. Almeno la metà degli Stati membri dell’Unione europea dipende quasi completamente dagli Stati Uniti per i sistemi di difesa aerea, i satelliti e le capacità informatiche avanzate¹. Questa realtà riduce notevolmente il margine di manovra dell’UE, poiché qualsiasi tentativo di scontro commerciale o risposta eccessivamente aggressiva potrebbe aggravare la crisi e compromettere la sicurezza collettiva.

Si stanno delineando tre opzioni principali, tutte con forti vincoli. La prima è quella di adottare un approccio diplomatico di compromesso, volto a preservare la sovranità danese evitando aumenti punitivi delle tariffe doganali. Questa strada si basa su un intenso dialogo bilaterale con Washington e su concessioni su beni o servizi strategici, possibilmente accompagnate da un calendario per l’esenzione progressiva dai dazi doganali. Questo approccio consente di mantenere la stabilità commerciale e di sicurezza, ma richiede concessioni tangibili agli Stati Uniti, che sono percepite come un indebolimento della posizione europea.

La seconda opzione è una risposta limitata e mirata, che dimostra la fermezza europea riducendo al contempo il rischio di un’escalation totale. Può assumere la forma di misure di ritorsione su alcuni prodotti americani, accompagnate da una mediazione politica attiva. Questa strategia mantiene il potere negoziale, ma può aggravare l’inflazione in alcuni mercati e causare un contraccolpo economico sulle aziende europee che dipendono dalle esportazioni americane³.

La terza opzione si basa su una resistenza rafforzata, volta a difendere la sovranità danese senza concessioni. Questa posizione diplomatica ferma e coerente provocherebbe molto probabilmente un aumento massimo dei dazi statunitensi e rivelerebbe le vulnerabilità europee legate alla dipendenza militare. Una combinazione intermedia, che unisca diplomazia attiva, concessioni limitate e protezione mirata dei mercati chiave, sembra in questa fase la più realistica, in quanto consente di preservare la sovranità offrendo al contempo una via d’uscita accettabile per Washington⁴.

Conclusione

Guardando alla situazione europea e francese, in particolare nel gennaio 2026, l’accordo di Turnberry svolge un ruolo stabilizzatore molto imperfetto. Protegge i mercati di consumo europei da un aumento generalizzato delle tariffe, ma non neutralizza le pressioni inflazionistiche strutturali né l’uso geopolitico delle tariffe che sembra diventare sempre più una norma internazionale dettata dai più forti. Da un punto di vista operativo, le conseguenze per i consumatori finali in Europa si riflettono in aumenti graduali e settoriali dei prezzi, strategie industriali prudenti che limitano la concorrenza e differenziazione dei prezzi tra le regioni. L’accordo canalizza temporaneamente il rischio tariffario, ma la stabilità dei prezzi dipende meno dagli accordi formali che dalla capacità delle economie di assorbire shock commerciali ripetuti e motivati politicamente. I decisori politici europei sono difficilmente d’accordo tra loro e la situazione di bilancio estremamente preoccupante della Francia le impedirà di rilanciare una dinamica di ripresa efficace a lungo termine, almeno fino al 2027. La cosa più preoccupante va oltre il contesto commerciale: gli europei non hanno ancora iniziato a preparare le risposte alle critiche rivolte dal presidente americano sulla destabilizzazione socio-demografica dell’Europa derivante da un flusso migratorio incontrollato che non viene affrontato dal punto di vista della stabilità interna delle società europee e dell’esplosione dei costi di bilancio imposti a scapito della difesa europea nei confronti dei predatori esterni e interni.

Da leggere anche: Economia – Da Rabat a Pretoria: le «tariffe» come indicatore di alleanze


Note e riferimenti

  1. H. Farrell & A. L. Newman, « Weaponized Interdependence: How Global Economic Networks Shape State Coercion, » International Security, vol. 44, n. 1, MIT Press, 2019, pp. 42–79.
  2. Commissione europea (DG TRADE), Relazioni commerciali UE-USA: quadro di stabilizzazione a seguito della dichiarazione di Turnberry, Bruxelles, 2025, pagg. 5-9.
  3. Simon J. Evenett, Trade Policy as Statecraft: Weaponised Interdependence in Transatlantic Relations, CEPR, 2024, pp. 14–18.
  4. R. Blackwill e J. Harris, War by Other Means: Geoeconomics and Statecraft, Harvard University Press, 2016, pp. 87–123.
  5. OCSE, Catene del valore globali e shock di politica commerciale, Parigi, 2023, pagg. 67-89.
  6. Banca centrale europea, Frammentazione commerciale e prezzi al consumo nell’area dell’euro, 2024, pagg. 19-29.
  7. C.P. Bown, Trump’s Steel and Aluminum Tariffs: Economic and Legal Perspectives, Peterson Institute for International Economics, Working Paper 19-9, 2025, pp. 1–12.
  8. FMI, Prospettive economiche mondiali – Commercio e inflazione, Washington D.C., ottobre 2025, cap. 2, pagg. 55–82.

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François Souty

François Souty

François Souty è presidente esecutivo dello studio LRACG Conseil en stratégies européennes et droit de la concurrence, docente presso la Excelia Business School (La Rochelle-Tours-Cachan), l’Université Catholique de l’Ouest (Niort) e docente presso la Facoltà di Giurisprudenza dell’Università di Nantes. In precedenza è stato esperto nazionale distaccato presso la Commissione Europea (relatore antitrust sui mercati finanziari dal 2018 al 2021 e responsabile degli affari internazionali in materia di concorrenza presso la DG Concorrenza dal 2021 al 2024) è stato consigliere economico europeo per la politica della concorrenza presso il governo della Georgia a Tbilisi nel 2017-2018. A lungo direttore dipartimentale della DGCCRF presso il Ministero dell’Economia e delle Finanze (dal 1982 al 2024), è stato anche professore associato all’Università di La Rochelle (dal 1996 al 2018). Membro dei comitati di esperti sulla concorrenza dell’OCSE e dell’UNCTAD dal 1992 al 2018, ha partecipato ai lavori dell’OMC sul commercio internazionale e la politica della concorrenza dal 1997 al 2004. Uno dei fondatori del Cercle Jefferson, del Cercle K2 e della rivista Concurrences nel 2004, è autore di una dozzina di libri o relazioni internazionali e di oltre un centinaio di articoli accademici in materia di diritto e politica della concorrenza e di storia economica. Attualmente sta preparando la quinta edizione di “Diritto e politica della concorrenza dell’Unione Europea” per LGDJ-Montchrestien (collana Clefs). È autore di una tesi di dottorato in storia economica all’Università di Parigi III sui monopoli delle Compagnie delle Indie Olandesi nel XVIII secolo. François Souty è Ufficiale dell’Ordine Nazionale al Merito.

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Simón Bolívar o «l’uomo delle difficoltà»

Per Roland Lombardi / 10.01.2026

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Editoriale di Roland Lombardi, direttore editoriale di Diplomate média

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Caracas, Washington e il brusco ritorno della storia

A Caracas, la storia ha appena fatto un altro passo falso. La settimana scorsa Nicolás Maduro non è stato rovesciato dal suo popolo, né tantomeno da un’opposizione venezuelana ormai esausta, ma semplicemente esfiltrato dagli americani (vedi le nostre numerose analisi pubblicate nell’ultima settimana su Le Diplomate, in particolare quella di Angélique Bouchard, Trump riafferma l’egemonia americana: La nascita della «DON-ROE DOCTRINE»).

Un’operazione chirurgica, esemplare dal punto di vista militare, quasi banale nella sua brutalità sommessa, che segna il ritorno dichiarato della dottrina Monroe sotto Donald Trump: l’America agli americani, e pazienza per la sovranità proclamata, pazienza per i discorsi terzomondisti e le bandiere rosse sventolate a braccio teso. Washington non ha liberato il Venezuela; ha risolto un problema. Punto! Che ci piaccia o no. E dietro la retorica ufficiale (ma comunque sincera per Trump) della lotta al narcotraffico, il 47° a1> presidente americano sa perfettamente cosa sta facendo e cosa aveva annunciato: garantire l’accesso al petrolio venezuelano, alle terre rare strategiche e, nel frattempo, sferrare un colpo pulito, netto e senza sbavature al suo grande rivale cinese, ormai un po’ troppo presente nel cortile americano.

Trump ha fatto ancora una volta esattamente quello che aveva detto che avrebbe fatto. Noi europei non siamo più abituati ad avere veri statisti che mantengono le promesse e, soprattutto, che difendono in via prioritaria gli interessi del loro popolo e del loro Paese contro le minacce reali.

Questo realismo crudo, quasi chirurgico, ricorda che Trump non fa geopolitica morale o incantatoria, tanto cara ai nani e agli insignificanti europei, ma geopolitica basata sul rapporto di forze. È un Kissinger senza note a piè di pagina, ma con lo stesso software strategico: zone di influenza, risorse critiche, avversari sistemici. Il Venezuela non è solo uno Stato fallito da stabilizzare, è un pezzo non trascurabile sulla scacchiera mondiale. Indebolendo Caracas, Washington indebolisce Pechino, che aveva metodicamente investito in petrolio, risorse, infrastrutture, porti, debiti e dipendenze. Meno discorsi, più fatti e risultati: l’America non sta “tornando” in America Latina, sta semplicemente ricordando che non se n’è mai veramente andata, anche se le precedenti amministrazioni incompetenti l’avevano un po’ trascurata…

Ironia della sorte: è proprio nel nome di Simón Bolívar (1783-1830), originario di Caracas, che il chavismo aveva costruito la sua mitologia politica, ed è sotto il suo sguardo immobile nelle statue di bronzo che il regime è crollato. Bolívar, strumentalizzato fino alla caricatura da coloro che si proclamavano suoi eredi, ma che hanno soprattutto trasformato il Venezuela, il cui PIL potrebbe essere al livello dell’Arabia Saudita, in uno Stato corrotto, fallito, dipendente, saccheggiato e soggetto a tutte le influenze – russe, cinesi, iraniane – tranne quella del proprio popolo.

Il Libertador sapeva bene che l’indipendenza non si proclama, ma si costruisce e si difende. A volte contro gli stranieri, spesso contro le proprie illusioni e i propri demoni.

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Un gigante della storia, ignorato in Europa, venerato in America Latina

Simón Bolívar è senza dubbio uno dei personaggi più importanti della storia mondiale, paradossalmente poco conosciuto e frainteso in Europa, ma onnipresente in America Latina. Poche figure storiche possono vantare una tale posterità simbolica: innumerevoli statue, piazze, viali, università, accademie militari e persino uno Stato sovrano, la Bolivia, portano il suo nome. Bolívar è un riferimento costante, un mito fondatore, un padre tutelare invocato da tutti i regimi, di destra ma soprattutto di sinistra, prova definitiva della sua importanza strutturale nell’immaginario politico latinoamericano.

Ma ridurre il bolivarismo a una corrente politica che si richiama alle idee delle lotte anticoloniali e Bolívar a una semplice icona sarebbe un errore. Egli era innanzitutto un uomo in carne e ossa, con le sue contraddizioni, ed è proprio questo che lo rende un grande statista.

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Origini aristocratiche, formazione europea e pensiero politico

Discendente dell’aristocrazia creola venezuelana, erede di una grande famiglia di proprietari terrieri, Bolívar non è affatto un rivoluzionario sociale nel senso moderno del termine. Appartiene a quell’élite bianca, istruita e benestante che intende prima liberarsi dalla tutela spagnola prima di trasformare le società coloniali. In questo senso, è rappresentativo del suo tempo e del suo ambiente.

Formatosi in Europa, profondamente influenzato dall’Illuminismo, membro della massoneria – come molti esponenti dell’élite liberale del suo tempo – Bolívar si inserisce in un universo intellettuale transatlantico, nutrito da Montesquieu, Rousseau, ma anche dall’esempio romano e dalle ambigue lezioni della Rivoluzione francese, di cui coglie sia gli ideali che le derive. Il suo soggiorno a Parigi e la sua ammirazione mista a diffidenza per Napoleone plasmarono in modo duraturo la sua visione del potere.

Le sue idee sono quelle di un liberale autoritario ante litteram: libertà, sì; uguaglianza giuridica, senza dubbio; democrazia di massa, certamente no! Bolívar diffida del popolo quando è lasciato a se stesso, teme il caos più della tirannia e considera l’ordine come la condizione primaria dell’indipendenza. Un pensiero profondamente realista, che i suoi moderni recuperatori preferiscono accuratamente dimenticare…

Questa durezza di carattere, ma anche una certa malinconia tenace, trovano origine in un dramma personale fondamentale: la morte prematura della moglie María Teresa, pochi mesi dopo il loro matrimonio, che lo distrugge profondamente e lo allontana definitivamente da una vita privata stabile a favore di un destino interamente dedicato alla sua causa e alla Storia.

Di fatto, Bolívar non era né un marxista ante litteram, né un Che Guevara in uniforme ottocentesca. Era molto più pericoloso di così: uno stratega politico, un capo militare pragmatico e un uomo ossessionato da un’idea semplice e al tempo stesso smisurata: l’indipendenza duratura dell’America ispanica.

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Liberare un continente, non costruire un impero

Troppo spesso si dimentica la reale portata della sua opera. Bolívar non ha solo liberato dei popoli, ha liberato degli spazi e un continente. Venezuela, Colombia, Ecuador, Panama, Perù, Bolivia… Ha combattuto più di cento battaglie, di cui settantanove decisive. Ha percorso quasi 70.000 chilometri a cavallo, dieci volte più di Annibale, tre volte più di Napoleone e due volte più di Alessandro Magno! La traversata delle Ande, molto più ostili delle Alpi, rimane una delle imprese militari più sottovalutate della storia strategica mondiale.

Bolívar non era un conquistatore: non annesse, liberò! Laddove Napoleone costruiva un impero, Bolívar cercava di distruggere un ordine imperiale.

Stratega politico, capo militare imperfetto… e leader carismatico

Dal punto di vista militare, questo personaggio affascina tanto quanto sconcerta. A volte pessimo stratega, esitante sul campo di battaglia, compensava con una volontà e una determinazione quasi patologiche e una rara capacità di rinascere dai propri fallimenti. Bolívar è ciò che Clausewitz definiva un capo di guerra politico: capiva che la guerra era solo uno strumento, un mezzo, mai un fine. Perdeva battaglie, ma vinceva campagne. Falliva spesso, ma ostinato, non si arrendeva mai.

Da qui il soprannome che meglio di ogni altro si addice a Bolívar e che egli stesso si era dato: l’uomo delle difficoltà.

Sarebbe tuttavia ingiusto – e storicamente errato – ridurre l’epopea bolivariana a un solo uomo. Da buon capo, Bolívar seppe circondarsi di luogotenenti di prim’ordine, senza i quali nulla sarebbe stato possibile. Antonio José de Sucre, brillante stratega e tattico, vero cervello militare di diverse vittorie decisive; José Antonio Páez, temibile capo militare; Manuel Piar; e soprattutto Francisco de Paula Santander, organizzatore senza pari, giurista, amministratore rigoroso, indispensabile alla costruzione del nascente Stato.

Del resto, il rapporto tra Bolívar e Santander, caratterizzato prima da complementarità e poi da rivalità politica, illustra perfettamente la tensione tra la spada e la legge, tra il leader carismatico e l’uomo delle istituzioni. Una tensione che finirà per frammentare la Grande Colombia…

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Il lato nascosto del mito: imperialismo, schiavitù e realtà geopolitiche

Tuttavia, bisogna diffidare della leggenda dorata. Bolívar non era il paladino romantico della lotta contro tutti gli imperialismi.

Senza il sostegno – finanziario, navale, logistico e umano – della Gran Bretagna, la potenza egemonica dell’epoca, le guerre d’indipendenza sarebbero molto probabilmente fallite o si sarebbero protratte per decenni. Londra vedeva nel crollo dell’Impero spagnolo una formidabile opportunità commerciale e la fine di un vecchio rivale. Già allora c’era realismo. Bolívar lo sapeva, lo accettava e lo utilizzava per pragmatismo. Nessun idealismo ingenuo qui: solo interessi convergenti.

Ma l’Inghilterra non fu l’unica potenza esterna a svolgere un ruolo determinante. Gli Stati Uniti, ancora giovani ma già consapevoli del loro destino continentale e persino mondiale, osservavano con interesse la fine del dominio spagnolo. La dottrina Monroe, proclamata nel 1823 e di cui oggi si parla tanto, si inserisce direttamente in questo contesto: l’Europa doveva rimanere fuori dal Nuovo Mondo, ormai zona di influenza americana.

In ogni caso, Bolívar mantenne rapporti cauti, a volte diffidenti, con Washington. Certamente vedeva negli Stati Uniti sia un modello repubblicano che un partner utile, ma anche un potenziale avversario futuro. Non poteva avere più ragione. Lucido, intuì molto presto che questa potenza emergente avrebbe finito per influenzare pesantemente il destino dell’America Latina… Discreto sostegno diplomatico, progressivo riconoscimento delle nuove repubbliche, ma assenza di un massiccio impegno militare: anche in questo caso, gli Stati Uniti agivano secondo i propri interessi, non per idealismo rivoluzionario!

Un altro punto debole accuratamente nascosto: la schiavitù. Bolívar non la abolì immediatamente, tergiversò, temporeggiò, cedette alle realtà sociali ed economiche dell’epoca, ma anche alla classe da cui proveniva… Promise, fece marcia indietro, negoziò. Anche in questo caso, lo statista prevale sul rivoluzionario. Ciò lo rende più complesso, ma anche più umano e sicuramente più interessante delle caricature ideologiche contemporanee.

Per quanto riguarda le popolazioni indiane autoctone, secondo lui non costituivano un soggetto politico autonomo, ma semplicemente masse da integrare e inquadrare nei nuovi Stati repubblicani, senza alcuna messa in discussione radicale delle gerarchie sociali ereditate dall’ordine coloniale.

Un sogno infranto: l’impossibile unità dell’America ispanica

Resta comunque il fatto che il grande fallimento di Bolívar è politico: il suo sogno di un’America Latina unita, forte, rispettata, capace di resistere alle mire esterne e di svolgere il proprio ruolo nel grande gioco geopolitico mondiale del XIX secolo e di quelli a venire, non si è mai realizzato. La Grande Colombia si disgrega, le rivalità locali prendono il sopravvento, le ambizioni personali si cristallizzano e le stesse figure dell’indipendenza – Bolívar, Santander e altri – si ritrovano opposte, a volte inconciliabili. I caudillos sostituiscono molto rapidamente gli ideali (e per molto tempo nella zona), e le nuove nazioni nascono deboli, divise e dipendenti.

Bolívar lo vede, lo capisce e quasi muore di dolore.

Bolívar contro i suoi eredi autoproclamati

Il moderno recupero di Bolívar da parte dei movimenti cosiddetti di “liberazione” latinoamericani è spesso frutto di un abuso della memoria, di disonestà intellettuale e di recupero ideologico, come abbiamo detto sopra. Bolívar era un centralizzatore, un elitario, profondamente diffidente nei confronti del suffragio universale e delle masse incolte che considerava manipolabili e pericolose per la stabilità dei giovani Stati. Temeva l’anarchia più dell’autorità e vedeva nel caos istituzionale la morte annunciata delle indipendenze. Insomma, difficile quindi considerarlo il profeta dei populismi contemporanei…

Il film El Libertador (2014) di Alberto Arvelo, produzione eccellente e ambiziosa, sebbene un po’ romanzata, illustra piuttosto bene questa tensione tra il mito e l’uomo (interpretato magnificamente dall’attore venezuelano Édgar Ramírez), tra la statua e lo stratega, tra l’eroe e il politico stanco.

Una lezione per oggi e per domani…

Bolívar muore solo, amareggiato, convinto di aver solcato il mare. Eppure aveva visto giusto su quasi tutto: la fragilità degli Stati latinoamericani, le divisioni interne, gli appetiti esterni e, alla fine, le future dipendenze. Due secoli dopo, mentre gli Stati Uniti tornano a parlare di cortile di casa, di riserva di caccia e alcuni esponenti della sinistra invocano un Bolívar immaginario per mascherare i propri fallimenti e le proprie ipocrisie, il Libertador merita qualcosa di più di uno slogan.

Ecco perché merita di essere riletto. Con serietà. Con freddezza. Con occhio politico.

E forse questa è la sua ultima lezione, anche per noi europei: l’indipendenza non è mai acquisita e la libertà è duratura solo quando è amministrata da uomini lucidi, non da ideologi e mitologi.


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roland lombardi

Roland Lombardi

Roland Lombardi è dottore in Storia, geopolitologo, specialista del Medio Oriente e delle questioni relative alla sicurezza e alla difesa. Fondatore e direttore della pubblicazione Le Diplomate.

È docente presso il DEMO (Dipartimento di Studi sul Medio Oriente) dell’Università di Aix-Marseille e insegna geopolitica alla Excelia Business School di La Rochelle.

È regolarmente interpellato dai media del mondo arabo. È anche editorialista internazionale per Al Ain. È autore di numerosi articoli accademici di riferimento, tra cui : « Israele e la nuova situazione geopolitica in Medio Oriente: quali nuove minacce e quali prospettive? ” in Enjeux géostratégiques au Moyen-Orient, Études Internationales, HEI – Université de Laval (Canada), VOLUME XLVII, n. 2-3, aprile 2017, ” Crisi del Qatar: e se le vere ragioni fossero altrove? “, Les Cahiers de l’Orient, vol. 128, n. 4, 2017, « L’Egitto di Al-Sisi: arretramento o riconquista regionale? » (p.158), in Il Mediterraneo strategico – Laboratorio della globalizzazione, Revue de la Défense Nationale, Estate 2019, n°822 a cura di Pascal Ausseur e Pierre Razoux, « Ambizioni egiziane e israeliane nel Mediterraneo orientale », Rivista Conflits, N° 31, gennaio-febbraio 2021 e « Gli errori della politica francese in Libia », Confluences Méditerranée, vol. 118, n. 3, 2021, pp. 89-104. È autore di Israël au secours de l’Algérie française, l’État hébreu et la guerre d’Algérie : 1954-1962 (Éditions Prolégomènes, 2009, ristampato nel 2015, 146 p.). Coautore di La guerra d’Algeria rivisitata. Nouvelles générations, nouveaux regards. A cura di Aïssa Kadri, Moula Bouaziz e Tramor Quemeneur, edizioni Karthala, febbraio 2015, Gaz naturel, la nouvelle donne, Frédéric Encel (dir.), Parigi, PUF, febbraio 2016, Grands reporters, au cœur des conflits, con Emmanuel Razavi, Bold, 2021 e La géopolitique au défi de l’islamisme, Éric Denécé e Alexandre Del Valle (dir.), Ellipses, febbraio 2022. Ha curato, per la rivista Orients Stratégiques, l’opera collettiva: Il Golfo Persico, nodo gordiano di una zona in permanente conflitto, edita da L’Harmattan, gennaio 2020.

Le sue ultime opere: Les Trente Honteuses, la fin de l’influence française dans le monde arabo-musulman (VA Éditions, gennaio 2020) – Prefazione di Alain Chouet, ex capo del servizio di intelligence e sicurezza della DGSE, Poutine d’Arabie (VA Éditions, 2020), Sommes-nous arrivés à la fin de l’histoire ?  (VA Éditions, 2021), Abdel Fattah al-Sissi, il Bonaparte egiziano? (VA Éditions, 2023).