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Iran, Israele e Stati Uniti: da oggi basta bombardamenti_di Fogliolax

Iran, Israele e Stati Uniti: da oggi basta bombardamenti

Breve analisi del cessate il fuoco raggiunto stanotte

Poco prima che scadesse l’ultimatum di Trump alle 2 di notte, è stato raggiunto un accordo tra Iran e Stati Uniti (più Israele) per un cessate il fuoco di 15 giorni. Fondamentale la mediazione del Pakistan, paese in cui i colloqui di pace avranno luogo nei prossimi giorni.

Tutti cantano vittoria, per le strade iraniane si festeggia; sicuramente è un passo nella giusta direzione, anche se far coincidere le richieste di Teheran con quelle di Washington sarà un’impresa non da poco.

  • I 15 punti della proposta di pace USA:
  • Smantellamento delle capacità nucleari esistenti dell’Iran
  • Impegno formale dell’Iran a non perseguire lo sviluppo delle armi nucleari
  • Cessazione completa dell’arricchimento dell’uranio
  • Consegna all’AIEA dei circa 450kg di uranio arricchito al 60%
  • Smantellamento degli impianti nucleari di Natanz, Isfahan e Fordow
  • Accesso senza restrizioni agli ispettori AIEA in Iran
  • Abbandono della strategia dei proxy nella regione (Hezbollah…)
  • Cessazione del finanziamento e dell’armamento delle milizie nella regione
  • Riapertura e garanzia che lo stretto di Hormuz rimanga aperto e libero da blocchi
  • Limiti al numero e alla gittata del programma missilistico iraniano
  • Restrizione dell’uso futuro di missili esclusivamente a scopo difensivo
  • Rimozione di tutte le sanzioni internazionali sull’Iran
  • Assistenza statunitense allo sviluppo del programma nucleare civile iraniano
  • Eliminazione del meccanismo di “snapback” (ripristino automatico delle sanzioni)
  • Garanzie di sicurezza regionali più ampie e cooperazione nel quadro del presente accordo
  • I 10 punti della proposta di pace iraniana (un mix tra le pubblicazioni di Trump e dell’ambasciata dell’Iran in Malaysia):
  • Garanzia che l’Iran non verrà attaccato nuovamente
  • Cessazione degli effetti di tutte le risoluzioni dell’ONU e dell’AIEA
  • Fine degli attacchi israeliani in Libano
  • Revoca di tutte le sanzioni statunitensi sull’Iran
  • Fine di tutti i combattimenti regionali contro gli alleati iraniani
  • Apertura dello stretto di Hormuz
  • Tassa di 2 milioni di dollari per ogni nave in transito nello stretto di Hormuz da dividere con l’Oman e da utilizzare per la ricostruzione
  • Accettazione dell’arricchimento dell’uranio
  • Ritiro delle forze di combattimento USA dalla regione
  • Pagamento di compensazioni all’Iran

A ciò si aggiunga il fondamentale ruolo di Tel Aviv, che pare non voglia includere il Libano nel cessate il fuoco. Per Israele e USA è l’occasione giusta per riguadagnare credibilità a livello internazionale, per l’Iran di mostrarsi come grande potenza anche al tavolo dei negoziati.

Cosa c’è dietro alla cessazione delle ostilità?

I motivi che giustificano un simile cambio di rotta da parte dell’amministrazione Trump non sono noti, e solo il tempo potrà dirci se si tratta dell’ennesimo bluff oppure no.

Di sicuro sappiamo che Cina e Russia ieri han bloccato una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’ONU sulla navigazione nello stretto di Hormuz che avrebbe penalizzato l’Iran.

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Di sicuro sappiamo pure che la guerra stava volgendo a favore di Teheran. Nonostante i danni subiti, gli iraniani sono sempre stati in grado di ribattere colpo su colpo e, grazie alle scorte sotterranee di missili e droni, più preparati ad una guerra di attrito. Dall’altro lato iniziavano a farsi sentire la scarsità di missili difensivi e il rapido deterioramento delle scorte di armamenti offensivi, indispensabili per gli attacchi devastanti promessi da Trump.

Anche il fallimento dell’incursione di terra nei pressi di Isfahan può aver giocato un ruolo non secondario: iniziata venerdì scorso come un’operazione d ricerca e salvataggio dell’equipaggio di un F-15 abbattuto, si è trasformata in un probabile tentativo fallito di prelevare le scorte di uranio dalla centrale di Natanz. Mezzi persi tra aerei, elicotteri e droni: una decina. Costo totale: circa mezzo miliardo di dollari.

Da ultimo, ha sicuramente pesato il rischio che avrebbero corso le monarchie del Golfo in caso di rappresaglia iraniana: un attacco alle principali centrali energetiche e soprattutto agli impianti di desalinizzazione avrebbe messo in ginocchio tutta la regione nel giro di poche settimane.

In estrema sintesi, per ora ha vinto il buon senso.

L’Iran non è l’anti Cristo -seconda parte-di Fogliolax

L’Iran non è l’anti Cristo -seconda parte-

Analisi del primo mese di conflitto

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 qui la 1a parte: https://italiaeilmondo.com/2026/03/22/liran-non-e-lanti-cristo-prima-parte-di-fogliolax/
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L’articolo è diviso in capitoli per facilitarne la lettura; nonostante la serietà degli eventi, non mancano un po’ di ironia e la consueta fiducia nel buon Dio, più che mai necessaria visto il clima apocalittico che aleggia su tutti noi.

Come siamo arrivati al 28 Febbraio 2026

L’inizio delle ostilità tra Israele e Iran non è certo il conflitto dello scorso giugno (quiquiqui e qui). Senza voler risalire a cause più profonde, si può citare come prima data utile il 1996, anno in cui viene pubblicato un documento chiamato “A Clean Break: a new strategy for securing the Realm” in cui un gruppo di neoconservatori USA, su istruzione dell’allora premier Netanyahu (pensate a quei tempi nemmeno Putin era in carica…), confeziona una nuova strategia per Israele. Una rottura netta (a clean break) con gli accordi di pace di Oslo del 1993, già messi in crisi dall’assassinio nel 1995 del loro artefice, il primo ministro israeliano Yitzhak Rabin.

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Questo nuovo corso prevede un approccio aggressivo verso paesi come l’Iraq, la Siria, il Libano e l’Iran, visti come una minaccia per la sicurezza di Israele. Una conferma del perseguimento di questa politica ci è arrivata nel 2001 dal famoso discorso del generale NATO Wesley Clark in cui si preannunciano sette guerre in cinque anni contro Iraq, Libano, Siria, Libia, Somalia, Sudan e Iran (qui).

E così è stato, anche se ci sono voluti 25 anni. Col Libano Israele è in una situazione di continuo conflitto almeno dal 1982, in Iraq Saddam è stato deposto nel 2003, in Libia Gheddafi è stato ucciso nel 2011; in Somalia, dopo un fallito tentativo di incursione negli anni 90, gli Stati Uniti sfruttano lo strumento del terrorismo islamico; stesso copione in Siria con l’operazione Timber Sycamore finalizzata alla deposizione del presidente Assad, sventata dai russi e poi completata dalla Turchia nel 2024; in Sudan si è optato per favorire la spaccatura del paese in due (2011), di modo da avere non una, ma due guerre civili continuamente alimentate dal sostegno ai soldati ribelli e ai gruppi islamici; cosa accade in Iran lo vediamo oggi. Le monarchie del golfo, in particolare Arabia Saudita, Emirati e Qatar si sono unite alla battaglia, sia con massicci finanziamenti, sia con interventi diretti come nel caso dello Yemen che nel 2015 è stato aggiunto alla lista dei “cattivi”.

Inutile dire che l’arma atomica c’entra come le armi di distruzioni di massa irachene o quelle chimiche di Assad, vale a dire meno di zero. Nel corso della guerra contro l’Iraq negli anni 80, l’Iran ha subito una trentina di attacchi con armi chimiche da parte di Saddam, eppure ha sempre reagito in modo convenzionale rifiutando di sviluppare armi atomiche o di attaccare quei paesi come la Germania, l’Olanda e gli Stati Uniti che avevano rifornito Baghdad di tutto il necessario. Prima dell’arrivo di Trump c’era un accordo sul nucleare iraniano, il JCPOA, che bene o male aveva evitato guerre per una decina di anni.

In realtà, l’obiettivo di Washington è quello di un cambio di regime, mentre Israele punta alla distruzione dello stato Iran, eventualmente anche tramite lo scoppio di una guerra civile tra le diverse etnie della società: persiani (60%), azeri (15/20%), curdi (10%), Luri (6%) e baloci (2%).

L’infruttuosa guerra dei 12 giorni del giugno 2025 lasciava presagire un nuovo intervento da parte del duo Netanyahu Trump. L’attacco era previsto per metà Gennaio 2026; il Dipartimento del Tesoro USA, per bocca del suo titolare Bessent, aveva preparato il terreno sul finire del 2025 attaccando finanziariamente la valuta iraniana (il rial) al fine di provocare un rapido rialzo dei prezzi in tutto il paese; per questo motivo nelle principali città sono scoppiate diverse proteste, infiltrate da gruppi armati addestrati dai servizi segreti israeliani, inglesi e statunitensi; numerosi sono i video di persone incappucciate che sparano alle forze dell’ordine con una precisione, una calma e una postura tipicamente militare. Una regia unica ha utilizzato i terminali Starlink per coordinare e dirigere le rivolte in tempo reale; come gli iraniani hanno “spento” Starlink, pare con l’aiuto dei russi, i disordini sono terminati. A quel punto il governo ha usato la mano dura, uccidendo circa quattro mila manifestanti in pochi giorni.

Nelle “fantasie” di Israele e USA le proteste avrebbero dovuto portare a un cambio di regime con la caduta degli ayatollah; non essendo avvenuto, l’attacco è stato rimandato.

Perché dico fantasie? Oltre a quanto scritto nell’articolo precedente (qui), basti pensare al parere contrario ad un intervento diretto del capo di stato maggiore statunitense, generale Caine (trumpiano di ferro), del capo dell’intelligence Tulsi Gabbard e del capo dell’antiterrorismo Kent (altro trumpiano di ferro coraggiosamente dimessosi nei giorni scorsi), vale a dire i tre massimi in grado coinvolti in questo tipo di decisioni. Per non parlare delle esercitazioni fatte in passato, che si concludevano con una sonora sconfitta nei pressi di Hormuz (chiedere al generale Van Riper in merito).

Capite le intenzioni del nemico, gli iraniani si sono decisi a negoziare arrivando a soddisfare molte delle richieste statunitensi in materia di energia atomica e uranio arricchito, come ha confermato l’Oman, paese in cui si sono svolti i colloqui. Nonostante questo, o forse proprio per questo, a fine febbraio Tel Aviv ha informato Washington che avrebbe comunque attaccato (come ammesso dal segretario di stato Rubio) e così Trump si è unito alla battaglia.

Cronaca delle operazioni militari fino ad oggi

Stati Uniti e Israele come nel 2025 bombardano le principali città iraniane, colpiscono basi militari, caserme di polizia, abitazioni civili, porti e qualunque luogo in cui si trovi un politico o un militare di rango. Utilizzano caccia (F-18 ed F-35), bombe, missili da crociera, lanciatori multipli come in Ucraina e droni (per lo più da ricognizione).

L’Iran come nel 2025 reagisce col consueto mix di missili balistici e droni kamikaze, ben nascosti nelle basi sotterranee.

Rispetto all’anno scorso le principali differenze da parte degli attaccanti sono:

– uccisione immediata delle figure chiave iraniane tra cui l’ayatollah Khamenei

– maggiore “pesantezza” dei raid aerei sulle città

– maggior numero di obiettivi colpiti (10 mila) in suolo iraniano anche grazie all’uso massiccio dell’intelligenza artificiale (Palantir e Claude)

– maggiore concentrazione di fuoco su aviazione e marina iraniane (quella a terra o in superficie)

– maggior dispiegamento di forze aeree e navali

– maggior consumo dei sistemi di difesa (alcuni lanciatori sono stati fatti arrivare dalla Corea)

– minor uso delle forze di intelligence a terra grazie al lavoro di contrasto da parte dei servizi iraniani e al dispiegamento delle truppe paramilitari basij per le strade

– maggior pressione sulla capitale e sui suoi depositi energetici di gas e di petrolio

– maggior coinvolgimento del Libano nelle ostilità, con Israele che ha iniziato una offensiva di terra ed Hezbollah che risponde colpo su colpo tramite imboscate e lanci di razzi

– maggior uso delle operazioni “false flag” nel tentativo di coinvolgere direttamente i paesi del Golfo e l’Azerbaijan (pare ci siano stati anche alcuni arresti)

– maggiore costo delle operazioni (circa 1,2 miliardi al giorno), qui trovate tutto nel dettaglio

Invece, da parte dei difensori si riscontrano:

– maggiore capacità di reazione dopo il primo bombardamento subito

– maggiore pianificazione degli obiettivi da colpire: nei primi giorni impiego di armi datate per esaurire le difese del nemico; poi presa di mira delle basi e dei porti USA nel Golfo per metterli fuori gioco (ci sono riusciti), quindi lancio di droni a caccia del personale militare rifugiatosi negli hotel di Dubai, e ancora distruzione dei costosissimi radar per accecare il nemico (sono a buon punto), successivamente una nuova saturazione dei cieli di Emirati Arabi Uniti, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Iraq e Bahrain per evitare ritorsioni e tenerli sempre in allerta e, per finire, una maggiore concentrazione di fuoco su Tel Aviv, sulle le basi militari nel deserto del Negev e nelle vicinanze della centrale atomica di Dimona

– utilizzo della tattica russa di risposta simmetrica: se viene colpita una banca attaccano una banca, se un deposito di gas fanno altrettanto e così via

– maggiore efficacia delle difese aeree: abbattuti più F-15, un F-35 (l’anno scorso lo preannunciavo), aerei cisterna e droni spia, colpiti a terra diversi Eurofighter

– maggiore supporto dai paesi amici: pare che la Russia fornisca sistemi di guerra elettronica mentre la Cina ha messo a disposizione di Tehran il suo sistema di navigazione satellitare BeiDou e la società MizarVision per l’analisi in tempo reale delle immagini e l’utilizzo di sistemi protetti di comunicazione e puntamento missilistico

– chiusura selettiva dello stretto di Hormuz da cui passano circa un quarto degli idrocarburi e dei fertilizzanti prodotti a livello globale assieme a molte altre materie prime come l’alluminio.

Reazioni negli stati coinvolti

Nei paesi del Golfo dall’incredulità iniziale si è passati alla minimizzazione dell’accaduto fino a quando è stato possibile; dopo la prima settimana gli aeroporti sono stati presi d’assalto dagli stranieri, le città si sono parzialmente svuotate e non di rado si sono viste scene di gente in festa davanti ai missili che cadevano sulle basi americane, soprattutto in Bahrain che è un paese a maggioranza sciita.

In Israele e in Iran questo conflitto ha il supporto della maggior parte della popolazione, c’è poco da aggiungere. E i due governi sono molto abili a sfruttare questo sostegno per mettere da parte le problematiche interne.

In USA, la situazione è diametralmente opposta, con la maggioranza della popolazione contraria a una guerra che probabilmente molti non sanno nemmeno dove si stia svolgendo.

Quanto al presidente Trump, se continua così, rischia qualcosa di impensabile fino a 6 mesi fa, e cioè far vincere un democratico alle prossime elezioni, senza dimenticare le consultazioni parlamentari di novembre. Le promesse elettorali non mantenute stanno sfaldando la sua base elettorale (il cosiddetto movimento MAGA). Se da un lato i neoconservatori e i cristiani sionisti si sono stretti attorno a lui anche più che alle amministrazioni democratiche, dall’altro coloro che lo hanno fatto vincere alle ultime elezioni gli stan voltando le spalle. Dall’America “rurale” a diverse sfere dell’esercito, fino a tutte quelle personalità ex trumpiane, come gli “influencer” Tucker Carlson, Candace Owens e Joe Rogan, i politici Massie e Marjorie Taylor Greene, senza dimenticare le dimissioni di Joe Kent dall’antiterrorismo e di Dan Bongino dall’FBI. Anche influenti personalità del mondo accademico come il professor Mearsheimer non concedono più giustificazioni al presidente.

Dal tifo…

Il can can mediatico attorno al conflitto mi ha ricordato quando da ragazzino andavo a vedere il Monza calcio allo stadio; ad inizio anno i tifosi cantavano “andremo in serie A”, a metà anno “resteremo in serie B”, a fine anno, quando ormai la retrocessione era matematica, “torneremo in serie B”.

Siamo passati dall’obliterazione completa dell’Iran agli ultimatum, alle richieste di aiuto ai paesi NATO, alle finte negoziazioni fino a un classico sempre apprezzato “siccome così non funziona insistiamo, anzi raddoppiamo”.

Nel mezzo fantomatici droni che dovrebbero attaccare la California e minacce agli impianti nucleari degli Stati Uniti.

Dall’altro lato della barricata, i persiani hanno deciso di affidare i loro messaggi ai social, ai podcast dove il professor iraniano Marandi (nato a Richmond in Virginia) imperversa e all’intelligenza artificiale, con filmati ironici che fanno milioni di visualizzazioni. Il messaggio è solo uno: andremo avanti fino alla fine senza paura. Chi si è dimostrato più tenero, come il presidente Pezeshkian, è stato parzialmente messo da parte

…alle considerazioni basate sui fatti

Economici

Abbiamo già visto i costi per chi attacca: oltre 1,2 miliardi al giorno cui vanno aggiunti i costi di dispiegamento iniziale e i futuri costi per ripristinare munizioni e mezzi persi. Il tutto con le materie prime in rampa di lancio e con la Cina che in questo campo ha il coltello dalla parte del manico assieme alla Russia. Con un debito pubblico prossimo ai 40 trilioni di dollari e le questioni Ucraina e Taiwan ancora sul tavolo, forse Donald farebbe bene a ragionare in maniera più approfondita sulla campagna intrapresa.

I costi di chi difende sono assai inferiori se si guarda allo sforzo bellico in sé, anche perché l’Iran sono almeno 30 anni che si prepara a questa guerra; tuttavia, sono assai superiori se si osserva la distruzione delle città e delle infrastrutture.

Chiaramente c’è anche chi guadagna e, casualmente, paiono essere quegli speculatori finanziari che sempre casualmente (o magari per un intuito innato che non sbaglia mai, chi lo sa) indovinano in anticipo le dichiarazioni di Trump, siano esse vere o false, e si trovano sempre dal lato giusto del mercato. Nel frattempo, la gente comune soffre per i tassi di interesse che riprendono a salire assieme all’inflazione.

Allargando la prospettiva, in ballo c’è anche il futuro del dollaro. Ancora saldamente padrone dei mercati finanziari, rischia di prendere una bella botta a lungo andare. Primo perché nessuno stato con un minimo di amor proprio vorrà essere dipendente da Washington, secondo perché se si interrompe l’afflusso di capitali dai paesi arabi eh beh, qualche conseguenza si comincerà a sentire. Per ora Giappone ed Europa riescono a supplire, ma anche per loro il futuro è alle spalle se non cambiano rotta.

A livello globale la preoccupazione principale riguarda la chiusura selettiva dello stretto di Hormuz, specialmente se a breve la saracinesca calerà anche su quello di Bab el Mandeb. Una situazione a vantaggio dell’Iran, che continua ad esportare e decidere chi può passare e chi no. Pare che negli ultimi giorni sia stata imposta ai paesi neutrali una tariffa da pagare in yuan per l’attraversamento dello stretto, e pare anche che ci sia una coda chilometrica alla cassa. E, mentre al resto del mondo il petrolio costa molto più che un mese fa, Iran e Russia, nonostante le obliterazioni subite, incassano che è un piacere. Anche perché, e qui sta il paradosso dei paradossi, gli Stati Uniti hanno alleggerito le sanzioni sia a Tehran che a Mosca, spaventati come sono dal rialzo dei prezzi e dalla scarsità di materia prima. A soffrire maggiormente sono gli stati asiatici, molti dei quali alleati di Trump: Giappone, Corea del Sud, Filippine, Thailandia, cui si aggiungono Vietnam, Pakistan e India; molti di loro si sono già rivolti sia a Putin che agli iraniani per delle consegne immediate. Tra i paesi del Golfo si salva solo l’Arabia Saudita che riesce comunque a esportare attraverso il Mar Rosso (fino a che rimane navigabile). Discorso analogo va fatto per il gas e per i fertilizzanti di cui, guarda un po’, la Russia è il maggior produttore al mondo.

Concludo con un accenno ai danni naturali, così giusto per fare un po’ di polemica: solo la distruzione del Nord Stream ha rappresentato un evento paragonabile o, andando indietro, i pozzi iracheni che bruciavano durante la Guerra del Golfo; nonostante ciò, le cheerleader dell’ambientalismo sono più mute che mai. Nubi tossiche ed inquinamento dei mari rischiano di allargarsi, senza pensare al peggio.

Militari -attaccanti-

Il punto di forza principale è ancora la logistica USA, che permette di colpire in ogni parte del globo. I satelliti e la capacità di vedere e sentire tutto rimangono sempre di primissimo ordine, così come i servizi di intelligence, anche se quella supremazia complessiva tipica dei decenni passati è finita.

Gli Stati Uniti hanno quasi 800 basi in giro per il mondo eppure, quelle che ora servono di più, sono fuori uso. Al momento sembra che solo una base in Arabia Saudita sia rimasta operativa. E questo in solo tre settimane di conflitto.

La flotta staziona al largo, non si avvicina all’Iran per paura di essere colpita. Due portaerei han dovuto rientrare in porto, una per problemi alle fognature e l’altra per lo scoppio di un incendio: si vocifera di sabotaggi interni da parte dei marinai per non andare in guerra. Naturale quindi che chiedano aiuto agli alleati, è il medesimo schema utilizzato dal 1999 (ex Jugoslavia) in poi; partono all’arrembaggio senza consultazioni e poi cercano di coinvolgere gli altri; al momento, tra lo stupore generale, l’Europa non ci è cascata, auguriamoci che la Romania non conceda le sue basi per attacchi diretti, altrimenti diverrebbe un probabile obiettivo dei missili di Tehran.

E che dire delle munizioni, sia offensive che difensive. A seconda delle stime, tra maggio e giugno i magazzini saranno vuoti, con buona pace di Israele, Taiwan e Ucraina. A dirlo sono gli inglesi tramite il RUSI (Royal United Service Institute), il più antico istituto al mondo che si occupa di difesa e sicurezza.

Il tutto con un budget annuale che è arrivato a 1 trilione di dollari, circa 100 volte quello iraniano. Il buco creato dal Pentagono negli anni è incalcolabile, ha fallito 8 revisioni dei conti di fila, non riesce a contabilizzare oltre 4 trilioni di dollari, è tecnologicamente indietro su tutti i sistemi di guerra della nuova generazione, vale a dire droni aerei, marini e sottomarini e missili ipersonici manovrabili.

Dato il quadro preoccupante appena descritto appare logico voler tentare (magari già in questi giorni) uno sbarco (boots on the ground) sul territorio iraniano? Sia esso a Nord sull’isola di Kharg dove ci sono i terminali petroliferi da cui l’Iran carica le navi per il mercato estero, o al centro nello stretto di Hormuz dove si trova l’isola di Qeshm trasformata in una roccaforte colma di bunker, missili e droni o ancora a sud nel porto di Chandahar, l’esito finale non cambierebbe: un bagno di sangue. Anche ammettendo che riescano a prendere uno dei tre obiettivi, i soldati rimarrebbero intrappolati (come è successo agli ucraini a Kursk) ed esposti al fuoco nemico con poche alternative se non la resa (qualora venga loro concessa).

Quasi tutta la costa iraniana è difesa da catene montuose impervie, assaltarla richiederebbe milioni di uomini e non i circa 20 mila che pare siano in stato di massima allerta. Certo i bombardamenti da soli non bastano a conseguire una vittoria; tuttavia, non vedo come una incursione solitaria possa in qualche modo giovare a chi attacca.

Passando a Israele, il problema principale è il reclutamento, soprattutto in caso di operazioni di terra. Non ci sono abbastanza soldati di professione. Gli arabi e gli ultra ortodossi non sono arruolabili e costituiscono circa il 35% della popolazione. Nella migliore delle ipotesi Tel Aviv potrebbe schierare 500 mila soldati; ne hanno mobilitati 300 mila per Gaza, che è 4500 volte più piccola dell’Iran; si potrebbe anche fare per brevissimi periodi; in caso di conflitto prolungato e su più fronti si rischierebbe la paralisi economica e sociale del paese.

Certo, fino a quando Israele manterrà una forte capacità d’influenza sugli Stati Uniti, dei servizi segreti di primo ordine e una disponibilità finanziaria notevole, rimarrà un osso duro per chiunque.

Militari -difensori-

Il punto debole degli iraniani sono l’aviazione convenzionale e le difese aeree. Da anni non riescono a mettersi d’accordo coi russi per delle forniture degne di nota, e così sotto questo aspetto sono rimasti indietro. La superiorità aerea degli Stati Uniti e di Israele rende difficile l’uso di quei sistemi di difesa made in Iran al passo coi tempi; come i lanciatori escono dal sottosuolo il nemico li vede e li distrugge. Negli ultimi giorni la situazione è migliorata, diversi aerei sono stati abbattuti, ma ancora stanotte le principali città iraniane han subito pesanti bombardamenti. Diverso sarebbe il caso di una incursione in stile venezuelano, con gli elicotteri del nemico che verrebbero facilmente presi di mira da migliaia di missili terra aria trasportabili.

Il punto forte sono invece le città sotterranee. Costruite a grandi profondità, protette da quello che è considerato il miglior cemento armato al mondo, completamente autosufficienti e gremite di droni e missili di ogni tipo. Danno la possibilità all’esercito iraniano di proteggersi e poter sostenere un conflitto di lunga durata.

Due variabili che potrebbero dare ulteriore vantaggio a Tehran sono Hezbollah e gli Houthi. Il primo ha già cominciato a combattere contro l’esercito israeliano nel Libano del Sud, schierando le sue unità di élite e fermando l’avanzata dei carri di Tel Aviv. I secondi per ora si sono limitati a una serie di dichiarazioni minacciose (una loro specialità); vanno comunque presi molto sul serio visto che han resistito a 11 anni di guerra contro tutte le monarchie del Golfo e già nel biennio passato hanno preso il controllo del Mar Rosso e rimandato a casa le portaerei statunitensi.

Gli errori strategici

Attaccanti

Stati Uniti e Israele hanno preso un abbaglio strategico, mettiamola così; iniziare uccidendo il capo politico e religioso del nemico, tra l’altro il più fiero oppositore all’acquisizione della bomba nucleare, è stato un grave errore, specialmente in un momento storico in cui viene difficile simpatizzare con gli attaccanti dopo le vicende legate ai file di Epstein; non parliamo del nome dell’operazione: Epic Fury, è stato immediatamente ribattezzato come Epstein Fury. È lo stesso errore fatto in Ucraina quando la NATO ha inviato i carri armati tedeschi al fronte, in 2 secondi i russi hanno riportato la memoria alla Seconda guerra mondiale e alla lotta contro il nazismo, riducendo l’opposizione interna a zero e caricando i soldati a molla.

Ora, a vedere Trump, sembra proprio che si sia reso conto del casino in cui si è ficcato, sarebbe meglio quindi cercare una via d’uscita veloce prima che la situazione sfugga completamente di mano; anche perché gli iraniani non si arrendono, e dunque cosa si fa, si rade al suolo il paese? Con Tehran che reagirebbe colpendo gli impianti energetici e di desalinizzazione di tutto il golfo? Facciamo morire tutti di sete? E anche ammettendo di piegare l’Iran, dove andrebbero i prezzi dell’energia il giorno in cui da quella zona non si potrà più esportare nulla perché è tutto in fiamme?

E ancora, Russia e Cina, le due ossessioni dell’occidente, come le contrasti senza munizioni, senza alleati, con l’inflazione alle stelle, i tassi in rialzo e un debito monstre? Vogliamo davvero sacrificare il futuro per un presente che di glorioso ha ben poco?

Mi permetto di aggiungere che mandare in giro a trattare per il Medio Oriente (così come in Russia) il duo Witkoff-Kushner fortemente legato al premier israeliano da decenni, non è stata la più brillante delle idee; due immobiliaristi miliardari che misurano i rapporti tra gli stati in metri cubi edificabili come possono confrontarsi con strutture diplomatiche che hanno tradizioni antichissime e solidissime?

Anche chiedere aiuto, anzi pretendere aiuto, da paesi che hai contribuito a mettere in ginocchio e poi sorprenderti del loro no, come è possibile Donald? Pure Spartaco si è ribellato a un certo punto. Prima ci togliete la Libia, poi la Russia, ora anche il Qatar, manca solo l’Azerbaijan (e non manca molto avanti di questo passo) e noi come andiamo avanti? A legna no perché anche quella arriva da Putin, a carbone nemmeno perché inquina, un nucleare decente l’ha solo la Francia, e gli altri? Per permetterti il gas naturale liquefatto USA devi essere un Lutnick (segretario al commercio USA, quello delle tariffe) o un Bessent (segretario al tesoro USA) o esserti sposata con un buon partito come il nostro trio delle meraviglie Von der Leyen, Kallas, Metsola.

Difensori

Il più grande errore dell’Iran è non aver seguito la strada della Corea del Nord negli anni 90. Stabilito che Israele ha la bomba atomica e che ti vede come una minaccia per la sua sicurezza come fai a non dotarti di una tecnologia vecchia di 80 anni e che può benissimo essere condivisa con Russia o Corea del Nord.

L’altro errore (salvo sorprese sotto terra) è stato non stringere per tempo accordi di fornitura coi russi o coi cinesi. È vero che c’è l’orgoglio di un popolo millenario, è vero che c’è un’industria bellica di primissimo ordine, ma anche la Cina ha chiesto aiuto alla Russia e continua a chiederlo, e la Russia stessa senza i droni iraniani avrebbe avuto parecchi grattacapi in Ucraina.

Tutto ciò non per attaccare Israele, ma per mettere al sicuro la propria popolazione.

Cosa ci aspetta

Al momento nulla di buono. Turchia e Azerbaijan potrebbero venire coinvolte nel conflitto.

Le monarchie del golfo, Arabia Saudita, Bahrain, Emirati Arabi Uniti, Kuwait e Qatar stanno subendo oltre ai missili e ai droni un bel ridimensionamento. Le loro infrastrutture energetiche sono seriamente danneggiate e, in caso di inasprimento del conflitto, rischiano di rimanere senza acqua potabile.

Il mito dei paesi sicuri, accoglienti, fiscalmente amichevoli e turisticamente attraenti è finito. Già nel 2008 con la crisi finanziaria si era visto che non era tutto oro quello che luccicava; tuttavia, oggi, o raggiungono un accordo per la sicurezza del Medio Oriente nella sua interezza (Palestina inclusa) o vivranno in una situazione di conflitto permanente. L’operazione di marketing delle famiglie reali che giravano per i centri commerciali per rassicurare i cittadini non ha funzionato. Anche chi non si interessa di cosa accade nel mondo, gli hotel in fiamme li ha visti. Mediaticamente l’Iran ha fatto più danno con un drone a Dubai che non con tutti i missili lanciati in un mese di guerra. Pensiamo anche al ruolo degli aeroporti, vero e proprio ponte tra oriente e occidente, ridimensionato anche quello.

Su Israele e Iran sospendo il giudizio, l’impressione è che se non trovano un modo di coesistere ci sarà il rischio di un attacco nucleare da parte di Tel Aviv; convenzionalmente Israele non può vincere, così come l’Iran non può perdere o finirebbe come la Siria. In caso di atomica, Russia e Cina potrebbero intervenire al pari del Pakistan che, se da un lato solidarizza con gli iraniani, dall’altro ha un patto di mutua difesa con l’Arabia Saudita. E se Islamabad si muove, di certo l’India non starà a guardare.

Gli Stati Uniti stanno vivendo la classica fase di un impero in declino; speriamo se ne rendano conto e si adattino alle mutate condizioni geo politiche; restano al momento una delle tre grandi super potenze, non più la sola. Le altre sono Cina e Russia cui nel prossimo futuro si aggiungerà l’India. Se non vogliamo rischiare una nuova polarizzazione (USA-Israele vs Russia-Cina) come durante la guerra fredda è prioritario elaborare un piano a prova di bomba che garantisca la sicurezza di tutti, anzitutto dell’Europa e del Medio Oriente. Sia esso basato sulla deterrenza o su un sistema di garanzie reciproche non importa, l’importante è che sia concreto ed effettivo e che chi non lo rispetta ne paghi le conseguenze, chiunque esso sia.

Noi occidentali, oramai abituati a volere tutto e subito, dobbiamo ricordarci che più si va a Est più il processo decisionale è lento; fino ad ora abbiamo considerato i tentennamenti altrui come debolezza, tuttavia, dovrebbe esserci chiaro che paesi come l’Iran, la Russia o la Cina, quando partono partono, e non importa se ci vorranno 5, 10 o 20 anni per raggiungere i loro obiettivi, non torneranno indietro.

Dunque, l’ipotesi delle conferenze in cui tutti gli attori sono invitati a partecipare è la più auspicabile. Ci potrà volere qualche anno e, anzi, ci dovrà volere qualche anno per dirimere tutte le controversie alla radice. I cessate il fuoco possono servire per le piccole dispute di confine, non per risolvere le questioni che mettono a rischio l’esistenza di uno stato, sia esso Israele, l’Iran, l’Ucraina o la Russia.

Come deve porsi di fronte a ciò un cristiano cattolico? (leggere con cautela)

E con questa concludo

In pratica

In tutti i paesi del Medio Oriente e dell’Africa dove la NATO e i suoi alleati hanno sganciato bombe i cattolici sono sempre stati dalla parte delle vittime: comunità perseguitate, decimate, sacerdoti e laici rapiti o uccisi, interi villaggi costretti a scappare altrove, impossibilità di professare la propria fede apertamente. Parliamo di circa 5 milioni di persone solo tra Iraq e Siria, dove comunità antichissime sono state spazzate via dal terrorismo islamico. Abbiamo il dovere di ricordarlo ai nostri politici perché non succeda nuovamente.

In teoria

La giustificazione biblica del conflitto data dal governo di Tel Aviv dovrebbe, in teoria, alleggerire le nostre coscienze. In particolare, la fine del capitolo 15 della Genesi (qui) in cui Dio dona ai discendenti di Abramo la terra tra la penisola del Sinai (Egitto) e il fiume Eufrate (Iraq). Lasciamo perdere per il momento le interpretazioni che provengono da libri estranei alla nostra religione.

Limitiamoci alla Genesi, un testo che narra vicende successe oltre 3600 anni fa e che quindi è abbastanza arduo prendere alla lettera. Tuttavia, prendiamola alla lettera: per noi cristiani cattolici i discendenti di Abramo siamo proprio noi; dopo la venuta di Gesù Cristo siamo noi la sua Chiesa e la controparte del patto tra Dio e l’uomo. Se poi integriamo la Genesi con quanto scritto nell’Apocalisse, capiamo bene che di certi argomenti si parlerà solo alla fine del mondo e non saranno di nostra competenza, ma di Dio (cosa per altro condivisa dalla religione ebraica; per noi sarà la seconda e definitiva venuta del Messia, per loro la prima, in ogni caso il tutto è demandato a Dio, compresa la ricostruzione del tempio di Gerusalemme che rischia di accendere un altro conflitto).

Fatta questa succinta premessa, per cui spero di non essere scomunicato da chi ne sa molto più di me, la giustificazione religiosa di conflitti che hanno ben altre origini, per noi cattolici cade sotto il secondo comandamento (lo ricordo per i più distratti): non nominare il nome di Dio invano.

E quali sono queste altre origini? Ah, da europeo è semplice capirlo, sono i movimenti nazionalisti sorti nell’Ottocento proprio nel cuore del Vecchio Continente e che hanno decretato la fine dei tre imperi (asburgico, ottomano, russo) e l’ascesa degli stati nazionali con le loro mire espansionistiche (si pensi alla Francia o alla Prussia). Il famoso “sionismo” di cui tanto si sente parlare, trae le sue origini proprio da questo periodo e da questi luoghi, per ammissione e “passaporto” dei suoi stessi fondatori. È un movimento politico nato laicissimo, che ha esplorato varie zone del mondo oltre alla Palestina per la creazione dello Stato nazionale di Israele, tra cui Argentina, Uganda, Crimea, Turchia, Cipro e addirittura il Texas. Si è poi scelta la Palestina sia perché diverse comunità ebraiche si erano già ristabilite in quella zona per ragioni storiche, sia perché l’Inghilterra, che ne assunse il controllo dopo il crollo dell’impero ottomano, diede il suo pieno appoggio alla creazione di Israele già nel 1917 (Dichiarazione di Balfour).

La componente religiosa, peraltro assai contestata da moltissimi rabbini in giro per il mondo, si è aggiunta successivamente. Tanto è vero che esistono molti più cristiani (protestanti) che ebrei sionisti, proprio perché è un’ideologia politica a cui teoricamente chiunque può aderire. Non ha un “battesimo”, non richiede una discendenza da parte di madre.

Ecco perché è importante andare a fondo degli argomenti, anche quando sono molto delicati. Altrimenti sembra sempre che il giorno “X” questo o quel capo di governo sia impazzito e abbia deciso di muovere guerra col pretesto degli ultimi 5 minuti di storia. Non è così.

Detto ciò, può un cattolico sentirsi smarrito davanti ai silenzi o alle mezze verità che arrivano dalla gerarchia ecclesiastica? Sì, certo, anche se non tutti tacciono (qui); in ogni caso il cattolico ha degli strumenti preziosi per orientarsi, ovvero la storia e la tradizione della Chiesa e dei suoi santi.

Andiamo a rileggere chi fu e cosa fece durante la Seconda guerra mondiale il vescovo Clemens August von Galen, di cui domenica scorsa si è celebrata la ricorrenza, detto il Leone (lui sì) di Münster per il suo coraggio nel denunciare senza mezzi termini il nazismo, un uomo che persino Hitler e Goebbels temevano!

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L’Iran non è l’anti Cristo -prima parte-di Fogliolax

L’Iran non è l’anti Cristo -prima parte-

Fogliolaxmar 18
 
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In questa prima parte racconterò la mia visione dell’Iran e della sua società, mentre nella seconda parlerò del conflitto in atto.

Premessa: l’Iran non è l’anti Cristo preannunciato da San Giovanni nell’Apocalisse. Nonostante alcuni articoli recenti lo dipingano come tale, il sospettato non corrisponde alla descrizione.

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Da Ciro a Khamenei

L’Iran è uno stato che discende da un antico impero fondato da Ciro il Grande circa 2600 anni fa e che né i greci né i romani furono in grado di assoggettare. Ci riuscirono militarmente gli arabi tra il 600 e l’800 d.C., non culturalmente dato che sia la tradizione persiana che la lingua farsi rimasero sempre vive per tutto il Medioevo fino a far scegliere all’Iran un percorso diverso (quello sciita) rispetto alla maggioranza araba. Nel 1000 gli invasori turchi finirono per diventare loro stessi persiani; addirittura i mongoli e Tamerlano, che pure portarono enormi distruzioni tra il 1200 e il 1500, si fecero affascinare dalla cultura persiana. Nel 1501 la dinastia Safavide riunificò il regno e diede origine all’”Iran” sciita. Nel 1800 e nel primo ‘900 il territorio venne conteso tra russi e inglesi, dopo la Seconda guerra mondiale l’influenza sovietica ebbe la meglio fino al golpe del 1953 promosso da CIA e MI6 che portò al potere Mohammad Reza Pahlavi. Dopo 26 anni, nel 1979, la rivoluzione guidata dagli ayatollah diede vita alla repubblica islamica odierna.

Questi brevi cenni storici servono a far comprendere che ci troviamo di fronte a un popolo che affonda le proprie radici nella storia; al di là dell’importante componente sciita, un iraniano è anzitutto un persiano, portatore di una cultura antica e discendente di una società organizzata attorno a dei valori tradizionali: fede, unità della patria e famiglia.

Ecco perché il regime non è crollato sotto i bombardamenti, anzi, ne è uscito rafforzato. Questa demonizzazione del nemico, della sua cultura e della sua storia tipica della NATO non fa altro che stringere le popolazioni attorno ai propri governi. È successo in Afghanistan, in Russia, in Iran e succederà anche in Cina. Senza dimenticare l’Africa, dove i recenti golpe militari sono stati accolti con grande favore dai cittadini desiderosi di liberarsi dalla presenza francese.

Il mio Iran

Con l’intento di riumanizzare il “nemico”, concedetemi alcune semplificazioni turistiche di natura personale.

Tutte le volte che mi sono recato a Tehran e dintorni durante la prima presidenza Trump, la mia impressione è stata quella di trovarmi nella Russia rurale post sovietica o nel Sud Italia di 30 anni fa: dall’accoglienza nelle case dove come entri ti portano da mangiare e da bere come se arrivassi da 40 giorni nel deserto, al modo in cui guardano “o’straniero” con un misto di sospetto e di ammirazione, fino alle nonne, che coordinano tutto il ménage familiare con stile militaresco.

Per non parlare del traffico caotico, immaginate Napoli o Bari con 15 milioni di abitanti!

E che dire dei vestiti, così demonizzati da noi “occidentali”. Un volto coperto non l’ho mai visto. In generale le donne appartenenti alle famiglie più osservanti portano o il chador (mantello) nero classico con uno scialle che copre i capelli o delle tuniche colorate di origine persiana. Nella capitale ho visto moltissime ragazze con gonne sotto al ginocchio o pantaloni, camicie (chiuse) e foulard dei migliori stilisti francesi e italiani per coprire i capelli. Questo in pubblico, mentre nelle serate trascorse nelle case private i capelli non venivano coperti e le gonne lasciavano intravedere il ginocchio (e anche un po’ di più).

Nella Russia rurale la situazione non è molto differente, e anche a Mosca, a Minsk o a Kiev, quando le donne entrano in Chiesa si coprono i capelli. Non era (è) così anche nel Sud Italia? Alcune volte ho inviato foto scattate fuori Tehran ad amiche della Campania o della Sicilia e pensavano fossi in qualche paesino dalle loro parti.

È pur vero che esiste una parte di società che a noi può sembrare “fuori dal mondo”, ma solo una percentuale minoritaria di iraniani vive queste regole come una imposizione. Durante i miei viaggi mi è capitato di parlare con delle donne “integraliste”, impegnate in politica, vestite sempre di nero e coperte dalla testa ai piedi (col volto scoperto però). Mi hanno spiegato che è il loro modo di conservarsi per il futuro marito, che sono contente di farlo e che, nonostante le apparenze, non hanno rinunciato ai loro “vezzi” femminili. Dopo qualche giorno di frequentazione per motivi lavorativi ho acquisito la loro fiducia e così mi hanno mostrato le quantità industriali di gioielli che indossano sotto il chador e persino i loro telefoni, adornati da custodie infantili in netto contrasto con le persone che avevo di fronte.

Parliamo di ragazze per lo più laureate e con un ottimo livello di inglese, molto gentili al limite del servile: per giorni ho faticato a farmi aprire le porte e a precederle nel passo, ma non hanno voluto sentire ragioni, mi sono quindi (piacevolmente) adattato per non offenderle; ne ho conosciuta abbastanza bene una che ora studia a Roma e con cui sono ancora in contatto, ci sono anche uscito una volta, nel caffè dell’hotel, di pomeriggio, sotto lo sguardo della mia guida che controllava dal tavolo a fianco che non ci fosse alcun contatto fisico tra lo straniero e l’indigena. È stato molto divertente. L’ho raccontato a una mia amica pugliese e mi ha detto che suo padre ugualmente non la faceva uscire di sera, ispezionava i vestiti che indossava e ai primi appuntamenti mandava il fratello a controllare.

Poi, come in tutte le società, le esagerazioni esistono, ma, tra i paesi islamici che ho visitato, l’Iran è sicuramente il più affine a noi. A parte l’alcol, che è davvero proibito per lo meno nei luoghi pubblici, e così mi è capitato di stare fino alle 2 di notte in un ristorante con musica dal vivo bevendo tè, allietato da un cantante azero imitatore di Little Tony con tanto di classico abbigliamento post comunista: scarpe chiare di pelle di almeno 4 numeri in più, pantalone scuro sotto al tacco e camicia completamente aperta.

Venendo a temi più seri, c’è rispetto sia per i cristiani sia per gli ebrei che da Babilonia furono liberati proprio da Ciro, il fondatore della Persia. Per gli iraniani Gesù è un grande profeta, purtroppo non è il figlio di Dio come per noi, tuttavia lo venerano come Suo messaggero. Lo stesso dicasi per la Santa Vergine Maria, cui l’anno scorso è stata intitolata una fermata della metropolitana. E così io giravo tranquillamente con l’anello rosario al dito e la domenica partecipavo alla Messa; certo, è un paese musulmano, la prudenza è sempre consigliata. Ci sono ancora le pubbliche impiccagioni, durante le ultime proteste le vittime sono state circa 4 mila (ne parleremo nella seconda parte), ma credere che bombardandoli possiamo mitigare alcune loro abitudini è quantomeno insensato.

Non sono comunque dei terroristi internazionali seriali come spesso li si dipinge accomunandoli ad Al Qaeda, ISIS e alle loro diramazioni tutte di matrice sunnita salafita. In modo diretto hanno ucciso alcuni dissidenti all’estero, questo sì. Hezbollah è un’altra storia, la vedremo nella seconda parte. Quello che stupisce è che a noi cattolici sfugga la differenza, visto quanto avvenuto in Iraq e Siria dove gli sciiti hanno combattuto accanto e a difesa anche dei cristiani o in Nigeria dove i nostri fratelli nella fede sono perseguitati da Boko Haram, altro gruppo sunnita salafita.

Cito un ultimo aneddoto che poi tornerà utile nella seconda parte. In nessuno dei viaggi ho subito controlli a parte quelli aeroportuali che sono un filino capillari; per pura curiosità personale sono persino andato in taxi all’ingresso di una delle centrali nucleari bombardate l’anno scorso. Nessuno mi ha fermato o fatto domande. Passando rapidamente al presente, a Tehran operano abbastanza liberamente Sky News e CNN, le tv del nemico. Quella iraniana è una società molto orgogliosa, con abitudini consolidate e che accetta restrizioni solamente dall’interno, non dall’esterno, a costo di rimetterci la vita dei propri leader.

Ecco perché se non vogliamo vivere in uno stato perenne di conflitto, occorre trovare ciò che ci accomuna con le altre civiltà e non sempre e solo quello che ci divide. Se, ad esempio, guardiamo alle foto o ai ritratti dei grandi missionari cristiani notiamo come col tempo essi prendevano le sembianze del popolo presso cui vivevano, senza per questo rinunciare ad annunciare il Vangelo o a seguire gli insegnamenti di Cristo.

Purtroppo, noi europei ci siamo dimenticati la nostra storia, le nostre radici greco romane; pretendiamo di imporre i nostri valori a tutto il mondo, in un momento in cui i nostri valori sono in fortissima crisi, non perché non siano più validi, ma perché in nome della globalizzazione li abbiamo rimossi dalle nostre vite e sostituiti con i capricci del momento. Come possiamo relazionarci con altri popoli e culture non sapendo più chi siamo? Come possiamo eventualmente anche invitarli ad abbandonare certe forzature se non riusciamo più a proporre una valida alternativa? Come possiamo giudicare i loro comportamenti se l’autorità morale (il Papa, ma anche molti Cardinali) sovente si dimentica del suo ruolo?

“Chi di voi è senza peccato, scagli per primo la pietra contro di lei” ci fa sapere sempre San Giovanni.

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Putin-Trump: primo e secondo round, di Fogliolax

Putin-Trump: primo round

Anchorage, Alaska

Fogliolax16 anni fa
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Si è appena concluso l’incontro in Alaska tra Vladimir Putin e Donald Trump. I due leader non si incontravano dal vertice del G20 del 2019.

· COSA È ACCADUTO in queste sei ore che rimarranno impresse nei libri di storia?

All’arrivo in aeroporto, il protocollo era quello solitamente riservato a un importante Capo di Stato: un ricevimento sul tappeto rosso da parte del suo omologo, accompagnato da un omaggio da parte dell’esercito e dell’aeronautica (sì, va bene, il sorvolo del bombardiere B2 utilizzato in Iran due mesi fa è stato un po’ un “fiore all’occhiello di Trump”, ma lasciamoglielo intendere).

Subito dopo i saluti, la prima sorpresa: Putin è salito sulla “Bestia”, l’auto presidenziale di Trump, nonostante la sua Aurus fosse pronta ad accoglierlo.

Dopo le formalità, troviamo i protagonisti chiacchierare in una sala riunioni a porte chiuse. Ogni parte aveva tre partecipanti: i presidenti Putin e Trump, i loro fidati collaboratori Ushakov e Witkoff, e i ministri degli Esteri Lavrov e Rubio.

Tre ore di colloqui (dalle 21:30 alle 00:30) sono state seguite da una convocazione stampa quasi immediata. Ottimismo e buon umore erano evidenti da entrambe le delegazioni, sebbene l’ambasciatore russo si sia affrettato a chiarire che il momento per una svolta decisiva non era ancora arrivato.
I due presidenti si sono presentati insieme alla conferenza stampa, dove non hanno risposto alle domande dei giornalisti.
Putin ha parlato per primo (per 9 minuti), iniziando, prevedibilmente, con una panoramica storica, fortunatamente non a partire dalla scoperta dell’America, ma dal 1800. Il presidente russo ha elogiato Trump, criticato Biden e poi ha affrontato la guerra in Ucraina.

Putin ha ribadito che per la Russia si tratta di una questione di sicurezza nazionale e ha ringraziato Trump per aver compreso la situazione, esprimendo la speranza che questo allineamento possa favorire il processo di pace. È seguita una frecciatina all’Europa, insieme a elogi per gli Stati Uniti, con i quali la Russia è pronta a collaborare in ambito tecnologico, Artico e spaziale.

Gli ultimi 3 minuti sono stati dedicati a Trump, che ha ringraziato tutti i partecipanti, con una menzione speciale per il ministro degli Esteri russo Lavrov.

Il presidente degli Stati Uniti ha anche sottolineato che dovrà consultare gli stati membri della NATO e Zelensky prima di firmare qualsiasi accordo o di incontrare nuovamente Vladimir nel prossimo futuro.

In chiusura, Putin ha invitato Trump a Mosca (in inglese) e ha ringraziato tutti i presenti (sempre in inglese).
Poco dopo, i due leader salirono sui loro aerei presidenziali e fecero ritorno alle rispettive capitali.

· ALCUNE OSSERVAZIONI

Cominciamo col dire che l’incontro è stato preparato in modo impeccabile da entrambe le delegazioni, con il minimo clamore e senza spazio per provocazioni o malintesi. Nessun accenno a “aggressore” o “aggredito”, né a un cessate il fuoco: argomenti per chi ha capito poco della situazione.

Nel pomeriggio, in linea con il tono generale, il Ministro degli Esteri russo Lavrov è arrivato con un piumino senza maniche e una felpa con cappuccio decorata con la scritta “CCCP” (URSS), sfidando le convenzioni come fa quando si sente a suo agio. Inutile dire che è il diplomatico di punta.

Putin si è comportato come al solito, salvo due eccezioni. Prima dell’incontro, ha approfittato del viaggio per visitare le regioni più orientali della Russia, fermandosi a Magadan per incontrare funzionari locali e una squadra giovanile di hockey su ghiaccio: tutto come al solito.

Durante l’incontro ha dato prova del suo consueto mix di sicurezza di sé e palese cortesia.
Alla conferenza stampa ha parlato tre volte più a lungo del suo omologo, contestualizzando storicamente la visita e soffermandosi ripetutamente sui dettagli; dopotutto, non dimentichiamolo, è un ex burocrate sovietico.
Dopo la conferenza stampa, ha deposto dei fiori in un cimitero militare e ha incontrato le autorità religiose ortodosse, gesti che compie ogni volta che lascia il Cremlino.

I due aspetti eccezionali menzionati in precedenza erano il suo raro uso pubblico dell’inglese e la sua enfasi su temi cari a Trump, vale a dire le critiche a Biden e la prospettiva di joint venture nell’Artico, nello spazio e nella tecnologia.

Anche Trump si è mostrato sfacciato e irriverente come al solito, anche se solo prima e dopo l’incontro. In Alaska, ha interpretato il ruolo del leader di una grande potenza alle prese con il leader di un’altra grande potenza. Donald sapeva benissimo di avere di fronte un uomo formidabile, ben preparato e con un vasto arsenale nucleare a disposizione, non un Rutte qualsiasi.

I due presidenti erano molto simili: alle lodi di Putin per Witkoff, Trump ha risposto con elogi per Lavrov. La battuta dell’uno è stata seguita da quella dell’altro, con una stretta di mano amichevole o un sorriso di circostanza. Al gesto di fiducia di Vladimir nell’aver viaggiato sull’auto presidenziale americana, Donald ha ricambiato utilizzando l’interprete russo per l’ultimo saluto: gesti piccoli ma significativi in un contesto del genere.

Anche la scelta dei partecipanti è stata identica. Erano tutti politici; non erano presenti figure militari, dell’intelligence o dell’economia e della finanza, nonostante la loro forte rappresentanza in Alaska. Un chiaro segnale che la politica determinerà (o dovrebbe determinare) il destino delle relazioni Mosca-Washington.

· IN CONCLUSIONE: COME È ANDATA?

Beh, perché quando due superpotenze non hanno contatti da anni e sono sull’orlo di un conflitto diretto, incontrarsi, parlare e scambiarsi cortesie è una vittoria per tutta l’umanità.

Beh, perché tre ore di colloqui a porte chiuse suggeriscono che siano stati affrontati argomenti più ampi rispetto a quelli menzionati nella conferenza stampa. Tra questi, potrebbero rientrare un quadro di sicurezza a lungo termine per Europa e Asia (inclusi Caucaso e Cina), un approccio congiunto per stabilizzare il Medio Oriente (Palestina e Iran in primis) e un contesto economico globale più civile, senza sanzioni dirette o indirette.
Beh, perché è probabile che sia stata elaborata una proposta per porre fine alle ostilità, da presentare a Zelensky e all’UE, dato che i punti chiave erano già stati discussi nelle chiamate preparatorie tra i leader.
Non tanto bene, perché il volto di Trump non era radioso come al solito, ed è comprensibile. Non perché abbia perso lo scontro con il leader russo (vedrete già i sostenitori dell’uno o dell’altro schierarsi), ma perché, mentre Putin gode di un sostegno interno pressoché totale, Donald no. Dovrà convincere le richieste della Russia al complesso militare-industriale, alla finanza, alle lobby e agli inglesi; solo in seguito a Zelensky (atteso alla Casa Bianca lunedì) e ai leader europei, che stanno facendo di tutto per prolungare la guerra da cui dipendono le loro carriere politiche. La pace sarebbe un fallimento per queste figure: purtroppo, abbiamo raggiunto questo livello di follia.

Infine, non dimentichiamo che l’incontro si è svolto nel giorno della festa dell’Assunzione della Beata Vergine Maria, quindi è giusto augurarsi il meglio!

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Trump & friends: secondo round

Casa Bianca, Washington

Fogliolaxago 20
 
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· GLI INCONTRI

Lunedì è stata la volta di Zelensky al cospetto di Trump.

Il presidente ucraino è arrivato preparato: abito nero, una buona dose di ironia e una cortesia degna di nota; pare abbia capito la lezione dell’ultimo incontro/scontro alla Casa Bianca.

Donald, ormai afferratissimo su quanto avviene in Ucraina dopo l’incontro con Putin, ha messo Volodymyr di fronte alla realtà dei fatti, con l’ausilio di una cartina raffigurante i territori conquistati dai russi in oltre tre anni di conflitto.

In poche parole, Trump gli ha detto di accettare l’accordo negoziato dalle due superpotenze e di vedere Putin faccia a faccia prima di un incontro trilaterale in cui gli Stati Uniti faranno da garante.

Zelensky ha fatto buon viso a cattiva sorte ribadendo educatamente il concetto che non cederanno al nemico e chiedendo garanzie di sicurezza. Per ingraziarsi Donald si è detto disposto a comprare armi made in USA per un ammontare di 100 miliardi di dollari. il conto, tuttavia, non andrà spedito a Kiev, ma ai “friends” citati nel titolo.

Chi sono questi benefattori? Ovviamente gli europei, arrivati in gruppo a sentire le ultime dal loro Daddy (o paparino come lo chiama Rutte, il segretario della NATO). Erano presenti i leader di Finlandia, Francia, Germania, Inghilterra, Italia, oltre a il Rutte e la Ursula VdL.

Trump li ha lasciati dire la solita sequela di banalità (qui), annuiva ed elogiava ognuno dei presenti, li “trollava” come si dice sui social media, ovvero li prendeva in giro; ha adulato la Meloni, si è complimentato con Stubb senza sapere nemmeno chi fosse, ha glorificato l’abbronzatura di Merz, ha ringraziato Rutte per il rialzo del budget NATO dal 2% al 5% del Pil (soldi che andranno alle industrie statunitensi) e lodato la Von der Leyen per quel bidone di accordo commerciale che le ha rifilato.

Capita l’aria che tirava, Donald si è assentato per 40 minuti di telefonata con Putin.

· LE IMPRESSIONI a FREDDO

Per la prima volta da parecchio tempo, il presidente USA non ha cambiato idea nel giro di un weekend!

Mentre la Russia, e ora persino l’Ucraina, sono dei partner con cui trattare, per l’amministrazione Trump gli europei sono semplicemente quelli che devono pagare il conto, nulla di più.

Pur con grande dispiacere per l’abisso in cui siamo sprofondati, non è facile dargli torto. Dopo tre anni di aggressore e aggredito, i leader del Vecchio Continente ora ripetono un nuovo slogan, e cioè che ci vogliono garanzie di sicurezza per l’Ucraina e per l’Europa, non menzionando mai la controparte (la Russia) e cercando di coinvolgere Trump, il quale, cinque minuti dopo la conclusione del meeting, ha detto che nemmeno un soldato “born in the USA” metterà piede in Ucraina.

Quello che i leader europei non capiscono è che non hanno più alcuna credibilità dopo quanto avvenuto sia prima della guerra, quando la Merkel e Hollande per loro stessa ammissione firmarono gli accordi con Mosca solo per prendere tempo utile ad armare l’Ucraina, sia durante, quando tra sanzioni, Nord Stream, forniture di armi, demonizzazione del nemico e sabotaggio degli accordi di pace ne han combinate di tutti i colori.

Il presidente russo sono quasi 20 anni che chiede garanzie per tutta l’Europa, compresa la Russia, rifacendosi al cosiddetto concetto di “sicurezza indivisibile” (cioè condivisa, senza penalizzare nessuno) già enunciato nella conferenza di Helsinki del 1975 e nella carta dell’OSCE del 1990.

È impensabile che, in seguito a un cessate il fuoco o a una pace fittizia, l’Ucraina tra qualche tempo ritenti un’incursione in territorio russo o faccia saltare il ponte di Crimea, o magari si aprano nuovi conflitti sfruttando la Moldavia o la Georgia.

Una grande potenza non lo accetterà mai, e nemmeno una piccola; solo un Paese al collasso può subire una situazione del genere, come ad esempio il Libano, la Siria o l’Iraq che, oltre alla guerra, hanno vissuto quasi tutto il nuovo millennio tra scontri, attentati terroristici e bombardamenti.

Sono stato in Ucraina in passato e ho visto diverse parti del Paese ancora saldamente in mano a Kiev; in modo assai cinico si può tranquillamente dire che sono solo dei costi per chi le possiede, hanno infrastrutture dell’epoca sovietica, chilometri e chilometri completamente disabitati intervallati da piccoli villaggi in cui sembra di tornare indietro di un secolo; già metà della Russia è così e negli ultimi vent’anni il burocrate Putin ha spinto come un folle per modernizzare il Paese; come si può solo pensare che voglia prendersi tutta la nazione, per poi ritrovarsi confinante con la Polonia e vivere in uno stato di tensione eterna.

Purtroppo, i nostri leader non studiano, non viaggiano, non si documentano. Si chiudono in una bolla alimentata dalla stampa e dalle tv tradizionali in cui impera una visione distorta della realtà (la foto sotto dice più di mille parole).

Ricordiamo che prima del 2022 si discuteva dell’autonomia di Donetsk e Lugansk, mentre ora la situazione sul campo vede quattro regioni annesse alla Russia (le due sopra più Zaporizhia e Kherson), con la concreta possibilità che Mosca voglia arrivare a sud fino a Odessa per congiungersi con la Transnistria, una regione russofona della Moldavia, e a nord occupare Kharkiv e Sumy per creare una zona cuscinetto.

· I POSSIBILI SCENARI FUTURI

L’idea che circola è quella di un incontro bilaterale tra Putin e Zelensky (magari in Ungheria, dato che Orban fu messaggero di Trump già nel 2024) seguito da un incontro trilaterale con la presenza degli Stati Uniti.

Donald vuol uscire da questo conflitto, ovviamente portando a casa diverse commesse militari e qualche pezzo di terra, non rara, dato che la maggior parte dei giacimenti sono in mano russa mentre per la loro raffinazione dovrebbe eventualmente rivolgersi alla Cina.

Zelensky, forse, inizia a comprendere che il tempo stringe; a onor del vero Volodymyr anche nella campagna elettorale del 2019 e nella primavera del 2022 era pronto a una pace con la Russia, solo che poi dovette cedere all’estrema destra ucraina e agli inglesi nella persona di Boris Johnson, e sappiamo come è andata a finire.

Mosca ha fatto sapere che, al momento, è disponibile ad organizzare incontri con Kiev ad un livello più elevato dei precedenti, il che pare voglia dire senza la presenza di Putin.

Viene da chiedersi: perché? Probabilmente perché il Presidente si muoverà solo quando avrà la ragionevole certezza di poter giungere ad un accordo. In caso contrario, nonostante la propaganda occidentale creda sia un sovrano assoluto, avrà non pochi grattacapi a far accettare in patria un ulteriore fallimento delle trattative (dopo Minsk 1 e 2 nel 2014-2015, Gomel e Istanbul nel 2022).

Se livello più elevato vorrà dire Lavrov, il plenipotenziario Ministro degli Esteri, allora saremo sulla buona strada, altrimenti la guerra proseguirà.

Magari un accordo potrà prevedere l’ingresso dell’Ucraina nell’Unione Europea, cosa che non spaventa nessuno se non i contribuenti degli stati che dovranno sostenere un paese in bancarotta (Italiani compresi); del resto, le nostre classi dirigenti un po’ di manodopera a basso costo non l’hanno mai disdegnata (chiedere a Polonia e Lituania).

In aggiunta potrebbe esserci la fornitura di sistemi di difesa aerea, tanto senza personale USA non è possibile utilizzarli; considerato che dopo Trump ci dovrebbero essere otto anni di presidenza del suo vice Vance, alla Russia potrebbe anche andare bene.

La neutralità di Kiev, la riduzione delle sue forze armate a puri scopi di controllo dei confini e un cambio di leadership saranno condizioni non negoziabili. Altro che soldati europei sul campo…

Se invece la guerra continuerà, gli USA punteranno a svuotare i loro magazzini con le rimanenze degli anni passati e poi staccheranno la spina, nel frattempo i russi ridurranno l’Ucraina in un semi-stato senza sbocchi sul mare e l’Europa approfondirà la propria crisi politica ed economica.

In conclusione, è d’obbligo tenere a mente che ogni giorno di ritardo costa 1000 vite umane, almeno.

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È finita o non è finita tra Iran e Israele, questo è il problema…di Fogliolax

È finita o non è finita tra Iran e Israele, questo è il problema…

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Fogliolax

giu 24, 2025

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Con questo annuncio in piena notte il presidente Trump si è congratulato coi due contendenti, Israele e Iran, per il cessate il fuoco e la fine delle ostilità.

Chiaro, semplice, lineare. Eh beh, mica tanto.

· Cosa è successo

Per tutta la giornata di ieri si sono susseguiti bombardamenti reciproci tra Iran e Israele: prese di mira caserme, strutture energetiche e governative.

Alle sette di sera, mentre il Ministro degli Esteri iraniano si trovava a Mosca, Teheran ha lanciato 14 missili contro la base USA di Al-Udeid in Qatar. Al di là delle spettacolari immagini dei missili sopra i grattacieli di Doha e delle solite dichiarazioni un po’ di chiunque, la sortita non ha avuto effetti.

Questo perché gli iraniani avevano avvisato per tempo il Qatar che ha “suggerito” a Washington di spostare gli aerei presso la base di Prince Sultan in Arabia Saudita.

E proprio quando tutti si aspettavano i soliti attacchi notturni, Donald Trump ha postato il cessate il fuoco sul social Truth, scatenando non pochi mal di pancia nelle situation room di tutto il Medio Oriente.

Tutti si sono chiesti: sarà vero o è un’altra “Trumpata”? E soprattutto, a che ora partirà il cessate il fuoco dato che il messaggio lascia spazio a varie interpretazioni?

Israele e Iran non han commentato. Anzi, sono passati all’azione; il governo di Tel Aviv ha colpito duramente la capitale Teheran fino alle quattro di mattina quando l’iniziativa è passata ai missili iraniani.

Nel frattempo, il Ministro degli Esteri Araghchi con un post sul social X ha annunciato che, se Israele si ferma, anche l’Iran seppellisce l’ascia di guerra. E così è stato a partire dalle sei.

Alle nove pure il governo israeliano conferma la fine delle ostilità.

· Cosa si dice

1) Abbiamo vinto!

Tutti i contendenti lo proclamano a gran voce. E i loro tifosi dietro. L’importante è che si siano fermati davvero.

Chi tifa Trump (a partire da Donald stesso) sostiene che il presidente USA ha messo in riga sia Netanyahu che l’ayatollah Khamenei. Chi tifa Israele brinda alla distruzione del programma nucleare del nemico; chi tifa Iran celebra il fatto di aver indotto lo storico rivale a fermarsi.

2) È stata una farsa!

Lo sentirete spesso in queste ore. È un po’ come l’umore dei mercati finanziari (che infatti salgono): se non scoppia la terza guerra mondiale allora va tutto bene, il resto non conta.

I bombardamenti USA han distrutto qualche struttura in superficie giusto per accontentare le lobby e Tel Aviv. La risposta iraniana è stata prettamente simbolica per soddisfare il proprio popolo. Uno show. Se così fosse, come reagirà il terzo incomodo?

· Cosa rimane davvero di questo conflitto

Ø La capacità di Israele di colpire ovunque, in modo preciso e senza remore. Eh si, il Mossad è ancora il miglior servizio segreto al mondo (assieme all’MI6 ingelse)

Ø Il supporto, diretto o indiretto, che i Paesi NATO e le monarchie del Golfo garantiscono a Tel Aviv

Ø Le circa 200 bombe nucleari israeliane

Ø Il governo Netanyahu

Ø Il governo Pezeshkian (più Khamenei)

Ø Le basi militari sotterranee iraniane con le loro scorte di missili e droni

Ø I siti nucleari sotterranei iraniani coi 400Kg di uranio arricchito e le centrifughe di ultima generazione

Ø L’imprevedibilità di Trump tipica del giocatore d’azzardo; per alcuni è il suo pregio, per altri ne mina la credibilità. Il tempo ci dirà chi ha ragione

Ø Il diverso approccio che Cina e Russia hanno nei confronti delle tensioni geopolitiche. Qui da noi bisogna risolvere tutto e subito senza nemmeno riflettere; da loro no, si lavora dietro le quinte, ci si muove con calma anche a costo di rimanere fregati (come in Ucraina ad esempio). E mentre ad Est si dà molta importanza alla forma, da noi conta assai poco

Ø L’insicurezza: nessuno è al riparo dagli attacchi dal cielo, siano essi condotti da jet, missili o droni. Le difese aeree non reggono il passo coi tempi e hanno dei costi insostenibili (quasi) per chiunque. Sia Tel Aviv che Teheran dovranno lavorare duramente su questo aspetto

Ø La sensazione che questo cessate il fuoco sia appeso a un filo non essendo stata risolta la questione del nucleare iraniano. Prima o poi l’Iran proseguirà sulla propria strada di utilizzo dell’energia atomica e ricostruirà le infrastrutture gravemente danneggiate; a quel punto il duo USA-Israele cosa farà? Senza contare il fatto che dubito che all’AIEA sarà permesso di visitare nuovamente i siti sensibili dopo quanto avvenuto

Ø La sensazione che questo cessate il fuoco sia appeso a un filo fino a quando non si risolveranno le cause profonde dei vari conflitti in Medio Oriente, ovvero la questione palestinese, le tensioni tra sciiti e sunniti, i confini disegnati “a tavolino” da francesi e inglesi a inizio 1900 in seguito alla caduta dell’impero Ottomano, le ambiguità (siamo gentili) delle monarchie del Golfo e della Turchia.

Quindi, nessuno smetta di affidarsi con forza al buon Dio!

Anche con il cessate il fuoco.

Attacco all’Iran, di Fogliolax

Attacco all’Iran

Trump e Netanyahu danno il via libera al bombardamento delle centrali nucleari

Fogliolax giu 22
 
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Come purtroppo anticipato nell’articolo precedente (qui) gli Stati Uniti sono intervenuti a fianco di Israele in modo diretto e hanno bombardato le centrali nucleari in Iran.

· I fatti

Alle 2:24 il presidente Trump ha annunciato con un post su Truth che gli Stati Uniti hanno attaccato i tre siti nucleari iraniani di Fordow, Natanz e Isfahan.

Sono stati impiegati 6 bombardieri B-2 per colpire la centrale di Fordow e circa 30 missili da crociera Tomahawk (lanciati dai sottomarini) per bersagliare le altre due.

Dal momento dell’attacco a quello dell’annuncio pare sia passata un’ora durante la quale la notizia non è trapelata su alcun canale di informazione.

Verso le 3:00, la TV iraniana ha dichiarato che le centrali erano state evacuate per tempo e l’uranio trasferito in un luogo segreto. Alcune immagini satellitari appena rilasciate parrebbero confermarlo.

Alle 4:00 il presidente Trump (alias il pacificatore) ha dichiarato alle tv statunitensi di aver agito in pieno accordo col governo Netanyahu, di aver distrutto le tre centrali nucleari e di aver “invitato” l’Iran ad accettare la pace altrimenti per Tehran sarà una tragedia.

Poco dopo Israele ha bombardato il sud del Libano, così, giusto per non farsi mancare nulla.

Da parte iraniana le prime reazioni sono state affidate alla tv di stato (quella bombardata l’altro giorno), mentre verso le 5:00 è arrivato il comunicato dell’ayatollah Ali Khamenei in cui promette vendetta. Il suo Ministro degli Esteri ha poi specificato che la risposta avverrà in base alla carta delle Nazioni Unite (art. 51).

Contemporaneamente gli Houthi dallo Yemen han fatto sapere di essere in guerra e consigliato di tenere lontane le navi dalle loro acque territoriali.

Sempre di prima mattina è emersa la notizia che non si riscontrano aumenti del livello di radioattività nei tre siti colpiti, il che avvalora le tesi che l’uranio sia stato spostato per tempo o che le bombe non siano riuscite a scalfire i bunker sotterranei che proteggono le centrali iraniane.

Attorno alle 7 l’Iran ha lanciato una trentina di missili verso Israele. Centrate Tel Aviv e Haifa, obiettivi abituali in questi dieci giorni di guerra. È stato utilizzato per la prima volta uno dei missili balistici a medio raggio più sofisticati, il Khyber, che prende il nome da una battaglia del 628 d.C. in cui un esercito musulmano sconfisse una comunità ebraica.

Alle 8 Israele ha lanciato i suoi caccia per una serie di attacchi nell’Iran occidentale.

Non si registrano altre attività belliche.

· Alcune considerazioni a caldo

1) Economico-finanziarie

Leggerete ovunque della chiusura dello stretto di Hormuz da cui passa circa il 30% del traffico marittimo globale e del conseguente rialzo del prezzo del petrolio a 120-130 dollari. Come già detto altre volte non funziona più così: la finanza di Wall Street e le Banche Centrali che da essa dipendono hanno ancora la forza di tenere i prezzi sotto controllo, a meno che la situazione non sfugga di mano.

2) Tecniche

A detta di molti esperti i bunker sotterranei non sono stati distrutti.

Le difese antiaeree iraniane non si sono ancora riprese dal blitz del Mossad effettuato il primo giorno di guerra.

Nonostante i colpi subiti, l’Iran mantiene una buona capacità di colpire Israele grazie alle ingenti scorte di missili.

Le difese antiaeree israeliane si assottigliano sempre di più.

3) Illogiche (secondo chi scrive)

Si leggono in queste ore speculazioni di ogni genere. Per alcuni gli Stati Uniti avevano avvisato l’Iran in anticipo ottenendo un impegno a non rifarsi sulle basi statunitensi presenti in Medio Oriente. Per altri l’attacco è solo un pretesto per scatenare una dura risposta iraniana e quindi avere poi la scusa per un coinvolgimento al 100% dell’aviazione e della marina di Washington.

Sulle possibili reazioni di Russia e Cina se ne dicono di tutti i tipi; in generale i pro iraniani sono convinti di un loro intervento, mentre i pro israeliani la pensano esattamente al contrario.

4) Logiche (sempre secondo chi scrive)

Cambiamo i presidenti negli Stati Uniti, ma la politica estera rimane sempre quella decisa all’indomani dell’11 Settembre e descritta nel primo articolo (qui). Anche Tulsi Gabbard, pubblicamente contraria a bombardare l’Iran. è stata ricondotta all’ovile, mentre l’altro scettico, Steve Witkoff, sono giorni che non si sente.

Netanyahu ha più vite dei gatti; sono venti anni che tutti predicono la sua fine politica anche a causa dei processi che lo vedono coinvolto e invece il premier israeliano riesce sempre a creare delle situazioni che lo mantengono al potere.

La diplomazia in Occidente è morta e sepolta. E con essa la credibilità di quasi ogni governo facente parte della NATO.

L’Iran a questo punto è molto probabile che proverà a dotarsi dell’arma atomica per avere un serio deterrente contro le ingerenze esterne e non certo per attaccare i suoi nemici. Il Ministro degli Esteri Araghchi è diretto verso Mosca, sempre più crocevia delle controversie internazionali.

Quando scrive Seymour Hersch, anche a 88 anni, è bene leggerlo e prendere nota. Due giorni fa aveva preannunciato quanto è avvenuto.

Al contrario, quando l’Europa dichiara qualsiasi cosa è bene leggerla e dimenticarsela in fretta. Come fa il resto del Mondo.

Fino ad ora l’unica immagine disponibile dei bombardamenti di stanotte

Affidiamoci con sempre maggior forza al buon Dio!

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ReArm Iran 2…e anche Israele_di Fogliolax

Rimpolpiamo l’articolo precedente (qui) con le ultimissime notizie dal Medio Oriente.

· I fatti

I due contendenti non si sono certo risparmiati in questi giorni.

Israele ha privilegiato le azioni di sabotaggio (in stile ucraino) con l’uso di droni e missili azionati dagli agenti infiltrati in territorio iraniano, mentre i caccia solo questa notte sono tornati a martellare con forza. Gli aerei israeliani, sfruttando i cieli aperti (per loro) di Giordania, Siria, Iraq e Azerbaijan, riescono a colpire quasi ovunque da Teheran a Isfahan e persino nella città santa sciita di Mashhad, al confine col Turkmenistan.

L’Iran, invece, predilige gli attacchi notturni (in stile russo) con ondate di droni e missili che esauriscono le difese nemiche. Haifa e Tel Aviv sono quasi sempre nel mirino, ma anche la base aerea di Nevatim e le strutture dei servizi segreti sono state colpite.

In attacco i due nemici più o meno si equivalgono; gli obiettivi preferiti da Israele sono gli aeroporti, le infrastrutture energetiche, i siti militari, di ricerca, nucleari e le figure dirigenziali sia militari che civili.

L’Iran, adottando un’altra tattica russa, centra lo stesso tipo di bersagli.

In difesa assistiamo a qualche progresso per gli iraniani, mentre per gli israeliani non si mette benissimo (lo vedremo tra poco).

· Le persone

In Libano, in Iraq e a Gaza gli attacchi notturni vengono visti come un film all’aperto o uno spettacolo pirotecnico: gente in strada e sui tetti che filma coi cellulari a suon di musica; a Teheran le reazioni sono miste, diverse persone lasciano la città, altre festeggiano in piazza fregandosene anche degli allarmi. Sono balzati agli onori della cronaca due giornalisti che, dopo essere stati bombardati in diretta, hanno ripreso le trasmissioni. Così come il noto professor Marandi scampato a un attacco missilistico, spostatosi in un seminterrato e andato in onda come ospite nel seguito programma del giudice Napolitano, in diretta nientemeno che da New York.

In generale, possiamo dire che il Paese si è stretto attorno ai vertici politici, militari e religiosi.

In Israele i più giovani rimangono in strada o sui balconi per riprendere le battaglie tra i missili e postarle sui social, cosa che ha fatto infuriare l’esercito (come in Ucraina); i meno giovani si riparano nei rifugi sotterranei o nella metropolitana con un misto di paura e nervosismo. Il Paese non si è stretto attorno al governo, almeno questa è l’impressione.

Occorre sempre tenere presente che al di là delle immagini spettacolari, ci sono persone che soffrono e che muoiono. Per quanto fino ad ora il numero delle vittime non sia minimamente paragonabile, ad esempio, a quelle di Gaza o del 7 ottobre, ricordiamoci che ogni vita è sacra.

· Considerazioni tecniche (sono fondamentali in una guerra, vi tocca leggerle)

In attacco Israele sfrutta la sua aviazione decisamente superiore a quella iraniana. Se la guerra dovesse durare pochi giorni problemi zero, se si prolungasse verrebbero fuori le note magagne degli F-35: costi di manutenzione e consumi di carburante disumani, surriscaldamento e malfunzionamenti elettronici in caso di stress operativo.

Quanto agli agenti del Mossad infiltrati che hanno dato un bel vantaggio iniziale ad Israele, vedremo quanto resisteranno alla caccia all’uomo che è iniziata per tutto l’Iran. Sono stati mobilitati i Basij, una sorta di guardia nazionale, e in molti villaggi sono sorte milizie popolari che hanno scovato diversi nascondigli, magazzini e mezzi utilizzati per attaccare i siti sensibili all’interno del Paese.

Pure l’Iran pare non avere problemi ad attaccare, tuttavia la reale situazione delle sue piattaforme di lancio è sconosciuta. Coi primi raid gli israeliani ne hanno distrutte parecchie, anche se (sempre in stile russo) molte erano esche, vale a dire o mezzi vecchi in disuso o veri e propri “fake”.

Passando alla difesa, gli israeliani stanno utilizzando sia il loro sistema a tre strati (corto, medio e lungo raggio) sia le due batterie THAAD made in USA. Il famoso iron beam, un’arma laser, ad oggi non si è visto. Dai video emerge chiaramente come le più avanzate batterie di difesa NATO & friends possano poco contro decine di missili e droni che saturano i cieli. Il discorso vale anche sotto l’aspetto economico: basti pensare che un complesso THAAD costa circa 1 miliardo di dollari chiavi in mano e ogni missile intorno ai 15 milioni, mentre l’ipersonico più costoso lanciato dall’Iran, il Fattah-1, si aggira intorno ai 200 mila dollari. Persino qui si rivedono scene tipiche della guerra russo ucraina, con una differenza di costi tra attacco e difesa a dir poco imbarazzante, visto che per un Fattah vengono sparati dai 6 ai 12 missili intercettori (quelli israeliani costano intorno ai 3 milioni di dollari l’uno).

D’altro canto, l’Iran è ancora alle prese coi problemi creati al sistema difensivo (soprattutto ai radar) dal Mossad. Sta comunque migliorando rispetto ai primi giorni, pare addirittura che abbia abbattuto alcuni caccia di Tel Aviv: meglio attendere una conferma visiva per esserne certi. I sistemi di lancio sembrano ancora in buono stato essendo conservati sottoterra e portati in superficie solo al bisogno.

· Considerazioni politiche ed economiche

La prima e la più importante: qualcuno delle parti in causa ha riflettuto due minuti sulla nuvola radioattiva che si propagherebbe per il Medio Oriente e il Caucaso qualora un paio di missili facessero centro all’interno di un sito nucleare? Anche qui sembra di rivivere quanto avviene in Ucraina con la centrale di Enerhodar: analisi delle conseguenze non pervenuta.

mercati finanziari rimangono dove erano poco dopo lo scoppio del conflitto: questo la dice lunga sul livello di inconsapevolezza che aleggia tra New York e Londra riguardo le ripercussioni di una escalation. È lo stesso schema seguito durante il Covid e la guerra russo ucraina; oggi due morti in meno e quindi va tutto bene e si sale, oggi due missili in meno e quindi tutto risolto e si sale. L’ho analizzato nella “Teoria delle aspettative irrealizzabili”.

Proprio nelle ultime ore, gli USA hanno incrementato il supporto logistico e di sorveglianza satellitare a Israele, spostando diversi aerei nella regione oltre al gruppo di navi capitanate dalla portaerei Nimitz. Lasciando perdere le altalenanti dichiarazioni del presidente Trump, tutto lascia presupporre che gli Stati Uniti interverranno a fianco di Israele.

· Possibili scenari

1) I due contendenti, a corto di munizioni e fatti due calcoli, inveiscono l’uno contro l’altro come nel 2024 diminuendo l’intensità degli attacchi fino a cessarli.

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2) Nessuno interviene, per Israele si mette male e decide di ricorrere all’arma nucleare; è una ipotesi estrema e da scongiurare con tutte le forze; tuttavia, non è da escludere (così come in Ucraina).

3) Gli USA intervengono e la guerra si estende a tutto il Medio Oriente; le basi americane nel Golfo e i Paesi che appoggiano il duo Washington-Tel Aviv vengono attaccati da Teheran; il numero dei morti cresce a dismisura.

4) L’Iran cerca appoggi esterni per contenere gli Stati Uniti senza trovarne; a quel punto si arrocca in difesa con qualche sortita offensiva e alla lunga ne esce vincitore, come gli Afghani e gli Houthi; il problema è che, rimanendo solo, se finisce i missili son finiti, se finisce i soldi son finiti, a meno che…

5) La Russia fornisce (o minaccia di fornire) a Teheran sistemi di difesa avanzati come gli S-350 e gli S-400 (escludiamo i nuovi S-500) molto temuti dai piloti NATO & friends e caccia Su35S (escludo i Su-57) che renderebbero la vita meno facile all’aereonautica israeliana; Trump a quel punto si ricorda di essersi autoproclamato “il pacificatore” e mette un freno al governo di Tel Aviv.

6) La Cina si unisce alla Russia raffreddando gli animi di israeliani e statunitensi; a questo proposito pare che due aerei cargo con supporto logistico partiti da Pechino siano già arrivati in Iran, che fornisce quasi il 15% del fabbisogno annuale di petrolio alla Cina.

7) Le tre super potenze, o solo Russia e Stati Uniti, trovano un accordo e tutti si calmano.

8) A quel punto, oltre a calmarsi, si organizza quella necessaria conferenza internazionale per mettere a punto la sicurezza di Europa orientale, Medio Oriente ed Estremo Oriente.

Ancora una volta e con maggior forza: che Dio ce la mandi buona!

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Rearm Iran, di fogliolax

ReArm Iran

Botte da orbi tra Iran e Israele (per i meno raffinati)

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Fogliolax

Jun 14, 2025


Ursula von der Leyen potrebbe approfittare del momento e candidarsi come nuovo Capo di Stato Maggiore dell’Iran, paese che sicuramente ha più bisogno di un piano di riarmo rispetto all’Unione Europea.

Cerchiamo di spiegare cosa è successo e cosa potrebbe accadere senza l’utilizzo degli slogan tanto cari ai giornalisti.

· I fatti

Ieri notte Israele ha attaccato l’Iran con oltre 300 bombe lanciate da 200 aerei da combattimento (F-35, F-16 e F-15). Ha colpito la capitale Teheran e Tabriz, le centrali nucleari di Natanz e Arak, alcuni siti militari e diverse zone residenziali dove sono stati uccisi quattro membri dei vertici militari e sei scienziati addetti al programma nucleare, oltre al capo negoziatore (schema simile a quello utilizzato l’anno scorso contro Hezbollah e Hamas).

L’Iran non ha inizialmente reagito perché i servizi segreti israeliani avevano distrutto o disabilitato le difese aeree tramite squadre di incursori presenti sul territorio. È la terza volta in un anno che il Mossad si muove abbastanza liberamente nella ex Persia.

Israele ha poi proseguito l’offensiva fino a questa mattina, prendendo di mira nuovamente la capitale Teheran, alcune infrastrutture militari, diverse città secondarie e il più importante sito nucleare iraniano, quello di Fordow, protetto da un bunker a diversi metri di profondità e in parte all’interno di una montagna. Stupisce l’accuratezza degli attacchi, niente a che vedere con quanto avviene a Gaza, segno che i missili erano probabilmente guidati da agenti nascosti nelle vicinanze degli obiettivi.

In serata le difese antiaeree iraniane hanno ripreso a funzionare e così la guida suprema Alì Khamenei ha dato il via libera alla ritorsione, durata tutta la notte e condotta tramite droni e missili balistici (alcuni ipersonici). Tel Aviv è stata il bersaglio preferito, ma anche la Cisgiordania e il Nord di Israele sono stati interessati. Pare che anche la centrale nucleare di Dimona e le basi da cui sono partiti gli aerei siano state attaccate. Al momento in cui scrivo le ostilità sono cessate da poco.

· Considerazioni tecniche

I servizi segreti israeliani, grazie a decenni di esperienza sul campo, sono riusciti a infiltrarsi in diverse zone dell’immenso Iran e, tramite droni, missili guidati e probabilmente apparecchi per la guerra elettronica, a distruggere o disabilitare i sistemi di difesa antiaerea iraniana. I loro jet hanno così potuto operare indisturbati dai cieli dell’Iraq (ad oggi ancora sotto controllo USA). Le poche difese rimaste attive si sono concentrate a proteggere i siti sensibili della capitale e la centrale di Fordow che pare non abbia subito danni. Si tenga presente che la maggior parte delle installazioni militari iraniane si trova a molti metri di profondità ed è per questo difficilmente raggiungibile dai missili. Grazie a ciò, L’Iran è stato in grado di reggere l’urto e contrattaccare.

Non avendo un’aviazione paragonabile a quella di Israele, si è affidato a droni e missili balistici. I primi hanno impiegato diverse ore per raggiungere Israele e sono stati utilizzati come esche per le difese, mentre i secondi sono arrivati a destinazione in una quindicina di minuti (sette per gli ipersonici) saturando il sistema di difesa a 3 strati che protegge il territorio israeliano.

Tirando le somme, come la guerra russo ucraina ci insegna, difendersi da un aggressione dal cielo è assai più complicato e costoso che attaccare, mentre via terra è esattamente il contrario. Sono quindi fondamentali la sorveglianza dei confini e il monitoraggio dei siti sensibili per non ritrovarsi spiacevoli sorprese. Se nei primi 20 anni del millennio siamo stati ossessionati dalla privacy, nei prossimi 20 lo saremo dalla sicurezza. I droni low cost han cambiato gli scenari bellici.

· Considerazioni politiche

Ci sono 4 Stati nel mondo che adottano una politica estera spregiudicata: la Turchia, il Rwanda, gli Stati Uniti e Israele (lasciamo stare per il momento il conflitto russo ucraino). Mentre per i primi 3 esistono dei limiti, o per lo meno cercano ogni tanto di tirare un colpo al cerchio e uno alla botte, per il quarto no.

Israele ha un piano ben preciso da almeno 30 anni (in realtà da molto prima, lo vedremo prossimamente) e con l’aiuto degli Stati Uniti sta cercando di implementarlo. È quello delle famose 7 guerre per assumere il controllo del Medio Oriente rivelato dal generale USA Wesley Clark nel 2001 (qui). All’appello mancava solo l’Iran che, senza il supporto made in USA, non sarebbe stato attaccato.

Quindi, da ieri anche gli Stati Uniti sono in guerra con l’Iran. Con buona pace di Tulsi Gabbard (direttrice dell’Intelligence), di Steve Witkoff (il vero ministro degli esteri USA) e del giornalista Tucker Carlson che hanno cercato in tutti i modi di spiegare a Trump che con l’Iran bisognava giungere ad un accordo.

A Netanyahu, invece, va bene così, è un presidente adatto a tempi di guerra (come qualcun altro più a nord); in tempi di pace probabilmente la sua carriera politica finirebbe in un amen.

A Teheran per ora pare facciano finta di niente e attacchino solamente obiettivi israeliani, evitando di colpire le numerose basi USA presenti in Medio Oriente. Certo il colpo subito è stato pesante, anche perché era nell’aria nonostante gli imminenti negoziati con gli inviati di Trump.

Impedire all’Iran di fabbricare la bomba atomica sembra quindi un pretesto. Tra l’altro basterebbe che Teheran ne chiedesse una decina delle 6 mila in dotazione a Mosca per averla già domani in pronta consegna; peccato che anche la Russia sia contraria a un Iran atomico perché poi lo diventerebbero anche le monarchie del Golfo (Arabia, Qatar). Certo, qualche sistema di difesa avanzato e qualche caccia la Russia potrebbe fornirlo in tempi rapidi, ma il presidente Putin ragiona con schemi diversi; basti pensare che è l’unico Capo di Stato ad aver già parlato al telefono con le due controparti. L’Iran è sì un suo alleato, ma in Israele vivono circa 1 milione e mezzo di russi.

La Cina, la Turchia e l’Arabia Saudita si son fermate alle solite condanne formali, mentre il Pakistan, pur non essendo in ottimi rapporti con Teheran, ha dichiarato che l’Iran ha il diritto di difendersi in base all’articolo 51 delle Nazioni Unite. Sull’ Europa stendiamo il solito velo pietoso.

· Possibili scenari

Di sicuro non sarà una toccata e fuga come nel 2024. Entrambi i contendenti han dichiarato che ci saranno altri attacchi.

Altra certezza è che le leadership occidentali non capiscono che mettendo pressione a popoli con secoli di storia la reazione è quella opposta a quella desiderata. Si cementano attorno ai loro leader. Perciò Tel Aviv e Washington possono scordarsi un cambio di regime come avvenuto in Siria nel giro di poche ore. L’Impero Romano, che era l’Impero Romano, cercò per 700 anni di sottomettere la Persia e non ci riuscì; possibile che nessun leader studi un filino di storia?

Oltretutto, un’azione del genere è forse il miglior incentivo a dotarsi di un’arma atomica il prima possibile. In stile Nord Corea, che sarà anche un paese “brutto e cattivo”, però, per lo meno, non ha missili che gli piovono sulla testa.

Quindi, dal punto di vista militare, tutto è possibile a meno che USA e Russia non trovino un accordo su vasta scala. Magari la Cina rivedrà la sua teoria del “vinco senza far niente” perché a questo punto potrebbe non essere più sufficiente. Se Russia e Iran rimarranno impantanati per anni nelle rispettive guerre, chi sarà il prossimo obiettivo? La butto lì: Pechino?

Non aspettiamoci alcunché da Paesi Arabi e Turchia, a loro in fondo va bene così, se poi non si porrà freno all’escalation vedremo se avranno ragione a farsi gli affari propri. Ne dubito fortemente.

Occorre una conferenza internazionale in cui si discuta della sicurezza di tutti e non solo di alcuni.

Dal punto di vista economico la reazioni più ovvie potrebbero essere la discesa dei mercati azionari e la salita delle materie prime, soprattutto se Iran e Yemen decidessero di chiudere i due stretti attorno alla Penisola Arabica. Dico potrebbero essere perché, se intervengono le Banche Centrali, non c’è guerra o crisi che tenga, come nel 2008, nel 2020 e nel 2022. Per ora hanno ancora la forza di sostenere i mercati indipendentemente da tutto, c’è poco da fare.

In conclusione, la situazione è grave; l’Iran non è l’Afghanistan, né la Siria, né l’Iraq, né la Libia; è uno Stato con il controllo delle proprie risorse, senza divisioni “tribali”, con una popolazione tendenzialmente giovane di 90 milioni di persone e un apparato militare sviluppato. È vero però che al suo interno ha un grosso pericolo: a Teheran c’è un traffico che “Bari vecchia spostati”…

Che Dio ce la mandi buona!

W Leone XIV: cosa è rimasto del sogno dopo la Messa di intronizzazione?_di Fogliolax

W Leone XIV: cosa è rimasto del sogno dopo la Messa di intronizzazione?

Con l’occasione ricordiamo che il Papa è una monarca, quindi si siede sul trono

Fogliolaxrivista 19
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Ah beh, mica poco! Leggere per credere, e anche per capire, qui .

Anzitutto il nome , con tanto di riferimento fatto da Sua Santità all’illustre predecessore Leone XIII. Non a Leone Magno o altri grandi papi con quel nome lì, no no, proprio a Leone XIII come nel sogno.

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E conosciamo le potenziali implicazioni di questa scelta: fine della festa per i cristiani part-time così come per chi guarda alla Chiesa come a un’agenzia dell’ONU.

Teniamo presente che Leone XIV è un uomo con 2 lauree, un master e un dottorato, che parla fluentemente 5, no dico 5, lingue; non è certo la persona che sceglie emotivamente o casualmente un nome così, specialmente dopo un papato cosà.

E poi il Padre Nostro o, meglio, il Pater Noster , che ha recitato in latino saltando così a piè pari la nuova versione, come auspicato nel sogno.

Rispetto al sognato Burke (si pronuncia Bərk e non Bärk vero Report?) non ha la stessa preparazione in materia di dottrina e diritto canonico; non importa, Robert Francis Prevost ha il suo esperto connazionale a disposizione.

Ah già, anche la nazionalità è quella del sogno: nata negli USA . Vale quindi quanto scritto in proposito per Raymond Leo (Burke). Tra l’altro si vocifera di un Conclave fortemente influenzato dal blocco statunitense capitanato dallo stesso Burke e dal Cardinale Dolan.

Quanto all’autorità morale cui si accennava nel sogno per dare un bel giro di vite ai cardinali e ai vescovi non meritevoli dell’abito che indossano…beh è il Papa, è l’autorità morale per eccellenza. Se poi si comporterà da Papa, avrà tutti i poteri necessari per intervenire sia dal punto di vista giuridico che da quello pratico.

Per contrastare la deriva della Chiesa tedesca , non avendo mai avuto stretti legami con la stessa, saprà sicuramente farsi aiutare, ad esempio dal cardinale Müller. Il fatto che Leone XIV abbia già espresso sostegno alla famiglia tradizionale (ahimè come tocca chiamarla per farsi capire) credo sia un buon indizio sul fatto che i germanici devonono darsi una calmata nell’andare dietro alle ideologie correnti. E poi, beh, e poi c’è questo tocco di classe da parte del vicario di Cristo ( qui )

Sulle doti di amministratore vale la pena nutrire un certo ottimismo, anche al di là delle voci che indicano ingenti finanziamenti già ricevuti dagli Stati Uniti. Leone XIV è stato il Priore Generale dell’Ordine di Sant’Agostino che conta monaci in tutti e 5 i Continenti, sa quindi venire far quadrare i conti e può scegliere con cognizione di causa le persone adatte per completare la ristrutturazione di IOR (la cassa del Vaticano) e Governatorato (il governo del Vaticano) avviata da Benedetto XVI.

La seconda parte del sogno, quella riguardante il Segretario di Stato (il numero 2 della Chiesa Cattolica), è ancora attualissima. Il prescelto, come sapete, è Sua Eminenza Robert Cardinale Sarah ↓

Sì Eminenza proprio lei. Rimandiamo al sogno per approfondimenti ( qui ).

Sul punto dedicato ai sacerdoti , Leone XIV appare più in linea che mai col sogno: si è vestito da Papa fin dalla sua prima apparizione; parla in maniera più che comprensibile, prepara i discorsi con grande attenzione dimostrando rispetto per il suo ruolo e per i suoi interlocutori. Ha inoltre una calma e un sorriso che avercelo noi…pare davvero un uomo in pace con se stesso e con Nostro Signore.

Fin qui tutto bene, affrontiamo ora i punti dolenti . Schema in onore della pragmaticità statunitense.

  1. È stato creato Cardinale da Bergoglio quindi per i tradizionalisti duri e puri non è legittimo. Torniamo al sogno, l’alternativa qual è? Lo scisma? Abolire tutto quanto fatto dal Concilio Vaticano II in poi? Bene, in quel caso nell’ultimo Conclave avremmo avuto 0 (zero) Cardinali elettori. Senza voler dar per certe le voci che il nostro amato Cardinale Burke assieme al cardinale Dolan hanno orchestrato tutto da anni, diamo fiducia al nuovo eletto. Si chiamano Fede e Speranza per i cristiani.
  2. Non ha mai criticato le derivate del suo predecessore. Torniamo al sogno ea quanto scritto sopra. E aggiungiamo che il clima creatosi dal 2013 in poi non rendeva facile opporsi, molte volte lo Spirito Santo ei Cardinali che lo ascoltano agire sottotraccia per un bene più grande.
  3. Segue la narrazione dominante sui vaccini : anzitutto usiamo il passato, ha seguito; ora che è il Vicario di Cristo e che esistono tonnellate di provare contro tutto quanto è avvenuto nel biennio 2020-2022 possiamo ragionevolmente sperare che modifichi le sue convinzioni. Così come sta facendo la maggior parte delle persone comuni che hanno subito la pandemia.
  4. Segue la narrazione dominante sul conflitto russo ucraino : eh eh, è un punto dolente. In questo ricorda il suo connazionale Trump che prima dell’elezione era convinto di risolvere tutto in 24 ore e di trovare una Russia in ginocchio e dalla parte del torto. Non è così, ora che il Santo Padre avrà modo di parlare coi protagonisti diretti se ne renderà sicuramente conto e lavorerà e pregherà per la pace in maniera più consapevole. Come capo della Chiesa Cattolica, il suo coinvolgimento nella guerra russo ucraina va ben al di là della situazione sul campo. La riconciliazione con la Chiesa ortodossa , per un devoto alla Madonna come è Leone XIV, dovrebbe rivestire un ruolo cruciale del suo ministero.

Avviamoci verso la conclusione con altre due domande dolenti che il Papa dovrà affrontare.

La prima: la difesa dei cristiani perseguitati . Negli ultimi anni abbiamo assistito a levate di scudi a favore più o meno di chiunque tranne che di chi ancora rischiando la vita (come in Nigeria) o la prigione (come in Cina) per professare la fede cristiana. Auguriamoci che Leone XIV interrompa questo trend.

La seconda: le nomine dei suoi “ministri” a capo dei Dicasteri. Alla Segreteria di Stato abbiamo già accennato. Ci vuole una pulizia in stile DOGE di Elon Musk. L’attuale Segretario, il cardinale Parolin, ha la grave colpa di aver ceduto al governo cinese sulla nomina dei vescovi (e non solo). Se il Papa vuole ristabilire la sua autorità ha bisogno di un uomo forte. Sul vice di Parolin, Peña Parra, evitiamo commenti, andrebbe rimosso subito.

Altro Dicastero importante da azzerare è quello per la Dottrina della Fede. Senza dilungarsi troppo, diciamo che è più fonte di imbarazzo che di ispirazione.

Puro quello della Comunicazione va rimesso in bolla, soprattutto nei suoi componenti laici.

Anche la Pontificia Accademia per la Vita necessita un cambio al vertice, magari con la scelta di qualcuno che difende la vita dal concepimento alla morte naturale.

Degli organi finanziari e di governo abbiamo già detto, repulisti completi.

Se poi Leone XIV desse un’occhiata anche al Dicastero delle cause dei Santi…con tutto il rispetto, negli ultimi decenni di Santi ne sono stati fatti troppi: si rischia di sminuirne l’importanza.

EWTN

Concludiamo con una chicca che neppure il sognato Cardinale Burke ha: una laurea in matematica che, in tempi dominati da chip e intelligenza artificiale, non è niente male, anzi…

Dulcis in fundo , il Papa ha già 19 milioni di follower su X e 14 su Instagram in meno di una settimana, scusate se è poco.

O Leone XIV!

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Conclave. Ho un sogno: Leone XIV_di Fogliolax

Conclave. Ho un sogno: Leone XIV

Due, a dire il vero

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Un sogno del giorno prima_Giuseppe Germinario

Premetto che questo vuole essere uno scritto rivolto al futuro, una sorta di antidoto contro il senso di negatività che è serpeggiato qua e là negli ambienti cattolici tramite qualche velatissima critica sul pontificato di Bergoglio…”lascia che i morti seppelliscano i loro morti” dice Gesù nel Vangelo di Matteo.

Veniamo a noi.

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Dall’immagine sopra avrete inteso i protagonisti del sogno. Purtroppo, il cardinale Zen non è eleggibile per raggiungere limiti di età, tuttavia non manca di “stressare” lo Spirito Santo in quel di Tor Bella Monaca. E dal video capirete perché lo sono ( qui ): un’entrata trionfale in San Pietro che manca Mel Gibson in Braveheart…

Per farla breve, il sogno prevede il Cardinale Raymond Leo Burke come Papa e il Cardinale Robert Sarah come Segretario di Stato (una figura che racchiude contemporaneamente i compiti di un ministro degli interni e degli esteri, una sorta di numero 2 nella gerarchia ecclesiastica). Leone XIV deriva ovviamente dal secondo nome del Cardinale Burke e, ricordando l’illustre predecessore, farebbe subito capire che l’aria è cambiata (approfondire chi fu Leone XIII, il primo Papa social della storia ( qui ), fa parte dello sforzo personale del lettore, altrimenti viene fuori un papiro).

Ok, fin qui il sogno, ma nella realtà serve davvero una combo del genere?

Eh beh, direi proprio di sì.

Burke dal punto di vista dottrinale e del diritto è un numero 1 ; è avvocato canonista ed ex Prefetto del supremo tribunale della Segnatura Apostolica (il più alto organo giudiziario e amministrativo della Chiesa).

Sarebbe quindi la figura ideale per rimettere ordine nella stanza, ossia ristabilire con fermezza quali sono i principi immutabili della dottrina cattolica (in quanto stabilità da Gesù Cristo in persona e non da un teologo o da un profeta).

Questo è un passaggio essenziale e propedeutico a qualsiasi parola esca dalla bocca di un cristiano, sia esso un laico o un sacerdote. Altrimenti cosa comunichiamo? Non so, che il matrimonio è sacro e poi la domenica dal pulpito si afferma il contrario? Pensateci bene, l’unicità dell’insegnamento è anche una forma di rispetto verso chi cerca faticosamente di stare sulla retta via e verso i perseguitati: scusate, noi rischiamo la vita in Africa e in Asia per seguire Gesù e voi non riuscite a contenervi 3 giorni di fila? Eh non va mica bene. In ballo c’è la vita eterna, non una promozione o dei like sui social.

Se poi il nuovo Papa iniziasse dal restauro del Padre Nostro, che nella nuova versione nun se po’ sentì , sarebbe davvero fantastico.

Sempre col fine di rimettere ordine nella stanza, Raymond Leo avrebbe anche l’ autorità morale e le competenze giuridiche, come uomo e come sacerdote ancora prima che come Papa, per dare un bel giro di vite ai cardinali e ai vescovi non meritevoli dell’abito che indossano.

Sua Eminenza ha anche un altro plus: è statunitense , può dunque sistemare con cognizione di causa gli abusi commessi oltreoceano e mettere un freno al rischio che la Curia diventi per Roma quello che l’ONU è per New York.

Mica basta. Burke ha da sempre un legame speciale con i cardinali tedeschi , basti ricordare gli stretti rapporti con Ratzinger, Meisner, Brandmuller e Muller; conosce quindi bene la deriva che sta prendendo quella Chiesa e può intervenire duramente, lì credo non ci sia altra alternativa.

E ancora…oggi i critici non devono trovare pane per i loro denti. Burke è anche un grande amministratore , basti guardare il successo del “suo” santuario in Wisconsin ( qui ); non un petalo fuori posto, organizzazione degli eventi impeccabile, contatto coi fedeli costante durante tutto l’anno (preghiere, novene, video, newsletter), una festa per la Madonna di Guadalupe da togliere il fiato: c’erano persino le golf car per portare i fedeli, non so se mi spiego. Andrebbe quindi assai bene per ricominciare le pulizie di primavera presso il Cortile Sisto V (IOR) e via Paolo VI (Governatorato).

Ora, per evitare che uno costruisca e l’altro distrugga, è indispensabile avere come numero 2 un altro mastino della fede.

Che cosa abbiamo?

Sì certo, il guineano Robert Sarah, 80 anni a giugno, perciò elettore per un solo mese, dato che dopo gli 80 si rimane fuori dalla Cappella Sistina; quando si dice il diavolo fa le pentole, ma non i coperti. È arzillo come un 20enne (di una volta, non quelli di oggi), saggio, colto, ha una carriera esemplare alle spalle e un ottimo rapporto con Leone XIV.

Lo so che non vi basta, e allora brevemente gli altri plus.

È originario di quel Global South , ovvero più o meno tutto il resto del mondo esclusi i Paesi NATO, che è in rampa di lancio dal punto di vista geopolitico, economico e demografico. Potrebbe sfruttare il grande ritorno mediatico di una sua nomina a Segretario di Stato. Si è formato in Africa e ci ha lavorato, non è un membro di quell’élite del Continente Nero che ha studiato a Oxford e va in vacanza a Saint Tropez. Conosce la gente comune, è un valido insegnante, sa farsi ascoltare.

Dulcis in fundo tutti e due sarebbero cardinali anche senza Bergoglio, così non inizia la tiritera sulla non legittimità della nomina cardinalizia.

Presentati i due, siccome i tradizionalisti duri avranno comunque da obiettare, vi dico la mia su quello che state pensando, su quel:

“ ah però nemmeno loro hanno detto una parola contro Bergoglio ”.

Anzitutto non è vero, ne han spesso evidenziato gli errori dottrinali (i Dubia del 2016 e del 2023) promuovendo la vera fede; certo, non sono arrivati allo scontro aperto, come del resto nessuno dei Cardinali presenti e passati, ripeto, nessuno. Possiamo pensare che siano tutti impazziti, timorosi o compiacenti? Non penso proprio; magari sanno qualcosa che non è di dominio pubblico o han ritenuto che far saltare il banco avrebbe provocato un danno maggiore alla Chiesa. Non possiamo saperlo con certezza. Andiamo a vedere cosa è stato il 1300 per il Cattolicesimo: 80 anni di gravi tumulti tra lo spostamento del Papa ad Avignone e lo scontro tra Urbano VI e Clemente VII. Oggi, con l’amplificazione dei dati dai mass media (social inclusi) il rischio più sarebbe probabile quello di uno scisma; voi critici ve la prendereste questa responsabilità?

E già che ci siamo, vi dico anche la mia su cosa potremmo fare noi laici “praticanti” in vista del Conclave. Correggere i nostri secolari difetti; so’ sempre quelli: chiuderci nei nostri circoli, discutere se sia più aderente alla tradizione questo o quel prelato quando fuori ci sono intere generazioni che non hanno la minima idea di quale sia la materia del contendere, farci prendere dalla sfiducia, dimenticarci dell’azione dello Spirito Santo e del fatto che i Suoi tempi (l’eternità) non sono i nostri tempi (100 anni se va bene).

E i sacerdoti fuori dal Conclave? Vogliamo risparmiare? Anche loro dovrebbero fare la loro parte per aiutare il prossimo Papa. Venire? Anzitutto, rendendosi riconoscibili (l’abito fa il monaco) e ricordandosi che il loro compito principale per il quale sono insostituibili è amministrare i sacramenti. Tradotto, quando una persona ha la necessità di confessarsi scattare sull’attenti; non dico di andare a recuperare la pecorella smarrita, però, se torna, almeno che trovi il recinto aperto più di un’ora a settimana. Poi accettando il contradditorio, spiegando a chi ha una fede traballante o basata su falsi miti quale sia la vera fede, con parole semplici, con l’esempio e la vicinanza, non con un trattato di teologia e 400 riferimenti a testi antichi; care Eccellenze Reverendissime, cari Don, la persona che avete di fronte probabilmente si ricorda a mala pena il Gloria e l’ultimo l’Eterno Riposo l’ha recitato al funerale della zia.

Infine, se posso permettermi, basta con le polemiche , allontanano le persone. Abbiamo moltissimi esempi di Santi in rapporti non proprio idilliaci col “Vaticano”, eppure hanno continuato la loro missione salvando anime (basti pensare a San Padre Pio) o addirittura correggendo i Papi con successo (Santa Caterina da Siena).

Per concludere, fino a quando non vedremo la fumata bianca, partecipiamo alla Novena suggerita da? Ovviamente dal cardinale Burke ( qui )!

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