Il disadattamento delle élites. Le risposte di Paolo Galante

Il sito italiaeilmondo.com ha iniziato a rivolgere quattro domande a Aurelien[1], e continua a proporle, identiche, a diversi amici, analisti, studiosi italiani e stranieri.

Oggi risponde ad alcune delle domande Paolo Galante

Qui il collegamento con la raccolta di tutti gli articoli sino ad ora pubblicati_Giuseppe Germinario, Roberto Buffagni

 

1) Quali sono le ragioni principali dei gravi errori di valutazione commessi dai decisori politico-militari occidentali nella guerra in Ucraina?

2) Sono errori di una classe dirigente o di un’intera cultura?

3) La guerra in Ucraina manifesta una crisi dell’Occidente. È reversibile? Se sì, come? Se no, perché?

4) Cina e Russia, le due potenze emergenti che sfidano il dominio unipolare degli Stati Uniti e dell’Occidente, dopo il crollo del comunismo si sono ricollegate alle loro tradizioni culturali premoderne: Il confucianesimo per la Cina, il cristianesimo ortodosso per la Russia. Perché? Il ritorno all’indietro, letteralmente “reazionario”, può attecchire in una moderna società industriale?

Il mio contributo alle domande poste è di proporre una riflessione sui fondamenti filosofici alla base della concezione del mondo secondo la tradizione e secondo la modernità. Ho tralasciato, pertanto, di trattare le tematiche geopolitiche, delle quali – sebbene io sia interessato alla geopolitica in generale – non sono un esperto, concentrandomi invece sulla contrapposizione tradizione/modernità.Paolo Galante

L’antitesi tradizione/modernità dovrebbe, a mio avviso, essere collocata in una dimensione metastorica, in quanto afferisce a delle concezioni del mondo che sono costantemente presenti nella psiche collettiva, e che in questo terreno sempre si confrontano e scontrano. Per me, quindi, ha poco senso parlare di tradizione come cosa riguardante il passato e modernità come riguardante il presente. Le 2 opposte filosofie, come ci insegna Giambattista Vico, si alternano nel tempo il dominio nelle coscienze. Oggi come oggi, tuttavia, vige incontrastato la filosofia della modernità.

Ma vediamo quali, a mio avviso, sono i presupposti su cui si fondano la tradizione e la modernità. Per me, esistono solo 2 filosofie intese come modalità di rapportarsi all’essere, e ciò perché 2 sono pure le logiche che presiedono non solo al pensiero, ma anche alla nostra vita psichica: quella basata sul principio di non contraddizione e quella sul principio di contraddizione ( dialettica). Così la pensava Eraclito, la filosofia cinese con la contrapposizione di Yin e Yang ecc. A dire il vero,però, non c’è bisogno ndi far riferimento a blasonate correnti filosofiche per rendersi conto che ogni essere si relaziona al mondo in base a 2 solo categorie: il bene e il male. Quindi, tradizione e modernità altro non rappresentano che 2 diversi approcci all’eterna contrapposizione fra bene e male, contrapposizione della quale tutte le altre sono soltanto riedizioni in forma simbolica di questa.

Credo che tutti concordiamo nell’individuare nell’illuminismo il momento cruciale di trapasso dalla tradizione alla modernità, che determinò un approccio alla tematica bene/male fondato sul principio di non contraddizione. Secondo questo principio bene e male sono opposti inconciliabili, per cui fra di loro nessuna collaborazione è possibile, per cui dal male non può venir alcun bene. Il male, pertanto, diviene qualcosa di ingiustificabile quindi da estirpare. Per il pensiero della tradizione, invece, la contrapposizione esiste nel presente per produrre quella tensione per volgere l’essere a realizzare nel futuro l’essenza stessa dell’essere, l’unità: unità di bene e male, in quanto il male è concepito come uno strumento per distaccarci da un bene materiale onde spronarci a realizzare un bene spirituale. Certo, che il male sia al servizio di un bene spirituale non è dimostrabile. Lo si può credere solo con la fede, una fede che la modernità ha smarrito. Il pensiero della tradizione pone a fondamento dell’essere il bene, cioè l’idea che il bene è causa e scopo dell’essere. Anche le religioni condividono questa idea, non per niente Giovanni Gentile dimostrò apprezzamento per il cristianesimo, anche se ne ridimensionò il valore, relegandolo al ruolo di filosofia per il popolo, a causa delle molte aporie del suo sistema teologico. Dall’idea, o meglio, dalla fede che l’essere e il bene coincidano ne discende una concezione positiva della vita, da cui un approccio psicologico a tutta quella gamma di sentimenti che corroborano il valore della vita stessa: fiducia nel prossimo, amore per il bello, convinzione della significatività della vita, apertura fiduciosa al futuro. Che la vita sia significativa implica,poi, che nel mondo viga il principio della giustizia e, soprattutto, la fede che il male sia uno strumento finalizzato a promuovere il bene. Solo così, infatti, il male, ciò che è espressione dell’insignificanza assoluta, acquista significato. La fede in Dio quale fondamento dell’essere,su cui si fonda la tradizione, rende la vita significativa non tanto perché rappresenta un argomento giustificativo del potere, avvalorando la struttura gerarchica della società; non tanto perché giustifica il potere sulla base che “ omnis potestas a Deo”; ma in quanto la fede, più che in un ipotetico essere metafisico, è fede nell’attributo primo di Dio,il sommo bene, fede dunque che l’essere è bene. Non quindi una fede come credenza in una narrazione che si pretende reale della storia sacra e del piano di salvezza di Dio, ma fede che attinge la verità sull’essere in virtù del sentimento che l’essere e il bene coincidono. Se ciò è vero, allora tale verità non è cosa da pensare ma da sentire; non è un concetto e neppure un fatto, ma un sentimento. Ribadiamolo, che l’essere sia bene non è dimostrabile con la razionalità del principio di non contraddizione, ma lo si può sentire solo entrando in quello stato di coscienza che si relaziona all’essere mediante la logica del principio di contraddizione. Così posta, la verità sull’essere diventa pertanto non di natura oggettiva, un qualcosa posto fuori di noi ( ob- iectum), che di conseguenza sarebbe conoscibile mediante la facoltà oggettiva dell’essere, che è il pensiero fondato sulla logica del principio di non contraddizione; ma diventa di natura soggettiva. Intendiamoci, non soggettiva in quanto opinabile, e quindi diversa da persona a persona, ma in quanto siamo noi come soggetti a creare la verità. E la creiamo lavorando sulla nostra coscienza onde sintonizzarla su quella che è l’autentica natura dell’essere, il bene. La conoscenza dell’essere non è dunque passiva ricezione di una verità a noi esterna, ma attiva costruzione di essa; in altre parole, non è cosa da pensare, ma da essere: conosciamo la verità diventandola.

Per la tradizione, la conoscenza è prioritariamente rivolta verso l’interiorità che l’esteriorità, quindi volta a trasformare se stessi piuttosto che il mondo esterno: una conoscenza che privilegia le discipline che sono espressione del lato soggettivo della psiche invece di quello oggettivo. Da qui la grande fioritura artistica della civiltà preilluministica, mentre minore, rispetto a quello che sarà a partire dall’illuminismo, era l’interesse per le discipline tecno-scientifiche. Già prima dell’illuminismo, comunque, l’oggettivazione del mondo aveva cominciato ad assestare dei colpi significativi al pensiero della tradizione. A cavallo fra il 1500 e il 1600, infatti, Galileo enunciò la tesi che “ le leggi del mondo sono scritte in caratteri matematici”. Da ciò ne conseguirebbe che il creato funziona secondo la logica oggettiva delle macchine. Dio diviene così il grande architetto o, come usava dirsi, il grande orologiaio. Da garante dell’ordine fondato sul bene, diventa una sorta di meccanico celeste, il cui compito è di far funzionare il mondo secondo la logica quantitativa delle macchine. Ma un Dio che pensa e opera sulla base della logica quantitativa, a ragion di logica, è lui stesso una macchina. Infatti,la logica quantitativa è tanto più efficiente nel suo operare quanto più sono espunti da essa i tratti qualitativi della soggettività.

Se, come abbiamo detto, a fondamento della tradizione c’è la fede in Dio, a fondamento della modernità l’ateismo, o, quanto meno, una crescente emancipazione da Dio in tutte le sfere della vita pubblica, riducendo il rapporto col divino a mero fatto privato. Ora, quello che più caratterizza la modernità è il fatto che l’emarginazione di Dio comporta ipso facto negare che il bene, di cui Dio è la massima e perfetta manifestazione, sia causa e fine dell’essere. Si capisce, allora, perché per la modernità, sia assurdo quanto affermato dal mistico tedesco, Jacob Boehme, che “ le leggi del mondo sono di carattere morale”. Per essa, il creato funziona esclusivamente secondo leggi meccaniche, quindi secondo una logica fondata sulla necessità, una logica che, escludendo la libertà, porta anche a escludere la coscienza, quale forza agente sul mondo accanto a quelle meccaniche.

E’ curioso, a questo proposito, osservare quanto il pensiero della modernità sia messo in discussione da una della sue figlie più legittime, la fisica, la più profonda della scienze della materia. Infatti, alcuni dei più grandi teorici della meccanica quantistica ipotizzano ceh la coscienza agisca sulla materia al pari delle altre forze oggettive, se non a un livello ancor più profondo.

Ma ritorniamo al rapporto fra essere e bene. Nonostante tutto il nichilismo di cui è capace, neppure la modernità può negare che gli esseri viventi, pur funzionando unicamente secondo leggi oggettive, aspirino a un bene che non è solo oggettivo, di natura materiale; ma anche a un bene di natura psicologica. Ora, per il meccanicismo la logica a fondamento dell’essere è solo quella del principio di non contraddizione, da cui il corollario del principio di causa-effetto, per il quale tutto ciò che è esiste solo come conseguenza di una causa passata. Ciò, ovviamente, vien fatto valere anche per il bene. Quindi, dalla modernità il bene viene pensato solo come prodotto da una causa posta nel passato, dimensione della necessità ( etimologicamente, la necessità è ciò che pone fine al moto); ciò esclude che possa esistere un bene causato dal futuro, cioè dalla tensione della volontà verso una meta futura. Ma con ciò si esclude pure che la volontà possa essere causa del bene. E, se non lo è, come può esistere un bene psicologico, visto che la volontà è a fondamento della psiche? Semplice, per la modernità anche la volontà è conseguenza di una causa passata, il che comporta l’escludere l’essenza stessa della volontà, che è la libertà di scegliere il proprio futuro. Libertà e volontà sarebbero, dunque, un’illusione; il bene di natura psichica pure.

Analizziamo ora le assurdità e il conseguente nichilismo cui la modernità giunge prima in campo filosofico-psicologico e poi in quello politico-sociale.

Nichilismo in campo filosofico-psicologico

L’idae che il bene risponda alla logica del principio di causa-effetto comporta porre la radice del bene nel passato. Di conseguenza, l’idea di bene assume le caratteristiche proprie del passato: la finitezza, l’essere espressione della necessità. Da ciò ne discende il ritenere che il bene non sia attingibile mediante le facoltà psichiche che ci proiettano nel futuro, cioè la libertà, la volontà. Anzi, come già detto, per il pensiero della modernità, esse sono facoltà illusorie. Ma libertà e volontà stanno a fondamento della coscienza, e quindi della soggettività. Quindi, l’escludere che il bene sia in relazione a esse implica che esso afferisca solo alla sfera oggettiva dell’essere: un bene, pertanto, che non ha a che fare col sentimento, la passione, l’idealità, l’etica; ma solo con ciò che è materiale e, quindi, destinato a finire. Il bene, quale lo concepisce la modernità, è, dunque, espressione soltanto di ciò che nel nostro essere è finitezza. Essa si manifesta come:

  1. identificazione del nostro essere con l’ego. Conseguenza di ciò, poi, è l’incapacità e anche il rifiuto di costruire legami con gli altri. Rifiuto perché, se il mio essere è tutto contenuto dentro il finito del mio ego, il costruire legami con gli altri mi metterebbe in contatto con il non essere. L’amore, l’amicizia, la solidarietà, tutto ciò che è legame costituirebbe, pertanto, un’esperienza di annichilamento del mio essere.

  2. Propensione a restringere la propria progettualità esistenziale al futuro immediato, quando non all’istantaneità del presente; quindi una progettualità avente per meta qualcosa di immediatamente a portata di mano, un bene da poter afferrare, quindi materiale, che gratifica subito.

D’altra parte, è evidente che un essere, che si sente come finito, concepisca pure il bene come finito, perché difetta delle qualità con cui tendersi oltre il finito: la pazienza e l’amore.

La pazienza è la capacità di saper attendere intesa come disposizione d’animo di tendere verso (at-tendere) il futuro perché fiduciosi che il bene autentico non sta nel finito del passato o nell’istantaneità del presente, ma nell’infinito del futuro: un bene quindi di natura immateriale. Per quanto riguarda l’amore, quello autentico ha la radice nella pazienza, in quanto sa attendere la sua ricompensa. Anzi, addirittura la vuole attendere, nel senso che tale amore non vuole un bene immediato, perché sarebbe un bene collegato al finito; ma un bene che lo metta nella stato psichico del tendersi oltre: oltre il finito dell’ego, dell’immediatezza del presente. Nell’atto di tendersi oltre i confini del proprio ego, questo amore deborda dal finito in cui identificava il suo essere per darsi al di fuori, e nel momento stesso del darsi riceve. Ora, per il principio di non contraddizione, proprio della filosofia della modernità, è assurdo che gli opposti, dare e ricevere, possano essere percepiti come un’unità; non per la filosofia della tradizione fondata sul principio dialettico.

Donare è far sì che il bene non ristagni dentro i confini dell’ego, ma si volga oltre il proprio finito. Quello che si riceve è allora un sentimento di espansione del proprio essere. Infatti, se essere e bene coincidono, il mio essere si estenderà fin dove farò giungere il mio bene. Per essere più chiari: estendere il bene oltre il confine del proprio ego significa donarlo agli altri, farli compartecipi del proprio bene; in tal modo, però, stante l’identità di essere e bene, diventiamo compartecipi anche del loro essere, la nostra vita si estende nella loro vita.

Ciò che si riceve donando, dunque, è l’accedere a uno stato di coscienza che sente l’essere come cosa che sta oltre, quindi come continuo superamento delle barriere del finito, superamento della separazione fra io e altro per giungere alla realizzazione di un altro attributo dell’essere: l’unità. Aggiungiamo ora che, per la proprietà transitiva, dato che l’essere è bene e che l’essere è uno, anche il bene è uno. Il bene è autentico solo se è bene comune.

Il bene, secondo l’accezione datane dalla modernità, non è relazionato invece alla pazienza né all’amore autentico. Non lo è alla prima, perché un bene finito – tale lo è per la modernità – è fruibile immediatamente, senza che ci si debba tendere oltre sia spazialmente che temporalmente. Non lo è al secondo, perché la modernità concepisce l’amore solo come un ricevere: un amore che non ha come fine il bene altrui ma solo il proprio; un amore per il quale gli altri non sono fatti per essere amati, ma per amarci.

Veramente non ci si può non chiedere a quale grado di follia sia giunta la modernità da non capire che il concepire l’essere e il bene com ristretti al finito dell’ego comporta, di necessità, anche il volere che l’essere abbia a finire, l’annichilimento dell’essere stesso. È proprio perché è ossessionata da questa più o meno inconscia volontà di autodistruzione che la modernità è tutta tesa all’opera di voler preservare il finito dall’inevitabile suo destino di dover finire. Ma che il finito non finisca è cosa impossibile. A rigor di logica, questo impossibile può essere scongiurato dall’accadere solo da un altro impossibile. Questo è la volontà della modernità di dotare il finito dell’ ego di una potenza infinita. È dal terreno di questa follia che trae nutrimento la mala pianta della smodata volontà di potenza dell’uomo contemporaneo.

E’ l’essa che,invece di orienrarlo verso il belle artistico, l’interrogarsi sul senso del proprio esistere, il perseguimento di un bene comune, specchio dell’unità dell’essere, lo induce a pensare costantemente a come accrescere la propria potenza. Questo spiega l’enorme importanza della scienza e delle sue applicazioni tecnologiche nella società contemporanea, e la forsennata volontà di dominio, quasi a voler piegare il tutto a obbedire alla volontà egoica del singolo.

Nichilismo in campo politico e sociale

La concezione della modernità che l’essere e il bene siano autentici solo manifestandosi nella forma del finito porta l’uomo ad agire per incrementare il finito in tutti gli aspetti della vita. E come lo si incrementa? Creando barriere onde dividere, separare gli esseri, richiudendoli entro confini psicologici e materiali sempre più angusti. Ecco allora che in campo economico viene favosito il bene privato rispetto a quello comune, cercando poi, per giunta, di dare a questo modo di operare una giustificazione etica: quella saltata in testa ad Adam Smith della “mano invisibile del mercato”. Secondo tale bislacca teoria, il perseguimento egoistico del proprio ineresse porta indirettamente al miglioramento del benessere collettivo. Il che vale dire che alla base dell’etica c’è l’egoismo. Questo è il fondamento filosofico su cui dovrebbe poggiare il pensiero e l’agire economico secondo la modernità. Un tale assunto, che viola palesemente il principio di non contraddizione, viene poi addirittura spacciato per scientifico dai soloni dell’economia liberista! Che dire? Anche loro sono tenuti a dare il proprio contributo al nichilismo, se vogliono far carriera in un mondo sgovernato dai “signori del caos”. In campo politico-sociale, il finito viene imposto facendo perno ancora su un altro britannico, Thomas Hobbes. Egli, in contrapposizione ad Aristotele, che sosteneva essere l’uomo un “animale sociale”, se ne uscì con la tesi dell’ “homo homini lupus”, il cui corollario è poi l’altro motto latino ” mors tua vita mea”. Sulla base di questa tesi si spiega il perché la modernità abbia fatto, e stia facendo di tutto per distruggere tutto ciò che è associazione, collaborazione, solidarietà, empatia onde promuovere un individualismo assoluto. Ciò poi è alimento di tutte quelle disposizioni psichiche che sono espressione del finito: egoismo, narcisismo, diffidenza. Ma oltre a queste, che possiamo definirle come malevolenza pasiva verso gli altri, bisogna mettere in conto anche la malevolenza attiva, come l’ostilità, la propensione a danneggiare gli altri sia sul piano psicologico che materiale. L’inclinazione a identificare l’essere col finito viene, inoltre, favorita dalla modernità con il precludere alla psiche la dimensione temporale del futuro, schiacciandola sull’istantaneità del presente. A tal proposito si è proceduto a creare un’immagine sempre più negativa del futuro attraverso: 1) la precarizzazione del lavoro 2) lo smantellamento progressivo dello stato sociale che, almeno, dsva una garanzia di poter contare sul fatto che non si era lasciati soli ad affrontare le difficoltà che il fututo porta inevitabilmente con sè 3) il costringere la gente a vivere in uno stato di perenne emergenza di natura sanitaria, criminale, economica, climatica; ora, come se non bastasse, i potentati economici e industrial-militari occidentali, per timore di perdere il loro potere, pare pronta a scatenare un nuovo conflitto mondiale.

A mio giudizio, il nichilismo implicito, che sottende tutta la modernità, può essere curato – si tratta, infatti, di una patologia che ha allignato, in modo più o meno inconscio nella psiche collettiva – solo rimettendo in discussione il presupposto fondamentale di essa: la convinzione che l’autenticità dell’essere sta nel suo darsi nella forma del finito. A tal scopo, mi limiterò a proporre la cura avanzata dal poeta tedesco Novalis: ” il mondo dev’essere romanticizzato” intendendo che ciò lo si ottiene ” quando conferisco al finito una parvenza infinita”. Il romanticismo, di cui Novalis è uno dei grandi esponenti nel campo della poesia, rappresentò un momento di aperta contestazione verso la deriva scientista e materialista dell’illuminismo. Citiamo ancora Novalis: ” romanticizzare non è altro che che un potenziamento qualitativo”. Per Novalis, quindi, occorre smarcarsi dalla concezione meccanicista dell’essere, che riduce il mondo e la vita tutta a mera quantità, equiparando così l’uomo a una macchina, con la sola differenza della maggiore complessità della macchina uomo. Occorre, invece, riportare alla coscienza la convinzione che è alla base della concezione tradizionale del mondo, cioè la natura infinita dell’essere, della quale Dio ne è l’espressione. Ciò implica, ovviamente, che tale natura non la può cogliere la regina delle scienze quantitative, la matematica, perchè questa natura è di ordine qualitativo: un ordine non fondato sulla necessità, ma sulla libertà. La possono cogliere, allora, solo quelle discipline che sono espressione dell’aspirazione della psciche alla libertà e non alla necessità, come lo è la matematica. Intendo discipline quali le arti, la filosofia spiritualista (quella fondata sul principio di contraddizione), ma in genere ogni attività fisica o mentale finalizzata a promuovere la libertà. Attenzione: non la libertà dell’ego, come la libertà è intesa dalla modernità, cioè la libertà del finito di imporre la sua volontà alla totalità dell”essere; ma la libertà relativa alla nostra essenza spirituale, quindi una libertà di natura etica, quella per cui l’uomo si sente veramente libero solo quando agisce per la realizzazione del bene comune.

Per il romanticismo di Novalis, la poesia è una modalità di conoscenza dell’essere, perché l’essere stesso è di natura poetica, in quanto è manifestazione di una volontà (Dio), e quindi di una soggettività. Il mondo lo si romanticizza , allora, rinterpretando la natura in modo poetico, come facevano gli antichi, quindi ritornando dall’epistemologia alla mitologia: da una conoscenza di natura scientifica ,fondata sul finito, a una di natura mitica, fondata, sul l’infinito. Si tratta, dunque, di repsicologizzare il mondo, di riportare la coscienza e gli dei, in quanto immagini mitiche delle forze archetipiche, nella natura. Non dimentichiamoci del monito di Mircea Eliade che l’aver posto Dio in cielo, come hanno fatto tante religioni, fra cui il cristianesimo ( il cattolicesimo e l’ortodossia, almeno, hanno il merito, grazie al culto dei santi, di mantenere una parte del divino anche sulla terra ), è un modo diplomatico di esiliarlo dalla vita degli uomini, prodromico alla sua successiva sparizione.

Certo che bisogna essere realisti e che, quindi, ritornare a un paganesimo che vedeva la presenza del divino in ogni manifestazione della vita sarebbe pretendere troppo. Per contenere la follia meccanicista e transumanista della modernità, accontentiamoci, allora, di rivitalizzare le religioni; contrastando recisamente, però, ogni tentativo da parte dei potenti di usarle a giustificazione della loro smania di dominio. Il loro fondamentale apporto nella battaglia contro il nichilismo della modernità è di affermare che a fondamento dell’essere c’è un principio etico, di cui Dio è la manifestazione metafisica: l’idea che il bene è causa e fine dell’essere, e che il bene, però, è tale solo quando è bene comune.

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