Ancora su Macerata. Un intervento di Alessandro Visalli

Il pezzo di Roberto Buffagni è molto bello e terribile. Non siamo davvero più abituati a traguardare nei fatti il radicale altro che vi può essere incluso. L’obiettivo mi sembra un troppo facile multiculturalismo, l’idea di una sussunzione senza resti nella tecnica, ovvero nello spirito della tecnica moderna, nella creazione di valore proprio del capitalismo (nella riduzione di tutto a misura, a metrica), dell’uomo intero. Ma l’uomo ha ottenuto questo risultato, questa potente capacità di farsi macchina di valore, schermandosi e disincantando il mondo stesso. Ci sono voluti secoli e non è neppure mai davvero riuscito del tutto. Questo processo, che si raggruma in modo particolarmente chiaro nello scientismo (ed in quella sua sublimazione che è l’economia contemporanea), postula la separazione tra mente e corpo con il confinamento di tutto il senso, di tutto il significato ed il pensiero nell’intramentale (il termine è di Charles Taylor, L’Età secolare, pp.174). Quando si ottiene questo effetto, al quale nessuno di noi è esente e che ci ha determinati, la realtà diviene meccanismo. Ed il meccanismo prevede uno ‘sviluppo’. Ma non tutti gli uomini sono formati in questo modo, ed alcuni hanno radicamenti diversi. Hanno una vita religiosa intrecciata con la vita sociale, non separabile, e non separabile da un cosmo. L’uomo è radicato in una società ed in un cosmo, dunque nei riti che lo costituiscono. Qui ci mancano le parole, perché ci manca l’esperienza. Taylor parla di “mondo incantato”, in cui gli spiriti e le forze hanno a che fare con il mondo in un modo che ci è alieno (o che non vediamo nei termini in cui ancora lo facciamo, ad esempio nel feticismo della merce e del denaro). Cosa sta succedendo quando tutto viene in contatto? Quando si sradica violentemente e si propone di reinserire come oggetti, come macchine produttive costrette alle metriche del desiderio e del valore nostre proprie, biografie e personalità diversamente formate? Che si arriverà all’imperiale dominio della forma unica della modernità, al tempo unico e lineare ed allo spazio isotropo che ci ha regalato, con immenso sforzo intellettuale e mostruoso coraggio (non privo di una sua perversione) Newton? Al dominio totale e uniforme, senza resti, del capitale, della forma denaro, del lavoro astratto e preordinato allo scambio che ne è presupposto ed esito insieme? O, come teme Roberto, qualche resto ci sarà, rigurgiterà dagli altrove, e ci minaccerà?

Negli indimenticabili saggi di Koyrè sulla rivoluzione scientifica si trova il senso di quel che succede: “spiegare ciò che è partendo da ciò che non è, da ciò che non è mai. E anche partendo da ciò che non può mai essere. . . . spiegazione, o meglio ricostruzione del reale empirico partendo da un reale ideale. [la geometria e la matematica] . . . necessità di una conversione totale, di una sostituzione totale, di una sosti­tuzione radicale di un mondo matematico, platonico, alla realtà empirica – poi­ché solo in questo modo valgono e si realizzano le leggi ideali della fisica classica-” Alexander Koyrè, Studi galileiani, pag. 210. Lo scopo delle ricerche empiriche di Galileo diventa, quindi, scoprire le leggi matematiche del moto, cioè dimostrare come il moto della caduta se­gue “la legge del numero”. Legge, bisogna notare, “astratta” nel senso che non ha validità in senso stretto per i corpi reali; ma, all’opposto, poggia su di una realtà ideale interamente costruita dall’uomo. Galileo arriverà a rifiutare una teoria come quella di Gilbert (che poteva portare la sua fisica fuori delle secche nelle quali era incappata), capace di spiegare la gravità attraverso il paragone con la calamita, perché non era matematizzabile; era, cioè, una spiegazione basata su di una forza ani­mata: “Vis magnetica animata est, aut animatam imitatur, quae humanam animam dum organico corpori alligatur, in multis superat”[3]. Da questo illuminante rifiuto possiamo comprendere la na­tura della piega epistemica che si viene a creare rispetto al pensiero precedente. Da ora ciò che non si riesce a matematizzare (o geometriz­zare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osserva­bile. Ovviamente, la caratteristica di sistemi di conoscenza “dall’alto” (come proponeva di dire Gargani), come questi, è che a tutti i possibili pro­blemi sono già state fornite le risposte; nel senso che esi­ste solo un insieme di risposte “legali”, quelle che si confor­mano alle re­gole date. In altre parole, come ha sottolineato anche Foucault con una controversa affermazione, in queste teorie filosofiche o scientifiche si possono riscon­trare non tanto procedure cognitive ma strutture d’ordine, statuti di disciplinamento nei quali vengono di­stribuiti gli oggetti, i termini di riferimento di una cultura. Tali teorie, proprio per questo, non accettano e non legitti­mano problemi che non siano già previamente risolti nelle as­sunzioni di par­tenza del si­stema. Sono perciò concepibili come vere e proprie strategie di orienta­mento della vita umana, tecni­che per dirigere i processi della vita intellet­tuale entro per­corsi già assegnati e definiti; in quanto tali re­stano fun­zionali a proce­dure di regolamentazione e disposizione in qualche modo dall’alto. Per concludere: il punto di vista della matematica classica e della geome­tria euclidea è fondato su questo lungo processo di astrazione e selezione dei “fatti”, oggetto legale di cono­scenza. In questo pro­cesso intervengono argomentazioni di tipo metafisico in notevole quantità ed è inoltre pervaso, in ogni sua parte, di spirito di autorità. Ciò può essere mostrato e compreso anche se si guarda al quadro socio – politico che fa da sfondo agli eventi dei quali ab­biamo parlato: si ha, in questo periodo, infatti un gran­dioso processo di concentrazione del potere negli stati asso­luti e la ripresa di un’economia di scambio che esigeva nuovi strumenti di controllo e legittimazione. In altre parole si crea insieme lo Stato nazionale e il capitalismo.
In risposta a queste sollecitazioni l’epistemologia newtoniana unifica l’universo, costruendo un quadro coerente in cui ogni cosa può essere inserita e trovarvi il suo posto, ma realizza tale miracolo ad un alto prezzo: lo realizza, cioè, come sostiene Koyrè “sostituendo al nostro mondo delle qualità e delle percezioni sensibili; il mondo che è teatro della nostra vita, delle nostre passioni e della nostra morte, un altro mondo, il mondo della quantità, della geometria reificata, nel quale, sebbene vi sia posto per ogni cosa, non vi è posto per l’uomo”.

Ogni campo del sapere umano converge, da ora, sul principio fondante della ragione umana e sul suo strumento principe, quello control­labile e scientifico della matematica e della ge­ometria. Intorno alla fisica vincente, quella di Newton, e al suo “Spazio Assoluto” si formerà, così, anche un sapere geografico per­fettamente for­malizzato e “neutro”; capace di giu­stificarsi a posteriori attra­verso la sua potente capacità performa­tiva.

La rivoluzione compiuta in questo secolo consiste, in effetti, nella possibilità (che aveva visto già Galilei) di studiare le “leggi” di un fenomeno anche senza darne una spiegazione. È sufficiente assumere che le forze che vai a studiare agiscano secondo leggi matematiche per poi cer­care queste leggi ed applicarle alle forze reali.
Newton compirà, infatti, proprio questa operazione per un principio cardine della nuova fisica, la gravità. Secondo le sue stesse parole: “In generale assumo qui la parola attrazione per significare una qual­siasi tendenza dei corpi ad accostarsi l’uno all’altro; ….. in quanto in questo trattato esamino, come ho spiegato nelle defi­nizioni, non le specie delle forze e le qualità fisiche, ma le quan­tità e le proporzioni matematiche. In matematica vanno inve­stigati quelle quantità e quei rapporti delle forze che discendono dalle qual­siasi condizioni poste”[Isaac Newton, Philosophiae naturalis principia mathematica, 1729 (traduzione inglese), (traduzione ita­liana, Principi matematici della filosofia naturale, Utet 1965), pag. 339]. La “filosofia naturale” di Newton, in altre parole, non esclude affatto enti inspiegati, e nemmeno inspiegabili come il suo “Spazio As­soluto”, ma rinuncia solo alla discussione sulla loro natura. “Le tratta – es­sendo una filosofia naturale matematica – come cause matematiche o forze, cioè come concetti o relazioni mate­matiche”[Alexandre Koyrè, Dal mondo chiuso all’universo infinito, pag. 163]. Si può, infatti, leggere nei Principi. . . “dò qui uno stesso si­gnificato alle attrazioni e alle impulsioni acceleratrici e mo­trici. E adopero indifferentemente i termini attrazione, impulso o tendenza qualsiasi verso un centro, poiché considero tali forze non fisicamente ma matematicamente”[Newton, p.39].

Ciò comporta, come ha giustamente rilevato Koyrè, l’espulsione dalla legalità scientifica di tutti i ragionamenti e delle esperienze basate su concetti come: perfezione, armonia, significato, fine. Da Newton in poi questi concetti sono semplicemente soggettivi e non trovano posto nella nuova ontologia. “In altre parole, le cause finali o formali, come criteri di spiegazione spariscono – o vengono respinte – dalla nuova scienza mentre subentrano al loro posto le cause efficienti e materiali”[Alexandre Koyrè, Studi Newtoniani, pag. 8]. Abbiamo, quindi, la sostituzione di un mondo di qualità con uno di quantità e di uno del divenire con uno dell’essere “non c’è mutamento o divenire nei numeri e nelle figure”.

Tutto questo, come mostra anche Taylor ricostruendo con altri strumenti ed altre fonti il lungo percorso della secolarizzazione, è una lunga scala, la nostra scala. Non è naturale, non è ovvio, non è necessario. E’ il nostro mondo, non quello di tutti.

13 commenti

  • roberto buffagni

    “E’ il nostro mondo, non quello di tutti” è una sintesi perfetta. La mia ignoranza totale degli autori che hai citato tranne Newton (so chi sono, mi fermo lì) mi impedisce dialogare con te sul contenuto dei loro scritti. Commento invece a partire da quel che so, o credo di sapere, e lo faccio proprio aggiungendo una nota alla tua conclusione. Io credo che questo NON sia nemmeno il nostro mondo: non per intero, almeno. Il mondo in cui “ciò che non si riesce a matematizzare (o geometrizzare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osservabile” è certo il NOSTRO mondo, ma in quel mondo viviamo solo in parte; e quel mondo può continuare ad esistere solo finchè continua ad esistere l’ALTRO mondo, quello nel quale vivono “gli Altri”, ma in cui continuiamo a vivere, senza saperlo! anche noi. L’uomo cammina su uno specchio, c’è l’uomo a caporitto e l’uomo a capofitto. Bisogna assolutamente far posto, comprendere, anzitutto VEDERE anche l’uomo a capofitto. Nel mio articolo ho citato in calce una bellissima aria di Haendel, “Lascia ch’io pianga” dal “Rinaldo”. L’ho scelto perchè non soltanto è bellissimo, e meravigliosamente eseguito da una cantante sublime che è anche una donna incantevole, ma perchè è un esempio insigne di dolore profondo espresso con perfetta dignità. Se c’è qualcosa che risalta nella vicenda di Macerata, oltre all’orrore, è la totale incapacità di tutti, ripeto tutti, di esprimere sia il dolore, sia la dignità. Ho visto il video della fiaccolata, con la madre di Pamela che, imbeccata dal padre che le sta alle spalle, ringrazia tutte le autorità, sindaco, carabinieri, etc. (ringrazia di cosa?). La folla applaude Applaude, santo Iddio! Mi è venuto da vomitare. Non so se mi sono spiegato, secondo me sì. Se non siamo, se non ritorniamo capaci di intendere ed esprimere quel che avviene dentro di noi, nelle sacre e terribili e splendide profondità del nostro cuore, anche il nostro mondo “in cui ciò che non si riesce a matematizzare (o geometrizzare) non esiste, non è utilizzabile e non costituisce fenomeno osservabile” sarà dilaniato e smembrato dalle forze primordiali, lasciate senza parola e senza cittadinanza, e crollerà.

  • La fine si deve connettere con il principio, la riduzione della natura a tecnica, condotta nella rappresentazione manipolante dello scientismo, e il radicale sfruttamento di questa sia in noi sia fuori di noi, è il nostro mondo ma insieme è l’insostenibile. La tradizione della critica marxista ha due parole per descrivere questo: feticismo (della merce e del denaro) e alienazione (separazione dalla nostra natura). Noi viviamo in un ordinamento sociale fatto di pratiche dense (come accennato facendo qualche bozzetto della rivoluzione scientifica sei-settecentesca), basato su un’etica che però con la stessa mossa si nasconde e si universalizza: pensandosi “neutrale”. Cioè nell’essere le pratiche storicamente date del capitalismo strutturalmente e non accidentalmente nascoste; mentre pervasivamente guidano le nostre vite, per così dire “dalle nostre spalle”. Il tipo di vita che la forma capitalista (nel quale il “lavoro astratto” è separato e scambiato nel libero mercato, determinando un tipico rapporto con il mondo e con se stessi, insomma una specifica “persona” funzionale) determina una vita “in senso lato brutta o alienata; impoverita, senza senso o vuota” (Jaeggi p.111). Forme di questa critica sono la “reificazione” (Versachlichung), l’impoverimento qualitativo delle relazioni vitali, già diagnosticato da Sombart in “Il capitalismo moderno” e da George Simmel in “Filosofia del denaro”. Mercificazione, mercatizzazione, strumentalità, avidità istituzionalizzata, e dinamismo sono facce della medaglia. Il capitalismo, specificamente ed in modo caratteristico (lo dice Benjamin), si presenta come “religione di solo culto, senza dogma”, e nasconde il suo status di “forma di vita particolare”. E, come accadeva alla forma religiosa per la gente comune nel medioevo (cfr. Charles Taylor, “L’età secolare”) nessuno che sia immerso in questa forma (anche essa in qualche modo religiosa) è in grado neppure di vedere e concepire una qualsiasi alternativa ad essa.

  • Leggendo il frammento “il capitalismo come religione”, del 1921, scritto da Walter Benjamin, diventa possibile chiedersi a questo punto: ma si è davvero perso il “senso religioso”? La scala è stata gettata dopo essere “saliti” sulla piattaforma della razionalizzazione del mondo, o l’incantesimo che ci trattiene mentre ci potenzia della “razionalizzazione” incorpora, in modo bastardo e irriconoscibile, un “senso religioso” pervertito? Le “tendenze autodistruttive” di cui parla Habermas (rinviandosi al dibatto dell’inizio secolo, ovvero alla prima generazione della sua stessa scuola), sono davvero solo un’aggiunta ai “potenziali spirituali” della modernità, o ne sono il codice?
    Il capitalismo è infatti, per il nostro, “un fenomeno essenzialmente religioso”, anche nel senso che svolge la stessa funzione di dare soddisfazione alle ansie, alle sofferenze, ma è tutto rito senza teologia. Non ha una vera e propria dottrina, ma si presta “ad ogni vestizione”, anche a farsi socialismo (scrive negli anni venti, e pensa alla rivoluzione russa che è appena iniziata), è inoltre “senza tregua e senza pietà”, ininterrotto, costante, onnipresente, entra in ogni cellula e cattura tutto. Infine il capitalismo è un culto fondato sulla colpa (schuld) e debito. Benjamin scrive: “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”. Cioè anche in una “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione non arriva mai, infatti “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Dove trova luogo “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo: la religione non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi” (p.43). La vera e propria “estensione della disperazione a stato religioso del mondo”, una disperazione da cui, assurdamente, doversi “attendere la salvezza”. Siamo nell’assoluta solitudine della fine della trascendenza, e quindi della implicazione di dio nel destino umano. Nietzsche e Freud sono citati a supporto di questo codice, pensieri che “appartengono al dominio sacerdotale di questo culto”. Non si trova più salvezza nella umkehr (nel ‘rivolgimento’, ‘capovolgimento’, ‘conversione’ e quindi ‘pentimento’, ‘metaonia’, e ‘ripartenza’), ma nel “potenziamento”, costante, illimitato. Un potenziamento che non fa salti, e attraversa il cielo.

    La risposta alle domande poste è dunque che nell’età della riforma, malgrado ciò che pensava Weber, non è successo che il cristianesimo ad un certo punto ha favorito l’insorgere del capitalismo, con la sua “gabbia di ferro”, ma che si è proprio trasformato nel capitalismo restando una religione. Ma una religione rovesciata, che mette a sistema e funzionalizza i potenziali distruttivi, facendone culto. Come dice Benjamin, l'”estensione della disperazione a stato religioso del mondo”.

  • roberto buffagni

    pubblico il commento su FB di Alessandro Visalli:

    La fine si deve connettere con il principio, la riduzione della natura a tecnica, condotta nella rappresentazione manipolante dello scientismo, e il radicale sfruttamento di questa sia in noi sia fuori di noi, è il nostro mondo ma insieme è l’insostenibile. La tradizione della critica marxista ha due parole per descrivere questo: feticismo (della merce e del denaro) e alienazione (separazione dalla nostra natura). Noi viviamo in un ordinamento sociale fatto di pratiche dense (come accennato facendo qualche bozzetto della rivoluzione scientifica sei-settecentesca), basato su un’etica che però con la stessa mossa si nasconde e si universalizza: pensandosi “neutrale”. Cioè nell’essere le pratiche storicamente date del capitalismo strutturalmente e non accidentalmente nascoste; mentre pervasivamente guidano le nostre vite, per così dire “dalle nostre spalle”. Il tipo di vita che la forma capitalista (nel quale il “lavoro astratto” è separato e scambiato nel libero mercato, determinando un tipico rapporto con il mondo e con se stessi, insomma una specifica “persona” funzionale) determina una vita “in senso lato brutta o alienata; impoverita, senza senso o vuota” (Jaeggi p.111). Forme di questa critica sono la “reificazione” (Versachlichung), l’impoverimento qualitativo delle relazioni vitali, già diagnosticato da Sombart in “Il capitalismo moderno” e da George Simmel in “Filosofia del denaro”. Mercificazione, mercatizzazione, strumentalità, avidità istituzionalizzata, e dinamismo sono facce della medaglia. Il capitalismo, specificamente ed in modo caratteristico (lo dice Benjamin), si presenta come “religione di solo culto, senza dogma”, e nasconde il suo status di “forma di vita particolare”. E, come accadeva alla forma religiosa per la gente comune nel medioevo (cfr. Charles Taylor, “L’età secolare”) nessuno che sia immerso in questa forma (anche essa in qualche modo religiosa) è in grado neppure di vedere e concepire una qualsiasi alternativa ad essa.

    PS: nel quadro di Newton c’è tutto: http://tempofertile.blogspot.it/2017/04/walter-benjamin-il-capitalismo-come.html?q=Il+capitalismo+moderno

    Qui mi chiedevo, con l’aiuto del grande Benjamin: si è davvero perso il “senso religioso”? La scala è stata gettata dopo essere “saliti” sulla piattaforma della razionalizzazione del mondo, o l’incantesimo che ci trattiene mentre ci potenzia della “razionalizzazione” incorpora, in modo bastardo e irriconoscibile, un “senso religioso” pervertito? Le “tendenze autodistruttive” di cui parla Habermas (rinviandosi al dibatto dell’inizio secolo, ovvero alla prima generazione della sua stessa scuola), sono davvero solo un’aggiunta ai “potenziali spirituali” della modernità, o ne sono il codice?
    Il capitalismo è, per il nostro, “un fenomeno essenzialmente religioso”, anche nel senso che svolge la stessa funzione di dare soddisfazione alle ansie, alle sofferenze, ma è tutto rito senza teologia. Non ha una vera e propria dottrina, ma si presta “ad ogni vestizione”, anche a farsi socialismo (scrive negli anni venti, e pensa alla rivoluzione russa che è appena iniziata), è inoltre “senza tregua e senza pietà”, ininterrotto, costante, onnipresente, entra in ogni cellula e cattura tutto. Infine il capitalismo è un culto fondato sulla colpa (schuld) e debito. Benjamin scrive: “il capitalismo è verosimilmente il primo caso di culto che non purifica ma colpevolizza [ed indebita]. Così facendo, tale sistema religioso precipita in un moto immane”. Cioè anche in una “immane coscienza della colpa [del debito] che non sa purificarsi [da cui non ci si redime], fa ricorso al culto non per espiazione in esso di questa colpa, ma per renderla universale, per martellarla nella coscienza e infine e soprattutto per coinvolgere dio stesso in questa colpa e interessarlo infine all’espiazione”. Ma questa espiazione non arriva mai, infatti “sta nell’essenza di questo movimento religioso che è il capitalismo, resistere sino alla fine, fino alla definitiva, completa, colpevolizzazione di dio, fino al raggiungimento dello stato di disperazione del mondo”. Dove trova luogo “l’elemento storicamente inaudito del capitalismo: la religione non è più riforma dell’essere, ma la sua riduzione in frantumi” (p.43). La vera e propria “estensione della disperazione a stato religioso del mondo”, una disperazione da cui, assurdamente, doversi “attendere la salvezza”. Siamo nell’assoluta solitudine della fine della trascendenza, e quindi della implicazione di dio nel destino umano. Nietzsche e Freud sono citati a supporto di questo codice, pensieri che “appartengono al dominio sacerdotale di questo culto”. Non si trova più salvezza nella umkehr (nel ‘rivolgimento’, ‘capovolgimento’, ‘conversione’ e quindi ‘pentimento’, ‘metaonia’, e ‘ripartenza’), ma nel “potenziamento”, costante, illimitato. Un potenziamento che non fa salti, e attraversa il cielo.
    La risposta alle domande poste è dunque che nell’età della riforma, malgrado ciò che pensava Weber, non è successo che il cristianesimo ad un certo punto ha favorito l’insorgere del capitalismo, con la sua “gabbia di ferro”, ma si è trasformato nel capitalismo restando una religione. Ma una religione rovesciata, che mette a sistema e funzionalizza i potenziali distruttivi, facendone culto. Come dice Benjamin, l'”estensione della disperazione a stato religioso del mondo”.

  • roberto buffagni

    e qui la mia replica:

    Grazie. Di Benjamin conosco davvero bene solo il bel saggio sul Trauerspiel (ho letto le cose più celebri, naturalmente). Mio parere: sono d’accordo, il capitalismo è una religione. Però, come nota lo stesso B., di religioni ce n’è di infiniti generi. La “religione capitalismo” mi dà l’impressione di avere un difetto di fondo: il suo formalismo. E’ tutta forma, niente contenuto (tutto rituale, niente teologia e dogma). Ne consegue, dialetticamente, che essa non è capace di mettere in forma i contenuti disturbanti, in particolare il sacro. Se vuoi, è un effetto collaterale della radice protestante del capitalismo. Dogmaticamente, il nucleo della dogmatomachia tra cattolicesimo e protestantesimo è la Presenza Reale. Il dogma della Presenza Reale del corpo e del sangue di Cristo nelle specie eucaristiche esprime, appunto in forma dogmatica cioè in un cristallo concettuale, che mondo di qua e mondo di là, uomo a caporitto e uomo a capofitto, sono indissolubilmente legati e compresenti. Dalla negazione di questa compresenza, da un canto il “disincanto del mondo” weberiano, dall’altro la sempre possibile irruzione del sacro infero (dopo il Venerdì Santo, Cristo “scende agli inferi”).

  • roberto buffagni

    Una mia aggiunta:

    Come vedi, stanno tornando a galla i problemi (ridicola parola) apertisi nella guerra di religione europea. Li si credeva risolti una volta per sempre, ma non è così. Si ripresentano eguali sebbene trasformati, “laicizzati”. Ma questa laicizzazione della guerra di religione non disinfetta e non secolarizza il sacro, che invece riemerge in forma di barbarie, nudo e crudo, dionisiaco.

  • roberto buffagni

    Riporto, con il suo permesso, un commento di Lanfranco Turci al mio articolo e al commento di Alessandro Visalli:

    Commento qui con le mie povere parole l’articolo molto denso e colto di Roberto Buffagni. Anche accettandola sua ipotesi sulle motivazioni sacrificali dell’assassinio di Pamela, la strage dell’energumeno nazi ha lo stesso livello di gravità e di . Dunque le due ispirazioni sono comparabili e parimenti da combattere. Cosa , la seconda, che non mi pare così chiara nel testo di Buffagni. Non basta l’insegnamento della lingua, un lavoretto e il 130 per rendere il nigeriano simile a noi? Per la verità a me pare già simile al Traini anche senza la lingua. D’altro lato il nazismo non ha avuto bisogno della immigrazione o di conoscere i riti sacrificali nigeriani per fare quello che ha fatto. Perché chiamiamo fascismo o nazismo ciò che ha fatto Traini e predicano le varie Casa Pound? Perché oltre a usarne il linguaggio e i simboli si propongono gli stessi obiettivi di violenza e sopraffazione . Ma non importa come vogliamo chiamarli, importa una mobilitazione politica per fermarli. Buffagni sembra invece manifestare una certa comprensione per il ragazzo smarrito e mi pare che pensi di bloccare gli istinti malvagi dell’animo umano con una profonda riconversione religiosa al limite dell’esorcismo. E con il lasciare i nigeriani a casa loro. Ora io che sono un laico del tipo cui ironicamente si rivolge Buffagni non sono per correre in Nigeria a prendere coloro che vogliono venire in Italia, ma quelli che sono qui penso che debbano essere trattati come persone sottomesse alle nostre leggi e non essere inseguiti a pistolettate per le strade. Quanto a coloro che sparano o incitano a farlo , in attesa della loro conversione religiosa, penso che debbano essere combattuti sul terreno politico e della Costituzione.

  • roberto buffagni

    Ecco la mia replica a Turci:

    Se rileggi, vedi che sono più che d’accordo sul fatto che “la strage dell’energumeno nazi ha lo stesso livello di gravità e di . Dunque le due ispirazioni sono comparabili e parimenti da combattere”. Scrivo infatti: “E se invece fossimo noi, a diventare come lui, come loro? Ci hai mai pensato? E se Luca Traini, il fragile balordo Luca Traini che si è autoinvestito di una missione sacra, la missione di placare col sangue i Mani della fanciulla appartenente alla sua tribù e alla sua stirpe, barbaramente trucidata dal membro di altra tribù, di altra stirpe, e ha simboleggiato la sacralità del suo gesto con i suoi poveri mezzi di bordo – la paccottiglia neonazi, il tricolore-sudario, il Monumento ai Caduti – se Luca Traini fosse uno di noi che diventa come uno di loro? Un italiano criminale che si sforza di somigliare il più possibile al nigeriano criminale, e ci riesce piuttosto bene? ” La cosa veramente preoccupante è proprio questa, il contagio del sacro (specificamente, il sacro dionisiaco). Io la comprensione per il “ragazzo smarrito” certo che la provo, perchè capisco, o credo di capire, che cosa è avvenuto nel suo cuore. Che non sia una giustificazione, che sia condannabile, è evidente. Molto, troppo in breve, quel che è avvenuto (e continua ad accadere) a Macerata è una irruzione del sacro nella polis. Quando il sacro irrompe dove il sacro è negato, dove la civiltà si identifica con la tecnica e non fa posto a quel che tecnica non è, l’anima, il cuore dell’uomo, esso irrompe in forma terribile. A Macerata le Erinni stanno passeggiando per la strada. Ora, come insegna l’Orestea di Eschilo, le Erinni, le Furie, possono (e devono) diventare le Eumenidi, le Benevole. Per trasformare le Erinni in Eumenidi, ci vuole l’intervento della dea Atena, che nell’ultima tragedia della trilogia eschilea istituisce il tribunale e la polis proprio a questo scopo. La dottoressa Atena è fuori stanza. Io non mi rivolgo “ironicamente” al lettore progressista. Mi rivolgo a lui (e a tutti) per mettere in guardia contro quel che mi pare un errore catastrofico, che è proprio quel che tu raccomandi: la “mobilitazione politica per fermarli”. La mobilitazione politica, a questa irruzione del sacro fa quel che fa un’aspirina contro la peste, se non accade di peggio, che cioè aggravi il contagio. “L’intervento della dea Atena” significa intervento della Legge e della Ragione, con le maiuscole, che servono a indicare che Legge non è la magistratura (non solo) e Ragione non è la tecnica, la “gestione” (non solo). E’ l’affermazione e l’ostensione, anzitutto simbolica, della Legittimità delle autorità temporali (e delle religiose). Il problema è che sia l’autorità temporale, sia l’autorità religiosa, letteralmente non hanno la minima idea di che si tratti, “non sanno con chi hanno a che fare”, e NON possiedono l’autorità necessaria, basta ascoltare le chiacchiere spaventose del vescovo di Macerata, che diffonde un mediocre volantino, o del sindaco, del presidente della repubblica, etc.

    Per capire qualcosa di Macerata, io consiglio di leggere insieme due tragedie: “Le Eumenidi”, che indicano come si placano le Furie, e “Le baccanti”, che mostrano che accade quando Dioniso irrompe nella città. Lo smembramento del re Penteo ad opera della baccanti invasate da Dioniso segnala, sul piano dei fenomeni, il vero e reale rischio di guerra civile, di “smembramento della polis”. E’ un equivoco terribile affrontare questa vicenda con la chiave di lettura antifascista. Su questa vicenda tornerò, perchè mi tocca in profondità.

  • roberto buffagni

    Riporto una nuova replica di Lanfranco Turci:

    Voglio solo ricordare che le Erinni del nazismo le fermammo con la guerra e la Resistenza, senza con ciò avere avuto la presunzione di sradicarle dal cuore dell’uomo sia esso bianco o nero, viva con la sua gente o con altri. Insomma c’è una dimensione del mondo che va controllata anche con la forza della legge e dei valori civili, e con i movimenti che se ne fanno carico, senza aspettare una conversione più o meno futura. Che poi il dominio dell’astrazione capitalista e delle contraddizioni materiali che l’accompagnano e che tu e Alessandro Visalli sembrate rimuovere in questa discussione( che pure ammiro e mi mette in imbarazzo per lo spessore culturale) possa scatenare le Erinni dell’animo umano che non può essere ridotto a una sola dimensione, è cosa su cui concordo. Aggiungo solo che la battaglia antifascista che appoggio decisamente deve innervarsi anche nella lotta contro le diseguaglianze e la precarietà, compresa quella accresciuta dalla immigrazione.

  • roberto buffagni

    La mia replica a Turci:

    Non penso, e certo neanche Visalli pensa, che la dimensione pratica, economica, sociale e politica dei conflitti sia ininfluente, tutt’altro. Io dico soltanto (soltanto, be’) che non è esauriente, e che affrontare questa situazione con “la gestione” del sociale è come fermare un’eruzione vulcanica con un ombrello. Altro errore terribile, a mio avviso, affrontare questa situazione con l’antifascismo. Diffonderà il contagio, renderà più violenta l’epidemia di peste. Spero di sbagliarmi, ma la penso così. Poi lo vedo che ci sono inerzie storiche che hanno un peso enorme, il tuo campo culturale e politico non può reagire che così. Ma questi sono tratti propri della tragedia, le cose che vanno come devono andare per forza d’inerzia.
    Bisogna, insomma, fare posto, mettere in forma le forze primordiali che si stanno scatenando e si sono già scatenate. L’antifascismo, il razionalismo, sono totalmente inadatti, sono semmai concause di questa eruzione.

  • roberto buffagni

    Riporto una replica a Turci di Alessandro Visalli:

    Lanfranco dico che sono in pieno accordo con lui, la focalizzazione discorsiva che qui si è presa non implica affatto che la lotta contro tutti i fascismi, come contro tutte le forme di emersione dell’oscuro sia cosa diversa dalla lotta contro gli effetti della “religione capitalista”, ovvero la riduzione dell’umano a macchina produttiva, contenitore trasparente e misurabile di lavoro, e via dicendo. Quindi dell’esplodere di sempre nuove e radicali forme di diseguaglianza e di precarietà. Forme, nell’alienazione che la contraddistingue (ovvero, nella riduzione del naturale dentro di noi ad oggetto manipolabile), che si mostrano in particolare evidenza nel fenomeno dell’immigrazione. Credo che scriverò ancora su di essa. Probabilmente bisogna interrogarsi più in profondità, il dialogo con Roberto, proprio per la differenza dell’impostazione culturale e della tradizione ma nella somiglianza della sensibilità, è prezioso in tal senso. Bisogna riuscire a guardarsi, e per farlo lo sguardo da fuori va incrociato e preso sul serio.

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