Ius soli 3: come funziona la propaganda, di Roberto Buffagni

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IUS SOLI, DI ROBERTO BUFFAGNI

http://italiaeilmondo.com/2017/12/30/ius-soli-2-di-roberto-buffagni/

Per concludere la serie sullo ius soli, una nota sullo schema di funzionamento della propaganda, il “frame”, come lo chiamano i tecnici dei media.

Per cominciare, vi presento il “Triangolo drammatico di Karpman”[1]. Stephen Karpman è un rispettato e mite psicologo, allievo di Eric Berne, fondatore dell’analisi transazionale. Nel 1968, da giovanissimo, ha inventato lo schema di relazione a cui ha dato il nome di “triangolo drammatico” perché è un appassionato di teatro e di cinema e un attore dilettante. Il “triangolo drammatico di Karpman” è ben noto nell’ambiente dello spettacolo internazionale, e viene spesso usato da insegnanti di recitazione, sceneggiatori, registi, drammaturghi, com’è naturale specie di scuola statunitense, ma non solo; perché in effetti è molto utile per strutturare e analizzare alcuni rapporti drammatici (io ne sono venuto a conoscenza così, per informazione professionale).

Per questo lavoro, nel 1972 Karpman ha ricevuto l’Eric Berne Memorial Award. Il nome di “triangolo drammatico” descrive correttamente il modello, perché il dramma è sempre una rappresentazione di conflitti (anche interiori) tra persone, ma siccome quest’ultimo fatto non è universalmente noto, vale la pena di segnalare che un altro nome può descrivere con esattezza il modello ideato da Karpman: “triangolo conflittuale”.

Il conflitto descritto dal triangolo di Karpman è un conflitto DISTRUTTIVO e IRRAZIONALE che può aver luogo in mille circostanze della vita: tra amanti o coniugi, tra datore di lavoro e dipendenti, tra genitori e figli, etc. L’utilità del triangolo di Karpman nella terapia psicologica è duplice: da un canto, il modello è un ausilio per l’analisi strutturale (definizione dei ruoli assunti dai membri del gruppo in esame), dall’altro per l’analisi transazionale (descrizione del passaggio da un ruolo all’altro dei  membri del gruppo nel quale si è acceso il conflitto). Qualche esempio di conflitto triangolare distruttivo e irrazionale tratti dal sito ufficiale dedicato al triangolo di Karpman:  1) Triangolo (coniugi)  “Non ho mai guardato un altro uomo”/”Sono andato a letto con tua sorella ma non significava niente” 2) Triangolo (famigliare) “Sono geloso perché tu sei il preferito e io no” 3) Triangolo (dipendenze): “Smetto quando voglio”. Eccetera, eccetera.

Questa non è una trattazione psicologica, e io non sono uno psicologo, quindi mi limito a riferire quanto segue, che il lettore potrà approfondire leggendo il sito ufficiale del triangolo di Karpman. Il conflitto descritto dal triangolo drammatico di Karpman è un conflitto distruttivo e irrazionale, in cui tutti i partecipanti perdono, ripeto: TUTTI PERDONO. L’unico modo per indirizzare le persone coinvolte nel conflitto triangolare verso un risultato più positivo (magari non ideale, ma non distruttivo) è farle uscire dal triangolo, ripeto: FARLE USCIRE DAL TRIANGOLO. Finché ci si rimane dentro, il risultato è distruttivo per tutti, ripeto TUTTI. Il terapeuta che si avvale del modello descritto dal triangolo di Karpman si propone esattamente questo scopo: sciogliere la relazione triangolare.

Com’è fatto, il triangolo drammatico di Karpman? Immaginate un triangolo rovesciato, con il culmine in basso. Al vertice inferiore si situa il ruolo di VITTIMA, sugli altri due vertici si situano i ruoli di PERSECUTORE e SALVATORE. Il ruolo di VITTIMA è il ruolo dominante, perché è in relazione alla vittima che si creano e si posizionano gli altri due ruoli di salvatore e persecutore.

Com’è la VITTIMA? La vittima è sempre indifesa e incolpevole. Nega di avere la minima responsabilità per la situazione in cui si trova, nega di avere la benché minima possibilità di uscire dalla sua condizione di vittima. Non fa mai la sua parte di lavoro, compiti, doveri. Esige di essere trattata con i guanti, è altamente suscettibile e permalosa, si dichiara (finge di essere) impotente e incompetente.

Com’è il SALVATORE? Il salvatore si affanna per portare soccorsi immediati alla vittima (gli dà il pesce, non la canna da pesca), e così affannandosi trascura le sue proprie necessità. Lavora sempre sodo “per aiutare gli altri”. E’ spesso irritabile, esausto; a volte accusa malanni fisici. In lui si osserva spesso parecchia rabbia repressa, adotta volentieri atteggiamenti da martire (martire che soffre in silenzio o che protesta a gran voce). Per ottenere i suoi scopi e avere ragione nelle discussioni il suo metodo privilegiato è: far leva sul senso di colpa.

Com’è il PERSECUTORE? Il persecutore incolpa la vittima e critica il salvatore che “gliele dà tutte vinte”, ma non fornisce indicazioni, guida, assistenza o soluzioni. E’ uno sgradevole criticone, bravissimo a dar la colpa agli altri e a trovare, negli altri, mancanze e difetti. Spesso, dentro di sé, il persecutore si sente inadeguato, non all’altezza della situazione. E’ rigido, controllante, fanatico dell’ordine, facile alla minaccia. Può adottare tanto uno stile pacato quanto il suo contrario. Può essere un prepotente, ma non è detto, può benissimo non esserlo.

Sintesi: la VITTIMA è dipendente (come si dice di un drogato) da un salvatore, il SALVATORE sempre alla ricerca di un caso disperato, il PERSECUTORE ha bisogno di un capro espiatorio. Nel corso del gioco triangolare, i giocatori possono cambiare ruolo: per esempio, un salvatore sottoposto a una pressione troppo forte può scivolare nel ruolo di vittima, o di contro-persecutore.

Il conflitto descritto dal triangolo drammatico di Karpman è irrazionale e distruttivo perché la sua configurazione attiva un CONFLITTO MIMETICO, cioè un conflitto speculare, tra salvatore e persecutore. Speculare significa speculare, cioè identico, nella dinamica, a quel che avviene nella boxe con l’ombra: quando il pugile porta il sinistro, il suo riflesso risponde con il destro, e viceversa, in una fuga all’infinito che ha senso nell’allenamento dei pugili, ma che fuori da una palestra di boxe non ha né scopo, né senso, né termine. Nella fuga all’infinito del conflitto mimetico, i confliggenti perdono molto rapidamente di vista l’oggetto reale del conflitto, e a maggior ragione le possibili vie d’uscita dalla situazione conflittuale.

L’unico modo di sfuggire alla distruttiva irrazionalità del conflitto triangolare è: comportarsi da adulto, e SMETTERE DI GIOCARE.

E con questo direi che la presentazione del triangolo drammatico di Karpman è conclusa. Ringraziamo il dr. Karpman, un benefattore dell’umanità nevrotica e un valido studioso che non porta la minima responsabilità per gli usi, ahimè nient’affatto benefici, ai quali è stato piegato il suo modello.

Perché come il lettore avrà già intuito, non solo gli psicoterapeuti o l’ambiente dello spettacolo hanno notato e apprezzato l’intelligente modello proposto dal dr. Karpman. Il triangolo drammatico ha infatti suscitato vasti ed entusiastici apprezzamenti anche tra i professionisti della guerra psicologica, o per dirla all’anglosassone, delle psyops (tra i quali psichiatri, psicologi e psicoanalisti sono legione).

Come lavora il professionista della guerra psicologica, quando vuole influenzare un conflitto (reale)? Anzitutto, adotta il principio della leva lunga. Per essere vantaggiosa, la forza applicata richiesta deve essere minore della forza resistente, e questo accade solo se il braccio-resistenza (quello su cui si applica la forza) è più corto del braccio-potenza (quello che solleva il peso). Terra terra: il professionista della guerra psicologica si serve di intermediari, che chiameremo “agenti di influenza”. Quanto più numerosi sono gli agenti di influenza, e quanto più lunga la catena di agenti che si diparte e distanzia dal tecnico della guerra psicologica, tanto più vantaggiosa sarà la leva, che riuscirà a sollevare un peso enorme con l’applicazione di una forza minima. Gli agenti di influenza possono essere consapevoli d’esser tali (qualcuno, di solito in posizione professionalmente elevata, lo è) ma possono anche essere del tutto inconsapevoli (e in maggior parte sono tali). Gli agenti di influenza inconsapevoli agiscono nella direzione voluta dal tecnico della guerra psicologica per un’infinità di motivi, ad es., per semplice subordinazione in una gerarchia professionale: il giornalista che scrive quel che gli ordina il direttore. O perché la loro cultura o ideologia condivide gli scopi apparenti del tecnico della guerra psicologica: il giornalista democratico che condivide l’obiettivo di rovesciare il malvagio dittatore fascista, senza riflettere che con la sua caduta il paese piomberà nel caos e nella guerra civile, e che i mandanti del tecnico della guerra psicologica vogliono rovesciare il dittatore per i loro interessi economici e/o politici, non per sconfiggere il fascismo o impiantare la democrazia e il regno del Bene.

Un altro principio che adotterà il tecnico della guerra psicologica è il principio del filo di ferro. Come si fa a spezzare un filo di ferro? Lo si torce in opposte direzioni. Dunque il tecnico della guerra psicologica, sempre impiegando il principio della leva lunga e degli agenti d’influenza, torcerà in opposte direzioni il fil di ferro da spezzare. Esempio: si vuole far cadere il dittatore fascista? Bene. Insieme alla campagna “abbasso il feroce dittatore, salviamo le vittime del genocidio, viva la democrazia!” si darà impulso a una campagna in senso esattamente opposto: “viva il feroce dittatore, la democrazia è una truffa ipocrita, se c’è un genocidio chi se ne frega, l’importante è la nostra digestione.”

A questo punto dell’illustrazione, dovrebbe esser chiaro ai lettori quale prezioso ausilio sia, per i tecnici della guerra psicologica, il triangolo drammatico di Karpman. Per applicare insieme il principio della leva lunga e del filo di ferro, il tecnico della guerra psicologica deve fare una cosa sola: piazzare nel ruolo di VITTIMA il personaggio adatto. I più adatti al ruolo di vittima, naturalmente, sono i bambini, che sono sul serio “indifesi e incolpevoli”. Seguono a ruota le ragazze (carine, con grandi occhioni da cerbiatta). Che poi la vittima sia realmente vittima di un’ingiustizia, di un sopruso, di una disgrazia oppure no, al tecnico della guerra psicologica non importa molto. Certo, meglio se lo è: si evita la seccatura delle smentite, comunque subito affogate nel rumore di fondo dei media; ma se non se ne trovano di vere, ci sono sempre le fasulle; e in certi casi, ad esempio quando si devono simulare attacchi con gas venefici mai avvenuti, è inevitabile ricorrere al falso: c’è un limite anche ai miracoli della psicologia.

Una volta piazzata la vittima adatta al vertice inferiore del Triangolo di Karpman, il tecnico della guerra psicologica può mettersi comodo in poltrona e osservare divertito, fumandosi una meritata sigaretta, l’automatica escalation del conflitto irrazionale e distruttivo. Perché immediatamente, senza alcun bisogno di suoi ulteriori interventi, si autocandideranno al ruolo e vi si posizioneranno sia i salvatori, sia i persecutori della vittima. I quali salvatori e persecutori ingaggeranno subito tra di loro la boxe con l’ombra del conflitto mimetico, alzeranno un enorme polverone di accuse reciproche e reciproca rivalità, e nel polverone forniranno – gratis – ai superiori del tecnico della guerra psicologica  un comodo riparo, all’ombra del quale perseguire i loro scopi, di solito distruttivi (per gli altri) ma tutt’altro che irrazionali, almeno nel senso della razionalità strumentale.

Nel ruolo di vittima si possono piazzare praticamente tutti i gruppi sociali: gli immigrati, gli autoctoni, gli omosessuali, gli eterosessuali, i poveri, i ricchi, gli orchi e i puffi. Naturale che per i candidati più improbabili ci voglia uno sforzo in più, ma se si lavora a regola d’arte il risultato è garantito. Basta un minimo appiglio: per esempio, una ricca e tosta dirigente di megabanca d’affari passerà facilmente per vittima “in quanto donna”, un politico cinico e feroce “in quanto nero/ebreo/omosessuale/molestato dai genitori”, eccetera.

Tutte le operazioni di guerra psicologica, anche le più innovative e sofisticate, hanno uno scopo semplice e antichissimo: dividere le forze dell’avversario, abbatterne il morale, disunire la sua catena di comando, destrutturare la sua coesione mentale e sociale, e fare l’esatto contrario nel proprio campo. Questi obiettivi li ha perseguiti anche Giulio Cesare per conquistare la Gallia. Unica differenza qualitativa tra oggi e ieri: oggi, nella condotta delle operazioni l’importanza relativa della guerra psicologica è molto maggiore di ieri, perché in presenza dell’armamento nucleare strategico le maggiori potenze non possono rischiare il conflitto diretto, e quindi privilegiano il conflitto indiretto, campo d’applicazione ideale della guerra psicologica. C’è poi la differenza quantitativa di un secolo e mezzo di scienze psicologiche applicate, di pubblicità, e di sistema dei media; ma non erano per niente stupidi o rozzi anche gli antichi, che anzi, quanto a propaganda, toccavano vertici di eccellenza qualitativa oggi ineguagliati: per esempio, il “De bello gallico” è – anche –una psyops diretta a manipolare il senatus populusque romanus.

Ma torniamo al triangolo drammatico di Karpman. I tecnici della guerra psicologica, gli addetti all’ingegneria sociale e alla manipolazione della percezione, che sono legione e di solito legione accademica, hanno preso questo come tanti altri ritrovati delle scienze psicologiche, antropologiche, sociologiche, cibernetiche, e li impiegano per influenzare i conflitti, soprattutto i conflitti cosiddetti “a bassa intensità”, ma non solo (N.B.: li influenzano per fare più guerra, non per fare più pace). Le “rivoluzioni colorate”, per esempio, si fanno così. Tu esamini quali sono le linee di faglia polemogene, e fai leva. La linea di faglia polemogena primordiale è la differenza. In un sistema, la pluralità di codici (codici = culture, etnie, religioni, lingue, ideologie, etc.) è sempre altamente polemogena. Da una soglia non esattamente prevedibile in poi, la pluralità di codici comincia a produrre il caos sistemico. Se tu influenzi i vari codici, e li disponi nel triangolo di Karpman, ottieni l’equivalente della faida, cioè una conflittualità che va oltre il suo oggetto, tendenzialmente infinita.

Direi che a questo punto, il lettore può tranquillamente disegnare da sé il triangolo drammatico di Karpman che si disegna intorno alla VITTIMA-MIGRANTE, assegnare nomi e cognomi tanto ai salvatori quanto ai persecutori, e se lo desidera anche agli agenti di influenza che dispiegano il conflitto distruttivo e irrazionale su grandissima scala (scala mondiale). Lo invito a ricordare che anche questa operazione di guerra psicologica agisce su un conflitto REALE, e su un REALE fenomeno, imponente e concretissimo: il presente fenomeno migratorio non è creato dal nulla da un megacomplotto di Soros + Lucifero, esiste per conto suo e per ragioni che si possono individuare con l’analisi razionale, storica, sociologica, economica, politica, etc.

Resta da dare un nome e un cognome ai mandanti dei tecnici della guerra psicologica che implementano l’operazione “Notte & Nebbia sulle Migrazioni”.

Qui, in assenza di informazioni privilegiate, vado per induzione e per pura ipotesi.

1) le dirigenze mondialiste hanno un progetto strategico molto chiaro: il reset, in vista della istituzione di un governo mondiale (non per domani, eh?). Importanti settori delle suddette dirigenze già individuano la capitale, Gerusalemme. Pregherei di non tirare in ballo il nazismo e il complotto demoplutogiudomassonico, perché lo scrive e lo dice apertamente Jacques Attali, uno che si è inventato l’attuale presidente della Repubblica francese, insomma non un marginale che sproloquia alla fermata della metro. Se non avete voglia di leggere i suoi libri usate internet e cercate le sue interviste dove dice esattamente questo, non mi invento niente.

2) per fare un reset di queste proporzioni utopiche o meglio distopiche bisogna eseguire una “demolizione controllata” (espressione usata dalle suddette direzioni mondialiste, cercate e troverete) delle attuali società occidentali.

3) per eseguire la “demolizione controllata” vanno bene sia la guerra civile su base etnico/religiosa in Europa, sia l’accoglienza tous azimuts degli immigrati in numero indefinito, sia un mix tra le due cose. Perché la metamorfosi demografica indotta dalla presenza su suolo europeo di grandi masse di immigrati con curva demografica molto più alta degli autoctoni non si limita a risultare nel pacifico aumento relativo di culle diversamente colorate rispetto alle culle bianche, ma è altamente polemogena (= provoca conflitti endemici ed enormi per le risorse, il potere politico, l’affermazione delle identità, e non si può “gestire” con metodi equi & solidali, si guardi Israele e i palestinesi e si vedrà che succede quando c’è un problemino di demografia relativa tra due popoli costretti a convivere).

4)per promuovere INSIEME guerra civile su base etnico-religiosa e accoglienza indiscriminata di numero indefinito di migranti bisogna fare anzitutto una cosa: dividere le popolazioni europee in due settori, una che dice “il nostro nemico è l’Islam” e l’altra che dice “dobbiamo accogliere tutti perché fuggono da guerra, fame, etc”.

5) Essendo entrambe posizioni totalmente irrazionali (è assurdo e autolesionista indicare come nemico principale una religione con 1 MLD e mezzo di seguaci che NON ha un centro direttivo politico unico, è assurdo e autolesionista farsi invadere da centinaia di milioni di stranieri) per impiantarle nelle teste degli europei bisogna manipolare le loro emozioni, e impedire che si attivino il buonsenso e la ragione.

6) E qui viene utile il triangolo drammatico di Karpman. Con una intelligente gestione dei media, i mondialisti piazzano gli immigrati nella posizione della “vittima”, e di conseguenza chi si oppone all’invasione si dispone nella posizione del “persecutore”, chi vuole salvare la vittima si dispone nella posizione del “salvatore”.

7) Però vittima, persecutore e salvatore NON sono categorie politiche, sociologiche o in genere razionali, sono categorie emotive o religiose. Così i “persecutori” si oppongono frontalmente ai “salvatori”, in uno schema a specchio tipico della rivalità mimetica (v. anche René Girard, già che ci siamo), e la rivalità mimetica tende SEMPRE a una escalation che perde rapidamente di vista l’oggetto del contendere (l’oggetto del contendere sarebbe, in teoria e secondo ragione, che politiche adottare nei confronti dell’immigrazione). L’escalation mimetica porta i persecutori a tifare per la guerra civile su base etnico-religiosa: “l’Islam è il nostro nemico”, il salvatore a tifare per l’invasione totale, la “metamorfosi demografica”, il multiculturalismo fino all’ultima molecola, il grand remplacement come pena del taglione delle colpe occidentali, etc.

8) Risultato: i persecutori e i salvatori abboccano all’amo dei mondialisti, e nessuna, ripeto NESSUNA politica ragionevole ed efficace nei riguardi dell’immigrazione viene MAI implementata.

9) (la politica razionale sull’immigrazione di massa dovrebbe assumere come premessa metodologica che l’immigrazione di massa e lo sradicamento di cui è sintomo e causa danneggia gravemente sia chi emigra sia chi riceve gli immigrati. Poi su tutto il resto si potrebbe e si dovrebbe discutere.)

Invece abbocchiamo. Per farci abboccare, i tecnici della guerra psicologica devono anzitutto impedire al buonsenso di funzionare, perché il buonsenso presenta alla mente di tutti alcune domande elementari, che non sono né una analisi storico-politica del problema migratorio, né tantomeno una base sufficiente per la sua soluzione; ma rappresentano il minimo indispensabile della presa di coscienza generale del problema, senza la quale analisi, per quanto acute, e proposte di soluzione, per quanto azzeccate, servono zero. Esempio:

Il problema immigrazione ha molte facce, ma la prima e più immediata è: quanti ce ne stanno? E’ una domanda rozza, ma è anche una domanda razionale. Come fai a evitare di dare una risposta? Dire che l’immigrazione è un fenomeno naturale inarrestabile come i monsoni per un po’ funziona, ma poi non funziona più, è troppo clamorosamente falso, e persino il fratello più scemo dello scemo qualche volta riesce a fare due + due.

Altra domanda rozza ma razionale: c’è disoccupazione, che gli facciamo fare a questi che vengono qui? La risposta “fanno i lavori che gli italiani non vogliono fare” per un po’ funziona, ma poi anche il fratello più scemo dello scemo si rende conto che gli italiani si rifiutano di fare alcuni lavori solo perché sono lavori di merda pagati una miseria, e si rifiutano solo finché materialmente lo possono (qualcun altro gli da una mano, hanno risparmi), ma quando saranno finiti i soldi faranno di tutto. E allora come si fa a non rispondere?

Altra domanda inevitabile: non c’è proprio nessun rapporto tra la presenza di immigrati mussulmani e gli attentati? Difficile rispondere di botto “no”. Come si fa a non rispondere?

Altra domanda inesorabile: “Questi accettano salari di fame perché ormai sono qui e non possono fare altro, non abbatteranno anche i salari nostri? Non ci sentiremo dire ‘o così o prendo un immigrato che c’è la fila?’ Come si fa a non rispondere?

Ulteriore domanda: “A chi conviene l’immigrazione? non converrà per caso a quelli che la sostengono, o perlomeno ai loro capi?” Come si fa a non rispondere?

Ecco come si fa a non rispondere, ragazzi: col triangolo drammatico dell’incolpevole dr. Stephen Karpman.

Buon anno a lui e a tutti, e chissà che nel 2018 non la smettiamo di abboccare.

[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Karpman_drama_triangle . Non esiste una voce Wikipedia in italiano. Per chi non leggesse l’inglese, c’è una voce in francese. Il sito ufficiale del triangolo drammatico di Karpman è questo:  http://www.karpmandramatriangle.com/

9 commenti

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  • Massimo Morigi

    In “Ius soli 3” Roberto Buffagni fissa (anche attingendo ad una profonda cultura psicologico-drammaturgica che non appartiene agli strumenti classici degli studi politici o filosofici politici: mi riprometto dopo questo breve commento di documentarmi a fondo sul triangolo drammatico di Karpman ) quello che è il movente di coloro che senza secondi fini vogliono lo ius soli: in poche parole si tratta della parte ingenuamente ideologizzata della sinistra che, visto che i vecchi salvandi, la classe operaia e/o i ceti più poveri degli autoctoni italiani, non vogliono essere salvati da costoro ed anche, al di là della loro volontà riottosa, non è nemmeno possibile farlo (il capitalismo è una brutta bestia, morde e distrugge chi gli si oppone), hanno scelto dei salvandi sostitutivi, e cioè gli immigrati provenienti da mondi esotici e verso i quali, in aggiunta, il cattivo uomo bianco ha numerose colpe da scontare (poco importa per questi ingenui salvatori che con questa dissennata politica migratoria e di genocidio culturale degli autoctoni, ci rimettano, con perdita di identità e bestiali condizioni di lavoro, anche i salvandi esotici). Mi permetto di aggiungere però una motivazione che non riguarda direttamente il problema dell’accoglienza degli immigrati e della loro integrazione tramite lo ius soli ma che la dice molto lunga sull’atteggiamento delle classi dirigenti verso coloro che da questi dovrebbero essere diretti e, soprattutto, protetti. Nel suo discorso di fine anno il presidente della repubblica italiana parlando dell’odierna condizione giovanile ha fatto un singolare riferimento storico ai ragazzi del ’99, cioè a coloro che dopo Caporetto ancora minorenni furono mandati a morire nella fornace della grande guerra. Il significato culturale e politico di questo riferimento è – nonostante, non ne dubitiamo, le coscientemente migliori filantropiche e democratiche intenzioni della suprema carica dello Stato che le ha pronunciate – chiaro e, soprattutto, inquietante per la mentalità delle attuali classi dirigenti che rivela, in quanto il messaggio che trasmette è il seguente: ragazzi non siate abulici e, sopratutto, contestatori del sistema perché in passato le classi dirigenti vi mandavano al macello e invece oggi vi richiedono soltanto di mobilitarvi elettoralmente per sostenere il sistema, restando inteso però che se il sistema verrà messo in crisi anche dai vostri comportamenti non adeguati potrà sempre decidere di trattarvi come i ragazzi del ’99. Insomma quello che si rivela attraverso questo messaggio è – al di là, lo ripetiamo, delle nobilissime ragione conscie del beneamato, ed anche ineffabile, Presidente – la mentalità profonda e primigenia della classe dirigente politica dei paesi retti a democrazia rappresentativa di derivazione storico-ideologica giusnaturalista – e in extenso dei grandi agenti strategici -, che al popolo riottoso e ignorante riserva, se non capisce la bellezza di essere dominato tramite i miti democratici, il bastone se non di peggio . Non so se tutto ciò rientri nel triangolo drammatico di Karpman, non so nemmeno se prendere in giro, per esempio col mito dell’inevitabilità dell’accoglienza di popolazioni allogeni, il popolo rientri, come pensa Buffagni, in un grande disegno oppure, come propendo io, non sia altro che la prosecuzione da parte dei grandi agenti strategici politici ed economici di una storica strategia di infinocchiamento verso i piccoli agenti strategici, ma una strategia di “distrazioni di massa” che è iniziata da secoli col giusnaturalismo, che è costituiva e iscritta nel patrimonio genetico di questi agenti e che, proprio per questa sua spontaneità, non abbia bisogno di un grande complotto per essere messa in atto. Quello in cui sicuramente credo è che il populismo per passare da manifestazione ancora strategicamente immatura a espressione strategicamente consapevole proprio di analisi e contributi culturali come quelli espressi in “Ius soli 3” ha bisogno. Insomma molti sono i contributi per far crescere e divenire adulta una consapevolezza strategica che nell’attuale ondata contestatoria populista è al presente solo in statu nascenti. E i ragionamenti ed analisi di Roberto Buffagni sono una dei momenti più importanti ed interessanti in questo processo di sviluppo.

    Massimo Morigi – 4 gennaio 2018

  • molto interessante… una sola chiosa a
    di solito legione accademica
    Comunque vadano le cose non vedo un grande futuro per questo ceto di ” puttane” il cui genere va appunto oltre le già vituperate “scienze umane” ( ormai sono già “legione” anche in quelle “esatte” ).
    I FATTI alla fine emergono sempre e i “trucchi” diventano “vecchi” ,sia perchè vengono “smagati” sia perché non servono più a chi li pagava.

  • roberto buffagni

    Grazie delle repliche e dei consensi. Una nota a questo passaggio di Massimo Morigi: “non so nemmeno se prendere in giro, per esempio col mito dell’inevitabilità dell’accoglienza di popolazioni allogeni, il popolo rientri, come pensa Buffagni, in un grande disegno oppure, come propendo io, non sia altro che la prosecuzione da parte dei grandi agenti strategici politici ed economici di una storica strategia di infinocchiamento verso i piccoli agenti strategici, ma una strategia di “distrazioni di massa” che è iniziata da secoli col giusnaturalismo, che è costituiva e iscritta nel patrimonio genetico di questi agenti e che, proprio per questa sua spontaneità, non abbia bisogno di un grande complotto per essere messa in atto.”

    E’ una bella domanda. Non lo so neanche io. L’idea che mi faccio è la seguente. Il “grande complotto”, cioè il progetto ideologico, sponsorizzato da forze sociali realmente esistenti e tutt’altro che trascurabili, che coniuga mondialismo e transumanismo esiste di sicuro perchè lo attestano numerose fonti dirette, e volendo fare un po’ di determinismo storico (moderato) non poteva non esistere, perchè è una potenzialità già contenuta in nuce nel codice genetico del liberalismo puro, non commisto ad altre correnti di pensiero. Mi spiego meglio. Per come la vedo io, il liberalismo, con la sua concezione della libertà puramente negativa, alla quale esso storicamente giunge anche per l’urgenza di ridurre entro limiti accettabili il conflitto religioso, sinora si è sempre associato, parassitandole, a visioni del mondo “sostanzialistiche” (cristianesimo, storicismo, conservatorismo, socialismo) e non si è mai presentato in forma pura, perchè la sua forma pura è appunto puramente negativa, e pertanto invivibile, impraticabile, nichilistica e anche aporetica ed enantiodromica, come si vede dalla pesante limitazione alle libertà individuali imposta dalla logica della difesa tous azimuts della libertà individuale (v. droits sociétales, LGBTQ, minoranze razziali, etc. che si rovesciano in clamorosa oppressione della libertà di coscienza, religione, parola, etc.). Di questa natura contraddittoria e nichilistica intrinseca al iberalismo se n’erano accorti subito i suoi critici reazionari, anzitutto Donoso Cortès.
    Oggi, il liberalismo comincia a mostrarsi nudo e crudo e non è un bel vedere, a Tocqueville verrebbe un ictus.
    Quindi, sì: secondo me il complotto c’è eccome, e sarebbe strano che non ci fosse. Quante divisioni ha il complotto mondialista-transumanista? Non lo so. Secondo me, mica poche. Diceva Pareto il che successo sociologico di una religione si misura dal numero di suoi praticanti NON credenti. In questo senso, la religione (perchè di questo si tratta, di una forma di religione gnostica derivata dal cristianesimo nella sua corrente ierosolimitano-protestantico-messianica); dicevo: la religione mondialista-transumanista che promette la fondazione di “nuove terre e nuovi cieli” e, come al solito, di un “uomo nuovo”, ibridato con altre specie anche artificiali, il successo ce l’ha eccome: perchè i suoi praticanti NON credenti sono veramente tanti.
    Volentes nolentes, tutti gli abitanti dell’Occidente devono e spesso vogliono sacrificare ai suoi altari, che sono anzitutto la scienza e il sistema industriale avanzato PER COME LI INTENDONO E LI PRATICANO LO SCIENTISMO E IL CAPITALISMO DI ULTIMA GENERAZIONE, che predilige l’esoterismo finanziario all’essoterismo della “economia reale” (questa è una religione che SI INVENTA la realtà, qui sta la sua potenza e il suo punto debole).

    I credenti di questa religione sono invece molto pochi, sia perchè è veramente assurda e minacciosa, sia perchè gli unici che potrebbero vivere comodamente in un mondo da essa disegnato sarebbero pochissimi oligarchi.
    Tra i veri credenti e i praticanti volentes nolentes, ci stanno tanti scalini o gironi di forze sociali che trovano la loro convenienza, maggiore o minore, nello schierarsi in prima, seconda, terza, ennesima linea nel campo mondialista. Sul piano operativo, sono queste forze sociali che fanno il grosso del lavoro, cioè che imprimono l’impulso materiale alla macchina sociale e al conflitto politico, ed è su queste che agisce anche, in primo luogo, la controspinta del campo avverso degli antimondialisti, tentando di imporre battute d’arresto, di spezzare alleanze e riconfigurarle, etc.

    Non c’è ancora, a mio avviso, un nucleo simmetrico di “veri credenti” antimondialisti in grado di opporsi validamente ai “veri credenti” mondialisti, perchè non esiste, salvo errore, una visione del mondo teoreticamente coerente ed egemonica nel campo antimondialista, al livello della visione del mondo egemonica nel campo mondialista (che secondo me è quella che ho tratteggiato). Questa visione del mondo teoreticamente coerente dell’antimondialismo per ora è riuscita a cristallizzarsi in un ritorno alle metafisiche tradizionali, alla lettera “reazionario”, in due importanti paesi, Cina (neoconfucianesimo) e Russia (ritorno alla cristianità ortodossa come teologia civile). Questi importanti risultati (decisivi, perchè senza una base di potenza nessuna visione del mondo o filosofia agisce nel mondo) non riescono a conquistare l’egemonia in Europa: il neoconfucianesimo perchè ad essa alieno, la cristianità ortodossa perchè lo scontro scismatico interno alla Chiesa cattolica non pare risolversi nella direzione “ateniese” del cristianesimo, e perchè in generale la deliquescenza del cristianesimo, in Europa, sta toccando un nuovo bathos.

  • roberto buffagni

    Mi accorgo ora, replicando ai commenti, che è utile, per comprendere a fondo l’effetto d’eco vastissimo provocato dal triangolo drammatico di Karpman, che come illustrato si fonda sulla posizione dominante della VITTIMA, dedicare più attenzione alla semantica storica della parola “vittima” nella cultura europea. Riporto dunque da qui http://italiaeilmondo.com/2017/10/02/cataluna-libre-ovvero-il-mistero-teologico-di-peppa-pig-di-roberto-buffagni/#comments una mia breve illustrazione in proposito. Mi scuso per l’autocitazione.

    ” L’ideologia europeista e progressista, compendiata nel politically correct, si fonda sui principi di libertà, eguaglianza e fraternità che furono la bandiera della Rivoluzione francese e dell’illuminismo; che a loro volta sono una trascrizione secolarizzata dell’universalismo cristiano. Secolarizzata significa: amputata della dimensione sia specificamente religiosa, sia metafisica della cultura cristiana europea, che integra anche il lascito greco-romano. Secolarizzando la cultura cristiana europea, il politically correct trascrive e ritraduce a modo suo anche un elemento essenziale, e specificamente religioso, del cristianesimo: il ruolo unico e salvifico che il cristianesimo assegna alla vittima. Nella lettura di René Girard, il cristianesimo rivela le cose nascoste sin dalla fondazione del mondo[3] proprio perché al contrario di tutti i miti, che tutti si fondano sul meccanismo del capro espiatorio e assegnano alla vittima del sacrificio il ruolo di “colpevole/divino fondatore”, il cristianesimo rivela, nelle Scritture, che la vittima è vittima innocente. Ma non c’è bisogno di rifarsi all’interpretazione girardiana del cristianesimo. La vittima per antonomasia, nella religione cristiana, è Gesù Cristo, la Vittima innocente, salvifica e redentrice, l’Agnello di Dio che toglie i peccati del mondo. Si dà il caso che questa Vittima innocente sia anche Dio, e che Dio sia onnipotente. Nella dimensione religiosa cristiana che le è propria, questa coincidenza non pone problemi. Gesù è certamente Vittima, è certamente innocente, è certamente Dio e dunque certamente onnipotente: però non scende dalla Croce per fare fuori i cattivi e assumere la presidenza del Governo Mondiale della Bontà, dell’Innocenza e del Progresso. Non lo fa perché la tentazione della potenza mondana è la seconda (o la terza, a seconda dei Vangeli) tentazione di Satana a Gesù: “Di nuovo il diavolo lo portò sopra un monte altissimo e gli mostrò tutti i regni del mondo e la loro gloria e gli disse: ‘Tutte queste cose io ti darò se, gettandoti ai miei piedi, mi adorerai’ ” [Mt 4,8-9.[4]] che Gesù respinge con una citazione scritturale: “Adora il Signore Dio tuo e a lui solo rendi culto” [Dt, 6,13]

    Trascritto nel contesto secolarizzato, amputato della sua dimensione specificamente religiosa e metafisica, il ruolo salvifico e redentore della vittima diviene però tutt’altra cosa; per l’esattezza, diviene l’esatto contrario, esattamente anticristico, di Gesù Vittima Divina, Sacra e Redentrice: diviene la vittima onnipotente che redime l’umanità con l’azione politica.

    Il politically correct, infatti, si fonda proprio sulla designazione di vittime sacre, e sacre in quanto vittime. Le donne sono vittime degli uomini, gli immigrati stranieri sono vittime degli autoctoni europei, i neri sono vittime dei bianchi, gli omosessuali sono vittime degli eterosessuali, i bambini sono vittime degli adulti, e così via: fino ad arrivare al caso in esame, la piccola Catalogna che è vittima della grossa Spagna, i deboli cittadini catalani che sono vittime del potente Stato spagnolo. (Tutte le vittime, naturalmente, sono vittime perché non sono potenti: altrimenti non sarebbero vittime). Ma se la vittima è sacra, è anche divina; e se è anche divina, le spetta di diritto l’attributo divino del quale nessuno ride: l’onnipotenza. Onnipotenza che la vittima si guarderà ben dal rifiutare, perché non esiste né un Dio da adorare e a cui solo rendere culto, e tanto meno Satana, che dunque non può proporla come tentazione a chicchessia. Anzi: l’onnipotenza, o in generale la maggior potenza possibile, se conferita di diritto alla vittima le consentirà di operare per il bene di tutti; addirittura per la redenzione – certo secolare visto che altre non ce ne sono – del mondo e dell’umanità; fino al giorno in cui non ci saranno più vittime, perché non ci sarà più potenza (che è sempre un differenziale di potenza) e dunque non ci sarà più né conflitto, né ingiustizia, né politica, ma accordo e pace universali; dove il leone giacerà con l’agnello, e la Catalogna potrà dichiararsi libera e indipendente con la commossa benedizione del Regno di Spagna.

    Però, sorpresa! Il giorno beato della vittima onnipotente che redime l’umanità con l’azione politica arriva sempre domani.”

  • Massimo Morigi

    Grazie Buffagni per aver definito ‘bella’ la mia domanda ma ancor di più per la tua risposta veramente esauriente, profonda e, quindi, anche esteticamente valida. Inoltre, mentre rimango un passo a te indietro rispetto ai complotti mondialisti (le astuzie o le nequizie della Ragione sono sempre un passo avanti rispetto a quello che gli uomini possano mai immaginare, e poi una volta dagli uomini riconosciute, questi, nel bene come nel male, vi si associano) sono completamente d’accordo con te che sia necessario prendere assolutamente sul serio i grandi scrittori reazionari, Donoso Cortès, Joseph de Maistre, Louis de Bonald per comprendere appieno il nichilismo del progetto liberale. Sono però anche assolutamente convinto che non si possa fare a meno del pensiero di Karl Marx, con l’ovvia avvertenza di depurarlo dei pesanti residui meccanicistici e delle ancora più pesanti tare giusnaturalistiche che lo hanno reso una sorta di surrogato di pensiero religioso e con un irrisolto rapporto con la dialettica invece di uno strumento impareggiabile di comprensione della realtà e di guida all’azione. Si tratta, insomma, di sviluppare l ‘interpretazione labrioliana e soprattutto di Giovanni Gentile (ripresa per ultimo da Antonio Gramsci) della filosofia di Marx come filosofia della prassi. Tutto questo, infine, compreso nel disegno del Repubblicanesimo Geopolitico di una filosofia politica antigiusnaturalistica (la geopolitica fin dalla sua nascita intese fornire una spiegazione realistica dell’agire politico e, in un certo senso, fu anche una sorta di storicismo ad uso e consumo delle masse che avvertivano l’incosistenza delle spiegazioni e soluzioni liberali) e che alle favole sui diritti umani garantiti dalla natura (natura goffa sostituta della divinità) contrapponga un uomo ma anche una storia naturale che si esprimono, risolvono, spiegano e si evolvono nel momento strategico, con la fondamentale avvertenza che il ‘momento strategico’ non significa di per sé solo il fatto agonico-conflittuale ma comprende anche – anzi è costitutivamente precedente e prevalente sul momento agonico! – lo sviluppo creativo-espressivo della natura, della società e dell’uomo. Come ben vedi, caro Buffagni la strada per sbugiardare l’affabulazione liberale impone la sintesi di autori che pur appartenendo a tradizioni opposte, hanno questi due elementi in comune: una visione assolutamente realistica dell’agire politico unita ad un altrettanto chiaro e reciso rifiuto del nichilismo di stampo liberale. Su questi autori, le cui convergenti tematiche sono sintetizzate dai tre giganti che rispondono ai nomi di Machiavelli, Hegel, Marx e Carl Schmitt bisogna continuare a lavorare e sono sicuro che anche tu, caro Buffagni, pur con una prospettiva che giustamente prova una notevole diffidenza verso alcuni di questi perché, comunque, lo si voglia o no, i nomi di costoro sono indissolubilmente legati anche alle più grandi tragedie totalitarie del Novecento, converrai su questa direzione di lavoro. Un programma di lavoro che, e su questo sono sicuro di avere il tuo pieno consenso, indica nell’ideologia liberal-liberista la più grande minaccia che attualmente incombe sull’uomo, sulla società e sulla natura (che pur non dovendone noi fare una divinità sostitutiva alla stregua del più becero ecologismo, anch’esso una tara culturale di origine giusnaturalistica, è il luogo che consente all’uomo di vivere). Avanti allora con le tue acutissime e fondamentali analisi sul povero agire politico dei nostri giorni, soprattutto perché, al di là dei pochi punti di differenziazione che possiamo avere e dei molti punti di contatti che ci troviamo a condividere, c’è oggi bisogno di un salto di qualità nell’analisi politica per poter fornire alle forme che ancora ingenuamente si oppongono al liberalismo quelle armi concettuali che gli permettano di vincere, o perlomeno di combattere ad armi pari, la loro battaglia. Insomma, c’è assolutamente bisogno del tuo tipo di analisi perché il populismo, che io ho definito una mentalità strategica ancora ingenua e quindi in statu nascenti, non venga soffocata nella culla. E da questo punto di vista, sono assolutamente certo che, al di là di alcune trascurabili differenze terminologiche e lessicali (ed anche, non nascondiamocelo, di inquadramento storico e filosofico, ma tutte differenze che appaiono assolutamente ridicole di fronte alla convergenza di visione sul quadro politico e culturale della modernità occidentale) ci sia un grande percorso da percorrere assieme. Grazie ancora per le tue acutissime analisi.

    Massimo Morigi – 4 gennaio 2017

  • roberto buffagni

    Grazie a te, Massimo, per il dialogo sempre stimolante, per il tuo lavoro di ricerca sempre profondo, e per le lodi (sempre esagerate).
    Sul contenuto del tuo ultimo intervento concordo. La direzione di ricerca mi pare proprio quella.

  • roberto buffagni

    Invito a leggere il documento sulla proposta di ius soli stilato, sotto pseudonimo “Ambassador”, da un gruppo di diplomatici italiani.

    http://www.oltrelalinea.news/2018/01/02/ius-soli-avrebbe-effetti-nefasti-il-dossier-di-un-gruppo-di-diplomatici-italiani/

  • Pingback: Ius soli 3: come funziona la propaganda – Appello al Popolo

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