Vittoria Trump: in Scandinavia e Ucraina si sente odore di marcio, di Max Bonelli

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Vittoria Trump: in Scandinavia e Ucraina si sente odore di marcio, di Max Bonelli
tratto da https://dnipress.com/it/posts/vittoria-trump-in-scandinavia-e-ucraina-si-sente-odore-di-marcio/
21 Nov 2016

Con Trump la politica occidentale in Nord Europa potrebbe cambiare radicalmente e da quelle parti lo hanno già capito bene.

Con la presidenza di Trump alla Casa Bianca aleggia una preoccupazione politica che è stata dipinta da un tipo raffinato come Lyasko, capo dei nazionalisti radicali nella Rada ucraina, con la seguente frase: “si sente un forte tanfo a Kiev dopo l’elezione di Trump”. Poi questa voce è stata corretta dicendo “tutti i discorsi di Trump in campagna elettorale non sono altro che retorica”.

In effetti Petro Poroshenko e i suoi accoliti non hanno molto da essere allegri con questa elezione, il nuovo presidente americano ha dichiarato chiaramente che non vuole avere un così alto livello di conflitto con la Russia come quello perseguito dall’amministrazione Obama. Inoltre ha rifiutato di incontrare il leader ucraino quando è venuto in visita a New York in modo tale che un deputato del partito di Poroshenko, Mustafa Nayyem si è lanciato addirittura in un parallelo tra Yanukovich e Donald Trump.

Difficile pensare che ci saranno delle inversioni a 360 gradi nella politica estera americana ma degli aggiustamenti significativi se li aspettano tutti e già un semplice restringimento dei flussi di dollari che tengono in vita il governo fantoccio di Kiev possono risultare fatali per un paese già in bancarotta dichiarata.

Lo stesso “tanto” investe tutti i paesi scandinavi che avevano rotto le loro linee guida di neutralità di fronte ai due candidati presidenziali ed avevano fatto tifo da curva per la Clinton con i media arruolati come se fossero elezioni in casa propria.

Sicuramente nei due mandati alla Casa Bianca del nobel della pace Obama con 7 guerre in 8 anni di mandato, gli scandinavi avevano ottenuto molto in termini di relazioni economiche e supporto nella loro politica espansionistica commerciale. Espansione che li ha visti sostituire la Russia come partner commerciale prima nei paesi baltici e poi dopo Maidan con pesanti investimenti in Ucraina insieme al supporto militare di Kiev (sono infatti secondi solo ai polacchi nelle operazioni in Donbass). Il caso dello sniper svedese Mikael Skilt che si vantava di aver ucciso 150 russi sul nostro Corriere della Sera è solo la punta di un iceberg composto di contractors scandinavi e polacchi, che sostenuti da Washington si sono aggirati nella steppa dell’Est Ucraina.

Basta leggere i giornali svedesi, danesi, norvegesi del 9 novembre per trovare dichiarazioni dove la flemma scandinava è “svampata” e tutti si lasciano andare a commenti che vanno dal premier svedese Löfven, che dice apertamente che avrebbe preferito la Clinton ma che farà comunque gli auguri a Trump, per passare a un preoccupato segretario della Nato, Jens Stoltenberg, che cercava di rassicurare i membri dell’Alleanza che in ogni caso verranno difesi, anche se non avranno raggiunto la cifra del 2% del PIL investita nella difesa. A tal proposito Trump aveva dichiarato che gli USA non si possono accollare la gran parte degli oneri finanziari di questa elefantiaca organizzazione che si chiama Nato e che ormai in Ucraina come piuttosto in Siria ha dimostrato di essere oltremodo aggressiva nei confronti del tranquillo (almeno fino al golpe di Kiev del 2014) orso russo. Ma queste sono le reazioni più equilibrate, la maggior parte degli articoli sui giornali rasentano l’isteria.

Commentatori di politica estera come Jonas Gummesson sullo Svenska Dagbladet vedono una minaccia per la sicurezza nazionale svedese in questo possibile non dico abbraccio ma affievolimento delle tensioni tra le due superpotenze. La Svezia solo formalmente è un paese neutrale ed ultimamente ha apertamente partecipato ed ospitato esercitazioni Nato sul suo territorio. Idem per la Finlandia che all’inizio di Maidan aveva un comportamento abbastanza neutrale, ma che ultimamente aveva firmato un trattato di cooperazione militare con gli Usa, certo facendo cosa poco gradita a Mosca.

Per quanto riguarda gli svedesi c’è un problema in più e si chiama Julian Assange. Sono loro che per compiacere l’amministrazione Obama hanno ordito la tela per incastrarlo e consegnarlo agli americani. Adesso si ritrovano con un presidente americano che ha un debito di riconoscenza nei confronti del fondatore di Wikileaks. Assange ha inondato internet di migliaia di email di Clinton e dei suoi più stretti collaboratori, la stessa FBI ha dovuto incominciare ad indagare, ma al di là dei risultati dell’indagine il volto cinico e senza scrupoli della Clinton era stato messo a nudo, il danno d’immagine non poco ha contribuito a questa sconfitta elettorale. Infatti Trump disse in un comizio “I love Wikileaks”.

Per la Svezia pare proprio che saranno tempi di grandi imbarazzi ed incertezze politiche. Nessuno per adesso nella leadership scandinava ha iniziato un sano “mea culpa”, sembra che la capacita di autocritica da quelle parti segni stabile sotto zero.

Ma il tanfo si sente e se anche il biondo miliardario mantenesse la metà delle sue promesse elettorali in politica estera, lì nel Nord Europa l’aria politica sarà irrespirabile, mentre a Kiev gireranno con la maschera antigas.

Max Bonelli, l’Opinione Pubblica

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