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Thomas Hobbes e la sua filosofia politica_di Vladislav Sotirovic

Thomas Hobbes e la sua filosofia politica

Fondamenti storici, filosofici e sociali del pensiero politico di Thomas Hobbes

Con le sue opinioni nella storia della filosofia politica, il teorico politico inglese Thomas Hobbes (1588-1679) divenne un rappresentante classico della scuola dell’empirismo inglese. Costruì un sistema politico completo basato sulla tesi fondamentale che nel mondo reale esistono solo corpi materiali individuali. Con questa visione, Hobbes iniziò una guerra contro i pregiudizi del realismo medievale, per il quale i concetti erano la vera realtà, mentre le cose erano semplicemente un loro derivato. È importante notare che Hobbes credeva che esistessero tre tipi di corpi individuali: 1) corpi naturali (cioè corpi della natura stessa che non dipendono dall’uomo e dalle sue attività); 2) L’uomo (sia un corpo della natura che il creatore di un corpo artificiale, cioè innaturale); e 3) Lo Stato (un corpo artificiale come prodotto delle attività dell’uomo).

L’opera più importante di Hobbes nel campo delle scienze politiche è Leviathan (1651) [titolo completo e originale: Leviathan or the matter, form and authority of government, Londra], in cui espone le sue opinioni filosofiche sul terzo corpo, cioè lo Stato, ovviamente nel contesto dell’epoca in cui visse e di cui fu testimone. In breve, in quest’opera Hobbes elaborò la visione secondo cui lo stato naturale della vita del genere umano è una guerra di tutti contro tutti (bellum omnium contra omnes). Secondo lui, questa visione è seguita da una legge naturale che porta al superamento di tale stato e alla creazione dello Stato (cioè dell’organizzazione politica) attraverso un contratto sociale tra i cittadini e il governo, ma anche un contratto che riconosce infine il potere indivisibile e illimitato del sovrano (re) nella politica (organizzazione statale) per la protezione dei cittadini e dei loro diritti. In altre parole, i cittadini rinunciano volontariamente a una (gran parte) della loro libertà naturale, che trasferiscono allo Stato allo scopo di proteggersi dai nemici esterni e interni. Si tratterebbe di una forma politica di “fuga dalla libertà” volontaria e contrattuale, magistralmente decifrata dal filosofo tedesco Erich Fromm (1900-1980) nella sua opera omonima Escape from Freedom (1941), utilizzando l’esempio della società tedesca durante l’era del nazionalsocialismo.

Le basi sociali e storiche del pensiero politico di Hobbes erano le frequenti guerre civili in Inghilterra, in cui il re Carlo I Stuart (1625-1649) perse sia la corona che la testa (che fu tagliata con un’ascia), la nascita di due correnti politiche nel Parlamento inglese, che in seguito divennero partiti: i Tories (conservatori) e i Whigs (liberali), nonché la proclamazione del Commonwealth (cioè una repubblica, o “stato sociale”, 1649-1660) ma con il dittatore Oliver Cromwell (1599-1658), che dal 1653 portò il titolo di “Protettore” (“Protettore d’Inghilterra, Scozia e Irlanda”). A quel tempo, lo sviluppo capitalista inglese e persino quello coloniale-imperialista richiedevano la protezione di uno Stato estremamente forte e onnipotente sotto forma di monarchia, cioè di potere reale assolutistico.

Fondamentalmente, Thomas Hobbes non criticava l’attuale sistema socio-politico, ma cercava piuttosto di consolidarlo e rafforzarlo il più possibile affinché l’intero Stato con i suoi cittadini potesse funzionare nel miglior modo possibile ed essere il più efficiente possibile, a vantaggio di tutti i cittadini che prima stipulavano un contratto sulle relazioni bilaterali tra loro e poi con lo Stato. Anche da una prospettiva europea (guerre civili tra protestanti e cattolici), dato che in tutta l’Europa occidentale prevaleva un clima di paura e insicurezza personale, Hobbes desiderava la pace, la sicurezza e la protezione della proprietà privata, tanto che a tal fine divenne un convinto statalista, ovvero un sostenitore del potere statale più forte possibile sui singoli cittadini.

Nel tardo Rinascimento europeo e nel primo periodo moderno, il rafforzamento del potere monarchico attraverso lo sviluppo dell’assolutismo monarchico illuminato (dispotismo) era espressione della necessità di unità sociale e statale e di funzionalità armoniosa al fine di evitare l’anarchia politica medievale, il politeismo e l’impotenza. Quando si enfatizza l’assolutismo monarchico, generalmente non è a causa dell’illusione dei diritti divini del sovrano, ma a causa della convinzione pratica che una forte unità politica possa essere raggiunta solo nel quadro di un monarchismo assolutista illuminato. Pertanto, quando Hobbes sostiene l’assolutismo centralista del re, non lo fa perché crede nei diritti divini dei re o nel carattere divino del principio di legittimità, ma perché ritiene che la coesione della società e l’unità nazionale possano essere raggiunte principalmente in questo modo. Hobbes crede nell’egoismo naturale dell’individuo, e una conseguenza naturale di questa convinzione era l’idea che solo un’autorità centrale forte e illimitata (assolutista/dispotica) di un monarca fosse in grado di frenare e superare le forze centripete che portano alla disintegrazione della comunità sociale e alla dissoluzione dello Stato.

Leviatano (1651) – sistema politico (Stato) secondo lo Stato contrattuale

Va notato che il punto di partenza della filosofia politica di Thomas Hobbes è lo stesso di tutti gli altri rappresentanti della cosiddetta scuola del “diritto naturale e del contratto sociale”. Hobbes, come molti altri della stessa scuola, riduce l’individuo all’ordine della natura e e lo stato civile allo stato di un contratto tra cittadini e stato, ma che è formato da soggetti che, proprio in virtù del contratto con lo stato (monarca), dovrebbero diventare cittadini, liberandosi così dalla posizione e dal ruolo di sudditi medievali senza legge (cioè coloro che avevano solo obblighi nei confronti del governo ma nessun diritto in relazione allo stesso governo), almeno secondo la filosofia politica liberale.

Per Hobbes, la base della natura umana è l’egoismo e non l’altruismo, così come il bisogno di vita comunitaria, ma non come una sorta di impulso alla vita comunitaria (come negli animali selvatici che vivono in branchi), bensì un bisogno dettato da un interesse puramente egoistico. In altre parole, la società politica organizzata sotto forma di Stato nasce come risultato della paura di alcuni individui verso altri, e non come risultato di una qualche inclinazione naturale di alcuni individui verso altri. Pertanto, lo Stato è un’organizzazione socio-politica imposta come prodotto di una visione razionale della vita, cioè della sopravvivenza, della comunità umana al fine di preservare gli interessi individuali, compresa la nuda vita. In altre parole, Hobbes negava la felicità e il piacere come elementi dello stato o dell’ordine naturale. Al contrario, per lui lo stato naturale è pericoloso per l’esistenza umana perché è animalisticamente crudele e omicida. Uno stato in cui tutti combattono contro tutti. In un ordine naturale che opera secondo le leggi (animali) della natura (il diritto del più forte), la base delle relazioni interpersonali è la guerra basata sulla forza e sull’inganno.

La successiva caratteristica importante dell’ordine naturale è l’assenza di proprietà delle cose e dei beni nel senso dell’assenza di una chiara demarcazione di ciò che è di chi. In altre parole, tutto appartiene a tutti, e ciò che è di chi dipende, almeno per un certo periodo, dalla forza, dalla rapina e dalla coercizione sugli altri. Per Hobbes, tutti gli esseri umani sono uguali sia fisicamente che intellettualmente, e tutti hanno diritto a tutto, sforzandosi di preservare questo diritto naturale. Tuttavia, poiché allo stesso tempo si sforzano di ottenere il potere o almeno il dominio sugli altri, inevitabilmente si verifica una guerra di tutti contro tutti, così che la vita umana diventa insopportabile. I più forti si sforzano di diventare ancora più forti e influenti, mentre i più deboli si sforzano di trovare protezione dai più forti per sopravvivere. Da un lato, l’uomo si sforza di preservare la sua libertà naturale, ma dall’altro lato, di ottenere il potere sugli altri. Per Hobbes, questo è il dettame dell’istinto di autoconservazione (libertà + dominio). La razza umana ha lo stesso impulso per tutte le cose e, quindi, tutte le persone vogliono le stesse cose. Pertanto, tutte le persone sono una fonte costante di pericolo, insicurezza e paura per gli altri nella brutale lotta per la sopravvivenza. Pertanto, l’esistenza umana si riduce a una guerra di tutti contro tutti (l’uomo è un lupo per l’uomo).

Per Hobbes, la legge naturale fondamentale è quindi la legge dell’egoismo, che induce l’individuo umano a preservare se stesso con perdite minime e guadagni massimi a spese degli altri. La legge naturale (ius naturale) è quindi l’istinto di autoconservazione, cioè la libertà per tutti di usare la propria forza e abilità per preservare la propria esistenza. Tuttavia, il significato fondamentale dell’esistenza dell’individuo umano è la ricerca della sicurezza. Pertanto, per Hobbes, solo l’interesse, e non l’altruismo (l’inclinazione dell’uomo verso l’uomo), è il motivo naturale fondamentale nella ricerca di una via d’uscita dallo stato di natura perché sta diventando insopportabile. In altre parole, la libertà naturale sta diventando un peso sempre più gravoso sulle spalle dell’uomo che deve essere sopportato.

Hobbes si oppose agli insegnamenti di Aristotele e Grotius secondo cui l’uomo stesso ha originariamente un impulso ad associarsi, cioè un istinto sociale. Contrariamente a entrambi, Hobbes ritiene che l’uomo sia originariamente un essere completamente egoista e possieda un solo impulso, quello di autoconservazione. Questo impulso spinge l’uomo a realizzare i propri bisogni, a cogliere il più possibile da ciò che la natura stessa mette a sua disposizione e, in accordo con questo impulso, ad espandere la sfera del proprio potere individuale il più possibile e il più lontano possibile. Tuttavia, secondo la logica stessa delle cose, in questa sua intenzione l’uomo incontra la resistenza di altre persone guidate dallo stesso impulso naturale (innato), cioè dalle stesse aspirazioni, e così tra i membri della razza umana sorgono competizione, lotta e guerra, che minacciano l’esistenza fisica delle persone. Pertanto, se l’uomo vive in uno stato di natura, si trova di fronte alla realtà della guerra di tutti contro tutti, cioè una guerra causata naturalmente dal bisogno e dalla forza dell’individuo e una guerra in cui l’eventuale mancanza di forza fisica, cioè di superiorità, è sostituita dall’astuzia e dall’inganno secondo il principio che il fine giustifica i mezzi.

Lo stato di natura non permette alla ragione umana di fare nulla che possa in qualche modo mettere fisicamente in pericolo la propria vita, né di trascurare ciò che può meglio preservarla. Hobbes riconosce che la natura umana è tale da essere sempre in conflitto con varie passioni e pulsioni, tra cui predomina il desiderio di potere. Tuttavia, usando la ragione, l’uomo realizza nella pratica le leggi naturali, tra cui l’aspirazione fondamentale alla pace (personalità umana = conflitto tra passioni e ragione). Le persone, seguendo la ragione e le leggi naturali che spingono l’uomo a preservare e garantire la pace con tutti i mezzi disponibili, concludono tra loro un contratto o un accordo socialmente vantaggioso. Sulla base di tale contratto, le persone appartenenti alla stessa comunità che vivono nello stesso spazio abitativo si uniscono con l’obiettivo di formare una comunità più forte con forze congiunte sulla base di un’armonia generale, che alla fine si trasforma in una forma di statualità che garantirebbe loro pace e sicurezza. Pertanto, l’organizzazione politica ha due obiettivi fondamentali, ovvero funzioni: la difesa della comunità dai nemici esterni e la conservazione dell’ordine, della pace e della sicurezza all’interno della comunità stessa a livello interno. Così, uno Stato (dal greco polis) viene creato sulla base di un contratto, e la politica sarebbe definita come l’arte di governare uno Stato allo scopo di realizzare efficacemente le sue due funzioni fondamentali.

Tale contratto (di formazione dello Stato) impedisce le guerre all’interno della stessa comunità (socio-politica) se il contratto viene rispettato, il che è conforme alla legge naturale. Il contratto impone a ciascun individuo della comunità un gran numero di obblighi e doveri oltre ai diritti, il cui adempimento è necessario per la conservazione della pace, dell’ordine e della sicurezza. Pertanto, un individuo, membro di una comunità socio-politica, perde necessariamente una parte importante della sua libertà, che trasferisce allo Stato per il proprio benessere e la conservazione della propria esistenza. A questo proposito, va notato che la legge o l’effetto dello sviluppo della civiltà e del progresso del genere umano nel contesto storico è che con lo sviluppo della civiltà l’uomo perde sempre più le sue libertà naturali e viceversa.

Thomas Hobbes riteneva che le leggi naturali fossero, in realtà, leggi morali. Uno dei principi morali fondamentali per il funzionamento efficiente e giusto del sistema socio-politico, cioè i contratti, è che non si dovrebbe fare agli altri ciò che non si vorrebbe fosse fatto a sé stessi dagli altri. Le leggi morali sono eterne e quindi immutabili e quindi universali per tutti i membri di una comunità, quindi tutti gli individui si sforzano di armonizzare il loro comportamento verso gli altri in conformità con tali leggi morali. Tuttavia, nello stato di natura, queste leggi morali sono impotenti poiché non obbligano le persone a comportarsi in conformità con esse, ma solo fino a quando non vengono create opportunità reali affinché tutte le altre persone siano governate da esse. Infine, tali condizioni e opportunità sono create da un contratto che porta alla creazione e all’organizzazione funzionale dello Stato.

Transizione dallo stato di natura allo stato contrattuale di statualità

Secondo Hobbes, la legge appare abbandonando lo stato di natura e passando allo stato contrattuale di statualità. La statualità è l’istituzione che consente la creazione o la definizione della proprietà privata tra i membri della comunità secondo il principio del “mio”/“tuo”. Lo Stato, in quanto istituzione, è quindi obbligato a rispettare la proprietà altrui. A differenza dello stato contrattuale (civiltà), nello stato di natura (barbarie) non esisteva alcuna sicurezza reciproca né alcun garante di tale sicurezza. Creando lo Stato/la statualità come istituzione, l’uomo ha rinunciato ai diritti di cui godeva nello stato di natura. Nello stato di statualità, l’uomo aderisce ai contratti perché questo è l’unico modo per garantire la pace e, quindi, la sicurezza personale. Così, l’uomo passa ad adempiere agli obblighi morali perché contribuiscono alla conservazione della sicurezza personale.

Tuttavia, come sostiene Hobbes, il semplice contratto/accordo tra i membri di una comunità non è sufficiente per l’esistenza e il funzionamento di uno stato. Ciò richiede, oltre al contratto, una completa unità interna. In altre parole, per formare una volontà unificata del popolo, esso deve cessare di vivere come individui indipendenti e separati, cioè in qualche modo deve “affogare” nelle correnti generali della comunità statale e quindi rinunciare a una parte essenziale della propria indipendenza, individualismo e libertà naturale. Ora Hobbes passa al punto principale della sua filosofia politica, che ha un proprio specifico contesto storico, ovvero il tempo in cui Hobbes visse, sostenendo che gli individui non dovrebbero conservare né volontà né diritti per sé stessi perché tutto il potere dovrebbe passare allo Stato come istituzione generale e superiore. Hobbes essenzialmente esige che gli individui in una comunità statale siano sudditi dello Stato e non cittadini dello stesso. Pertanto, i sudditi devono obbedire ai comandamenti/alle leggi dello Stato perché solo così possono distinguere il bene dal male. Questo trasferimento di tutti i diritti e poteri individuali agli organi statali porta alla formazione della sovranità (statale) (suma potestas/sumum imperium).

In questo modo, secondo Hobbes, gli individui sono legati da un doppio contratto/accordo:

1) Un contratto in base al quale gli individui si associano tra loro; e

2) Un contratto in base al quale, come collettività sociale (individui associati), si legano a un’autorità statale alla quale cedono tutto il potere con un obbligo assoluto e incondizionato e una pratica di sottomissione ad essa (nel periodo storico specifico di Hobbes, ciò significava in particolare l’autorità reale assolutista).

La principale conseguenza diretta di questo doppio contratto è che dalla pluralità degli individui si forma un’unica entità sotto l’egida dell’autorità statale. Hobbes chiamò Leviatano questa autorità statale, ovvero l’autorità monarchica assolutista sui sudditi che ha il sostegno della chiesa. Si tratta di un mostro biblico o di un dio mortale che, nell’illustrazione di Hobbes, tiene in una mano il pastorale vescovile e nell’altra la spada, ovvero gli attributi del potere spirituale e temporale. Per Hobbes, lo Stato non è né una creazione divina né soprannaturale. L’uomo è l’opera razionale e più sublime della natura, e lo Stato-Leviatano è la creazione umana più potente. Lo Stato stesso è un corpo artificiale rispetto all’uomo, che è un corpo naturale. L’anima dello Stato è l’autorità suprema, le sue articolazioni sono gli organi giudiziari ed esecutivi, i nervi sono le ricompense e le punizioni, la memoria sono i consiglieri, la mente è la giustizia e le leggi, la salute è la pace civile, la malattia è la ribellione e la morte è la guerra civile.

L’uomo ha creato lo Stato basandosi sulla voce della ragione. Secondo Hobbes, lo Stato è un prodotto artificiale di una mossa razionale della razza umana e non un fatto naturale, come credevano molti filosofi prima di lui, come ad esempio Aristotele. Secondo Hobbes, lo Stato esercita la sovranità assoluta in modo tale che gli individui, cioè i sudditi, sono alienati nello Stato stesso, cioè rinunciano al loro diritto e alla loro condizione naturali. In altre parole, per il fatto stesso di aver concluso un accordo per sottomettersi al potere statale assoluto che hanno scelto, gli individui rinunciano ai loro diritti, che alienano trasferendoli al sovrano. Il rapporto dell’individuo con lo Stato assume la forma di un’alienazione politica dell’uomo nel sovrano, invece che dell’alienazione medievale in Dio.

Il governo e le sue forme

Hobbes riteneva che il suo sistema teorico di governo potesse essere applicato nella pratica a tutte le forme di potere statale. Nello specifico, per lui esistevano tre forme di potere statale nella loro forma pura: la monarchia (che lui preferiva), l’aristocrazia e la democrazia. Egli ammetteva anche l’istituzione di un parlamento, ma a condizione che il potere del monarca fosse forte e illimitato. La funzione di tale potere monarchico è quella di abolire lo “stato naturale” del genere umano, cioè la guerra generale di tutti contro tutti, con la sua autorità globale e il suo potere totale, e garantire così la pace e la sicurezza individuale per tutti i membri della comunità socio-politica, cioè lo Stato. La libertà come forma fondamentale di democrazia porta alla ribellione, all’anarchia e al disordine. Hobbes ritiene inoltre che il potere supremo del monarca debba essere principalmente di carattere sovrano, il che per lui significava specificamente che non doveva essere subordinato ad alcuna autorità esterna (dominio), soggetto ad alcuna legge al di fuori della legge della monarchia, sia essa naturale o ecclesiastica.

Tuttavia, in ultima analisi, il potere monarchico, almeno in teoria, non era totalmente illimitato, poiché il diritto all’esistenza era per lui l’unico diritto che consentiva una limitazione del potere supremo, cioè la sottomissione obbligatoria al sovrano. Questo perché il fondamento del potere statale in qualsiasi forma era basato sulla sopravvivenza esistenziale e sull’autoconservazione. Questa forma può essere in linea di principio monarchica, aristocratica o democratica, ma in nessun modo mista, cioè con la divisione del potere tra singoli organi. In ogni caso, il potere deve essere esclusivamente nelle mani dell’organo a cui è stato affidato. In questo caso, Hobbes nega il principio fondamentale del potere democratico moderno, che è la divisione del potere in legislativo (parlamento), esecutivo (governo) e giudiziario (organi giudiziari).

Va notato che Thomas Hobbes era un acerrimo oppositore della rivoluzione, ritenendo che l’artigianato e il commercio, e quindi, nelle sue condizioni socio-politiche, la produzione capitalistica in ascesa, avrebbero prosperato nelle condizioni di un’amministrazione statale onnipotente in cui tutti i disaccordi e le lotte politiche sarebbero stati eliminati. Egli credeva che tutto ciò che contribuisce alla vita comune delle persone sia buono e che tutto ciò che aiuta a mantenere una forte organizzazione statale debba essere sostenuto. Al di fuori dello Stato regnano la passione, la guerra, la paura e la brutalità (cioè lo stato di natura), mentre nella organizzazione statale regnano la ragione, la pace, la bellezza e la socievolezza (cioè la civiltà).

L’oggetto della cura dell’amministrazione statale (monarchia assoluta) deve essere la ricchezza dei cittadini (cioè dei sudditi) creata dai prodotti della terra e dell’acqua (mare), nonché dal lavoro e dalla parsimonia. Il dovere dello Stato è quello di garantire il benessere del popolo. Ipoteticamente, gli interessi del monarca dovrebbero essere identificati con quelli dei suoi sudditi affinché lo Stato funzioni in modo ottimale.

Osservazioni sintetiche

La dottrina di Thomas Hobbes sul potere onnipotente del monarca assolutista illuminato è il prodotto di un’epoca in cui vi era una forte necessità di organizzare uno Stato centralizzato e assolutista (centripeto) che potesse, soprattutto, resistere con successo all’universalismo papale, ma anche servire lo sviluppo del capitalismo e la limitazione degli elementi feudali (centrifughi). Da un punto di vista puramente economico, la monarchia assolutista di quel tempo e del secolo successivo corrispondeva agli interessi della borghesia capitalista e ai suoi sforzi per creare un grande mercato economico interno senza tasse regionali-feudali e imposte sulle vendite. In questo modo, d’altra parte, si sarebbe automaticamente creata l’unità nazionale come garante del funzionamento dell’economia all’interno del quadro nazionale (uno Stato unico).

Hobbes riteneva che il terribile stato di guerra naturale di tutti contro tutti potesse essere superato perché, oltre alle passioni, nell’uomo esiste anche la ragione, che insegna alle persone a cercare mezzi migliori e più sicuri per la loro vita biologica, materiale, economica e generale rispetto a quelli che portano alla guerra di tutti contro tutti. In altre parole, per garantire la pace sociale e la sicurezza individuale, ogni individuo nella società deve rinunciare al diritto incondizionato che possiede nello stato di natura. In definitiva, l’uomo lo fa perché lo impone il suo istinto di autoconservazione. Con questa rinuncia, l’uomo rinuncia e partecipa alla sua libertà naturale, cioè alla libertà data dalla legge naturale, perché l’intera comunità sociale si sottomette al contratto generale per vivere in una comunità politica-Stato. Sebbene tutti gli individui accettino tale contratto/accordo, lo fanno in linea di principio per ragioni puramente egoistiche, ma la ragione impone loro di farlo e quindi di obbedire a certe virtù fondamentali senza le quali la sopravvivenza dello Stato sarebbe impossibile (fedeltà, gratitudine, gentilezza, indulgenza, ecc.). Al di fuori del contratto statale, cioè dello Stato, ci sono affetti, guerra, paura, povertà, sporcizia, solitudine, barbarie, ecc. A differenza dello stato di natura (cioè lo stato della giungla, dell’inciviltà e della barbarie, ma anche della totale libertà in senso banale), lo stato è caratterizzato da ragione, pace, sicurezza, ricchezza, lusso, scienza, arte, ecc., ma con la condizione di una drastica restrizione e persino abolizione delle libertà naturali.

Solo con la formazione di un’organizzazione statale nasce la distinzione tra giusto e sbagliato, virtù e vizio, bene e male. Per Hobbes, la conclusione di un contratto di formazione dello Stato tra i membri di una comunità sociale può essere tacita, cioè informale. In ogni caso, la conclusione di un contratto di Stato per Hobbes è di importanza storica perché separa la preistoria dalla storia stessa. In altre parole, come per molti altri ricercatori della storia dell’umanità, il passaggio dallo stato di giungla (anti-civiltà) allo stato di statualità è anche il passaggio allo sviluppo della civiltà e alla storia in generale. Da un lato, Hobbes ha compreso abbastanza correttamente la natura dello stato di natura originario, ma non è riuscito a spiegare la nascita dello stato al di fuori del quadro del contratto sociale.

Ciò che è importante notare nella teoria del contratto di Hobbes è che egli credeva che, stipulando un contratto sociale-statale, gli individui che lo stipulavano trasferissero automaticamente tutto il loro potere e i loro diritti all’amministrazione statale, cioè al monarca assolutista. Lo Stato diventa onnipotente, dispotico e assolutista e, quindi, assomiglia al mitico mostro biblico Leviatano. Il trasferimento contrattuale del potere dall’individuo allo Stato deve essere incondizionato e, quindi, anche il potere statale stesso deve essere incondizionato. Per essere tale, il potere deve essere nelle mani di un solo uomo, ovvero il monarca assolutista che è sia l’unico amministratore che il giudice supremo. Hobbes derivò quindi dalla sua teoria del contratto la necessità della monarchia assoluta come unica forma di amministrazione statale che corrisponde pienamente alle intenzioni del contratto sociale stesso. La monarchia assoluta presenta anche altri vantaggi rispetto ad altre forme di organizzazione politica che la rendono la migliore forma di governo. Così, ad esempio, in una monarchia assoluta il potere può essere abusato da una sola persona, in un’aristocrazia da diverse famiglie e in una democrazia da molti (qui Hobbes non distingue tra la possibile gravità dell’abuso e della corruzione). Inoltre, in una monarchia assoluta, le lotte tra partiti sono più facilmente neutralizzabili e, nel caso ideale di dispotismo totale, le lotte tra partiti e politiche non esistono perché c’è una completa unità tra società, Stato e politica sotto il governo di una sola persona. Anche i segreti di Stato sono più facili da mantenere nelle monarchie assolute.

Un monarca assoluto deve anche avere un potere assoluto, cioè un diritto assoluto in tutte le relazioni politico-giuridiche e morali dello Stato (“Lo Stato sono io!”). Il monarca (nel caso di Hobbes, il re) è colui che ha sia la prima che l’ultima parola in tutte le questioni ecclesiastiche, religiose e morali. Pertanto, il monarca determina come Dio deve essere adorato; altrimenti, ciò che sarebbe adorabile per una persona sarebbe blasfemo per un’altra e viceversa. In questo modo, la società all’interno dello stesso Stato sarebbe divisa in fazioni ostili e si scatenerebbe una lotta tra queste fazioni su questioni religiose (come, ad esempio, il Sacro Romano Impero durante le guerre di religione del XVI e XVII secolo). In altre parole, Thomas Hobbes era un grande oppositore di qualsiasi tolleranza religiosa all’interno della stessa organizzazione politica. Per lui, è un atto rivoluzionario inaccettabile che qualcuno si opponga alla religione valida e unica consentita sulla base delle proprie convinzioni religiose private, perché in questo modo viene messa in discussione la sopravvivenza stessa dello Stato e il suo normale funzionamento. Pertanto, ciò che è generalmente buono e ciò che è cattivo per la società e lo Stato è deciso solo dal monarca. La coscienza morale consiste nell’obbedienza al monarca.

Thomas Hobbes, tuttavia, in seguito ammise alcune limitazioni all’assolutismo reale e ritenne che ogni potere fosse giusto se serviva il popolo e che questo potesse essere in ultima analisi anche una repubblica (Commonwealth), ma guidata da una figura di fatto assolutista (ad esempio Oliver Cromwell). La teoria dello Stato di Hobbes passò dall’interpretazione teologica medievale a quella antropologica dell’origine e dei fondamenti dello Stato. L’insegnamento di Hobbes sull’emergere dell’organizzazione statale basata sui contratti e sulla comprensione che la vita sarebbe stata migliore e più sicura nello Stato era contrario alle interpretazioni teologiche medievali e alla comprensione dello Stato, che identificavano gli obiettivi della classe feudale dei grandi proprietari terrieri con gli obiettivi divini. Molti filosofi hanno visto la teoria dello Stato di Hobbes come la dottrina dello Stato totalitario moderno. Tuttavia, la filosofia politica di Hobbes è essenzialmente individualistica e razionalistica.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex professore universitario

Ricercatore presso il Centro di studi geostrategici

Belgrado, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2025

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Thomas Hobbes and his political philosophy

Historical, philosophical, and social foundations of Thomas Hobbes’ political thought

With his views within the history of political philosophy, the English political theorist Thomas Hobbes (1588–1679) became a classic representative of the school of English empiricism. He built a comprehensive political science system based on the basic thesis that in the real world, there are only individual material bodies. With this view, Hobbes began a war against the prejudices of medieval realism, for which concepts were the true reality, while things were merely derived from them. It is important to note that Hobbes believed that there were three types of individual bodies: 1) Natural bodies (i.e. bodies of nature itself that do not depend on man and his activities); 2) Man (both a body of nature and the creator of an artificial, i.e. unnatural, body); and 3) The State (an artificial body as a product of man’s activities).

Hobbes’s most important political science work is Leviathan (1651) [full and original title: Leviathan or the matter, form and authority of government, London] in which he elaborates his philosophical views on the third body, i.e., the state, of course, in the context of the time in which he lived and witnessed. In short, in this work, Hobbes elaborated on the view that the natural state of life of the human race is a war of all against all (bellum omnium contra omnes). According to him, this view is followed by a natural law that leads to the overcoming of such a state and the creation of the state (i.e. political organization) through a social contract between citizens and the government, but also a contract that finally recognizes the indivisible and unlimited power of the sovereign (king) in the polity (state organization) for the protection of citizens and their rights. In other words, citizens voluntarily give up a (large) part of their natural freedom, which they transfer to the state for the purpose of protecting themselves from external and internal enemies. This would be a political form of voluntary and contractual “escape from freedom” that was masterfully deciphered by the German philosopher Erich Fromm (1900–1980) in his eponymous work Escape from Freedom (1941), using the example of German society during the era of National Socialism.

The social and historical foundations of Hobbes’s political thought were the frequent civil wars in England, in which King Charles I Stuart (1625–1649) lost both his crown and his head (which was cut off with an axe), the emergence of two political currents in the Parliament of England, in fact later parties – the Tories (conservatives) and the Whigs (liberals), as well as the proclamation of the Commonwealth (i.e., a republic, or “welfare state”, 1649–1660) but with the dictator Oliver Cromwell (1599–1658), who from 1653 bore the title of “Protector” (“Protector of England, Scotland and Ireland”). At that time, English capitalist and even colonial-imperialist development required protection from an extremely strong and all-powerful state in the form of a monarchy, i.e., royal absolutist power.

Basically, Thomas Hobbes did not criticize the current socio-political system, but rather tried to consolidate it and strengthen it as much as possible so that the entire state with its citizens could function as well as possible and be as efficient as possible, which would be for the benefit of all citizens who first enter into a contract on bilateral relations among themselves and then with the state. Even from a European perspective (civil wars between Protestants and Catholics), given that an atmosphere of fear and personal insecurity prevailed throughout Western Europe, Hobbes desired peace, security, and the protection of private property, so that to this end he became a pronounced statist, i.e., a supporter of the strongest possible state power over individual citizens.

In the late European Renaissance and early modern period, the strengthening of monarchical power through the development of enlightened monarchical absolutism (despotism) was an expression of the need for social and state unity and harmonious functionality in order to avoid medieval political anarchy, polytheism, and powerlessness. When monarchical absolutism is emphasized, it is generally not because of the illusion of the divine rights of the ruler, but because of the practical conviction that strong political unity can only be achieved within the framework of enlightened absolutist monarchism. Thus, when Hobbes supports the centralist absolutism of the king, he does not do so because he believes in the divine rights of kings or in the divine character of the principle of legitimacy, but because he believes that the cohesion of society and national unity can primarily be achieved in this way. Hobbes believes in the natural egoism of the individual, and a natural consequence of this belief was the view that only a strong and unlimited (absolutist/despotic) central authority of a monarch is capable of restraining and overcoming the centripetal forces that lead to the disintegration of the social community and the dissolution of the state.

Leviathan (1651) – political system (state) according to the contractual state

It should be noted that the starting point of Thomas Hobbes’ political philosophy is the same as that of all other representatives of the so-called “natural law and social contract” school. Hobbes, like many others from the same school, reduces the individual man to the order in nature, and the civil state to the state of a contract between citizens and the state, but which is formed by subjects who, by the very contract with the state (monarch), should become citizens, thus freeing themselves from the position and role of medieval lawless subjects (i.e. those who had only obligations to the government but no rights in relation to the same government) at least according to the liberal political philosophy.

For Hobbes, the basis of human nature is egoism and not altruism, as well as the need for communal life, but not as some kind of drive for communal life (as in wild animals that live in packs), but a need out of purely egoistic interest. In other words, organized political society in the form of a state arises as a result of the fear of some individuals of others, and not as a result of some natural inclination of some individuals towards others. Therefore, the state is an imposed socio-political organization as a product of a rational view of life, i.e., survival, of the human community in order to preserve individual interests, including bare lives. In other words, Hobbes denied happiness and pleasure as elements of the natural state or order. On the contrary, for him, the natural state is dangerous for human existence because it is animalistically cruel and murderous. A state in which everyone wars against everyone. In a natural order that operates according to the (animal) laws of nature (the right of the stronger), the basis of inter-living relations is war based on force and deception.

The next important characteristic of the natural order is the absence of ownership of things and possessions in the sense of the absence of a clear demarcation of what is whose. In other words, everything belongs to everyone, and what is whose depends, at least for a while, on force, robbery, and coercion over others. For Hobbes, all human beings are equal both physically and intellectually, and everyone has a right to everything, striving to preserve this natural right. However, since at the same time they strive to achieve power or at least dominance over others, a war of all against all inevitably occurs, so that human life becomes unbearable. The stronger strive to become even stronger and more influential, and the weaker strive to find protection from the stronger in order to survive. On the one hand, man strives to preserve his natural freedom, but on the other hand, to gain power over others. For Hobbes, this is the dictate of the instinct for self-preservation (freedom + dominance). The human race has the same drive for all things, and therefore, all people want the same things. Therefore, all people are a constant source of danger, insecurity, and fear for others in the brutal drive for survival. Therefore, human existence is reduced to a war of all against all (man is a wolf to man).

For Hobbes, the fundamental natural law is therefore the law of egoism, which directs the human individual to preserve himself with minimal losses and maximum gains at the expense of others. Natural law (ius naturale) is, therefore, the instinct for self-preservation, i.e., the freedom for everyone to use their own strength and skill to preserve their existence. However, the fundamental meaning of the existence of the human individual is the search for security. Therefore, for Hobbes, only interest, and not altruism (the inclination of man to man), is the fundamental natural motive in the search for a way out of the state of nature because it is becoming unbearable. In other words, natural freedom is becoming an increasingly heavy burden on human shoulders that must be endured.

Hobbes opposed the teachings of Aristotle and Grotius that man himself originally has an urge to associate, i.e., a social instinct. Contrary to both of them, Hobbes believes that man is originally a completely egoistic being and possesses only one urge, which is the urge for self-preservation. This urge drives man to realize his needs, to seize as much as possible from what nature itself puts at his disposal and, in accordance with this urge, to expand the sphere of his individual power as much and as far as possible. However, according to the very logic of things, in this intention of his, man encounters resistance from other people who are guided by the same natural (innate) urge, i.e., aspirations, and thus competition, struggle, and war arise between members of the human race, which threaten the physical existence of people. Therefore, if man lives in a state of nature, he is confronted with the reality of the war of all against all, i.e. a war that is naturally caused by the need and strength of the individual and a war in which the eventual lack of physical strength, i.e. superiority, is replaced by cunning and deception according to the principle that the end justifies the means.

The state of nature does not allow human reason to do anything that can in any way physically endanger his own life, as well as to neglect what can best preserve it. Hobbes acknowledges that human nature is such that he is always in conflict with various passions and drives, among which the desire for power is predominant. However, by using reason, man realizes in practice natural laws, among which the basic aspiration for peace is (human personality = conflict of passions and reason). People, following reason and natural laws that strive for man to preserve and ensure peace by all available means, conclude a socially beneficial contract or agreement among themselves. On the basis of such a contract, people within the same living community living in the same living space unite with the aim of forming a stronger community with joint forces on the basis of general harmony, which ultimately turns into a form of statehood that would ensure peace and security for them. Thus, political organization has two basic goals, i.e., functions: the defense of the community from external enemies and the preservation of order, peace, and security within the community itself on the internal level. Thus, a state (Greek polis) is created on the basis of a contract, and politics would be defined as the art of running a state for the purpose of effectively realizing its two basic functions.

Such a (state-forming) contract prevents wars within the same (socio-political) community if the contract is fulfilled, which is in accordance with natural law. The contract imposes on each individual of the community a large number of obligations and duties in addition to rights, the fulfillment of which is necessary for the preservation of peace, order, and security. Thus, an individual, a member of a socio-political community, necessarily loses an important part of his freedom, which he transfers to the state for the sake of his own security and preservation of existence. Here, it should be noted that the law or effect of the development of civilization and the progress of the human race in the historical context is that with the development of civilization, man increasingly loses his natural freedoms and vice versa.

Thomas Hobbes believed that natural laws are, in fact, moral laws. One of the basic moral principles for the efficient and just functioning of the socio-political system, i.e., contracts, is that one should not do to others what one does not want to be done to oneself by others. Moral laws are eternal and therefore unchangeable and therefore universal for all members of a community, so all individuals strive to harmonize their behavior towards others in accordance with such moral laws. However, in the state of nature, these moral laws are powerless since they do not oblige people to behave in accordance with them, but only until real opportunities are created for all other people to be governed by them. Finally, such conditions and opportunities are created by a contract that leads to the creation and functional organization of the state.

Transition from the state of nature to the contractual state of statehood

According to Hobbes, law appears by leaving the state of nature and moving to the contractual state of statehood. Statehood is the institution that enables the creation or definition of private property between members of the community according to the principle of “mine”/“yours”. The state, as an institution, therefore, is obliged to respect the property of others. Unlike the contractual state (civilization), in the state of nature (savagery), there was no reciprocal security or guarantor of that security. By creating the state/statehood as an institution, man renounced those rights that he/she enjoyed in the state of nature. In the state of statehood, man adheres to contracts because this is the only way to ensure peace and, therefore, personal security. Thus, man shifts to fulfilling moral obligations because they contribute to the preservation of personal security.

However, as Hobbes argues, the mere contract/agreement between the members of a community is not sufficient for a state to exist and function. This requires, in addition to the contract, complete internal unity. In other words, in order to form a unified will of people, they must cease to live as independent and separate individuals, i.e., in some way they must “drown” into the general currents of the state community and thus renounce an essential part of their independence, individualism, and natural freedom. Now Hobbes moves on to the main point of his political philosophy, which has its own specific historical background, namely the time in which Hobbes lived, arguing that individuals should retain neither will nor right for themselves because all power should pass to the state as a general and superior institution. Hobbes essentially demands that individuals in a state community be subjects of the state and not citizens of it. Therefore, subjects must obey the commandments/laws of the state because only then can they distinguish good from evil. This transfer of all individual rights and powers to state bodies leads to the formation of (state) sovereignty (suma potestas/sumum imperium).

In this way, according to Hobbes, individuals are connected by a double contract/agreement:

1) A contract according to which individuals associate with each other; and

2) A contract by which, as a social collective (associated individuals), they connect themselves with a state authority to which they surrender all power with an absolute and unconditional obligation and practice of submission to it (in Hobbes’s specific historical time, this specifically meant absolutist royal authority).

The main direct consequence of this double contract is that a single entity is formed from the plurality of individuals under the auspices of state authority. This state authority, or royal absolutist authority over subjects that has support in the church, Hobbes called Leviathan. It is a biblical monster or mortal God who, in Hobbes’s illustration, holds a bishop’s crosier in one hand and a sword in the other, i.e., attributes of spiritual and worldly power. For Hobbes, the state is neither a divine nor a supernatural creation. Man is the rational and most sublime work of nature, and the state-Leviathan is the most powerful human creation. The state itself is an artificial body compared to man, who is a natural body. The soul of the state is the supreme authority, its joints are the judicial and executive organs, the nerves are rewards and punishments, memory is the counselors, the mind is justice and laws, health is civil peace, illness is rebellion, and death is civil war.

Man created the state based on the voice of reason. According to Hobbes, the state is an artificial product of a rational move of the human race and not a natural fact, as many philosophers before him believed, such as, for instance, Aristotle. According to Hobbes, the state exercises absolute sovereignty in such a way that individuals, i.e., subjects, are alienated in the state itself, that is, they renounce their natural right and condition. In other words, by the very fact that individuals have concluded an agreement to submit to the absolute state power they have chosen, they renounce their rights, which they alienate by transferring them to the sovereign. The relationship of the individual to the state is in the form of political alienation of man in the sovereign, instead of the medieval alienation in God.

Government and its forms

Hobbes believed that his theoretical system of government could be applied in practice to all forms of state power. Specifically, for him, there were three forms of state power in their pure form: Monarchy (which he preferred); Aristocracy; and Democracy. He also allowed the establishment of parliament, but under the condition of a strong and unlimited monarch’s power. The function of such a monarch’s power is to abolish the “natural state” of the human race, i.e., the general war of all against all, with its comprehensive authority and total power, and thus ensure peace and individual security for all members of the socio-political community, i.e., the state. Freedom as the basic form of democracy leads to rebellion, anarchy, and disorder. Hobbes further believes that the monarch’s supreme power must be primarily of a sovereign character, which for him specifically meant that it should not be subordinated to any external authority (domination), subject to any law outside the law of the monarchy, whether natural or ecclesiastical.

However, in the final analysis, monarchical power, at least theoretically, was not totally unlimited, since the right to exist was for him the only right that allowed for a limitation of supreme power, i.e., obligatory submission to the sovereign. This is because the foundation of state power in any form was laid on the basis of existential survival and self-preservation. This form can in principle be monarchical, aristocratic, or democratic, but in no way mixed, i.e., the division of power between individual organs. In any case, power must be exclusively in the hands of the organ to which it is handed over. In this case, Hobbes denies the basic principle of modern democratic power, which is the division of power into legislative (parliament), executive (government), and judicial (judicial organs).

It should be noted that Thomas Hobbes was a bitter opponent of the revolution, believing that crafts and trade, and therefore, in his socio-political conditions, the rising capitalist production, would flourish under the conditions of an all-powerful state administration in which all disagreements and political struggles would be eliminated. He believed that everything that contributes to the common life of people is good and that everything that helps to maintain a strong state organization should be supported. Outside the state, passion, war, fear, and brutality reign (i.e., the state of nature), while reason, peace, beauty, and sociability reign in the state organization (i.e., civilization).

The object of the care of the state administration (absolute monarchy) must be the wealth of the citizens (i.e., subjects) created by the products of the land and water (sea), as well as work and thrift. The duty of the state is to ensure the well-being of the people. Hypothetically, the interests of the monarch should be identified with the interests of his subjects for the state to function optimally.

Synthetic remarks

Thomas Hobbes’s doctrine of the omnipotent power of the enlightened absolutist monarch is a product of a time when there was a strong need to organize a centralized and absolutist state (centripetal) organization that could, above all, successfully resist papal universalism but also serve the development of capitalism and the limitation of feudal (centrifugal) elements. From a purely economic point of view, the absolutist monarchy at that time and in the following century corresponded to the interests of the capitalist bourgeoisie and its efforts to create a large internal economic market without regional-feudal taxes and sales taxes. In this way, on the other hand, national unity would automatically be created as a guarantor of the functioning of the economy within the national framework (a single state).

Hobbes believed that the terrible natural state of war of all against all could be overcome because, in addition to passions, there is also reason in man, which teaches people to seek better and safer means for their biological, material, economic, and general life than those that lead to war of all against all. In other words, in order to ensure social peace and individual security, each individual in society must renounce the unconditional right that he/she possesses in the state of nature. Ultimately, man does this because his/her instinct for self-preservation dictates it. By this renunciation, man renounces and partakes of his natural freedom, i.e., the freedom given by natural law, because the entire social community submits to the general contract to live in a political community-state. Although all individuals accept such a contract/agreement, they do so in principle for purely egoistic reasons, but reason dictates that they do so and therefore obey certain basic virtues without which the survival of the state would be impossible (fidelity, gratitude, kindness, indulgence, etc.). Outside the state contract, i.e., the state, there are affects, war, fear, poverty, filth, loneliness, barbarism, etc. Unlike the state of nature (i.e., the state of the jungle, uncivilization and barbarism, but also total freedom in the banal sense), statehood is characterized by reason, peace, security, wealth, luxury, science, art, etc., but with the condition of drastic restriction and even abolition of natural freedoms.

Only with the formation of a state organization does the distinction between right and wrong, virtue and vice, good and evil arise. For Hobbes, the conclusion of a state-forming contract among members of a social community can be tacit, that is, informal. In any case, the conclusion of a state contract for Hobbes is of historical importance because it separates pre-history from history itself. In other words, as for many other researchers of the history of mankind, the transition from the state of the jungle (anti-civilization) to the state of statehood is also the transition to civilizational development and history in general. On the one hand, Hobbes quite correctly understood the nature of the original state of nature, but he could not explain the emergence of the state outside the framework of the social contract.

What is important to note about Hobbes’s theory of contract is that he believed that by concluding a social-state contract, the individuals who concluded it automatically transfer all their power and their rights to the state administration, i.e., the absolutist monarch. The state becomes omnipotent, despotic, and absolutist, and therefore, resembles the mythical biblical monster Leviathan. The contractual transfer of power from the individual to the state must be unconditional, and therefore, the state power itself must be unconditional. To be such, power must be in the hands of only one man, and that is the absolutist monarch who is both the sole administrator and the supreme judge. Thus, Hobbes derived from his contract theory the necessity of absolute monarchy as the only form of state administration that fully corresponds to the intentions of the social contract itself. Absolute monarchy also has other advantages over other forms of political organization that make it the best form of government. Thus, for example, in an absolute monarchy, power can be abused by only one person, in an aristocracy by several families, and in a democracy by many (here Hobbes does not distinguish between the possible depths of abuse and corruption). Furthermore, in an absolute monarchy, party struggles are more easily neutralized, and in the ideal case of total despotism, party and political struggles do not exist because there is a complete unity of society, state, and politics under the rule of one person. State secrets are also easier to keep in absolute monarchies.

An absolute monarch must also have absolute power, i.e., absolute right in all political-legal and moral relations in the state (“The state, that is me”!). The monarch (in Hobbes’ case, the king) is the one who has both the first and the last word in all ecclesiastical, religious, and moral matters. Thus, the monarch determines how God is to be worshipped; otherwise, what would be worshipable to one person would be blasphemous to another, and vice versa. Thus, society within the same state would be divided into hostile parties and would wage a struggle between these parties on religious issues (like, for instance, the Holy Roman Empire during the religious wars in the 16th and 17th centuries). In other words, Thomas Hobbes was a great opponent of any religious tolerance within the same political organization. For him, it is an unacceptable revolutionary act for someone to oppose the valid and only permitted religion based on their private religious convictions, because in this way, the very survival of the state as well as its normal functioning is called into question. Therefore, what is generally good and what is bad for society and the state is decided only by the monarch. Moral conscience consists in obedience to the monarch.

Thomas Hobbes, nevertheless, later allowed for limitations on royal absolutism, and believed that every power was just if it served the people, and that this could ultimately be even a republic (Commonwealth), but headed by an in fact absolutist figure (e.g., Oliver Cromwell). Hobbes’s theory of statehood turned from the medieval theological to the anthropological interpretation of the origin and foundations of the state. Hobbes’s teaching on the emergence of state organization based on contracts and the understanding that life would be better and safer in the state was contrary to medieval theological interpretations and understandings of the state, which identified the goals of the feudal class of large landowners with divine goals. Many philosophers have seen Hobbes’ theory of the state as the doctrine of the modern totalitarian state. However, Hobbes’s political philosophy is essentially individualistic and rationalistic.

Dr. Vladislav B. Sotirovic

Ex-University Professor

Research Fellow at Centre for Geostrategic Studies

Belgrade, Serbia

© Vladislav B. Sotirovic 2025

www.geostrategy.rs

sotirovic1967@gmail.com

Il New Deal bruno_di Forum Geopolitica

Il New Deal bruno, parte I

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Il cambiamento climatico non è causato dall’uomo. E il Green New Deal non è altro che un progetto commerciale volto ad arricchire persone che non fanno nulla, basato su una narrazione falsa e allarmistica.

dim. 16 nov. 2025426452

Il Green New Deal è morto. È stato Trump ad annunciarlo. Parlando davanti all’Assemblea Generale delle Nazioni Unite, senza teleprompter né copia stampata del suo discorso, ha definito il cambiamento climatico «la più grande truffa mai perpetrata al mondo». Ha aggiunto: “Se non vi allontanate da questa truffa verde, il vostro Paese andrà in bancarotta”. È seguita immediatamente una “reazione degli esperti”, del tipo “Trump mette in pericolo la vita e il benessere degli americani e delle popolazioni di tutto il mondo negando erroneamente le realtà del cambiamento climatico”. Gli “esperti” in questione erano, ovviamente, i cosiddetti “climatologi”, persone che non sono in grado di prevedere il tempo che farà tra due settimane, ma che pretendono di poterlo prevedere tra due secoli, perché il clima non è altro che un termine sofisticato per indicare il tempo che fa se si prende le distanze.

A quali bugiardi credere: il buffone truffatore e millantatore che cerca sempre di bluffare per concludere un “affare” redditizio, o gli pseudo-scienziati egoisti con i loro falsi pseudo-modelli climatici, le cui sovvenzioni sono garantite solo finché continuano a prevedere una catastrofe climatica e a presentare le tecnologie verdi finanziate dai contribuenti come l’unico modo per evitarla?

Come dice un famoso proverbio russo, «Se sulla gabbia di un elefante c’è scritto “bufalo”, non credete ai vostri occhi». Dovreste piuttosto credere a me; vi mentirei forse? Certo che no! Non sono un «climatologo» (grazie a Dio), ma ne so abbastanza di scienza da distinguere la vera scienza dalla falsa scienza. Mi ci è voluto molto tempo per capire che la scienza del riscaldamento globale era falsa. (Ero più credulone quando ero più giovane).

Inoltre, ho ormai vissuto abbastanza a lungo da poter testimoniare il fallimento di alcune delle vecchie previsioni catastrofiche, il che mi ha insegnato a ignorare le altre, poiché sono tutte basate sulla stessa tecnica: i climatologi creano modelli informatici che poi pretendono con arroganza rappresentino non solo la realtà, ma anche il futuro! Che faccia tosta! Naturalmente, i modelli informatici prevedono tutto ciò che i loro operatori vogliono che prevedano. Modificano i parametri fino a quando non appare la risposta desiderata. È ovvio che un modello che prevede l’arrivo della prossima era glaciale non è utile per ottenere sovvenzioni di ricerca dal governo.

Il cambiamento climatico è ovviamente reale; il clima terrestre, inteso come generalizzazione statistica delle condizioni meteorologiche, è in costante mutamento, in modo prevedibile nell’arco di pochi giorni, ma imprevedibile su periodi più lunghi. Esistono alcune regolarità legate all’orbita terrestre e al comportamento ciclico del Sole, ma questi modelli si sovrappongono a numerosi elementi che ci sembrano del tutto casuali. In altre parole, esistono certamente alcune caratteristiche su larga scala che sono in qualche modo prevedibili, ma su una scala temporale che rende tali previsioni irrilevanti dal punto di vista della storia umana.

In termini molto generali, la Terra sta attualmente avvicinandosi alla fine di un periodo interglaciale (la Terra si trova nel mezzo di una sequenza di periodi glaciali iniziata circa 2,6 milioni di anni fa, durante un periodo noto come glaciazione quaternaria). Da allora, ha vissuto periodi glaciali e interglaciali ricorrenti, l’ultimo dei quali è terminato circa 11.700 anni fa. Entro un millennio, l’emisfero settentrionale potrebbe iniziare a ricoprirsi di una calotta glaciale e l’Antartide di un ampio strato di ghiaccio… ma non trattenete il respiro, i risultati potrebbero variare. L’idea che noi, una specie di scimmie che corrono sulla superficie del pianeta, possiamo fare qualcosa per influenzare il corso degli eventi è ovviamente assurda.

Tuttavia, tra queste scimmie ci sono alcuni appassionati del riscaldamento globale che continuano a parlare di quello che chiamano “effetto serra”: alcuni gas presenti nell’atmosfera terrestre, chiamati “gas serra”, intrappolano la radiazione solare, riscaldando così la bassa atmosfera e la superficie del pianeta. L’unico gas serra significativo è il vapore acqueo: le nuvole fungono da coperta calda per impedirci di congelare durante le notti invernali, mentre l’elevata umidità delle calde giornate estive impedisce al nostro sudore di evaporare, il che può causare colpi di calore.

Ma i sostenitori del riscaldamento globale si concentrano piuttosto sull’anidride carbonica, un gas presente in quantità minime (alcune parti per milione), insufficienti a fare la differenza. Il più grande serbatoio di anidride carbonica del pianeta non è l’atmosfera, ma l’oceano, poiché l’anidride carbonica è solubile in acqua e la sua concentrazione nell’atmosfera dipende dalla temperatura dell’acqua marina. Gli oceani rilasciano anidride carbonica quando si riscaldano e assorbono facilmente l’eccesso di anidride carbonica atmosferica quando si raffreddano, mantenendo così un equilibrio basato sulla temperatura. L’analisi di antiche carote di ghiaccio ha dimostrato che i cambiamenti nelle concentrazioni di anidride carbonica atmosferica seguono i cambiamenti di temperatura e quindi non possono esserne la causa.

Il biossido di carbonio è asfissiante per noi esseri viventi che respiriamo ossigeno (a concentrazioni superiori al 4%), ma è poco tossico a concentrazioni più basse, come quelle che si trovano intorno a un falò. Ancora più importante, è un elemento nutritivo essenziale per le piante: queste trasformano l’anidride carbonica in zucchero e cellulosa utilizzando la luce viola-blu e arancione-rossa, mentre la luce verde viene riflessa. Pertanto, livelli più elevati di anidride carbonica sono benefici per la silvicoltura, l’agricoltura e la vita sulla Terra in generale, mentre gli attuali livelli di anidride carbonica sono troppo bassi per una crescita ottimale delle piante.

L’idea che la combustione di combustibili fossili aumenterà le concentrazioni atmosferiche di anidride carbonica a lungo termine, causando un aumento delle temperature globali e provocando un riscaldamento climatico catastrofico e cataclismico è… cosa già? Ah sì, sarebbe “una stronzata pseudo-scientifica catastrofista”. L’anidride carbonica in eccesso renderà felici le piante (e gli agricoltori) per un po’, ma poi gli oceani assorbiranno l’eccesso. Fine della storia.

Il motivo per cui ci hanno imposto queste sciocchezze pseudo-scientifiche è il denaro: i politici e le aziende dei paesi occidentali hanno pensato di poter utilizzare il pretesto del riscaldamento globale a fini di estorsione. Volevano sottoporre il mondo intero a una dieta a base di anidride carbonica, costringendo i paesi meno sviluppati, che non hanno altra scelta che bruciare combustibili fossili che emettono anidride carbonica, a pagare loro delle tasse sull’anidride carbonica, mentre gli elfi verdi occidentali avrebbero evitato di bruciare combustibili fossili utilizzando tecnologie verdi molto costose (pannelli solari e turbine eoliche) che le nazioni più povere non potrebbero permettersi. Questo era il piano, ma si è rivelato che:

1. I pannelli solari e le turbine eoliche non possono sostituire le fonti energetiche fossili a causa del problema dell’intermittenza: il sole non splende sempre e il vento non soffia sempre. Quando il contributo energetico del vento e del sole si avvicina al 30%, le reti elettriche tendono fortemente a collassare. Questo problema potrebbe essere attenuato dallo stoccaggio dell’elettricità; purtroppo, non esiste alcuna soluzione pratica per farlo alla scala richiesta (centinaia di gigawattora). L’unica soluzione per compensare l’intermittenza dell’energia eolica e solare è… bruciare combustibili fossili, in particolare gas naturale, poiché né le centrali a carbone né quelle nucleari possono essere avviate e arrestate abbastanza rapidamente da adattarsi alle nuvole e alle raffiche di vento.

2. I pannelli solari e le turbine eoliche sono prodotti principalmente in Cina. Hanno una durata limitata (circa dieci anni) e, quando si guastano, diventano rifiuti tossici. I detriti delle grandi turbine eoliche sono particolarmente difficili da smaltire. La soluzione migliore trovata per le loro enormi pale in fibra di vetro, grandi quanto l’ala di un aereo di linea, è quella di seppellirle. La situazione non è migliore per i pannelli solari. Le grandinate ricoprono grandi campi di frammenti di vetro tossici. Le turbine eoliche e i pannelli solari sono rinnovabili come fonti di energia solo finché la Cina è disposta a continuare a produrli e venderli. La loro produzione richiede elementi di terre rare per i quali la Cina detiene un quasi monopolio e che non sono certamente rinnovabili.

3. La sfrenata ricerca di “energia verde” da parte dell’Unione Europea, unita al suo rifiuto di continuare ad acquistare gas naturale trasportato tramite gasdotti dalla Russia e al suo rifiuto di proseguire il programma nucleare in Germania, ha portato a prezzi energetici molto elevati che, a loro volta, hanno reso l’industria europea non competitiva. La Francia prosegue il suo programma nucleare, ricavando il 70% della sua elettricità dalle centrali nucleari, ma ha perso l’accesso all’uranio del Niger, le sue centrali nucleari stanno invecchiando e presentano crepe nelle saldature delle tubazioni, e i suoi progetti di costruzione di nuove centrali richiederebbero una spesa pubblica insostenibile e non sono stati approvati dall’autorità francese per la sicurezza nucleare.

4. Ciò che ha reso possibile questa corsa sfrenata verso le “energie verdi” sono state ovviamente le sovvenzioni governative. Anziché destinare il gettito fiscale alle infrastrutture pubbliche, all’istruzione, alla sanità o ad altre esigenze sociali, il denaro è stato speso per pannelli solari e turbine eoliche inutili… fino a quando non è diventato evidente che il ritorno sugli investimenti di questi investimenti discutibili era inesistente. È stato quindi necessario reindirizzare queste spese verso altri progetti inutili, come l’acquisto di sistemi d’arma.

5. A causa di questa crisi energetica, le industrie una dopo l’altra (prodotti chimici, fertilizzanti, automobili e macchinari, vetro e ceramica e praticamente tutto il resto) sono costrette a ridurre le loro attività e a chiudere i battenti. Ciò porta alla disoccupazione di massa e ai disordini sociali, alla rapida deindustrializzazione e al fallimento nazionale. Insieme all’aumento delle spese militari, ciò facilita la transizione verso la guerra. Più precisamente, questa transizione porta alla sconfitta in guerra, poiché un’economia industriale in declino non può fungere da base per la vittoria.

Tornando al discorso di Trump all’ONU, sarebbe un errore prendere troppo sul serio le sue parole. Il teleprompter non funzionava, non aveva il discorso scritto e diceva semplicemente tutto quello che gli passava per la testa. E quello che gli passa per la testa, in generale, è tutto ciò che, secondo lui, gli permetterà di acquisire una certa notorietà e di rimanere sotto i riflettori un po’ più a lungo. Ormai dovremmo aver capito tutti che non è una persona che si concentra sui risultati; se così fosse, la Groenlandia sarebbe un possedimento americano, il Canada sarebbe il 51° Stato, il Canale di Panama sarebbe sotto il controllo americano, gli Houthi nello Yemen non lancerebbero più missili ipersonici su Israele, l’Iran non avrebbe più un programma nucleare, la guerra nell’ex Ucraina sarebbe finita un giorno (o una settimana, o un mese) dopo la sua investitura… È chiaro che Trump cerca il divertimento, non risultati concreti nel mondo reale. Un elemento chiave della sua strategia consiste nell’evitare di assumersi la responsabilità delle sue parole ritrattando quasi immediatamente le sue dichiarazioni; così, all’ONU, ha dichiarato che la Russia era «una tigre di carta», poi, poche ore dopo, ha dichiarato che non era così.

Quindi, quando Trump ha dichiarato: «Se non vi allontanate da questa truffa verde, il vostro Paese andrà in bancarotta», stava ovviamente mentendo. Se «il vostro Paese» fa parte dell’UE, non c’è modo di sfuggire a «questa truffa verde»: il denaro è già stato speso male e le infrastrutture energetiche sono già state compromesse. La Russia ha già rinunciato al mercato energetico europeo e ha riorientato le sue esportazioni energetiche verso est. Per l’UE, una rapida deindustrializzazione è ormai inevitabile. La dichiarazione di Trump può quindi essere riassunta così: «Il vostro Paese andrà in bancarotta».

Ma non è quello che i leader europei volevano sentire. Ammettere che Trump ha ragione equivarrebbe a dimettersi volontariamente dalle loro cariche, e non è quello che hanno in mente. Quello che hanno in mente è una nuova truffa, più grande e migliore: il New Deal marrone, di cui parlerò nel mio prossimo articolo.

Il New Deal bruno, parte II

Quando Trump ha avvertito l’ONU che i paesi che continuano a perseguire la truffa ecologica finiranno in bancarotta, l’Europa avrebbe dovuto ascoltarlo. Rifiutandosi di assumersi la responsabilità del proprio fallimento, i leader europei sono passati dal “Green New Deal” al “Brown New Deal”.

lunedì 24 novembre 2025101210

Quando Trump ha dichiarato davanti all’ONU: «Se non vi allontanate da questa truffa verde, il vostro Paese andrà in bancarotta», stava ovviamente mentendo. Se «il vostro Paese» fa parte dell’UE, non c’è modo di sfuggire a «questa truffa verde»: il denaro è già stato speso male e le infrastrutture energetiche sono già state compromesse. La Russia ha già rinunciato al mercato energetico europeo e ha riorientato le sue esportazioni energetiche verso est. Per l’UE, una rapida deindustrializzazione è ormai inevitabile. La dichiarazione di Trump può quindi essere riassunta così: «Il vostro Paese andrà in bancarotta».

Ma non era quello che i leader europei volevano sentire. Ammettere che Trump ha ragione equivarrebbe a dimettersi volontariamente dalle loro cariche, e non è quello che avevano in mente. Invece di dimettersi (il che sarebbe stato onorevole da parte loro), hanno preferito dare il via libera a una nuova truffa, più grande e più efficace, che chiamerò New Deal Brun.

A differenza del verde, il marrone è un colore ricco di connotazioni negative. È il colore tipico delle cose morte: le foglie verdi assumono una moltitudine di bellissimi colori quando appassiscono al primo gelo, poi cadono dolcemente a terra e, dopo alcune piogge autunnali, diventano inevitabilmente marroni. Il marrone era anche il colore delle camicie indossate dal braccio paramilitare (Sturmabteilung) del partito nazista tedesco, il cui comportamento violento e odioso contribuì all’ascesa al potere di Hitler. Pertanto, il marrone è anche il colore delle nazioni in decomposizione. È anche il colore delle feci, grazie all’effetto pigmentario della bilirubina, un prodotto di scarto derivante dalla degradazione dell’eme, proveniente dai vecchi globuli rossi, che viene prodotto nel fegato ed espulso. La bilirubina è ciò che conferisce il loro colore alla bile e alle feci. Infine, è il colore della pelle delle popolazioni indigene dei paesi tropicali; in questo caso, sono i razzisti a dargli una connotazione negativa.

Non ho intenzione di dipingere tutto ciò che è marrone con un unico pennello; dopotutto, alcune cose marroni sono del tutto accettabili. Ci sono ovviamente il cioccolato e lo zucchero di canna, che non hanno bisogno di essere decantati. C’è il colore marrone dell’acqua tannica “forte”, apprezzata dai marinai di un tempo. Prelevata dagli estuari, al di sopra del livello delle maree, dai fiumi che drenano le foreste e le paludi, e conservata in barili sui ponti delle navi a vela, l’acqua “forte” impiegava molto più tempo a diventare “viva” (cioè verde). In questo caso, contrariamente a quanto si potrebbe pensare, l’acqua marrone era potabile (anche se amara), mentre l’acqua verde provocava sicuramente diarrea. Infine, cosa farebbero gli architetti, gli arredatori d’interni, gli stilisti, il team di truccatori di Trump e vari altri artisti e artigiani senza le diverse sfumature di beige, marrone chiaro, terra di Siena, ombra, tortora e fulvo?

A parte queste eccezioni fortuite, le connotazioni più comuni del “marrone” sono la putrefazione, i nazisti, le persone dalla pelle scura (se sei nazista) e la merda. Questa ricchezza di connotazioni rende il marrone una buona scelta come colore del movimento ecologista in decomposizione, ora che il suo programma di stordimento pubblico noto come “cambiamento climatico antropico”, il rifiuto delle importazioni di idrocarburi tramite oleodotti e le generose sovvenzioni pubbliche per le turbine eoliche e i pannelli solari hanno inaugurato un’era di crisi finanziarie, politiche ed economiche in tutta Europa. Il nuovo programma di stordimento pubblico è “l’aggressione russa”, e la risposta a essa richiede copiose spese pubbliche per vari programmi di difesa.

Il livello di comfort, salute e sicurezza delle popolazioni urbane (il 55% della popolazione mondiale) è direttamente proporzionale al livello di consumo energetico pro capite: una diminuzione della disponibilità energetica pro capite riduce direttamente l’accesso ad alloggi adeguatamente riscaldati e climatizzati, nonché a lussi quali servizi igienici con sciacquone e acqua corrente calda e fredda, accesso all’istruzione e all’assistenza sanitaria, sicurezza, applicazione della legge e la maggior parte degli altri attributi della civiltà. Le popolazioni urbane dipendono dall’elettricità e dal gas naturale per il corretto funzionamento della maggior parte delle infrastrutture fisse e dal diesel e dalla benzina per la maggior parte delle attività che richiedono spostamenti. L’elettricità può essere utilizzata per il trasporto pubblico e il trasporto ferroviario di merci, ma è esclusa per la maggior parte del trasporto su strada e per tutto il trasporto marittimo. La produzione di elettricità si basa sull’energia nucleare e sul carbone per garantire il carico di base, nonché sul gas naturale per compensare le fluttuazioni quotidiane della domanda. Purtroppo è impossibile mantenere un elevato consumo energetico pro capite affidandosi esclusivamente all’energia eolica e solare per la produzione di elettricità.

Il risultato del Green New Deal è un progressivo abbassamento del tenore di vita in tutta Europa, dovuto alla diminuzione dell’energia disponibile pro capite a un costo accessibile. Sono condizioni di vita apparentemente stabili ma in realtà in costante deterioramento – ben più che una crisi aperta – che spingono le popolazioni a ribellarsi e a rovesciare le loro élite dirigenti. Le élite europee lo sanno, non hanno alcuna voglia di finire impiccate ai lampioni in tutto il continente e cercano almeno di sviare la responsabilità e, meglio ancora, di provocare una vera e propria crisi che potranno poi pretendere di gestire eroicamente.

La crisi che hanno deciso di creare è l’attacco del tutto fittizio ma imminente dell’Unione Europea da parte della Federazione Russa. La ridicola menzogna utilizzata per sostenere questa tesi è che se l’esercito ucraino fosse sconfitto e il regime illegittimo e corrotto di Kiev cadesse, i carri armati russi invaderebbero l’Europa… come hanno fatto nel 1945! La spinosa questione del perché la Russia dovrebbe essere interessata a una simile impresa viene elusa da un irrazionale settarismo anti-russo: il semplice fatto che i russi siano russi è considerato sufficiente a garantire la loro propensione a un comportamento così insensato e autodistruttivo.

Ma noi, che non siamo irrazionali anti-russi settari, ci prenderemo il tempo necessario per rispondere a questa domanda, che affronteremo in seguito.

Icone del male, vecchie e nuove_di Morgoth

Icone del male, vecchie e nuove

Sul perché non c’è continuità tra il male del passato e quello del presente

Morgoth25 novembre
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La Gran Bretagna ha subito un cambiamento sociale così profondo in un lasso di tempo così breve che è perfettamente ragionevole parlarne in termini di prima e dopo, nello stesso modo in cui descriveremmo il prima e il dopo della Rivoluzione francese, il prima e il dopo della Prima guerra mondiale, il prima e il dopo della Grande peste.

I liberali accettavano o negavano che fosse accaduto qualcosa che costituisse un prima e un dopo, a seconda che la cornice fosse positiva o negativa. Se si considera il cambiamento sociale in modo negativo, allora insisteranno sul fatto che non è successo nulla; se si è positivi, allora ammetteranno volentieri che sono avvenuti cambiamenti che hanno migliorato la situazione.

L’effetto degli ultimi 30 anni circa sulla psiche culturale è stato come far cadere una mazza su una zucca. Una rivoluzione che tutti sentono ma che non è mai stata formalmente dichiarata o chiarita. Eppure, nonostante tutto, simboli, icone, segni e pietre miliari ci “ossessionano” senza scomparire del tutto. Così, ci troviamo di fronte alla strana giustapposizione di immagini del passato mescolate a foto del futuro, e alla confusione sul fatto che siamo ancora nello stesso Paese e nella stessa cultura.

Di recente, mi sono imbattuto in un progressista che usava la foto segnaletica degli Assassini di Moors, Ian Brady e Myra Hindley. Il punto era che Brady e Hindley erano un esempio di malvagità indigena e, pertanto, lamentarsi dei crimini commessi dagli stranieri era ipocrita e razzista.

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È un ragionamento stupido e noioso, prevedibile e banale.

Eppure, l’immagine mi è rimasta impressa nella mente mentre mi rendevo conto di non vederla da molti anni. La foto segnaletica degli Assassini di Moors, condannati per l’omicidio di cinque bambini negli anni ’60, sembra un reperto arcano ripescato da profondità torbide e dimenticate. Come trovare un biglietto del cinema per un film horror visto anni prima e di cui avevi quasi dimenticato, ma non del tutto.

C’era lo psicopatico Ian Brady, con la sua sfida e arroganza. C’era la sua complice, con il suo sguardo assente e il suo alveare di perossido. Ecco la coppia che aveva torturato e ucciso bambini. Ecco il male. Non il male in senso astratto o filosofico, ma in forma fisica, mondana. Non erano mostri; erano noi. Erano il postino, la ragazza che lavorava al fish and chips, la segretaria e il capo turno.

Myra Hindley, più di Brady, catturò l’immaginario collettivo perché era comunemente accettato che gli uomini potessero essere malvagi, ma come si poteva spiegare una donna che passa in secondo piano rispetto agli atti più barbari commessi contro i bambini?

In quanto tale, la foto segnaletica di Hindley si conficcò nella psiche nazionale come rappresentazione del male, di un demone, in un Paese sempre più laico e ateo. L’Inghilterra tradizionale era in declino, ma la sua fine fu segnata da ” Love Me Do” dei Beatles. Eppure, lo Stato manageriale pienamente funzionale, con la sua scienza e la sua psicologia che fornivano spiegazioni per ogni cosa, non era ancora pienamente operativo.

Come i corpi sepolti nella brughiera, che non esistevano né completamente ritrovati né completamente perduti, Hindley occupava un terzo spazio tra il male incarnato e l’ingranaggio disfunzionale.

In una società così consolidata e omogenea come la Greater Manchester degli anni ’60, gli omicidi di Moors rappresentarono il più profondo tradimento di quella fiducia, e su una scala pressoché incomprensibile al grande pubblico. Hindley e Brady finirono per rappresentare non solo il male in un contesto laico, ma l’estremo limite del tradimento del gruppo di appartenenza.

L’incessante rigurgito e pubblicazione della foto segnaletica di Myra Hindley è diventata simile a un esorcismo, una fustigazione rituale del mostro, una purificazione e una liberazione dal diavolo con la vaporosa schiuma di perossido.

Nel 1995, l’artista Marcus Harvey ha riprodotto l’immagine di Hindley in un’opera larga quasi tre metri e alta tre metri, utilizzando le impronte delle mani di un bambino piccolo.

Inutile dire che l’indignazione pubblica suscitò un’ondata di sdegno e che l’opera fu ripetutamente vandalizzata. Il dipinto fu protetto con plexiglas e furono impiegate guardie di sicurezza per impedirne la distruzione. A sua difesa, Harvey affermò:

Il fulcro del dipinto è la fotografia. Quella fotografia. Il potere iconico che le è stato conferito in seguito ad anni di ossessiva riproduzione mediatica.

Come suggerisce Harvey, c’è un aspetto baudrillardiano nell’uso eccessivo della foto segnaletica di Hindley; è ragionevole affermare che l’immagine sia diventata più reale e d’impatto della donna in questione, invecchiata e malaticcia in prigione. L’opera d’arte di Harvey era una riproduzione di un’immagine pubblicata all’infinito dai tabloid, a sua volta una foto segnaletica scattata in una stazione di polizia per motivi procedurali.

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Tuttavia, il passare del tempo, così come la morte non compianta di Hindley nel 2002 (Brady è morto nel 2017), hanno fatto sì che la famosa immagine di Hindley si affievolisse definitivamente nella coscienza pubblica.

Cosa significa l’iconica foto segnaletica di Myra Hindley per un adolescente di oggi? Cosa significa per un immigrato somalo arrivato l’anno scorso? Un adolescente britannico bianco ha, almeno tramite i genitori, un legame familiare e culturale con quella parte della recente storia britannica. L’immigrato somalo non ha nulla a che fare con tutto ciò, né storicamente, né etnicamente, né culturalmente.

Arriviamo così di nuovo alla linea di demarcazione, tra il prima e il dopo.

Prima, non tutto diventava politico; l’immagine iperreale di Hindley non era politica. Alcuni politici più progressisti sollevarono l’idea di un rilascio anticipato o di circostanze attenuanti, ma in generale, Hindley era considerato un mostro da tutti, con quasi nessun difensore di alcun orientamento politico, e nessuno aveva alcun incentivo a farlo.

Nella prospettiva del 2025, l’immagine di Hindley rappresenta un mondo che non esiste più e che, per milioni di persone nel Paese, non è mai esistito. Può esistere solo in una nazione omogenea con quelli che il regime oggi chiama “valori condivisi”. Riportando l’immagine di Hindley alla luce dalla tomba culturale, per poi relativizzarla e politicizzarla, il liberale moderno non fa che evidenziare quanto profondamente danneggiato e frantumato sia diventato il tessuto sociale.

Il nuovo male.

Nella nuova Gran Bretagna, non mancano certo sadismo, omicidi e cattiveria, ma non ci sono icone, né rappresentazioni simboliche del male su cui tutti possano concordare. I tabloid sfoggiavano un flusso infinito di foto segnaletiche di bande di adescatori e criminali di origine immigrata, ma nessuna di queste rimane impressa, nessuna si radica nella psiche collettiva perché non esiste più una psiche collettiva.

L’assassino di Southport, Axel Rudakubana, ha almeno una foto segnaletica memorabile, ma non è la donna che potrebbe lavorare nel pub locale, una segretaria o qualcosa di simile. Non è “noi”, è qualcosa di completamente estraneo: il figlio di un immigrato ruandese.

Inoltre, tutto ciò che circondava il caso era iperpolitico, le ragioni della sua ferocia erano probabilmente politiche, o quantomeno razziali, la risposta della polizia, del governo e delle istituzioni era politica e ideologica. Anche le rivolte e la reazione esasperata agli omicidi di Southport erano politiche.

Nella nuova Gran Bretagna, non sentiamo che un immigrato assassino ci obblighi a liberarci dai nostri demoni, perché non siamo noi e non condividiamo con noi alcun ambito culturale o metafisico. Non ci chiediamo “cosa è andato storto?”, ma “perché sono qui?” e, naturalmente, questo sentimento va contro le ortodossie e i codici morali prevalenti.

Nella serie drammatica del 2006 di ITV, “See No Evil”, vediamo Hindley chiacchierare sorseggiando una tazza di tè con la madre e la sorella. Uomini stanchi dello Yorkshire attraversano le brughiere avvolte dalla nebbia in cerca di bambini morti e poliziotti che sorseggiano una pinta ed entrano nelle case a schiera in mattoni rossi di famiglie in lutto. Abbiamo un quadro di riferimento; ci relazioniamo, siamo noi.

Axel Rudakubana, o, per meglio dire, le bande di stupratori pakistane, sono un muro alieno di diversità. Non sono demoni interiori che dobbiamo epurare in senso stretto; sono più simili a una banda di barbari predoni.

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Naturalmente, quindi, si richiede una soluzione politica, e non ne viene data alcuna perché la logica della classe politica non fa distinzioni basate sulla natura umana e insiste nel farci vedere il mondo attraverso una fitta nebbia di procedure burocratiche. Fu proprio una procedura burocratica a dare origine all’immagine di Hindley; attraverso la ripetizione, divenne un segnale iperreale che elevò Hindley allo status di demone.

Nella nuova Gran Bretagna frammentata, le foto dei malfattori non trascendono l’ambito della raccolta dati burocratica perché non esiste una narrazione consolidata o coerente sull’unicità o la natura del crimine. Anzi, persino la percezione pubblica è attentamente elaborata e “spostata” per garantire che un’immagine rimanga entro limiti simbolici accettabili.

In questo modo, la vita ha perso di valore di molti ordini di grandezza rispetto al 1965, al punto che perfino i nostri mezzi con cui valutiamo e descriviamo il male hanno dovuto essere compromessi.

Non esiste una linea di continuità tra il modo in cui concettualizziamo i crimini peggiori oggi e il modo in cui lo facevamo in passato.

Nel suo “De Potere”, Bertrand de Jouvenel scrive di come le tradizioni e i rituali popolari contenessero il Potere nelle sue fasi iniziali, subordinandolo all’ordine sacro. Una strega, un eretico o un infanticida sarebbero stati bruciati, giustiziati pubblicamente, messi ai ceppi e così via, e il potere sovrano si sarebbe tenuto in disparte o avrebbe chiuso un occhio perché non desiderava interferire con gli atti di catarsi comunitaria. In quei tempi, Myra Hindley sarebbe stata bruciata sul rogo, e qualcuno come Peter Sutcliffe avrebbe affrontato un destino ancora peggiore.

La trasformazione di Hindley, dei Bulger Killers o di Sutcliffe in icone del male è forse una debole eco di questo sentimento all’interno dello stato manageriale della postmodernità. Diventano cifre, segni o qualcosa di molto più antico.

Si consideri, quindi, che quando il Primo Ministro Keir Starmer arrivò per rendere omaggio alle tre bambine assassinate da Axel Rudakubana a Southport, fu deriso e fischiato dalla folla, nonostante fosse diventato Primo Ministro da poco tempo. La folla percepiva lo Stato e Axel Rudakubana come un’unica entità, ed è difficile sostenere il contrario, dato che lo Stato era responsabile della presenza della famiglia Rudakubana in Gran Bretagna.

A Southport, la polizia si è schierata per proteggere lo Stato, non il mostro.

Quando si verifica una nuova atrocità, non esiste un rito comunitario di espulsione, solo resoconti, inchieste, “lezioni apprese” e un’attenta gestione dei media per prevenire “tensioni comunitarie”. Il mostro non viene mai completamente scacciato perché lo Stato non può ammettere l’esistenza di un Esterno che non controlla. Il male viene reintegrato nel sistema sotto forma di dati.

Questa è la vera natura del prima e del dopo. Il male oggi non indossa un alveare biondo platino con lo sguardo assente; indossa un abito ben tagliato e porta con sé elenchi puntati, comodi per un potere istituzionale che ha assunto il ruolo di sciamano, sacerdote, chiesa e tempio.

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