Io speriamo che me la cavo, del dr Giuseppe Imbalzano

Giuseppe Imbalzano, medico, specialista in Igiene e Medicina preventiva. Direttore sanitario di ASL lombarde per 17 anni (Ussl Melegnano, Asl Milano 2, Ao Legnano, Asl Lodi, Ao Lodi, Asl Bergamo, Asl Milano 1). Direttore scientifico progetti UE (Servizi al cliente, Informatizzazione della Medicina Generale). Si è occupato di organizzazione sanitaria, prevenzione, informatica medica, etica, edilizia, umanizzazione ospedaliera e psicanalisi. Oggi consulente della Federazione Russa per la gestione dell’epidemia di Covid19

http://CVBreveImbalzano

Io speriamo che me la cavo

Grazie a Marcello d’Orta che ci ha dato una speranza, per il presente e per il futuro.

E speriamo che anche per noi ci sia un modo per uscire, con sicurezza e rapidamente, da questa epidemia che ha determinato danni come una guerra, in un periodo tanto limitato, sovvertendo le nostre abitudini, i nostri comportamenti, i nostri affetti e le nostre speranze.

Ormai abbiamo superato i 200 mila casi certificati che, nella realtà, sono molti di più. I decessi sono circa 30 mila secondo l’Istat. Il personale sanitario infettato è ben oltre i 20 mila casi anche qui riconosciuti, con centinaia di morti.

Un disastro unico.

Non è chiaro come, dopo 2 mesi dall’inizio dell’infezione, ci siano ancora oltre 2600 operatori sanitari colpiti dall’infezione in una settimana, che ci siano 18 mila nuovi casi, come da una relazione dell’ISS e che non si veda una netta riduzione di crescita della curva, come nella analisi effettuata dal Gimbe

In Cina, con il lockdown, la curva si è appiattita dopo circa 2 settimane di crescita mentre in Italia non è accaduto mantenendo un incremento dei casi importante. Il lockdown non è stato particolarmente efficace ed è certamente stato determinato dai focolai di infezione che sono rimasti numerosi ed ampiamente distribuiti, in particolare nel Nord Italia.,

E allora ci chiediamo cosa non vada nella situazione italiana, quali siano le criticità che si ripetono, poiché è evidente che le azioni messe in atto per ridurre le infezioni non sono efficaci. O almeno non sono efficaci in alcune regioni.

I dati di mortalità, di prevalenza e di incidenza della infezione sono, e restano, comunque elevati e significativi, certamente non sono ancora azzerati, come si dovrebbe, per operare in sicurezza nella quotidianità, per il lavoro, i rapporti comunitari e la vita sociale.

In medicina, quando dobbiamo curare un malato, dobbiamo determinare quale sia la diagnosi corretta. Non è possibile, e ancora meno utile per il paziente, fare una valutazione generica e intervenire in modo inadeguato.

Ma, nella scelta tra più diagnosi e conseguenti terapie, è possibile che qualche volta la prima scelta non sia adeguata.

A questo punto si fa una rapida rivalutazione in considerazione dei risultati e delle conseguenze per il paziente. Se la diagnosi non è corretta si approfondisce il caso e si decide una nuova terapia. Se il fallimento è terapeutico allora si modifica la terapia che non ha dato i risultati sperati, o perché il farmaco non è efficace per quel paziente o perché la terapia non è adatta al caso che stiamo assistendo.

Una analisi dell’Istituto Superiore di Sanità ha identificato i luoghi di esposizione delle nuove infezioni e su 4500 casi valutati abbiamo il 44% che è avvenuto nelle strutture per anziani o nelle comunità per disabili, il 25% al proprio domicilio e l’11% in ambiente sanitario.

Se non vengono individuate le cause, qualsiasi terapia potrebbe essere inefficace.

Fermo restando che chi si ammala è abbisognevole di cure, nel nostro caso è indispensabile che le fonti di infezione vengano neutralizzate oltre alle necessarie cure ed assistenza dei pazienti. È necessario che i diversi settori clinici abbiano la necessaria competenza e sicurezza per poter operare con tempestività e continuità. Ed è essenziale proteggere e rafforzare il sistema sanitario che attualmente ha subito danni considerevoli.

In Cina hanno riaperto quando i casi si sono azzerati.

Perché?

Perché così si possono evitare nuovi casi

Noi riapriamo con due elementi di grande criticità

Il numero dei nuovi casi e gli operatori sanitari infettati

La soluzione che riteniamo preferibile è quella di individuare le aree virusfree e in quelle avviare una apertura totale delle attività. Considerato che l’avvio della fase 2 non valuta questa opzione è comunque necessario verificare se siano garantiti alcuni parametri organizzativi e gestionali che diano garanzie per una corretta gestione dell’epidemia.

 

Cosa dobbiamo fare

Siamo arrivati a tracciare e a interrompere la catena di trasmissione del virus?

Riusciamo a testare i sintomatici e rintracciare i loro contatti?

I sistemi proposti per il tracciamento dei contatti sono efficaci?

O rischiano di creare confusione ulteriore nel sistema per l’elevato numero di contatti che possono essere registrati?

Riusciamo ad assistere in modo adeguato i malati non ricoverati garantendo un rientro in famiglia quando il paziente è completamente guarito?

Gli ospedali e la case di riposo sono stati messi in sicurezza?

Il personale sanitario è garantito nella sua attività quotidiana?

Cosa stiamo facendo per la prevenzione?

Le regole che sono state indicate sono sufficienti?

Cosa dobbiamo fare in attesa che sia reso disponibile, e dispensato a tutta la popolazione, un vaccino efficace e terapie adeguate?

La popolazione a rischio è sufficientemente protetta e garantita?

Considerato che dobbiamo attenderci nuove recrudescenze del virus, come dobbiamo operare per garantire l’intera popolazione e quella più suscettibile a subire i danni più gravi determinati dal virus?

 

Come fare?

Esistono tre modelli di base per riavviare la vita sociale ed economica: l’approccio di riavvio completo; un approccio incentrato sul mantenimento delle restrizioni per le popolazioni vulnerabili; e l’approccio graduale adottato da paesi come la Cina.

Con il modello di riavvio completo, il governo attende che i nuovi casi Covid-19 siano a zero e quindi riavvia l’attività sociale ed economica con misure restrittive minime ma con viaggi internazionali limitati. Questa strategia richiede numerose condizioni che potrebbero non essere fattibili per la maggior parte dei paesi, tra cui controlli rigorosi alle frontiere, elevati volumi di test e tracciabilità dei contatti e la capacità di imporre un lungo periodo iniziale di blocco.

Il secondo approccio consente il diffuso riavvio dell’attività sociale ed economica, ma con il rigoroso isolamento per le popolazioni vulnerabili come gli anziani. Un simile approccio potrebbe non essere fattibile in molti paesi, dato il gran numero di persone che dovrebbero rimanere in isolamento fino a quando non sarà disponibile un vaccino o una cura.

Il terzo approccio è probabilmente il più ampiamente adottato. Secondo questo modello, i governi eliminano le restrizioni in modo deliberato, graduale e incrementale basato sulla progressione della malattia, sulla prontezza del sistema sanitario pubblico e sulla preparazione della comunità. Questo approccio è in varie fasi di introduzione in tutto il mondo, con paesi in Asia ed Europa all’avanguardia.

Entrare nel merito di ognuno dei tre modelli dipende dalle condizioni di avvio del sistema, che deve essere considerato un prerequisito.

In due mesi non sono stati risolti molti dei problemi che abbiamo elencato precedentemente e che sono alla base delle criticità attuali che, se dovessero permanere, non possono determinare le condizioni di sicurezza che noi ci attendiamo per poter proseguire e riprendere una quotidianità quasi normale o con limitazioni molto modeste.

Giuseppe Imbalzano – Medico

Circa il discorso di Angela Merkel al Bundestag, di Alessandro Visalli

Circa il discorso di Angela Merkel al Bundestag. Coronavirus e cronache del crollo.

In fondo al testo c’è il link e il testo con la trascrizione integrale in italiano del discorso. Basta una semplice comparazione con l’analogo del nostro PdC per farsi già una prima idea della diversa qualità di approccio e di comportamento_Giuseppe Germinario

Il 22 aprile il Cancelliere tedesco, Angela Merkel, in vista del Consiglio Europeo del 23, ha pronunciato un lungo discorso al suo Parlamento, nel quale ha riassunto la strategia tedesca di contrasto al coronavirus, basata su un lock down flessibile e differenziato, potenziamento dei servizi territoriali e dei tamponi, espansione della capacità di cura, quindi ha descritto le misure per la fase di allentamento che parte da loro come da noi, con tracciabilità digitale e regole di distanziamento, infine i suoi timori per le pressioni che il sistema produttivo, in Germania come in Italia ed in Inghilterra, vuole riaprire senza se e senza ma. Nella parte finale illustra le misure di sostegno e chiarisce in modo inequivocabile che oltre al Mes ed al potenziamento del Bilancio Europeo (al prezzo di ulteriori, decise, cessioni di sovranità asimmetriche[1]) non c’è altro. Eventuali “eurobond” (comunque si chiamino) dovranno passare per la modifica dei Trattati.

Il confronto delle strategie è interessante, ma ancora di più lo è quello delle procedure. In Germania le misure sono passate per progetti di legge licenziati con la necessaria velocità, in Italia con un basso trucco in linea con la costante umiliazione del Parlamento di questi ultimi anni. La differenza è enorme, sia nella qualità del prodotto, sia nelle conseguenze. Se si sceglie la scorciatoia di licenziare Dpcm, che sono atti monocratici, senza l’obbligo di discuterli ed approvarli ottenendo il relativo consenso, e senza sapere neppure che il Dl (si scegliesse questa strada intermedia) comunque dopo 60 gg. Sarebbe da convertire, l’atto ne risentirà (come peraltro si vede bene). Inoltre, il precedente di ulteriore accelerazione governista ed allontanamento dalla sostanza discorsiva della democrazia scaverà ai piedi della legittimazione percepita delle scelte. Quindi della coesione sociale del paese, che, invece, dovrebbe essere convinto e quindi unito. Alla fine è una strada che tende a rafforzarsi, al cui termine lampeggiano nubi temporalesche.

Ma veniamo alla lettura del testo.

L’avvio è enfatico, come accade praticamente a tutti i governi in questo contesto, siamo in tempi “del tutto straordinari e gravi … sottoposti ad una prova come non c’è mai stata dalla Seconda guerra mondiale”. Il motivo è presto detto, “in gioco non c’è niente di meno che la vita e la salute delle persone”, ma, precisazione importante, “ne va della coesione e della solidarietà della nostra società e in Europa”. La posta è individuata: vita individuale e vita collettiva. Le persone e la società. Entrambe a rischio di morte.

Sulla stella linea Boris Johnson, che nel suo primo discorso dopo essere tornato al lavoro ha citato, in latino, Cicerone: “salus populi suprema lex esto”, ovvero “la legge suprema sia il benessere della popolazione”, allo scopo di resistere alle pressioni, anche economiche, degli industriali per riaprire subito. Avendo personalmente scampato la morte è nella posizione psicologica migliore per farlo. Per questo sottolinea il rischio di ricadere immediatamente.

Leggeremo il testo del discorso confrontando somiglianze e differenze con quel che il governo italiano sta contemporaneamente facendo.

Come abbiamo scritto, proprio all’avvio la differenza più evidente, e più importante:

  • Mentre il governo italiano riserva a Parlamento il ruolo secondario di tribuna, e prende le sue decisioni con lo strumento incongruo del Dpcm[2], un atto amministrativo che non può promuovere norme, invece del più solido Decreto Legge, che in questo caso sarebbe giustificato, o lo strumento del progetto di legge con procedura di urgenza, che sarebbe quello più solido ed opportuno,
  • Il governo tedesco ha inviato dei progetti di legge al suo parlamento e chiesto l’approvazione dei relativi mezzi finanziari. Leggiamo: “Io sto dinnanzi a voi come la cancelliera di un governo che nelle scorse settimane ha deciso insieme ai Laender federali delle misure per le quali non c’è alcun precedente storico sul quale sia possibile orientarsi. Noi abbiamo inviato a voi, il Parlamento, dei progetti di legge e vi abbiamo chiesto l’approvazione di mezzi finanziari di una dimensione che prima della pandemia del coronavirus era semplicemente inimmaginabile. Ringrazio di tutto cuore per il fatto che il Bundestag, come del resto anche il Bundesrat, in queste difficili circostanze abbiamo discusso e deciso i provvedimenti legislativi con estrema rapidità”.

La differenza essenziale tra questi due comportamenti, che ricorrerà anche altrove, è che il governo italiano è estremamente debole. Si regge su una maggioranza altamente litigiosa e divisa praticamente in tutto, ha una legittimazione elettorale minima (essendo formato da due forze che si erano presentate le une contro le altre, ed una delle quali aveva anche perso), emerge da anni di umiliazione costante del Parlamento e di abitudine a non prendere alcuna decisione sostanziale per effetto del cosiddetto “vincolo esterno”.

La Cancelliera tedesca ha scelto un’altra via, e ci tornerà a più riprese, ma è cosciente che la pandemia sia “una grave imposizione democratica”, e che, per questo, sia accettabile solo “se le motivazioni delle limitazioni sono trasparenti e comprensibili, se la critica e il contraddittorio sono non solo permessi, ma anzi stimolati e che vengano ascoltati: da tutte le parti. In questo è di aiuto anche la libera stampa”.

La verità, è che in Italia manca, e abbastanza radicalmente, un presupposto perché questo corretto principio democratico sia rispettato: la fiducia. Manca nel Parlamento e nel paese (ma naturalmente si potrebbe anche dire che la fiducia va guadagnata, e non può essere pretesa). Leggiamo ancora la Merkel: “In questo ci aiuta il nostro ordinamento federale. In questo ci aiuta anche la reciproca fiducia alla quale si è potuto assistere in queste ultime settimane qui in Parlamento e dappertutto nel Paese. E’ ammirevole con quanta naturalezza le cittadine e i cittadini si siano impegnati l’uno per l’altro e si sono limitati come cittadine e cittadini a favore degli altri.

Nel seguito la Cancelliera richiama le misure di lock down che, anche se in misura meno uniforme, sono state praticate anche in Germania e i necessari, dolorosi, adattamenti che ciascuno ha dovuto subire. E con abilità mostra di comprendere il sentimento di stanchezza che, in Germania come in Italia e ovunque, emerge dopo due mesi di blocchi[3]. Ma immediatamente, come del resto ha fatto anche Conte (e Johnson) nel suo discorso, chiarisce che le spinte a riaprire tutto e subito, che in tutti paesi le forze dell’industria portano avanti con brutale energia, devono segnare il passo. Non è piacevole ma “non siamo alla fase finale dell’epidemia, ma siamo ancora al suo inizio”. Nel dire agli spiriti animali dell’economia che devono restare in attesa segna quello che, in Germania come in Italia e in Inghilterra, ed ovunque, è sempre stato il punto: “La domanda di come possiamo impedire che il virus ad un certo punto possa travolgere il nostro sistema sanitario e che di conseguenza possa costare la vita a un numero immenso di persone rimarrà ancora a lungo la questione centrale per la politica, in Germania e in Europa.[4]

A questo fine usa una immagine che nella nordica Germania deve avere una particolare presa nella memoria collettiva: “Ci muoviamo su ghiaccio sottile. Si può anche dire: su ghiaccio sottilissimo.

Dunque, la Germania sta avendo successo, l’epidemia rallenta (come in Italia, anzi un poco di più), e in questo “guadagna tempo”. Tempo che va usato per rafforzare il sistema sanitario. Qui interviene una spiegazione tecnica che prende un bel pezzo del discorso:

“Il punto angolare, intorno al quale girano tutti gli sforzi in campo medico, sono i reparti di terapia intensiva. Lì si decide il destino di coloro che sono più colpiti dal coronavirus. Conosciamo tutti i terribili racconti dagli ospedali di alcuni Paesi che per alcune settimane sono stati semplicemente travolti dal virus. Che non si arrivi a questo è il semplice e al tempo stesso ambizioso obiettivo del governo federale. Io ringrazio il nostro ministro alla Sanità, Jens Spahn, ma anche i ministri alla Salute dei Laender, che lavorano instancabilmente a questo obiettivo: e con successi che sono evidenti.

Abbiamo esteso in maniera significativa il numero degli apparecchi per la respirazione. Con l’apposita legge ci siamo accertati che gli ospedali potessero realizzare ulteriori capacità di ricovero intensivo. Così oggi possiamo verificarlo: il nostro sistema sanitario ha retto a questa prova. Ogni paziente di coronavirus ottiene anche nei casi più gravi il miglior trattamento possibile, rispettoso della dignità umana.

Questo lo dobbiamo, più che a tutti provvedimenti statali, al lavoro e al sacrificio di medici, di personali sanitario e del soccorso, delle tante persone che con la loro fatica e la loro capacità d’azione realizzano proprio quello che noi chiamiamo semplicemente ‘il nostro sistema sanitario’. Li ringraziamo con questo applauso, e questo ringraziamento lo voglio estendere anche alle soldatesse e ai soldati della Bundeswehr, che danno il loro contributo in molti luoghi.

Un ruolo forse meno visibile in pubblico ma altrettanto decisivo nella lotta contro la pandemia è quello dell’amministrazione pubblica sanitaria. Si tratta di quasi 400 uffici sanitari locali. Se vogliamo riuscire a controllare e rallentare lo sviluppo dell’infezione, abbiamo bisogno che questi uffici siano in piena forza. Ed io aggiungo: in una condizione più forte di quanto non fossero prima della pandemia.

Per questo abbiamo deciso tra governo e Laender di dare a questi uffici più collaboratrici e collaboratori, in modo che possano effettivamente essere messi in grado di perseguire anche il compito di tracciare i contatti di una persona infetta. Il Robert Koch Institut istituirà 105 team mobili con studenti, i cosiddetti ‘containment scouts’, che possono essere utilizzati là dove vi sia particolare necessità.”

Il punto cruciale sono i reparti di terapia intensiva, che garantiscono a tutti le cure rispettose della dignità di ciascuno, ma anche gli uffici sanitari territoriali distribuiti, il vero punto debole della nostra organizzazione sanitaria, in grado di fornire assistenza distribuita e di identificare tempestivamente i focolai.

Quindi sarà trattata la questione dei dispositivi ed equipaggiamenti di protezione individuale, per i quali il governo ha predisposto l’approvvigionamento centralizzato, sottraendolo al mercato[5], ma, al contempo per i quali si sta organizzando per restringere le catene di fornitura: “la pandemia ci insegna: non è bene se gli equipaggiamenti di protezione vengano acquisiti solo da Paesi lontani. Maschere che constano solo pochi centesimi nella pandemia possono diventare un fattore strategico. La Repubblica federale e l’Unione europea lavorano affinché si torni ad essere più indipendenti da Paesi terzi in questo ambito. Per questo siamo aumentando le capacità produttive per questi ben in Germania e in Europa con grande pressione”.

Terzo elemento, la capacità di testing: “Se ci chiediamo in cosa abbiamo beneficiato in questa prima fase della diffusione del virus, allora sono – oltre ai tanti posti letto nelle terapie intensive – le alte capacità di test e la fitta rete di laboratori. Gli esperti ci dicono: testare, testare, testare. Così traiamo un quadro più preciso dell’epidemia in Germania e abbiamo una maggiore chiarezza sui numeri reali dell’infezione, così possiamo effettuare più frequentemente test sul personale di cura, in modo da far calare il rischio di infezione negli ospedali e nelle case di cura. Per questo abbiamo esteso le capacità per test ad ampio raggio e le estenderemo ancora”.

Ovviamente, conclude, la soluzione definitiva è affidata alla ricerca, del vaccino e delle cure. Per questo la Germania si è impegnata in cooperazione con il resto del mondo.

La questione è che in una epidemia, nella quale un agente biologico si propaga attraverso i contatti tra le persone, rilassarsi è pericolosissimo. Come dice:

“più riusciamo a sostenere proprio all’inizio di questa pandemia la massima perseveranza e disciplina, tanto più saremo in grado di sviluppare nuovamente la vita economica, sociale e pubblica, e lo potremo fare in modo duraturo, più che non cullandoci, proprio all’inizio, troppo presto in una falsa sicurezza a causa dei numeri incoraggianti sui contagi.

Dunque se all’inizio siamo disciplinati ce la faremo più velocemente a creare le condizioni per vivere allo stesso modo la salute e l’economia, la salute e la vita sociale. Anche allora il virus ci sarà ancora: ma con la concentrazione e la perseveranza – proprio all’inizio – possiamo evitare di saltare da un lockdown al prossimo, o di dover isolare per mesi certi gruppi di persone da altri, e di doverci confrontare con condizioni terribili nei nostri ospedali, come purtroppo è stato il caso in alcuni altri Paesi.

Con più perseveranza e coerenza sopportiamo all’inizio di questa pandemia le limitazioni riuscendo a spingere verso il basso lo sviluppo delle infezioni, più serviremo non solo la salute dei cittadini, ma anche la vita scientifica e la vita sociale, perché saremo in grado di intercettare ogni catena d’infezioni e con ciò di controllare il virus. Questa convinzione guida le mie azioni”.

Per questo invita alla prudenza (in Germania come in Italia si sta tentando di riavviare precocemente molte attività).

Ci sono altri temi che ricorrono nel discorso e assomigliano a quelli che si stanno trattando in Italia: la tracciatura dei contatti (digitale, lì come qui, con polemiche non dissimili), le riaperture e le regole di distanziamento attività per attività[6]. Cose che modificheranno la quotidianità.

Infine, il sostegno all’economia. E ciò in Germania ed in Europa.

Dato che il discorso cadeva il giorno prima del Consiglio Europeo nel quale la Germania ha conseguito il solito successo, descrive al suo Parlamento quel che proporrà:

“Insieme abbiamo agito per contrastare il massiccio crollo dell’economia europea. Lo facciamo con un pacchetto di misure d’aiuto per imprese e lavoratori della dimensione di 500 miliardi di euro, sui quali il nostro ministro alle Finanze Olaf Scholz e gli altri ministri alle Finanze dell’eurogruppo si sono intesi due settimane fa. Ora si tratti di rendere veramente disponibili questi 500 miliardi di euro: per questo anche il Bundestag dovrà ancora prendere ulteriori decisioni.

Ora alcuni dei nostri partner europei chiedono – ma anche all’interno della discussione politica in Germania questo è un tema – che di fronte alla grave crisi si accolgano debiti comuni dalle garanzie condivise. Questa questione avrà un ruolo anche nella videoconferenza del Consiglio europeo. Ipotizziamo che effettivamente ci siano il tempo e la volontà politica per un indebitamento comune: allora tutti i parlamenti nazionali dell’Unione europea e anche il Bundestag dovrebbero decidere di cambiare di conseguenza i Trattati Ue, in modo che una parte della normativa sui bilanci venga trasferita a livello europee e sia là controllata democraticamente. Si tratterebbe di un processo lungo e molto difficile, e non un processo che nell’attuale fase sia in grado di garantire aiuto diretto. Perché ora si tratta di aiutare rapidamente e di avere nelle mani rapidamente degli strumenti in grado di alleviare le conseguenze della crisi.

Direi piuttosto chiaro, ed onesto: c’è il Mes e non c’è altro. Quel che chiedono Italia, Spagna e Francia, una emissione di debito garantito in solido, richiede il cambiamento dei Trattati e quindi l’approvazione di ogni Parlamento europeo. Un processo che con un notevole eufemismo la Merkel chiama “lungo e difficile”, e che, ovviamente, per ora non serve a portare soccorso.

Binario morto.

Continua:

“Al consiglio europeo odierno si discuterà anche su come procedere insieme in Europa nel tempo che seguirà le restrizioni più severe. Vogliamo agire rapidamente in Europa, perché abbiamo bisogno naturalmente di strumenti per superare le conseguenze della crisi in tutti gli Stati membri.

In questo contesto ritengo che intanto sia molto importante che la Commissione europea verifichi adesso e anche nelle prossime settimane come i diversi campi dell’economia siano stati colpiti dalla crisi e quali campi d’azione ne derivino. Questo riguarda anche gli aiuti immediati per l’economia europea. Un programma congiunturale europeo potrebbe sostenere nei prossimi due anni la necessaria ripresa. Noi lavoreremo anche per questo.

Nelle discussioni di oggi non si tratterà di fissare già i dettagli o di decidere addirittura delle dimensioni delle misure. Ma una cosa è già chiara: dobbiamo essere pronti, nello spirito della solidarietà, di realizzare contributi di ben altra natura, ossia molto più alti, al bilancio europeo. Perché noi vogliamo che tutti gli Stati membri dell’Unione europea possano riprendersi economicamente. Un tale programma congiunturale dovrebbe tuttavia sin dall’inizio essere pensato insieme al bilancio europeo, perché il comune bilancio europeo è da decenni il collaudato strumento del finanziamento solidale di iniziative comuni nell’Unione europea.

Oltre a questo io insisterò affinché il consiglio europeo affronti rapidamente alcune domande di fondo. Dove dobbiamo collaborare in maniera ancora più stretta a livello europeo? Dov’è che l’Unione europea ha bisogno di ulteriori competenze? Quali capacità strategiche dovremo avere o mantenere nel futuro? Possiamo approfondire l’unione non solo nella politica finanziaria o nella politica digitale o nel mercato interno; la solidarietà europea è richiesta anche nella politica migratoria, nello stato di diritto, nella politica di sicurezza e di difesa oppure nella difesa del clima”.

Insomma, ogni occasione è buona per cercare di potenziare il meccanismo di ordine europeo.

Ma questo è un altro discorso.

[1] – Asimmetriche in quanto in Germania la Corte Costituzionale ha chiarito in numerose sentenze che le norme europee sono subalterne a quelle nazionali, da noi è il contrario.

[2] – Questo strumento, che non è soggetto ad alcun controllo ex ante e soprattutto non è soggetto alla ratifica parlamentare trascorsi 60 gg., è stato legittimato da un DL. Il numero 6/20 all’art 3. Ottenendo un castelletto di più che dubbia legittimazione costituzionale ed in fatti da più parti contestato. La Costituzione, all’art 77, indica nel Decreti Legge quegli strumenti “straordinari” che possono avere valore di legge ordinaria, peraltro con l’obbligo di presentarli subito alle camere e di convertirli entro 60 gg. Qui si è usato, appunto, un Dl per istituire l’uso del Dpcm, fornendo una copertura altamente incerta, per atti che al minimo svolgono un delicato lavoro di bilanciamento tra principi costituzionali (la libertà di circolazione, ex art 16, e il diritto alla salute.

[3] – “Ormai viviamo da settimane nella pandemia. Ognuno di noi ha dovuto adattare se stesso e la sua vita alle nuovi condizioni, privatamente e professionalmente. Ognuno di noi può testimoniare cosa in particolare gli manca e cosa gli risulta più pesante. E io capisco che questa vita condizionata dal coronavirus ci appaia a tutti quanti già molto, molto lunga.”

[4] – Secondo una recente ricerca fino ad oggi, in tre mesi, l’epidemia ha portato ad un raddoppio dei morti in Europa, rispetto alla media dei primi tre mesi dell’anno degli anni passati. Probabilmente molti di questi derivano dalle difficoltà che in alcune regioni (in primis la regione di Padova e Milano e quella di Madrid) hanno investito il sistema sanitario. Se l’infrastruttura sanitaria collassa si muore anche di altro, probabilmente soprattutto di altro.

[5] – “La situazione sui mercati mondiali per questo tipo di materiale è molto tesa. Le pratiche commerciali delle prime settimane della pandemia erano, diciamolo, piuttosto ruvide. Per questo il governo federale ha deciso – nonostante non sia nostra competenza secondo la legge per la protezione dalle infezioni – di coordinare in modo centralizzato l’approvvigionamento degli equipaggiamenti di protezione personale e di trasferire poi tali beni ai Laender. Io ringrazio anche le imprese che ci hanno aiutato con la loro esperienza.”

[6] – “Quel che è chiaro che non potremo tornare alla quotidianità come l’abbiamo conosciuta prima del coronavirus. La quotidianità per certi aspetti sarà diversa, anche quando i modelli di tracciamento digitale che attualmente vengono discussi entreranno in funzione. Anche le severe regole di distanziamento e le norme igieniche, così come le limitazioni dei contatti, faranno parte di tutto ciò. Questo riguarda per esempio anche la riapertura di scuole e di asili. I Laender stanno per organizzare e preparare anche dal punto di vista pratico le aperture progressive delle scuole. Lì ci vorrà una capacità d’azione anche piena di fantasia. “

https://tempofertile.blogspot.com/2020/04/circa-il-discorso-di-angela-merkel-al.html?fbclid=IwAR2GcxUwk20ph-OxR0nK4BTVbx9J7kgMEJMnFTikb13rjMFc5OVfgZzOnvQ

https://www.agi.it/estero/news/2020-04-23/discorso-merkel-bundestag-integrale-8422274/

Traduzione di Roberto Brunelli

Egregio signor Presidente, care colleghe e cari colleghi, signore e signori. Stiamo vivendo tempi del tutto straordinari e gravi. E tutti noi, governo e parlamento, tutto il nostro Paese, siamo sottoposti ad una prova come non c’è mai stata dalla Seconda guerra mondiale, dagli anni fondativi della Repubblica federale. In gioco c’è niente di meno che la vita e la salute delle persone. E ne va della coesione e della solidarietà della nostra società e in Europa.

Io sto dinnanzi a voi come la cancelliera di un governo che nelle scorse settimane ha deciso insieme ai Laender federali delle misure per le quali non c’è alcun precedente storico sul quale sia possibile orientarsi. Noi abbiamo inviato a voi, il Parlamento, dei progetti di legge e vi abbiamo chiesto l’approvazione di mezzi finanziari di una dimensione che prima della pandemia del coronavirus era semplicemente inimmaginabile. Ringrazio di tutto cuore per il fatto che il Bundestag, come del resto anche il Bundesrat, in queste difficili circostanze abbiamo discusso e deciso i provvedimenti legislativi con estrema rapidità.

Ormai viviamo da settimane nella pandemia. Ognuno di noi ha dovuto adattare se stesso e la sua vita alle nuovi condizioni, privatamente e professionalmente. Ognuno di noi può testimoniare cosa in particolare gli manca e cosa gli risulta più pesante. E io capisco che questa vita condizionata dal coronavirus ci appaia a tutti quanti già molto, molto lunga.

Nessuno lo sente dire volentieri, ma è la verità: non stiamo vivendo la fase finale della pandemia, ma siamo ancora al suo inizio. Dovremo vivere ancora a lungo con questo virus. La domanda di come possiamo impedire che il virus ad un certo punto possa travolgere il nostro sistema sanitario e che di conseguenza possa costare la vita a un numero immenso di persone rimarrà ancora a lungo la questione centrale per la politica, in Germania e in Europa.

Sono consapevole quanto le misure restrittive pesino su tutti noi, individualmente e come società. Questa pandemia è una grave imposizione democratica: perché limita proprio quelli che sono i nostri diritti esistenziali ed i nostri bisogni, quelli degli adulti nella stessa misura di quelli dei bambini. Una tale situazione è accettabile e sopportabile solo se le motivazioni delle limitazioni sono trasparenti e comprensibili, se la critica e il contraddittorio sono non solo permessi, ma anzi stimolati e che vengano ascoltati: da tutte le parti. In questo è di aiuto anche la libera stampa.

In questo ci aiuta il nostro ordinamento federale. In questo ci aiuta anche la reciproca fiducia alla quale si è potuto assistere in queste ultime settimane qui in Parlamento e dappertutto nel Paese. E’ ammirevole con quanta naturalezza le cittadine e i cittadini si siano impegnati l’uno per l’altro e si sono limitati come cittadine e cittadini a favore degli altri.

Vi assicuro: quasi nessuna decisione nella mia attività da cancelliera mi è pesata quanto le limitazioni dei diritti di libertà personale. Anche a me pesa vedere i bambini che in questo momento non possono incontrare le proprie amiche e i propri amici, cosa che a loro manca moltissimo. E anche a me pesa se le persone possono andare a passeggiare fondamentalmente solo con una sola persona all’eccezione di coloro che convivono nella stessa abitazione, e che debbano rispettare distanze minime così importante.

Anche a me pesa, in particolare, quel che devono sopportare le persone che vivono nelle istituzioni di cura, quelle per gli anziani o quelle per disabili. Là dove la solitudine può comunque già essere un problema la vita diventa ancora più solitaria in tempi di pandemia e del tutto senza visitatori. E’ crudele, se oltre al personale di assistenza, che danno assolutamente il massimo, non ci può essere nessun altro, se le forze svaniscono e una vita va verso la fine. Non dimentichiamo mai queste persone ed il temporaneo isolamento nel quale sono costrette a vivere. Questi ottantenni e novantenni hanno costruito il nostro Paese. Il benessere nel quale viviamo l’hanno fondato loro.

Sono la Germania proprio come lo siamo noi, i loro figli e i loro nipoti. E noi conduciamo la battaglia contro il virus anche per loro. Per questo sono convinta che queste limitazioni siano così necessarie per affrontare come comunità questa crisi drammatica e di difendere ciò che la nostra Costituzione mette al centro della nostra azione: la vita e la dignità di ogni singola persona.

Attraverso la severità verso noi stessi, la disciplina e la pazienza delle scorse settimane abbiamo rallentato la diffusione del virus. Il che suona come qualcosa di piccolo, ma è invece qualcosa di immensamente prezioso. Abbiamo guadagnato tempo e questo tempo guadagnato in modo così prezioso l’abbiamo usato bene, per rafforzare ancora il nostro sistema sanitario.

Il punto angolare, intorno al quale girano tutti gli sforzi in campo medico, sono i reparti di terapia intensiva. Lì si decide il destino di coloro che sono più colpiti dal coronavirus. Conosciamo tutti i terribili racconti dagli ospedali di alcuni Paesi che per alcune settimane sono stati semplicemente travolti dal virus. Che non si arrivi a questo è il semplice e al tempo stesso ambizioso obiettivo del governo federale. Io ringrazio il nostro ministro alla Sanità, Jens Spahn, ma anche i ministri alla Salute dei Laender, che lavorano instancabilmente a questo obiettivo: e con successi che sono evidenti.

Abbiamo esteso in maniera significativa il numero degli apparecchi per la respirazione. Con l’apposita legge ci siamo accertati che gli ospedali potessero realizzare ulteriori capacità di ricovero intensivo. Così oggi possiamo verificarlo: il nostro sistema sanitario ha retto a questa prova. Ogni paziente di coronavirus ottiene anche nei casi più gravi il miglior trattamento possibile, rispettoso della dignità umana.

Questo lo dobbiamo, più che a tutti provvedimenti statali, al lavoro e al sacrificio di medici, di personali sanitario e del soccorso, delle tante persone che con la loro fatica e la loro capacità d’azione realizzano proprio quello che noi chiamiamo semplicemente “il nostro sistema sanitario”. Li ringraziamo con questo applauso, e questo ringraziamento lo voglio estendere anche alle soldatesse e ai soldati della Bundeswehr, che danno il loro contributo in molti luoghi.

Un ruolo forse meno visibile in pubblico ma altrettanto decisivo nella lotta contro la pandemia è quello dell’amministrazione pubblica sanitaria. Si tratta di quasi 400 uffici sanitari locali. Se vogliamo riuscire a controllare e rallentare lo sviluppo dell’infezione, abbiamo bisogno che questi uffici siano in piena forza. Ed io aggiungo: in una condizione più forte di quanto non fossero prima della pandemia.

Per questo abbiamo deciso tra governo e Laender di dare a questi uffici più collaboratrici e collaboratori, in modo che possano effettivamente essere messi in grado di perseguire anche il compito di tracciare i contatti di una persona infetta. Il Robert Koch Institut istituirà 105 team mobili con studenti, i cosiddetti ‘containment scouts’, che possono essere utilizzati là dove vi sia particolare necessità.

Sin dall’inizio il governo si è dedicato anche al tema degli equipaggiamenti di protezione personale. La fornitura di questi beni, in particolare delle mascherine, è diventato rapidamente uno dei nostri compiti centrali, non solo per noi ma per tutto il mondo. Perché senza medici e infermieri sani non servono neanche i posti letti in terapia intensiva e i respiratori a disposizione.

La situazione sui mercati mondiali per questo tipo di materiale è molto tesa. Le pratiche commerciali delle prime settimane della pandemia erano, diciamolo, piuttosto ruvide. Per questo il governo federale ha deciso – nonostante non sia nostra competenza secondo la legge per la protezione dalle infezioni – di coordinare in modo centralizzato l’approvvigionamento degli equipaggiamenti di protezione personale e di trasferire poi tali beni ai Laender. Io ringrazio anche le imprese che ci hanno aiutato con la loro esperienza.

La pandemia ci insegna: non è bene se gli equipaggiamenti di protezione vengano acquisiti solo da Paesi lontani. Maschere che constano solo pochi centesimi nella pandemia possono diventare un fattore strategico. La Repubblica federale e l’Unione europea lavorano affinché si torni ad essere più indipendenti da Paesi terzi in questo ambito. Per questo siamo aumentando le capacità produttive per questi ben in Germania e in Europa con grande pressione.

Se ci chiediamo in cosa abbiamo beneficiato in questa prima fase della diffusione del virus, allora sono – oltre ai tanti posti letto nelle terapie intensive – le alte capacità di test e la fitta rete di laboratori. Gli esperti ci dicono: testare, testare, testare. Così traiamo un quadro più preciso dell’epidemia in Germania e abbiamo una maggiore chiarezza sui numeri reali dell’infezione, così possiamo effettuare più frequentemente test sul personale di cura, in modo da far calare il rischio di infezione negli ospedali e nelle case di cura. Per questo abbiamo esteso le capacità per test ad ampio raggio e le estenderemo ancora.

Tuttavia: potremo far finire la pandemia da coronavirus solo con un vaccino, almeno stando a tutto quello che sappiamo fino ad oggi su questo virus. In molti Paesi di tutto il mondo gli scienziati sono al lavoro. Il governo contribuisce con un sostegno finanziario, in modo che anche la Germania abbia il suo ruolo come sede di ricerca. Allo stesso modo stiamo finanziariamente dietro iniziative internazionali come la CEPI.

Anche per lo sviluppo di altri medicamenti e per una nuova rete nazionale per la ricerca relativa a Covid-19 il governo ha messo a disposizione in tempi brevi notevoli mezzi. Questo aiuto ricercatori e medici in tutte le cliniche universitarie tedesche, per affrontare questo compito insieme, mano nella mano. Avremo bisogno di molti altri sudi, in futuro anche studi sugli anticorpi. Per questo siamo ben attrezzati.

Tuttavia la scienza non è mai nazionale. La scienza serve l’umanità. Per cui è ovvio che, anche se vengono trovati, testati e messi in grado di essere utilizzati nuovi medicinali o un vaccino, questi siano messi a disposizione a tutto il mondo e che siano anche pagabili da tutto il mondo. Un virus che si diffonde in quasi tutti i Paesi può essere spinto indietro e contenuto solo nella cooperazione di tutti i Paesi. Per il governo federale la collaborazione internazionale contro il virus è straordinariamente importante. Nella cerchia dell’Unione europea ci coordiniamo in questo senso, proprio come nell’ambito del G7 e del G20.

Con la decisione di rinviare i pagamenti degli interessi e dei rimborsi dei 77 Stati più poveri del mondo per quest’anno siamo riusciti a togliere un po’ di pressione a questo gruppo di Paesi duramente messi alla prova. Ma si tratta di un tipo di sostegno che non potrà essere mantenuto. Per il governo federale la collaborazione con gli Stati dell’Africa è sempre una priorità e nella crisi da coronavirus la dovremo rafforzare ancora di più.

Non solo in Africa, ma lì in particolare, molto dipende dal lavoro dell’Oms, l’organizzazione mondiale della Sanità. A nome del governo federale sottolineo: l’Oms è un partner irrinunciabile, e lo sosteniamo pienamente nel suo mandato.

Signore e signori, se ci guardiamo oggi in Germania i nuovi dati del Robert Koch Institut, gli indicatori mostrano che si sviluppano nella giusta direzione, per esempio in una rallentata velocità infettiva: attualmente abbiamo ogni giorno più guariti che nuovi malati. Si tratta di un successo intermedio. Ma proprio perché le cifre scatenano speranze, mi vedo impegnata a dire: questo successo temporaneo è fragile. Ci muoviamo su ghiaccio sottile. Si può anche dire: su ghiaccio sottilissimo.

La situazione è ingannevole e assolutamente non abbiamo ancora scollinato. Perché nella lotta contro il virus dobbiamo continuare a tenere a mente che i numeri di oggi rispecchiano l’evoluzione dell’infezione di 10 o 12 giorni fa. Il numero odierno dei nuovi contagi non ci dice, insomma, quel che vedremo tra una o due settimane, se nel frattempo abbiamo dato il via libera ad un notevole numero di più contatti.

Care colleghe e cari colleghi, voglio cogliere l’occasione per enunciare ancora una volta e con maggiori dettagli cosa mi preoccupa. Ovviamente le decisioni politiche fanno sempre parte di un processo continuo di valutazione secondo le proprie conoscenze e la propria coscienza. E questo vale anche per le decisioni per la lotta contro la pandemia, che è della più grande portata per la buona salute ed il benessere delle persone nel nostro Paese.

In queste così importanti valutazioni, che nessuno prende alla leggera né al governo federale né nei Laender – questo lo so – mi sono convinta: più riusciamo a sostenere proprio all’inizio di questa pandemia la massima perseveranza e disciplina, tanto più saremo in grado di sviluppare nuovamente la vita economica, sociale e pubblica, e lo potremo fare in modo duraturo, più che non cullandoci, proprio all’inizio, troppo presto in una falsa sicurezza a causa dei numeri incoraggianti sui contagi.

Dunque se all’inizio siamo disciplinati ce la faremo più velocemente a creare le condizioni per vivere allo stesso modo la salute e l’economia, la salute e la vita sociale. Anche allora il virus ci sarà ancora: ma con la concentrazione e la perseveranza – proprio all’inizio – possiamo evitare di saltare da un lockdown al prossimo, o di dover isolare per mesi certi gruppi di persone da altri, e di doverci confrontare con condizioni terribili nei nostri ospedali, come purtroppo è stato il caso in alcuni altri Paesi.

Con più perseveranza e coerenza sopportiamo all’inizio di questa pandemia le limitazioni riuscendo a spingere verso il basso lo sviluppo delle infezioni, più serviremo non solo la salute dei cittadini, ma anche la vita scientifica e la vita sociale, perché saremo in grado di intercettare ogni catena d’infezioni e con ciò di controllare il virus. Questa convinzione guida le mie azioni.

Per questo vi dico molto chiaramente: le decisioni che abbiamo preso mercoledì scorso tra governo e Laender le sostengo in piena convinzione. Ma la loro messa in pratica comunque mi preoccupa. Eppure sono decisioni che mi appaiono in certe parti molto audace, per non dire: troppo audace. Se dico questo, ovviamente non cambia una virgola che rispetto la sovranità dei Laender, che è iscritta nel nostro ordinamento federale fissato dalla Costituzione. Il nostro ordinamento federale è forte. Affinché qui non nasca alcun equivoco, lo volevo dire ancora una volta in piena chiarezza. Al tempo stesso vedo come mio dovere esprimere il monito di non affidarsi al principio della speranza se non sono convinta. Per cui esprimo il monito anche in questo senso nei miei colloqui con le ministre-presidenti e i ministri-presidenti dei Laender e anche in questa solenne aula: non giochiamoci quel che abbiamo raggiunto e non rischiamo un contraccolpo. Sarebbe tristissimo se alla fine dovessimo essere puniti da una speranza precipitosa. Rimaniamo saggi e prudenti sulla via verso la prossima fase della pandemia. Non siamo in un lungo percorso nel quale possiamo permetterci di perdere troppo presto la forza e il respiro.

Quel che è chiaro che non potremo tornare alla quotidianità come l’abbiamo conosciuta prima del coronavirus. La quotidianità per certi aspetti sarà diversa, anche quando i modelli di tracciamento digitale che attualmente vengono discussi entreranno in funzione. Anche le severe regole di distanziamento e le norme igieniche, così come le limitazioni dei contatti, faranno parte di tutto ciò. Questo riguarda per esempio anche la riapertura di scuole e di asili. I Laender stanno per organizzare e preparare anche dal punto di vista pratico le aperture progressive delle scuole. Lì ci vorrà una capacità d’azione anche piena di fantasia. Già oggi ringrazio tutti coloro che si impegnano in questo. Io so che sono molti, moltissimi.

All’inizio ho parlato della più grande prova della Repubblica federale dai suoi anni fondativi. Questo vale purtroppo anche per l’economia. Quanto profonde saranno le perdite alla fine dell’anno e quanto perdureranno, oppure quando inizierà la ripresa, questo oggi sul serio non lo possiamo ancora dire: perché ovviamente anche questo dipende dal successo del nostro confronto con il virus.

La pandemia ci ha colpiti in un momento di bilanci sani e riserve forti. Anni di politica solida che oggi ci sono d’aiuto. Si tratta di sostenere la nostra economia e di aprire uno scudo protettivo per le nostre lavoratrici e i nostri lavoratori. Sono state presentate milioni di richieste per i diversi programmi d’aiuto; milioni di persone e molte imprese hanno già ricevuto soldi. Siamo stati in grado di decidere queste misure legislative rapidamente e con una maggioranza travolgente. La nostra democrazia parlamentare è forte, è efficiente, e in tempi di crisi anche estremamente rapida.

Anche ieri sera nel vertice di coalizione abbiamo deciso ancora una volta ulteriori provvedimenti. Siete informati in proposito. Tuttavia tutti i nostri sforzi a livello nazionale potranno alla fine avere successo se avremo successo insieme anche in Europa. In questa aula spesso mi avete sentito dire: sul lungo periodo la Germania starà bene solo se starà bene anche l’Europa. Per me questa frase anche oggi è molto, molto importante.

Come si esprime ciò dal punto di vista pratico? Abbiamo per esempio curato oltre 200 pazienti dall’Italia, dalla Francia e dai Paesi Bassi nelle nostre terapie intensive. Abbiamo fornito materiale medico per esempio all’Italia o alla Spagna, e oltre ai nostri cittadini abbiamo riportato da tutto il mondo a casa migliaia di altre europee e di altri europei, rimasti bloccati: a proposito, per questo ringrazio di cuore tutte le collaboratrici e i collaboratori del nostro ministero degli Esteri. Quasi non si crede quanti tedeschi si trovino fuori dai confini nazionali: ma siamo riusciti ad aiutare anche tanti altri europei. Grazie per questo.

Insieme abbiamo agito per contrastare il massiccio crollo dell’economia europea. Lo facciamo con un pacchetto di misure d’aiuto per imprese e lavoratori della dimensione di 500 miliardi di euro, sui quali il nostro ministro alle Finanze Olaf Scholz e gli altri ministri alle Finanze dell’eurogruppo si sono intesi due settimane fa. Ora si tratti di rendere veramente disponibili questi 500 miliardi di euro: per questo anche il Bundestag dovrà ancora prendere ulteriori decisioni.

Sarei felice se potessimo dire: per il primo giugno questi denari saranno veramente disponibili. Perché anche qui si tratta di aiuti anche verso piccole e medie imprese. Si tratta anche di linee di credito precauzionali, si tratta di sostegni per impieghi a orari ridotti per i quali alcuni Stati membri forse non hanno le necessarie risorse finanziarie, ma che può essere di grande aiuto alle lavoratrici e ai lavoratori di quei Paesi.

Ora alcuni dei nostri partner europei chiedono – ma anche all’interno della discussione politica in Germania questo è un tema – che di fronte alla grave crisi si accolgano debiti comuni dalle garanzie condivise. Questa questione avrà un ruolo anche nella videoconferenza del Consiglio europeo. Ipotizziamo che effettivamente ci siano il tempo e la volontà politica per un indebitamento comune: allora tutti i parlamenti nazionali dell’Unione europea e anche il Bundestag dovrebbero decidere di cambiare di conseguenza i Trattati Ue, in modo che una parte della normativa sui bilanci venga trasferita a livello europee e sia là controllata democraticamente. Si tratterebbe di un processo lungo e molto difficile, e non un processo che nell’attuale fase sia in grado di garantire aiuto diretto. Perché ora si tratta di aiutare rapidamente e di avere nelle mani rapidamente degli strumenti in grado di alleviare le conseguenze della crisi.

Al consiglio europeo odierno si discuterà anche su come procedere insieme in Europa nel tempo che seguirà le restrizioni più severe. Vogliamo agire rapidamente in Europa, perché abbiamo bisogno naturalmente di strumenti per superare le conseguenze della crisi in tutti gli Stati membri.

In questo contesto ritengo che intanto sia molto importante che la Commissione europea verifichi adesso e anche nelle prossime settimane come i diversi campi dell’economia siano stati colpiti dalla crisi e quali campi d’azione ne derivino. Questo riguarda anche gli aiuti immediati per l’economia europea. Un programma congiunturale europeo potrebbe sostenere nei prossimi due anni la necessaria ripresa. Noi lavoreremo anche per questo.

Nelle discussioni di oggi non si tratterà di fissare già i dettagli o di decidere addirittura delle dimensioni delle misure. Ma una cosa è già chiara: dobbiamo essere pronti, nello spirito della solidarietà, di realizzare contributi di ben altra natura, ossia molto più alti, al bilancio europeo. Perché noi vogliamo che tutti gli Stati membri dell’Unione europea possano riprendersi economicamente. Un tale programma congiunturale dovrebbe tuttavia sin dall’inizio essere pensato insieme al bilancio europeo, perché il comune bilancio europeo è da decenni il collaudato strumento del finanziamento solidale di iniziative comuni nell’Unione europea.

Oltre a questo io insisterò affinché il consiglio europeo affronti rapidamente alcune domande di fondo. Dove dobbiamo collaborare in maniera ancora più stretta a livello europeo? Dov’è che l’Unione europea ha bisogno di ulteriori competenze? Quali capacità strategiche dovremo avere o mantenere nel futuro? Possiamo approfondire l’unione non solo nella politica finanziaria o nella politica digitale o nel mercato interno; la solidarietà europea è richiesta anche nella politica migratoria, nello stato di diritto, nella politica di sicurezza e di difesa oppure nella difesa del clima.

Signor presidente, care colleghe e cari collegi, per noi in Germania riconoscerci nell’Europa unita fa parte della ragione di Stato. Non è materia per i discorsi della domenica, ma è un fatto del tutto pratico: siamo una comunità del destino. E l’Europa ora lo deve dimostrare di fronte a questa inattesa sfida della pandemia.

Questa pandemia colpisce tutti, ma non tutti nello stesso modo. Se non faremo attenzione, servirà come pretesto a tutti coloro che portano avanti la spaccatura della società. L’Europa non è l’Europa, se non si intende come Europa.

L’Europa non è Europa se ognuno non sta dalla parte dell’altro in tempi di emergenza di cui nessuno ha la colpa. In questa crisi abbiamo anche il compito di mostrare chi vogliamo essere come Europa. E così alla fine del mio discorso sono di nuovo giunta al pensiero della coesione. Quel che vale in Europa è la cosa più importante anche per noi in Germania.

Per quanto possa suonare paradossale, nelle settimane nelle quali le regole di comportamento ci hanno obbligato a stare lontani l’uno dall’altro e nelle quali è necessaria la distanza invece della vicinanza, noi siamo stati insieme e attraverso la coesione siamo riusciti insieme a far sì che il virus abbia rallentato il suo percorso attraverso la Germania e l’Europa. Questo non lo può decidere nessun governo, una cosa del genere un governo lo può solo sperare. E questo è possibile solo se le cittadine e i cittadini fanno con il cuore e la ragione qualcosa per il prossimo, per il Paese, oppure diciamo: per la visione d’insieme.

Questo mi rende infinitamente grata, e spero che potremo continuare ad attraversare così il tempo che viene. Un tempo che rimarrà lungo e molto grave. Ma insieme – di questo sono convinta dopo queste prime settimane di pandemia – riusciremo a superare questa sfida gigantesca. Insieme come società, insieme in Europa.

LA MENZOGNA È UN RITORNELLO…, di Teodoro Klitsche de la Grange

LA MENZOGNA È UN RITORNELLO…

C’è un segnale inconfutabile che il governo Conte-bis sta per istituire nuove imposte o alzare qualche aliquota: e non è solo la proposta (di deputati del PD) dal nome buonisolidarista di “Contributo di solidarietà” sui redditi superiori a € 80.000,00, ma è che già i corifei delle élite decadenti hanno intonato di nuovo il ritornello ripetuto tante (purtroppo) volte negli ultimi 50 anni: lotta all’evasione! paghiamone meno paghiamole tutti! Dopo che è stato gorgheggiato a lungo, l’esperienza insegna,  segue, puntuale come la morte, uno o più aumenti (o istituzioni) d’imposta che, avrebbero lo scopo esternato di combattere l’evasione”, ma invece hanno quello praticato, di far pagare di più quelli che non evadono (i soliti). Risultato esternato che è peraltro poco (o punto) raggiunto . Facciamo un esempio. L’IVA, l’imposta che ha il maggior gettito dopo l’IRPEF, fu istituita nel 1972 e vige dal 1973; l’aliquota ordinaria nel 1973 era del 12%. Nel tempo tale aliquota ha avuto 9 variazioni: 7 al rialzo (ne dubitavate?) e 2 al ribasso. Con gli ultimi rialzi dei governi Berlusconi (sul piede di partenza) e Letta siamo arrivati al 22%.

Ossia l’aliquota è quasi raddoppiata. A che è servito il (quasi) costante rialzo? Sicuramente ad aumentare la predazione dei contribuenti i quali pagano per ogni cessione di beni e servizi soggetti all’aliquota ordinaria (quasi tutti) il 10% in più a Pantalone (obiettivo colto ma occultato). Quanto al fine esternato il calcolo è più difficile, per il carattere presuntivo e/o parziale dei dati. Comunque da dati (relativamente) affidabili si sostiene che dal 1980 al 2009 l’evasione dell’IVA è calata dal 20% al 14%; valutazioni diffuse alla CGIA di Mestre danno un’evasione stimata (totale, cioè di tutte le imposte e contributi) di circa euro 100 miliardi l’anno dal 2010 al 2015 (relativamente stabile) e per l’IVA, nello stesso periodo di circa 35 miliardi annui. I due aumenti, nello stesso periodo 2010-2015 che l’avevano portata dal 20% al 22% non sembra abbiano inciso affatto sull’evasione.

D’altra parte è noto come le sciagure – come la pandemia – stimolino l’appetito fiscale dei governanti. Amilcare Puviani scriveva che “il sopraggiungere di sventure pubbliche, il minacciare di pericoli nazionali e perfino l’esagerazione o addirittura l’invenzione di quelle o di questi, danno luogo ad attenuazioni degli effetti penosi immediati di imposte, opportunamente collegate a quegli eventi”; ghiotta occasione, quindi, per aumentarle. Pertanto è difficile per il governo PD-M5S resistere alla tentazione, specie per il PD ch’è abituato a cedervi.

Piuttosto è interessante notare come, da quasi cinquant’anni, tale argomento-principe per tosare i cittadini sia un asserto così poco ragionevole e smentito dai fatti.

Gli è che “pagare meno, pagare tutti” è affermazione che ha una qualche base: è vero ad esempio che un’imposta spalmata su un maggior numero di contribuenti, incide meno pro-capite. Se si aggiunge a ciò la proporzionalità dell’imposizione, il carico appare equamente ripartito, Ma se, come avviene (ed avveniva) spesso, non incide (di fatto o di diritto) su tutti e/o non lo fa proporzionalmente, indubbiamente la situazione si deteriora. Al punto che l’esenzione (totale o parziale) della nobiltà e del clero da molti oneri tributari fu una delle cause, forse la principale, della rivoluzione francese.

Scriveva Salvemini che nell’ancien régime le imposte “fuggivano quelli che avrebbero potuto pagare e si abbattevano su chi non era in grado di difendersi”. Possedendo gli ordini privilegiati circa un terzo delle terre francesi (in un paese agricolo!) la conseguenza era che i restanti due terzi dovevano soddisfare quasi integralmente i bisogni crescenti dell’amministrazione statale. Se l’affermazione è vera e si fonda su una semplice divisione da scuola elementare (il dividendo è il fabbisogno delle finanze pubbliche, il divisore il numero dei contribuenti, il quoziente il carico fiscale pro-capite) altri fattori, non puramente quantitativi e forse più determinanti, la condizionano.

Il primo dei quali è l’aumento del dividendo: se il carico fiscale aumenta, il quoziente è sempre più gravoso, anche se equamente ripartito. Altro è dividere un carico fiscale che, nell’Italia di un secolo fa, si aggirava intorno al 20% del PIL, altro oggi, che è oltre il 40%. Anche se equo è comunque troppo.

Il secondo è la destinazione del prelevato: se va a favore di certi ceti o classi, la disuguaglianza, cacciata dal prelievo, si riproduce nella spesa. Tutti pagano in modo uguale, ma alcuni ricevono disegualmente (i tax-consommers).

Il terzo, che il vertice impositore è un complesso politico-amministrativo che, come tutte le classi dirigenti, vive non solo per la politica, ma altrettanto di politica, come scriveva Max Weber. E quindi si appropria di parte della ricchezza prelevata. Quando peraltro la classe dirigente gode di poca considerazione, ha un consenso minoritario e un’autorità (non il potere, autorità) prossima allo zero, come quella italiana attuale, il problema è grave. E diventa gravissimo in un’epoca in cui il risultato economico (in termini di crescita del benessere individuale e collettivo) è decisivo. I governanti attuali, e quasi tutti i precedenti, hanno aumentato il prelievo e non hanno ottenuto altro che una venticinquennale stagnazione, la peggiore d’Europa. E tralasciamo altri rilevanti aspetti del “quadro” complessivo per esigenze di “redazione”.

Perciò è razionalmente superficiale e quindi poco o nulla “comprendente” ridurre a un solo aspetto, forse neppure il principale (ancorché importante) il complesso rapporto tra esigenze pubbliche e giustizia, autorità e consenso, doveri e diritti.

A furia di ripetere il ritornello suddetto, ormai da quasi mezzo secolo e dopo tali penosi risultati significa quindi solo contare sul presupposto che tutti gli italiani siano (detto in politicamente corretto) “diversamente intelligenti”.

Teodoro Klitsche de la Grange

 

 

uomini piccoli in momenti tragici. Una conversazione con il professor Augusto Sinagra

I momenti drammatici mettono in luce inevitabilmente i pregi e i difetti di un paese. La crisi epidemica e la paralisi economica hanno evidenziato l’abnegazione di tanti cittadini, ma soprattutto la mediocrità del ceto politico e di gran parte della classe dirigente, la precarietà degli assetti istituzionali. L’emergere di alcune figure politiche e di un buon numero di validi professionisti non riesce a compensare la sensazione di inadeguatezza. Il fatto di essere in buona compagnia in altre parti del mondo non è motivo di consolazione. Buon ascolto_Giuseppe Germinario

CORONAVIRUS ED ECCEZIONE III, di Teodoro Klitsche de la Grange

CORONAVIRUS ED ECCEZIONE III

Continuano le perplessità su effetti e conseguenze istituzionali del Coronavirus. Specie in relazione, (dato che grazie – al cielo – il contagio sta calando) alla cosiddetta “fase due”.

Avevo già scritto che mai Carl Schmitt era stato così citato dai media come dall’inizio della pandemia. Anche, per lo più, da intellos che conoscono il giurista per sentito dire o, al massimo, per letture sommarie. E quindi lo intendono male.

Il “nocciolo” del ragionamento schmittiano, condiviso da gran parte dei maestri del diritto pubblico, è che quando è in gioco l’esistenza comunitaria (e la vita), si devono tollerare le compressioni necessarie ai diritti, anche a quelli garantiti dalla Costituzione. Ma vale anche l’inverso: allorché la situazione emergenziale viene meno, devono cessare anche quelle limitazioni; così come queste vanno valutate in relazione non (o meno) alle restrizioni dei diritti (e dei valori) garantiti dalla Costituzione che all’effettiva attitudine (e risultato) a conseguire lo scopo prefissosi: l’eliminazione (o almeno il contenimento) dell’emergenza che le ha rese opportune. Ma non sempre il giudizio è positivo.

Come esempio (negativo) di un’emergenza strumentalizzata ad altri fini, abbiamo la crisi italiana del 2011. Il governo Monti osannato dai media come idoneo al compito di ridurre il debito italiano, proprio su questo conseguì il peggior risultato: in poco più di un anno e mezzo, a prezzo di sacrifici notevoli, riuscì a far aumentare il debito italiano dal 116,50% al 129,00% del P.I.L.

Oltretutto coniugando tale pessimo risultato a un aumento  delle imposte che ha ridotto il tenore di vita degli italiani. Peggio di così…..

Non pensiamo che il governo Conte bis otterrà un risultato simile al governo “tecnico”, non foss’altro perché le epidemie arrivano, crescono e cessano. I proclami di vittoria, soprattutto quelli confezionati dal governo  hanno quindi il limite dell’ovvietà, Più interessante è sapere il quando, il quanto e il come se ne uscirà. Ricorda Manzoni che durante la peste di Milano le autorità presero le prime misure di emergenza circa un mese dopo che le avevano deliberate cioè dopo che “la peste era già entrata in Milano”. Colla loro inerzia accrebbero i danni. Come scriveva Schmitt “conseguire un obiettivo concreto significa intervenire nella concatenazione causale degli accadimenti con mezzi la cui giustezza va misurata sulla loro adeguatezza o meno allo scopo e dipende esclusivamente dai nessi fattuali di questa concatenazione causale… significa infatti il dominio di un modo di procedere interessato unicamente a conseguire un risultato concreto”. E il bilancio – anche dell’adeguatezza dell’azione di governo – sarà possibile solo quando raggiunto il “contagio zero”.

Nello stato d’eccezione la sovranità mostra la propria superiorità rispetto alla norma: è stato Bodin il primo a definirla come summa in cives legibusque soluta potestas: quindi agli albori dell’elaborazione del concetto i connotati qualificanti già ne erano: la preminenza rispetto agli altri poteri (summa) e d’esser svincolata dalla normativa (legibusque soluta). Almeno dalle leggi, cioè dalla normativa posta dal potere e per volontà del medesimo, secondo il noto frammento di Ulpiano. La sfida affrontata dal sovrano nello stato di eccezione non è negare il diritto – e tanto meno l’ordinamento – ma di ri-creare una situazione normale in cui la norma possa tornare a poter essere applicata.

É nell’eccezione (e in modo in certo modo simile nel gouvernment de fait di Hauriou) che l’istituzione politica – cioè lo Stato (moderno) – mostra sia la propria essenza che la superiorità dell’istituzione rispetto alla norma. Dall’impossibilità o anche dall’inutilità di applicare norme in una situazione eccezionale, quindi a-normale, dimostra la necessità e la precedenza istituzionale della “creazione”, da parte dell’autorità, di una situazione in cui la norma possa avere vigore ed efficacia. Come scrive Schmitt  “Il caso di eccezione rende palese nel modo più chiaro l’essenza dell’autorità statale. Qui la decisione si distingue dalla norma giuridica, e l’autorità dimostra di non aver bisogno di diritto per creare diritto”.

E tale “creazione” non ha nulla a che fare con le garanzie dell’ordinamento – nel senso dei diritti individuali – affidate (per lo più) ai Tribunali, e in particolare al livello più alto, alle Corti costituzionali. La riparazione di un diritto trova proprio nel potere giudiziario il più adatto ad assicurarlo.

Ma nella situazione eccezionale il problema è garantire “la situazione come un tutto nella sua totalità”. A esser garantito non è l’interesse e la correlativa pretesa del singolo, ma la concreta applicazione di tutto il diritto attraverso il ripristino della situazione normale.

Ne consegue che è la situazione (eccezionale o normale) a determinare l’opportunità di promulgare, mantenere, far cessare le misure per fronteggiare l’emergenza. Così come è il risultato a determinare se, finita l’emergenza, l’azione delle autorità di governo sia stata congrua, e in che misura. Ora è troppo presto per formulare una valutazione definitiva.

Quanto alla fase due, ancora è da venire, e il giudizio sulla stessa anche.

Capisco la diffidenza di tanti italiani data l’esperienza che altre situazioni emergenziali (o, meglio presunte tali) sono state utilizzate dai governi per l’unico fine di sfruttare i cittadini, senza altro risultato (v. da ultimo quello “tecnico” citato) che realizzare il contrario dello scopo esternato. Ma ora è troppo presto per dare un giudizio: non lo è per avere fondati sospetti.

Teodoro Klitsche de la Grange

Istituzioni e sovranità! La funzione dell’Esercito Italiano. Ne discutiamo con il Generale Marco Bertolini

Da troppi decenni l’Esercito Italiano fatica a godere di quella considerazione indispensabile a garantire nel migliore dei modi l’esercizio della sovranità nazionale, la cura degli interessi nazionali stessi e la costruzione di una identità e coesione più solida del popolo italiano. Sempre presente nelle ricorrenti situazioni di emergenza interna al paese e costantemente impegnato in numerosi teatri operativi internazionali, questi ultimi a volte giustificati dalla presenza di interessi nazionali, a volte trascinato da strategie estranee, spesso viene relegato al riconoscimento di una funzione ausiliaria. Un atteggiamento che inibisce il peso politico di una istituzione fondamentale nella costruzione di una coesione nazionale lungi dall’essere ancora compiuta. La crisi dell’ideologia globalista sta riproponendo nella giusta dimensione il ruolo degli stati nazionali e la affermazione delle prerogative loro proprie. Le classi dirigenti italiane non sembrano ancora consapevoli delle implicazioni di questo cambio di paradigma. Ne discutiamo con il Generale Marco Bertolini_Giuseppe Germinario

*Il Generale di Corpo d’Armata (ris.), Marco Bertolini, è nato a Parma il 21 giugno 1953. Figlio di Vittorio, reduce della battaglia di El Alamein, dal 1972 al 1976, Marco Bertolini ha frequentato l’Accademia Militare di Modena e la Scuola di Applicazione d’Arma di Torino. Nel 1976, con il grado di Tenente, è stato assegnato al il IX Battaglione d’Assalto Paracadutisti Col Moschin – una delle unità di elite delle Forze Armate italiane – del quale, per ben due volte (dal 1991 al 1993 e dal 1997 al 1998), è stato comandante.

Già comandante, dal 1999 al 2001, del Centro Addestramento Paracadutismo, dal 2002 al 2004 è stato posto al comando della Brigata Paracadutisti Folgore per poi assumere il comando interforze per le Operazioni delle Forze Speciali (COFS) e, successivamente, quello del Comando Operativo di vertice Interforze (COI). Dal luglio del 2016 Marco Bertolini ha cessato il suo servizio attivo nelle Forze Armate. Attualmente è Presidente dell’Associazione Nazionale Paracadutisti d’Italia.

L’intervista ha preso spunto dall’articolo apparso sul sito www.ordinefuturo.it , link https://www.ordinefuturo.it/2020/04/14/considerazioni-in-tema-di-forze-armate/?fbclid=IwAR1-mMCh4_OTj74yS8-gPHsw7oYi9qHcsfmTY3iVCmX_dpwd0N9CbGnDYcY , a sua volta ripreso dal nostro sito il 15 aprile scorso

EMERGENZA E REGIME, di Vincenzo Cucinotta

Il discorso di Conte ha a parer mio tolto ogni residuo dubbio sulla portata delle decisioni che il sopraggiungere della COVID-19 comporterà nella struttura decisionale delle società e nell’ambito delle libertà individuali.

Gli stolti che purtroppo abbondano, guardano nel frattempo al dito, cioè al sacrificio dei settori produttivi pretendendo che sia questo il centro della questione. In questa descrizione caricaturale delle scelte che si vanno definendo oggi sulla base dell’infuriare degli effetti della pandemia, l’alternativa starebbe tra la sacra difesa della salute delle persone e gli interessi produttivistici dei capitalisti.

A partire da questa cecità problematica da combattere come è problematico descrivere un colore a un cieco, non v’è evidenza che basta. Costoro non sentono ragioni, se tu parli contro le misure di isolamento, sei un nemico della loro incolumità e contemporaneamente un alleato degli Agnelli e della loro avidità predatoria. La descrizione dei fatti è così rozza che seppure facilmente confutabile su un piano logico, diventa non scalfibile su un piano emotivo, tutto ciò che riduce l’isolamento è nemico della mia vita, e posta così la questione, diventa impossibile far cambiare opinione.

Dall’inizio dello scoppio di questa pandemia, mi sono sempre dichiarato contrario alle misure di isolamento non perchè non capisca come l’esposizione a questo agente infettivo possa risultare pericolosa, ma valutando l’alternativa, perchè alla fine dobbiamo comprendere se un’alternativa c’è e quale sia.

Credo che da questo punto di vista, come dicevo, il discorso di ieri sera di Conte sia illuminante.

A parte la questione della UE che ho affrontato separatamente, vengono in evidenza due aspetti.

L’uno è l’istituzione di una task force, espressione inglese che permette di mantenere una certa ambiguità sulle sue caratteristiche e compiti e quindi preferita a un suo analogo in italiano, formata dai fatidici tecnici dei quali a quanto pare non ci libereremo più almeno da Monti in poi.

Cosa non va in questa questione della task force? Non certo che il governo acquisisca pareri tecnici da competenti, potremmo perfino tollerare che si tratti di un organismo  collegiale che pure già modifica il senso della sua funzione, ma la cosa ben più grave, è costituita dal fatto che venga pubblicizzato, svolgendo così una funzione indipendente. Conte avrebbe potuto benissimo dotarsi di un comitato di persone che godono della sua personale fiducia, sarebbe stata cosa saggia, ma se dichiara urbi et orbi la sua costituzione, allora conferisce a questo organismo una sua autonomia. Non si tratterà quindi di un comitato interno che comunica soltanto in via più o meno riservata con il governo, ma diventa una specie di secondo governo. In questo senso, si viene ad alterare il delicato equilibrio istituzionale previsto dalla carta costituzionale, e come in queste settimane vediamo Borrelli andare in TV a tenere la quotidiana conferenza stampa, ci dovremo domani aspettare di vedere il sig.Colao al quale nessuno di noi ha delegato alcun potere colloquiare con noi, ovvero prendere decisioni su di noi. Purtroppo, abbiamo evidenze dello scarso spirito democratico esistente nel nostro paese come osservato ampiamente nel caso del governo Monti che ha ricevuto un’amplissima fiducia perfino dallo stesso Berlusconi all’uopo defenestrato, e il cammino irresistibile della modifica costituzionale con l’obbligo di pareggio di bilancio che è stata approvata in pieno clima bulgaro, e i Bulgari non se l’abbiano a male.

Stavolta, stiamo messi ancora peggio, non c’è alcuna procedura costituzionale che presieda alla costituzione di questa task force che ci dovrà dettare i nuovi termini di convivenza sociale, determinare quindi la nostra vita senza che si capisca in che senso siamo ancora in democrazia.

Il secondo aspetto è quello che vado dicendo da parecchie settimane, e cioè che le misure anti-coronavirus sono in linea di principio permanenti (e li stabilisce un Colao qualsiasi).

Riassumendo, noi stiamo cambiando la natura stessa del sistema politico della nostra patria e i connessi diritti individuali garantiti senza porre scadenze e conferendo poteri non meglio definiti a organismi improvvisati che Conte ha deciso di costituire con un meccanismo di composizione del tutto opaco, così che siamo autorizzati a credere che questi novelli sacerdoti gli siano stati segnalati per telefono da suoi sodali.

Ma per i nostri stolti, se non ci facciamo togliere le garanzie costituzionali, se non assecondiamo questa nuova ed anticostituzionale struttura dei poteri decisionali, siamo soltanto dei nemici della salute del popolo e al servizio dei capitalisti.

A questa descrizione rozza e fantasiosa delle questioni che abbiamo di fronte, e che derivano da motivi ideologici che è difficile far riconoscere agli interessati, non abbiamo da opporre né giornali, né TV, né il nostro numero, lottiamo usando le mani come chi non può fare altrimenti e sa che è l’ultima barriera prima che si costituisca un regime orwelliano, e lo faremo anche scontandone l’esito negativo perchè non sapremmo che fare altrimenti, difendere almeno la lucidità mentale magari per le generazioni che ci succederanno.

http://www.governo.it/it/articolo/conferenza-stampa-del-presidente-conte/14450

EUROPA: 27 MORTO CHE PARLA, di Antonio de Martini

EUROPA: 27 MORTO CHE PARLA

Guido Camprini all’annunzio dell’accordo tra i 27 ha avuto ragione a dire «chi vivrà vedrà «.

Vediamo su cosa posare lo sguardo.

Il fatto che i dettagli « sono da negoziare » e che a questo pozzo si abbevereranno in 27 e che nessuno abbia pensato a stanziamenti per la politica di prossimità, mi fa pensare che l’iniziativa sarà – a dir poco – deludente.

L’autistica Greta avrebbe suggerito di meglio.

Gli Stati Uniti, con istituzioni federali collaudate ,metà degli abitanti, frontiere difese da oceani, e la predisposizione ad abbandonare i poveri al loro destino, hanno stanziato – per adesso- il doppio dei fondi.

I 27 da Lisbona in poi avevano posizionato l’Unione Europea con la caratterizzazione della « civiltà della conoscenza » ( complementare alla tecnologia USA e al manpower cinese).

Non hanno stanziato un centesimo per la ricerca di un rimedio o posto le basi di linee guida comuni.

Hanno ignorato l’esistenza dei paesi contigui e di quelli mediterranei, coi loro flussi di profughi di guerra e di lavoro cui potrebbero aggiungersi quelli per salute.

Chi oserà fare il corpo a corpo con i malati alla frontiera?
Chi avrà il coraggio di aprire il fuoco su una torma di malati per fermarli ?

Non una parola sulla cooperazione con l’Inghilterra, almeno nel campo della salute. Sono felici che se ne sia andata portandosi via praticamente tutti i funzionari pratici della ricerca scientifica ( la dirigenza di quest’area era in massima parte inglese).

I ventisette – la loro élite isterilita dagli odi reciproci – sono stati polarizzati dal terrore di una rivolta interna contro i rispettivi governi e hanno stanziato quanto basta per placare per una invernata i meno abbienti di casa badando all’economia e non alle persone. Non a noi. Non ai nostri figli.
La maggior parte di loro non ne ha.

Per una risposta tanto riduttiva bastavano i ministri economici.

Con la riunione dei capi di governo, ci hanno fatto credere che avessimo a che fare con statisti che avevano chiari i termini del problema. Ci hanno illuso.

Aveva ragione « Der Spiegel « a dire che non servono miliardi ma trilioni e che siamo in presenza di gretti vigliacchi .

Si è calcolato che un paziente impegna un patrimonio complessivo di 19 milioni.
Siamo mezzo miliardo. Anche dividendo la cifra per cinque, contate i bruscolini.

Siamo in presenza di una versione pop della Santa Alleanza. Non vogliono l’Europa, vogliono l’Eurovisione.

Vogliono solo mantenere l’ordine e il potere. Non riusciranno.

COSA AVREBBERO DOVUTO FARE E DIRE

1 Dichiarare onestamente non prevedibili gli stanziamenti necessari e pronunziare la formula salvifica « watever it takes « .
Avrebbero dovuto rinnovare la Commissione Europea con elementi delle altre famiglie politiche del Parlamento Europeo per assicurare la coesione del Continente.

Avrebbero dovuto invitare i singoli paesi a fare altrettanto a casa loro.

Predicano « uniti ce la faremo « ma continuano nella autotutela dei loro interessi particolari.

2 Avrebbero dovuto proporre all’Inghilterra una momentanea « comunità europea della ricerca anti COVID « coinvolgendo i grandi gruppi farmaceutici che si trovano in UK

3 Avrebbero dovuto creare una cabina di regia – se preferite un « gabinetto di guerra al COVID » che duri quanto l’epidemia e non un giorno di più e che come primo atto decidesse la redazione – entro trenta giorni- di una Carta dei princìpi cui l’Unione si atterrà per questa lotta.

Mantenere in questo frangente e su questo specifico punto del COVID il criterio delle scelte unanimi a 27 non ha solo del surreale. É un suicidio.

Abbiamo la possibilità di creare il nuovo modello di civiltà per cui era nata l’Europa, per cui si è battuta la mia generazione.
Ma l’aver posto il centro a Bruxelles ci ha fornito una dirigenza con una mentalità da cioccolatai.

Mettere allo studio l’adozione della Sterlina inglese diventa una opzione conveniente da percorrere. Ci farebbero ponti d’oro e la borsa di Londra collocherebbe il necessario. E il superfluo.
L’Europa é sfatta. Bisogna rifarla.
Senza lavandaie.

GUERRINI SOL CONTRO TOSCANA TUTTA, di Antonio de Martini

GUERRINI SOL CONTRO TOSCANA TUTTA

Dopo la lettera dei tre generali ( altri due che non usano internet hanno solidarizzato, non sollecitati,in privato );
il ministro della Difesa Guerini ha rilasciato una imbarazzata dichiarazione in TV sull’apporto delle FFAA alla crisi epidemica elencando i trasporti funebri fatti, l’assistenza ecc.

Si è dilungato senza fornire numeri ( ad esempio per l’alluvione di Firenze furono usati 16.000 uomini agli ordini del comandante della Regione tosco-emiliana) ma non ha affrontato
Il cuore della polemica.

Se lo facesse diventerebbe il più popolare della compagine governativa in 48 ore.

L ’Esercito dovrebbe intervenire come corpo organico e in fase di pianificazione ed esecuzione delle attività, acquisti inclusi. Usare un muscolo senza cervello e nervi non è naturale.

In Israele che ha novemila contagiati e ad onta dello Stato di allarme permanente, l’esercito ha destinato un battaglione al completo.

Vuole un esempio minimo?
Se dei militari fossero andato a prendere le mascherine bloccate nella Rep Ceca, i doganieri ci avrebbero pensato due volte prima di bloccare la merce.
Di ottanta e passa medici morti , forse qualcuno si sarebbe salvato.

Il sospetto della totalità degli italiani – diventato certezza dopo la farsa delle mascherine- è che l’Esercito non venga coinvolto per poter lucrare su ogni passaggio delle operazioni di soccorso, ad ogni passaggio e decisione logistico-amministrativa e che anche l’assistenza caritatevole venga affidata a organismi non neutri che usano poi tornare a chiedere sostegno elettorale.
L’Esercito è la Patria vivente di tutti.

Sono certo, inoltre, che buona parte dei sospetti con cui sono visti i COVID bond potrebbero sparire se annunziassimo ai partner UE che sono anche alleati NATO. e hanno visto battersi i nostri soldati in Bosnia e Afganistan, che l’intera operazione verrà affidata allo stato Maggiore e al corpo della sanità militare, francesi, tedeschi e olandesi ( dichiarati responsabili della strage di Srebrenica ) avrebbero difficoltà a negare la collaborazione.

Caro Guerrini,
sarebbe una occasione anche per lei di mostrare che ha senso dello stato in quantità insolita in un governo di principianti e pesi piuma.
E salverebbe, oltre alla sua carriera, centinaia di vite utili per la ripresa.

RICEVO DAL GENERALE ALBERTO ZIGNANI – GIÀ SEGRETARIO GENERALE DELLA DIFESA – CHE LO APPROVA IN TOTO, IL DOCUMENTO STILATO DA DUE GENERALI SUL TEMA DEL COVID.
Riporto testualmente l’amara considerazione scritta dal Gen. Fernando Termentini insieme al Gen. Montagna, che condivido in toto.

Sta partendo una ulteriore task force dell’Ospedale Militare del Celio di Roma per Alzano Lombardo come se a Roma non ci siano o non ci saranno, nel prossimo futuro, problemi dovuti all’epidemia di COVID-19!

Mettiamo a disposizione uomini mezzi e materiali dopo che ci hanno deriso ed anemizzati.

Mettiamo a disposizione posti letto dopo che ci hanno tolto caserme ed ospedali militari che funzionavano bene con reparti infettivi sempre “pronti” (poiché era una “ossessione” di noi militari!!!!), ospedali come: Padova, Verona, Torino, Udine, Milano, Bari, Napoli, Palermo, etc accusandoci di essere “fuori dal tempo”, di essere dei “pessimisti” che epidemie, terremoti, alluvioni, cataclismi etc erano solo negli “incubi” di noi militari e che usavamo lo spauracchio di questi cataclismi solo per questioni di budget!

Così hanno deciso di smantellare una perfetta e ben rodata organizzazione di Difesa Civile con a Capo Prefetti e Vigili del Fuoco, che potevano contare sul concorso delle FF.AA. , preferendo costituire una nuova organizzazione elargendo centinaia e centinaia di milioni di euro alla”protezione civile” ma, chissà perché, quando ci sono EMERGENZE vere e non simulate e non esercitazioni “vasetto” tipo teatrino dove tutti si dicono “quanto siamo belli, quanto siamo bravi” ……. chiamano la Protezione Civile?

NOOOOOOOOOO

Chiamano lo Stato Maggiore della Difesa che in 24 ore fa partire team medici, unità sanitarie, ospedali da campo, ingegneri e altri tecnici e fa sgomberare caserme per dare posti letto, senza “sbattere i pugni sul tavolo”!

Prima ci hanno smantellato e continuano a farlo ma quando ci sono le VERE EMERGENZE… spariscono tutti i funzionari (da 10.000€ al mese) della Protezione Civile, tutte le “associazioni di volontariato” e le tanto decantate ONG sovvenzionate dalla Presidenza del Consiglio dei Ministri, etc etc e tutti all’unisono (gli stessi che hanno contribuito e contribuiscono a smantellare le Forze Armate) urlano in preda al panico: “QUI CI VUOLE L’ESERCITO!”.

I TOPI SCAPPANO QUANDO LA NAVE AFFONDA.

Il generale della Guardia di finanza Carta lascia la direzione dei servizi segreti ( AISE) per assumere la presidenza di Leonardo ( ex Finmeccanica) facendo scoprire quali sono i veri interessi .l suoi e di chi lo protegge.

Un tempo , nemmeno troppo lontano era il capo dei servizi segreti a indicare chi avrebbe diretto Finmeccanica.

Conte ci metterà probabilmente l’ex capo della polizia che tanto gli piaceva e che non voleva mandare in pensione.

Come in ogni regime poliziesco che si rispetti i posti chiave vanno a esponenti della polizia ( De Gennaro -ENI; Carta -Leonardo; Pansa all’AISE ?)

Anche gli ultimi due segretari generali del PCUS erano ex capi del KGB.
Non è bastato a impedire il naufragio.

Quale futuro, dopo il Covid-19, di Angelo Perrone

 

Quale futuro, dopo il Covid-19

 

Nessun’altra epidemia ha mostrato le caratteristiche invasive e globali del Covid-19: abitudini stravolte, mente impaurita, smarrite antiche certezze. Una fase, pur gravissima, ma di passaggio, verso un futuro ancora da immaginare. Da dove ripartire? Là dove ci eravamo fermati: scuola e sanità, lavoro, infrastrutture, giustizia, istituzioni. Mettendo a frutto la lezione di umiltà e impegno civile che il presente suggerisce. Il cambiamento epocale non riguarderà i problemi da affrontare ma il modo di risolverli

 

di Angelo Perrone *

 

Non si parla che di coronavirus. E come fare diversamente?, verrebbe da domandarsi. C’è apprensione, sgomento, paura del futuro. Ci scambiamo telefonate e messaggi in cui ci chiediamo, a volte trattenendo il fiato: “come stai?, tutto bene?” Temiamo una risposta negativa, ma, poi, cerchiamo anche di darci così un po’ di conforto. Con stati d’animo alterni, apriamo il giornale, guardiamo la tv, vediamo dipanarsi giornate, che non sono più come prima.

 

Un susseguirsi di notizie, in Italia, Europa, nel mondo. Per lo più tragiche: i morti, i contagiati. Leggiamo che non c’è più posto nelle camere mortuarie, molti vengono caricati sui camion militari in cerca di un luogo dove essere cremati e trovare sepoltura. Senza parenti, perché non si può fare il funerale. Se ne vanno ad uno ad uno i ragazzini che erano su quell’altra trincea, nel ‘18. Ancora lenta la curva che indica la diminuzione dei contagi. Solo piccole incrinature nella lotta al virus: studi, sperimentazioni, prove sul campo, rese affannose dal tempo che manca.

 

Tabelle, diagrammi, e tante dissertazioni. Più o meno scientifiche, talvolta digressioni inutili, ripetizioni. L’insidia onnipresente della faciloneria in tante dichiarazioni. L’insopportabile uso delle polemiche per tornaconto politico. Come vanno realmente le cose e quando ne usciremo? Come sarà l’esistenza domani? Non riescono a dircelo né i decreti del governo né le statistiche degli scienziati. Nessuno lo sa, l’incertezza spaventa e allarma ancora di più, rendendo il futuro incerto.

 

Il sovvertimento delle abitudini ha già introdotto un cambiamento non solo negli stili di vita, ma nella mente. I riti di cui era fatta la giornata, non importa se piacevoli o stressanti, erano a modo loro tranquillizzanti. Creavano un routine, un ordine, uno spartito. Ci troviamo oggi spiazzati dalla mancanza di riferimenti. Dobbiamo costruircene di nuovi, in fretta. Ne siamo capaci?

 

Quello che abbiamo sotto gli occhi è che, in un tempo così breve, si è consumato un dramma: sono già migliaia i morti per il virus, la maggior parte tra i più deboli, anziani o gravemente malati. Se ne sta andando una generazione. 70 sono i medici, alcuni richiamati in servizio dalla pensione, che hanno già lasciato la pelle mentre provavano a salvare quella degli altri. Non è l’unico dato che tocchiamo con mano. Molte famiglie già non ce la fanno ad andare avanti. Sono milioni le domande di sussidio all’Inps. Nelle strade di alcune città sono apparse ceste ricolme di alimenti. “Chi ha bisogno prenda, chi può lasci”. Un soccorso spontaneo, alla buona.

 

Non c’è attività che non debba fare i conti con lui, il virus. Impossibile prescinderne. Che ne è del nostro lavoro, della scuola per i figli, oppure del divertimento o dello sport? Al tempo del coronavirus, nulla è più come prima, tutto è rimandato, perso, annullato, almeno modificato in peggio. Senza termini o scadenze prevedibili che indichino la via di uscita.

 

Proviamo a divagare quando ci sembra di soffocare, è naturale, ma si ritorna sempre lì. Molti musei o teatri, tanto per dire, sono accessibili gratuitamente da parte di chiunque, e così si possono vedere capolavori, ascoltare musiche, assistere a spettacoli senza spendere un cent. Una bella notizia in sé. Senonché, accade, bisogna dirlo?, perché questi luoghi sono chiusi al pubblico per il virus, e allora, al posto delle visite, sono stati creati tour virtuali. E così tante altre cose. Che il virus rende difficili o esclude. Come far prendere una boccata d’aria ai bambini chiusi in casa? Come curare malattie croniche o ottenere dei ricoveri, se gli ospedali sono impegnati con il virus? E se a prendere il Covid-19 sono donne in gravidanza?

 

Ci siamo dimenticati d’un botto quello che accadeva ieri? Ci siamo fatti trascinare altrove dalla musica assordante suonata sui balconi, dal silenzio fascinoso e stordente delle città vuote? Se fosse accaduto, saremmo entrati in una bolla d’aria. Lontani dalla realtà, non immersi in essa sino al collo come sta avvenendo. Impossibile trascurare tutto quello che prima animava le nostre discussioni. Sono problemi che pesano sempre sull’esistenza.

 

Alla svelta. L’Ilva: il dramma della salute in un’intera città, è sempre in stallo, come quello del futuro della siderurgia. Continua l’enorme spreco di denaro pubblico nelle casse di Alitalia, senza un piano industriale. La fuga all’estero dei giovani è ancora una perdita secca per il paese. La qualità della politica e il prestigio dei suoi rappresentati rimangono un problema irrisolto, dopo la crisi dei partiti, la svalutazione delle formazioni intermedie, il discredito della competenza e della professionalità.

 

Confrontarsi con il passato è utile, anzi necessario. A che punto eravamo quando è scoppiato tutto questo sconquasso? Cosa abbiamo lasciato in sospeso, o deve essere abbandonato? Proprio da lì si deve partire per capire cosa si deve cambiare oggi. Come eravamo e come saremo. Voltarsi indietro serve ad andare avanti.

 

Però, la bussola imprescindibile per orientarci è il presente, cioè l’esperienza che facciamo oggi di noi stessi, la valutazione dei problemi, la stima delle possibilità. E’ sempre problematico confrontare le epoche e le situazioni. Stabilire quale sia più gravida di conseguenze. Quali sfide siano complicate. Difficile equiparare il presente al passato. O indugiare a chiedersi, proprio ora, con il virus in casa, non sulla porta, perché non si parli d’altro. O se sia appropriato il linguaggio fatto di parole come guerra, battaglia, nemico, che evoca altri scenari. Non è il momento, non è il caso.

 

Ma poi è davvero così? Non si parla d’altro che di una malattia? Il Covid-19 ci ha messo a nudo nel profondo. Ha mostrato le nostre fragilità, la permeabilità dei confini da parte del male, la globalità mortale della sfida. Ma ha anche stimolato la nostra capacità di reazione. La necessità di solidarietà.  Un problema di tutti e per ciascuno. Questo virus ci fa da specchio, in pieno, rispetto alle scelte di vita, ai problemi da risolvere. All’esistenza intera in questo momento storico.

 

Il confronto con il passato nasconde l’insidia di una semplificazione involontaria e controproducente. Il nuovo è l’eterna ripetizione del già visto? Altri problemi, ma non più gravi di quelli del passato, rimasti irrisolti. Si rischia, mettendo il nuovo al posto del vecchio, di mistificare semplicemente la realtà? Come dire: mentre tutto cambia, tutto rimane com’era. Spostiamo l’attenzione altrove, ne rimaniamo invischiati, e cadiamo così in un inganno?

 

Il nuovo non ci proietta in una dimensione alienante se non lo vogliamo. La storia non si ripete uguale, e non è priva di senso: la precarietà della vita, l’insicurezza, la difficoltà di realizzazione personale attraversano tutte le epoche, ma in forme diverse. Necessariamente differenti sono e devono essere le risposte. Si rischia altrimenti di non apprezzare ciascun tempo in ciò che gli è proprio ed esclusivo. Di valutarne le esatte caratteristiche, difetti, ma anche aperture.

 

Non dobbiamo aver paura di fronte al nuovo che avanza e che, qualche volta, ci apporta anche del buono. Ci sono già abbastanza ragioni per essere perplessi. Chissà se riusciremo davvero a venirne fuori, a recuperare il tempo perso, a sanare tante falle: nella sanità, nella scuola, nella giustizia, nel lavoro, nelle istituzioni. E chissà quando potremo uscirne con dei risultati. Tuttavia, non dobbiamo temere di immergerci nel presente, di comprenderlo, di analizzarne i caratteri. Anche per evidenziarne limiti e negatività. Pericoli. Potrebbe accaderci, se lo facciamo, di scoprire qualcosa di noi stessi, che ci possa tornare utile nel futuro. Come stiamo reagendo alle difficoltà, come stiamo giocando la nostra vita?

 

La disciplina, la solidarietà, la capacità di fare rinunce, la percezione del bene comune: forse sono tutte cose che potremmo mettere da parte, nel bagaglio individuale e collettivo, quando si tratterà di ricominciare, facendole fruttare domani. Perché allora non aggiungere un ultimo elemento, piccolo forse, ma non di poco conto? E’ il senso di commozione che ci accompagna in questi giorni di forzato isolamento e di brutte notizie, in cui cerchiamo di coltivare un po’ di speranza e fiducia. Abbiamo bisogno di tornare a emozionarci per una causa. Dietro la suggestione per le canzoni suonate sui balconi, lo sventolio di bandiere, le immagini dei luoghi famosi d’Italia avvolti dal silenzio e i camici bianchi negli ospedali, c’è solo questo: la sincerità, forse un po’ ingenua ma autentica, dei sentimenti, che chiedono di essere liberati.

 

* Giurista, si occupa di diritto penale, politica della giustizia e delle istituzioni. Dirige Pagine letterarie, rivista online di cultura, arte, fotografia.

 

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