UCRAINA AXIS MUNDI, di Pierluigi Fagan

UCRAINA AXIS MUNDI.

Nel suo discorso alla nazione in cui spiegava le ragioni del ritiro dopo venti anni dalla guerra in Afghanistan, Biden condensò la ragione dicendo che gli Stati Uniti non dovevano più esaurirsi nel gestire i problemi del 2001 (11 settembre), perché dovevano concentrarsi su quelli del 2021. Diede solo un sintetico ragguaglio su questo nuovo scenario: Russia e Cina.

La Russia è il principale competitor militare degli USA sebbene tra i due ci sia una certa distanza in termini di complessiva forza militare, la supposta “parità atomica” funge da deterrente a scalare i pioli di un possibile conflitto diretto. Abbiamo detto “supposta” parità atomica perché se in termini di testate è certa, in termini di capacità di lancio ed intercetto nessuno può sapere davvero come stanno le cose. Non foss’altro perché i sistemi d’arma spaziali (satelliti) sfuggono ad ogni reale rilevazione da parte degli analisti che si occupano di queste cose. L’aggiornamento dell’arsenale nucleare è stato, con qualche zigzag, praticamente costante negli ultimi settanta anni. La ricerca della preminenza ipotetica che sarebbe la facoltà di un “first strike” annichilente o la ricerca sul come annichilire la risposta avversaria, sono fini in sé. Lo sono per alimentare in continuità il sistema “ricerca e produzione” in un campo che altrimenti non consuma mai il suo prodotto. Lo sono per il fall out tecnologico che questa ricerca produce, fall out che può riversarsi non solo sul campo militare. Lo sono perché obbliga lo e gli avversari a sfinirsi in una continua distrazione di ricchezza su investimenti militari e non civili. Sebbene sia sbagliato dare a questa ultima dinamica ruoli eccessivi, nelle analisi sui perché del crollo sovietico, c’è stata anche una sottolineatura di come questa continua riconcorsa abbia fiaccato -nel tempo- l’economia sovietica, in molte analisi dei principali studiosi in materia. Questa strategia di “costo di potenza”, per ragioni di potenza economica complessiva, ma anche per ragioni di aspirazione di capitali da tutto il mondo tramite il sistema titoli di Stato – dollaro, pone gli USA in una posizione di vantaggio ancora incolmabile. E’ come giocare a poker contro un miliardario, perderete sempre perché lui dà un valore al denaro diverso dal vostro avendone incomparabilmente di più. Quello che non ha glielo presta il resto del mondo perché il Treasury Bond è il bene rifugio principale.

La Cina è il principale competitor, anzi l’unico, sul piano economico. Stimata precedentemente al 2028 la raggiunta parità di Pil tra i due giganti, quando oggi la Cina fa ancora solo tre quarti del Pil americano, le incertezze strategiche economiche americane unite ai due anni di pandemia, hanno fatto temere un pareggio anche più anticipato. Tale pareggio è solo una cifra, è la rete delle conseguenze complesse il problema.

Si consideri l’effetto sistemico di queste competizioni. La Russia ha contrastato l’operazione Siria dietro a cui c’era l’interesse strategico anglo-americano (ed una complessa faccenda di condutture di gas verso l’Europa). E’ entrata nel teatro libico sostenendo la parte avversaria quella promossa da Washington, sta penetrando il Sahel ed è variamente presente in Africa, esporta armamenti a piene mani in India, dà talvolta sponda all’Iran. Quindi al di là del confronto diretto tra le due potenze atomiche, c’è anche questo più ampio scenario mondo. Fiaccare la Russia non è solo l’obiettivo della competizione diretta è anche e soprattutto il poter aver mani libere nell’utilizzo della variabile militare sul tavolo-Mondo. Fiaccare la Russia ma sperabilmente anche promuovere un regime change in favore di un regime più liberale ovvero conforme il gioco dominato dagli USA.

La Cina poi, ha evidente strategia-Mondo nel suo sviluppo infrastrutturale delle varie Vie della Seta. Tale ragnatela, si arborizza da tempo in Asia, Africa e financo Sud America, ha una attenzione particolare al Medio Oriente anche per via della fame energetica cinese, mentre da tempo cerca di penetrare il boccone prelibato ovvero l’Europa. In questo campo di gioco gli Stati Uniti hanno una certa difficoltà strategica. La unità e potenza d’azione dello stato cinese è molto più efficiente della potenza d’azione indiretta americana tramite vari domini di mercato ed istituzioni finanziarie come World Bank e Fondo Monetario Internazionale. I cinesi premettono al loro andare in giro per il mondo a fare affari, il totale agnosticismo rispetto a come il partner si organizza politicamente o economicamente al suo interno, lo trattano da “pari a pari” sebbene solo dal punto di vista politico e culturale. Gli americani invece, oltre ad avere meno potenza finanziaria diretta da investire nel comprare amicizia geopolitica tramite la geoeconomia, vincolano i partner ad affiliarsi a forme di “democrazie di mercato”, nonché vari obblighi a formare l’attività economica secondo vari principi della loro teoria di mercato. L’espressione “democrazia di mercato” dice che poiché gli USA dominano il mercato, son così in grado di gestire la politica di un Paese (almeno ciò che a loro interessa) che, come involucro, rimane formalmente una “democrazia”.

Ieri Lavrov, il ministro degli esteri russo, ha detto a chiare lettere che il problema della pace con l’Ucraina non passa solo dalle relazioni e competizioni tra russi e ucraini, ma tra russi ed americani, via ucraini. Per questo, al di là dei nostri sospiri speranzosi sui passi in avanti delle trattative, toccherà rassegnarsi a tempi medio-lunghi. In realtà gli americani non hanno alcuna fretta a chiudere la partita, anzi. Hanno già ottenuto vari punti segnati dal comportamento stesso dei russi che “non avevano alternative” come recita Putin, ma si può ancora ottenere di più. Incluso portare lo scontro a livelli tali da obbligare la Cina a dover scegliere da che parte stare. Costo alto per i cinesi che se da vari punti di sistema delle alleanze e condivisione degli obiettivi strategici generali quali la promozione di un nuovo ordine multipolare sono alleati di fatto dei russi, dall’altra temono di esser trascinati nell’angolo degli ostracizzati in cui gli americani sono riusciti a ficcare i russi che da questo punto di vista, la partita l’hanno già in buona parte persa.

Altro risultato già ottenuto dagli americani è stato il riaccorpamento integrale dei coriandoli europei al proprio dominio geopolitico, la rottura -irreversibile per lungo tempo futuro- di importanti relazioni commerciali tra Europa e Russia oltre a quelle tra Europa e Cina che verranno curate in seguito. Hanno inoltre ottenuto la, già richiesta invano da Trump, maggior contribuzione alle spese militari della comune alleanza nonché i proventi della vendita delle armi americane all’Europa a seguito di questi spesa militare incrementata. Ma tutto ciò verrà più chiaramente saldato in un molto probabile nuovo trattato commerciale sulle basi dell’ex TTIP poi abbandonato, che farà dall’Occidente a guida USA un sistema omogeneo macro-regionale che sarà la forma della nuova globalizzazione multipolare. Tramite questo nuovo sistema che racchiuderà in sé più del 50% del Pil mondiale (assieme a UK, oceanici e Canada), gli Stati Uniti potranno giocare la competizione con la Cina da rinnovata posizione di forza al di là del Pil specifico. Intorno al Nuovo Sistema Occidentale, andranno poi a collocarsi i partner privilegiati come il Giappone, la Corea del Sud, il Messico e Centro America, nonché tutti quelli che ambiguamente flirtano coi cinesi o coi russi come l’India o gli undici paesi ASEAN a cui verrà progressivamente richiesto da che parte stanno.

Tutto questo che non ha nulla di strano se non per chi è digiuno di questo tavolo del gioco di tutti i giochi a cui in questi giorni accede come spettatore con la testa piena di valori impalpabili senza rendersi conto di come la grammatica di questo gioco sia tremendamente seria, concreta e basata su valori palpabili e tremendamente materiali nonché del tutto amorali. Tutto ciò spiega molte cose del “film di guerra” trasmesso h24 dalle emittenti del racconto del mondo.

Ecco perché sono 3 miliardi i dollari in armamenti e formazione militare investiti fino al 2021 dagli USA in favore dell’Ucraina, ecco perché -anche solo prendendo le recenti notizie del Washington Post- l’impegno americano in Ucraina già dallo scorso dicembre (sono svariati anni in realtà) nel mentre Mosca provava inutilmente a chiedere un tavolo di trattiva di sicurezza con gli USA-NATO, ecco perché gli USA hanno stanziato l’altro ieri 13,6 miliardi di dollari per l’Ucraina con un in più di un altro miliardo d’armi pesanti (con sovralimentazione del proprio ipertrofico complesso militar-industriale) nella sola ultima settimana. Ed ecco perché l’urto catastrofico dei profughi per loro non è un problema mentre lo sarà per gli europei ed ecco anche perché a gli USA, il terremoto planetario i cui effetti molti fanno ancora fatica a scorgere, per loro sarà uno splendido affare.

Gli USA sono potenzialmente l’unica potenza semi-autarchica. Per più di un terzo fanno import-export limitrofo (Canada e Messico), poi c’è l’Europa, poi tutti gli altri in ordine sparso. Con la Cina possono giocare da rinnovate posizioni di forza e se pure dovranno fare qualche sacrificio in termini di import, ne beneficerà la bilancia commerciale, oltretutto spingendo la ripresa industriale interna. Ma lì dove gli USA sono più imperturbabili sono le materie prime. Praticamente autonomi per energia, grano, olii, fertilizzanti ed in parte dei minerali, possono lasciare il resto del mondo precipitare nel buco nero della già paventata “carestia” un concetto medioevale di cui non sentivamo parlare da secoli e che è oggi ben paventato da ONU e FMI. Carestia porta disordine sociale e politico, il temuto Grande Caos in cui il mondo complesso rischia di precipitare in una ragnatela di effetti farfalla con feedback non lineari che è ininfluente per chi sta su una isola (continentale) protetta da due oceani e con l’essenziale stipato in cantina.

Per tutto questo Biden non ha nessuna intenzione di alzare il telefono per invitare Putin al “diamoci una calmata”. La strategia è del tipo “tanto peggio, tanto meglio”. Si valuterà nei prossimi tempi anche le onde telluriche che investiranno le organizzazioni multilaterali, tra cui l’ONU ed il Consiglio di sicurezza.

Alcuni si sono irritati e sorpresi dai miei recenti toni con cui ho trattato Zelensky. Chiunque abbia avuto esperienze di marketing e pubblicità non potrà non notare come tutta la narrazione Zelensky ricalchi in tutta evidenza una chiara strategia. Forse questa affermazione risulterà infondata ai più, ma io ho lavorato in quel campo per due decenni e passa, diciamo ad alti livelli prima di lasciare tutto e convertirmi allo studio, con una specializzazione professionale specifica proprio in strategie di marketing e comunicazione. Non c’è alcuna possibilità di sostenere il contrario, credetemi, la mia non è una convinzione politica è meramente una constatazione tecnica. Zelensky è il testimonial (bravissimo) di una strategia di comunicazione (abilissima e molto professionale) che presuppone un abilissimo team che ne cura immagine e testi, team ovviamente non ucraino. Ma è anche un PR con un altro team che gli apre porte di parlamenti, interventi nelle piazze pacifiste, interviste, servizi copertina e da ultimo anche merchandising e tutto il noto sistema che accompagna il format “rivoluzioni colorate”. E chi lo dirige gestisce anche le sue relazioni internazionali, l’amicizia con i Trimarium in funzione anti-UE, gli attacchi a Germania e qualche volta Israele, l’ambiguo rapporto con la Turchia che sta nella NATO tanto quanto si bilancia con la Russia e molto altro. O mi volete dire che un comico ucraino in politica da tre anni con un Paese al 133° posto per Pil, è in grado di far tutto questo da solo o con un gruppo di amici?

Ogni giorno concede qualcosa facendo respirare gli animi pacifisti e ragionevoli, un minuto dopo fa marcia indietro. Ogni giorno alza la posta paranoica contro l’inumanità russa (che è per molti versi obiettiva), poi chiede più armi, più soldi, più riconoscimento e più odio per il nemico. Ogni giorno noi non abbiamo alcuna informazione terza sui teatri di guerra, ma abbiamo cori di esperti che fanno sperare: “i russi sono impantanati”, “i russi cedono psicologicamente”, “i russi stanno preparando attacchi biochimici ed atomici (quando queste sono pari accuse fatte dai russi nei loro confronti). Non vediamo i militari russi, non vediamo i militari ucraini, vediamo solo immagini ucraine e sentiamo solo comunicati ucraini. Se c’è speranza c’è in invio d’armi e tutto il circuito si rilancia. Ogni giorno gli europei vanno incontro a questo tsunami emotivo terrorizzante spinti da dirette h24 gestite da professionisti della comunicazione che non hanno mai un dubbio, un’alzata di sopracciglio, un possibile ricordo del necessario bilanciamento quando si stratta di comunicazione di guerra. Così i popoli, così i loro intellettuali principali, così i partiti annichiliti. Questa strategia è basica, si chiama “push&pull”. Granelli di sabbia in questa abbondante vasellina che osano finire le frasi col punto interrogativo, sono subito coperti di ignominia ed ostracizzati.

Qui abbiamo ricordato a sommi capi solo dati ufficiali, noti, non discutibili. Così per discorsi fatti negli ultimi anni da tutti gli osservatori geopolitici e di relazioni internazionali che sono le discipline che trattano il campo. A molti risulteranno strani, ma ciò è dovuto all’ignoranza di questo livello del gioco del mondo. Qui non c’è alcun complotto come molti pensano o pensano di quelli che dicono queste cose. A questo livello si chiamano semplicemente strategie e sono la norma per i giocatori di questo gioco. Non c’è nulla di strano, l’unica cosa strana è domandarvi perché non vi avete mai prestato attenzione. Forse credevate che l’agenda del mondo fosse Salvini, o le teorie economiche, o le baruffe culturali. Ma quelli sono solo i giochi, questo è il gioco di tutti i giochi.

E tenete conto che se ad alcuni farà ribrezzo e se ad alcuni altri non piacerà tutto questo, ad altri invece non fa alcun ribrezzo e piace perché convinti della giustezza di questa strategia. Infatti, essa va solo giudicata secondo il “cosa ci converrebbe fare dal punto di vista del nostro interesse”, su cui si possono avere legittime opinioni avversarie, per quanto non sia poi così ben visto un liberale dibattito in merito. Vi spingono a forza a pensare del Bene e del Male, ma da quando mondo è mondo in questi giochi vige solo il “mi conviene – non mi conviene”. Ed in certi casi come l’Italia, non c’è neanche il dubbio, semplicemente non c’è alternativa.

La guerra in Ucraina è l’asse intorno al quale gli Stati Uniti d’America intendono giocarsi una rischiosa ma ben pensata ed obiettivamente molto promettente partita per contrastare l’avvento dell’ordine multipolare che farebbe delle potenze isolane, tutte anglosassoni, dei potenzialmente se non isolati, decisamente ridimensionati. Forse non sarà l’ultima partita, ma è senz’altro un ottimo “buying time”. Ad occhio e croce, penso valga almeno dieci anni di tempo comprato. Sempre che continui ad andare secondo i piani. Complimenti a chi l’ha pensata, chapeau. A tutti gli altri: in bocca al lupo!

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/03/17/ucraina-axis-mundi/

GUERRA ALLA COMPLESSITA’, di pierluigi fagan

GUERRA ALLA COMPLESSITA’.

Si è formalizzato ieri, su alcuni giornali italiani, il fronte di guerra alla complessità. Non che ieri sia nato, non è mai “nato”, c’è sempre stato, noi viviamo in un universo mentale semplificato, da sempre. Né ieri si è manifestata la sua discesa in campo per la conquista dei cuori e delle menti relativamente all’orientamento delle pubbliche opinioni rispetto alla guerra in Ucraina. Sono ventuno giorni che domina indisturbato. Ieri ha solo attaccato coloro che avanzano riserve su questo dominio del semplificato.

Di sua prima base, il complesso deriva dal suo etimo: intrecciato assieme. Tante e diverse variabili tra loro interrelate (relate a due vie) fanno sistemi complessi. Poche variabili, poche interrelazioni, poco complesso. Tante variabili, tante interrelazioni, molto complesso. In mezzo varie gradazioni. Nel complesso si osserva un oggetto o un fenomeno assieme al contesto. Infine, si cerca di risalire alla matassa intrecciate di cause che l’hanno preceduto. Questo di prima base poi c’è molto altro.

Semplificando, invece, si possono ridurre le variabili e le interrelazioni a proprio piacimento. Si può ridurre il problema del potere in Russia il cui studio impegna una manciata di studiosi da anni ad un singolo pazzo, ex-KGB, omofobo e violento. La Russia non è una potenza con 6000 ordigni nucleari assisa al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, è solo uno stato canaglia a capo dell’Impero del Male. O elevare un comico finanziato chissà da chi in uno Stato-Mafia a Churchill. Infine, potrete isolare un fatto nel mentre si compie ignorando ciò che magari anche voi stessi avete fatto, consapevolmente o meno, per generarlo.

I semplificatori operano una distrazione logica. Presuppongono che l’oggetto del discorso sia la condanna dell’invasione russa, ma non si capisce contro chi facciano questa guerra. Chi giustifica o non condanna ciò che è successo secondo l’ovvio ed universale principio dell’inviolabilità dei confini di uno Stato da parte di un altro, armato? A parte Luttwak e qualche Stranamore americano che in questi decenni hanno spinto a varie guerre umanitarie, democratiche e liberanti, Saddam che invadeva il Kuwait e poco altro, non mi pare di vedere queste masse di teorici della guerra giusta. E comunque non li ho visti nel caso ucraino. Li ho visti invece nel campo dei semplificatori, soprattutto americani, negli ultimi decenni semmai. Allora con chi ce l’hanno?

Ce l’hanno con coloro che cercano di mettere nel ragionamento tutte le variabili e tutte le interrelazioni, di valutare il contesto, di includere i processi di causazione di lunga e media durata. Questi perplessi lo fanno per sovvertire il giudizio sul principio di inviolabilità dei confini sovrani da parte di un nemico armato? No di certo. Cercano solo di capire come siamo finiti in un dato fatto, perché e come si è prodotto, per capire come comportarsi e soprattutto come se ne esce. Ed in genere, è capendo come ci sei entrato che trovi il modo di uscirne.

I semplificatori vogliono solo inchiodarti alla condanna del fatto, i complessificatori non hanno alcun problema a condannare il fatto, si pongono tutt’altro problema: capire e risolvere.

Un padre che ha un figlio drogato certo non sta facendo una crociata per giustificare eroina libera per tutti quando cerca di capire come è arrivato lì e soprattutto come può aiutarlo ad uscirne, no? Una intera disciplina, la sociologia, analizza i fatti sociali più disturbanti non certo per giustificarli ma al contrario per conoscerne le cause di modo da contenerli se non evitarli. Se diciamo che povertà e disagio sono condizioni di possibilità per la delinquenza per questo stiamo dicendo di non fare i processi ai delinquenti? Così la psicologia. Ma a ben vedere anche la biologia. Se curiamo i cirrosi epatici è per incentivarli a tracannare all’infinito?

Quando Hanna Arendt seguiva il processo Eichmann per il New Yorker cercando di capire la natura dal Male e giungendo infine alla convinzione che l’origine di quel Male era in sostanza l’inconsapevolezza delle proprie singole azioni poste in processi più ampi di cui non si aveva o voleva avere consapevolezza, stava con ciò giustificando l’Olocausto? Nel rilevare la stupidità del Male o forse il come la stupidità porta al Male, stava giustificando il Male? Stava dando il destro all’assolvimento degli stupratori perché provocati dalla portatrice di minigonna come secondo un certo Gramellini fanno coloro che cercano di capire cause ed antefatti della guerra attuale? Forse Arendt chiese di assolvere Eichmann? O di giustificare lo sterminio nazista nei confronti della sua stessa origine ebraica?

Viene allora il dubbio che questi crociati contro la complessità dei fatti, vogliano loro giustificare qualcosa. Ma cosa? Sembra che vogliano partecipare alla costruzione di un unico e forte sentimento di condanna senza altre distrazioni per forzare ad una unica reazione attiva. Praticamente lo stimolo-risposta di Skinner. E lo fanno infrangendo la Legge di Hume per il quale da un com’è non consegue per forza il come dovrebbe essere, da una descrizione non consegue una prescrizione. Invece dall’ovvia, lampante ed indubitabile osservazione che qui c’è un aggressore ed un aggredito, conseguono in logica prescrizione vari assunti. Perché non mandiamo più armi in Ucraina? Perché non andiamo lì ad impicciarci della contesa che c’è da anni anche se ci siamo svegliati tre settimane fa e ne sappiamo dal nulla al niente? Perché non ignoriamo le conseguenze immediate e quelle future di quello che sta accadendo? Perché non proteggiamo a qualunque costo l’aggredito dall’aggressore a costo di iniziare una escalation che potrebbe portare a cose che neanche vogliamo nominare? Perché è il non averlo fatto per tempo ottanta anni fa che portò ad Eichmann, dicono.

I semplificatori forse hanno similarità con Eichmann sebbene vaneggino di un nuovo Hitler, neo-zarista ed intrinsecamente sovietico abusando delle scorciatoie logiche dell’analogia per cui le pere sono la stessa cosa delle mele dal momento che entrambe sono “frutta”. Anche lì, il colpevole diceva che lui era teso solo ad occuparsi col il massimo di perizia ingegneristica ad un problema logistico. A lui arrivavano solo input e la sua etica del lavoro gli imponeva di occuparsi solo dell’output. Ignorava cause e conseguenze, contesti, processi causativi più ampi del suo singolo specifico. L’essere il Male derivava da questa sua ostinata semplificazione. La Banalità del Male è appunto la banale semplificazione.

Così la banalità del Male, pensando di fare il Bene, attacca coloro che cercano di evitare si compia ancora più male. Lupi travestiti da agnelli scrivono su i fogli degli Agnelli, dicendo che gli agnelli sono i lupi. Ma che cosa pretendi nello scrivere queste cose, che chi usa la stupidità a fin di Male capisca che l’essenza del Male è assenza di comprensione complessa? Ma se lo capissero non sarebbero così stupidi no? Tagliamo le ali al pensiero così istituiremo la no-fly-zone per l’intelligenza e l’onestà intellettuale. Non ci distraiamo, siamo in guerra e come si dice in questi frangenti: à la guerre comme à la guerre…

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LA PRIMAVERA EUROPEA, di pierluigi fagan

LA PRIMAVERA EUROPEA.

Sembrerebbe che lo schema delle “primavere di popolo” con cui gli americani hanno cercato di pilotare eventi politici nel mondo arabo, poi Ucraina ai tempi di piazza Maidan, Hong Kong, abbia oggi messo nel mirino un obiettivo davvero impegnativo: l’Europa. Codice colore: giallo e blu.

Nel breve di una giornata all’inizio del conflitto russo-ucraino, tedeschi, francesi, italiani sono passati da un certo sconcerto di contro-piede per quanto stava facendo la Russia, stato di sconcerto che però non prevedeva affatto di rinunciare ai propri interessi, all’allineamento unanime sanzionatorio. Non discuto la logica sanzionatoria, quello che mi ha colpito è la velocità e totalità dell’improvvisa polarizzazione. Può darsi io sia viziato dalla logica realista che si basa su analisi degli interessi razionalmente perseguiti e non capisca come l’enormità di ciò che hanno fatto i russi possa sollevare animi e coscienze. Può darsi. Però da quanto a mia conoscenza è difficile spiegare come il ministro Franco esca dall’Ecofin dicendo che non se ne parlava proprio di escludere la Russia dal SWIFT o Scholz diceva che certo non si poteva toccare il Nord Stream 2 e poche ore dopo la Russia veniva esclusa dallo SWIFT e il Nord Stream diventava “un pezzo di metallo in fondo al mare” come trionfante celebrava la Nuland.

Già, la Nuland, quella di “fuck the UE” ai tempi della rivolta di piazza Maidan nel 2014, la rivoluzione arancione ucraina. La moglie di Robert Kagan, lo storico e politologo neo-con che si definisce “liberale interventista”, lascia il partito repubblicano e diventa un sostenitore della Clinton, scrive nel 2017 che la Terza guerra mondiale avverrà per contrastare l’espansionismo russo e cinese. Ci si potrebbe scrivere un intero post su Kagan, andatevi a fare una ricerchina su Google.

Ad ogni modo, ripeto, non discuto le posizioni politiche improvvisamente prese dall’UE, mi lascia perplesso quel “improvvisamente”. Gente notoriamente indecisa su tutto ed il contrario di tutto, trova magicamente l’allineamento in un pomeriggio. Curioso.

Su Zelensky abbiamo già scritto anche troppo. Rilevo solo come il suo ufficio propaganda abbia l’invidiabile capacità di muoversi come una struttura di levatura globale. Lancia messaggi ai parlamenti europei, va in diretta nelle piazze europee che manifestano contro la Russia, sono impegnati ora in una contrastata trattativa con gli israeliani che gli vogliono negare il discorso al proprio parlamento, chissà perché. Ieri Repubblica ha pubblicato in video inquietante della propaganda che ci dicono ucraina pensando noi si sia scemi. Con effetti speciali hollywoodiani che nessuna post produzione di Kiev sarebbe in grado di produrre, le scene mostrano Parigi sotto bombardamento. Molto realistico e “catastrophic-movie” con alla fine la domanda del perché i francesi non consentono alla NATO di imporre la no-fly-zone sull’Ucraina. Ieri Repubblica dava notizia della prima manifestazione europea in favore della no-fly-zone a Londra, convocata da una sedicente neonata organizzazione “London Euromaidan”, sembra un format, no?

Sono diciassette giorni che Zelensky, tutti i giorni, più volte al giorno, come un disco rotto, reclama la no-fly-zone, finora negata ma quanto a lungo resisteremo all’indignazione? Il tutto in un crescendo di insopportabilità: bambini straziati, centrali atomiche con perdite, crimini di guerra, inumanità, armi chimiche e batteriologiche, sindaci torturati, fosse comuni poi arriveranno i campi di concentramento in Siberia, mentre l’Armata Rossa minaccia di invadere casa vostra. E quando ci sarà l’incidente nucleare per colpa russa, che sono giorni che viene annunciato? O quello biochimico? Sarete ancora contro la no-fly-zone allora?

Impressionante anche il perfetto allineamento dei giornalisti. Anche qui, in men che non si dica, gente anche posata e non incline all’estremismo per quanto di note simpatie politiche chiaramente atlantiste, simpatie ed interessi, è diventato un campo magnetico orientato alla perfezione, quasi coordinato, improvvisamente. In tutta Europa, ora vige la logica del 1914 che Canfora ieri ricordava con un certo sconcerto. Superato poi dallo sconcerto di vedere Rampini evidentemente alterato che gli intimava di non dire sciocchezze perché Canfora era solo un “provinciale” (!).

Nella primavera del 1914, tutta Europa era sulle tiepide e fiorite ali della Belle Epoque, in pochi mesi precipitò nell’incubo. Persone che si stimavano e forse anche si volevano bene, si ritrovarono improvvisamente ostili l’un vero l’altra, l’uno improvvisamente preso dal virus bellico, l’altra perplessa e sconcertata. Paralizzati ad argomentare contro la potenza chiarificatrice dello slogan urlato. Lo sconcerto durò poco anche perché s’imposero forme di ostracismo sociale per via culturale a tutti coloro che non vibravano all’irresistibile richiamo della giusta guerra. In questi giorni, avrete notato le liste di proscrizione per i “filo-Putin”, l’aggressività bavosa dei pitbull mediatici, il bombardamento h24 che rilancia i comunicati delle Zelensky&Partners, il totale oscuramento della “voce del nemico”. Tutto ciò è già percolato nella mentalità di massa.

C’è un potere assoluto del discorso unico e Lord Acton ricordava che se il potere corrompe, il potere assoluto corrompeva assolutamente. Per questo Montesquieu promosse la suddivisione e pluralità dei poteri perché ogni tesi deve esser mitigata dalla sua antitesi, altrimenti diventa dogma. Ma i liberali reali sono spariti di colpo, ora ci sono solo liberali interventisti, aggressivi, mono-maniaci, i liberali idealisti. Ogni disastro storico è stato fatto sulle ali di un idealismo non temperato dal realismo. Tipo convincersi di essere una civiltà superiore. Son quelli del “c’è un aggredito ed un aggressore”, come se fossimo stupidi e non ce ne fossimo accorti o fossimo deviati dalla propaganda russa che semplicemente è stata silenziata su ogni possibile canale, a meno di non leggersi la TASS su twitter in cirillico. Il motore che portò quella primavera nel buco nero dell’estate e successivi anni del 1914 fu proprio l’imposizione di questa logica, la logica dicotomica che prende un frame del processo della realtà che è storica, lo schiaccia sull’attualità e ti chiede di scegliere tra A o B e non ti azzardare a fare sofistica da terza posizione. Il campo semantico è tracciato se non sei dentro sei ostracizzato e non hai voce, non sai neanche quanti sono indisponibili a finire in quel campo, sei un isolato e quindi è meglio rinchiudersi nel tuo disagiato silenzio privato. Noi qui diamo voce a quel disagio affinché non rimanga privato.

Come ho avuto modi di dirvi i primi giorni, io mi occupo per lo più di mondo e complessità, il mio interesse per la geopolitica deriva da ciò ma non copre tutto l’argomento che è più vasto e complesso. Tuttavia, negli anni, mi sono più volte interessato a questioni geopolitiche. Prima che razionalmente, già dal secondo giorno dopo il 24 febbraio ho “sentito” che qualcosa non era normale. Era una sensazione data proprio da questa reazione pubblica che sembrava troppo pronta, troppo unanime, troppo svelta, troppo organizzata lì dove le complessità della politica e del pubblico dibattito normale ha sempre reso i processi di reazione lenti, contradditori, complicati. Le cose in quei campi non hanno mai funzionato così e sebbene l’eccezionalità degli eventi porti a dover considerare l’accelerazione, ciò non giustifica del tutto ciò che è successo, come è successo, perché è successo. Per questo ho smesso i miei panni naturali di studioso distaccato e ho sentito necessità di scendere in strada a combattere con l’uso della ragione in pubblico.

Poco fa ho letto un articolo dello stimato sito di analisi politica americana “Politico”. Era un articolo inusuale, un vero e proprio killeraggio contro Macron e questo sua “ostinazione” a continuare a telefonare a Putin. Ho anche letto sul JPost israeliano la Nuland “che ha messo in guardia Gerusalemme dall’essere un rifugio per “denaro sporco” mentre si dice di un nervoso Biden che impone a Tel Aviv di unirsi alle “democrazie combattenti” elevando più serie sanzioni a Mosca, sbrigandosi ad inviare armi letali in Ucraina assieme a tutti gli altri. Il tutto mentre ministri e funzionari ucraini attaccano questa incertezza o diverso punto di vista israeliano neanche fossero diventati i padroni del mondo politico occidentale. Attaccare gli israeliani non è cosa facile, chi segue queste cose sa di cosa parlo.

Orami siamo circondati da gente aggressiva che ci tiene a farti sapere quanto fai umanamente schifo perché non ti unisci al coro del Grande Sdegno Morale o meglio, preso atto che ovviamente anche tu ritieni inaccettabile la violazione del principio di inviolabilità dei confini con forze armate, fai schifo perché non ti fermi lì. Perché ti fai domande su come siamo finiti in questo pasticcio, come finirà, quali saranno le conseguenze, cosa significa dopo ottanta anni vedere in televisione gente che parla di bombe atomiche come fossero bombe alla crema, con la stessa acquolina nella mente. La Bomba è d’improvviso il “new normal”. London Maidan, non si fanno manifestazioni per chiedere al Governo britannico perché ha preso solo decine di rifugiati quando noi ne abbiamo preso 35.000, no! si va in piazza a chiedere la no-fly-zone per l’Ucraina.

Sudeti, valori delle Resistenza, Guerra civile spagnola, fioccano le analogie a sproposito per eccitare gli animi e sguinzagliare i mastini del nuovo movimento giallo-blu per la guerra al novello Hitler. Ve l’ho detto, tutto ciò m’inquieta, tutto ciò è molto meno normale di quanto comincia a sembrarci.

L’obiettivo non è solo l’Europa, l’obiettivo è rifare il Consiglio di Sicurezza dell’ONU, cacciare Russia e Cina, imporre l’ordine economico e finanziario americano, affinché il 4,5% della popolazione mondiale o meglio una sua élite, possa tramite la sua egemonia benevolente, prorogare il dominio che i neo-con americani della “rivoluzione permanente” hanno già intitolato nel 1997 come il loro condensato strategico: The New American Century.

Con le buone o con le cattive. A qualsiasi prezzo. Anche quello che fino a due settimane fa e per ottanta anni è stato l’impensabile.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/03/13/la-primavera-europea/

Guerra e politica, di Pierluigi Fagan

LA POLITICA È LA GUERRA CONDOTTA CON ALTRI MEZZI. Il generale Fabio Mini, ex capo di stato maggiore del comando NATO per il sud Europa ed autore di vari libri, tra cui uno dal titolo “Perché siamo così ipocriti sulla guerra?”, ieri commentava i fatti in un programma televisivo.
Chiamato inizialmente ad esprimere un parere a commento complessivo ha detto, con molta cautela come chi sa che le parole vanno pesate con molta attenzione di questi tempi, che quella dei russi è una “guerra al risparmio”. Ha anche detto che ha conosciuto e parlato con generali russi per più di dieci anni, conosce abbastanza bene quello di cui parla. Mini ha ricordato quello tutti gli esperti sanno ovvero che i russi hanno 900.000 affettivi. Secondo lui quel sesto di effettivi usati dai russi in Ucraina sono molto giovani ed inesperti, con mezzo vecchi sebbene ai russi non manchino mezzi molto più efficienti. Ha anche osservato la quasi totale assenza di utilizzo dell’aviazione. Ha tecnicamente definito la strategia sul campo “una guerra limitata per scopi limitati”. Ma da noi viene raccontata un’altra storia, i russi che non conoscono nulla degli ucraini, hanno sottovalutato l’eroica resistenza ed è per questo che dobbiamo continuare a mandargli armi.
Ha anche osservato che l’idea di ridurre la guerra a Putin è sbagliato, non si sa se è Putin che comanda lo Stato Maggiore russo o il contrario o una via di mezzo. E che forse il blocco russo che ha pensato necessaria questa azione, va ben oltre Putin e le Forze Armate. Non ne ha fatto una questione di sondaggi d’opinione su quanti russi l’approvano, evidenziava logiche nel blocco di potere russo e mentalità strategica in senso ampio.
Esclude che Putin sia pazzo ed a noi sembra in verità pazza questa sola idea visto che lo conosciamo da ventidue anni e non sarà certo un simpaticone ed un amicone, ma nessuno ha mai scritto di lui come di uno squilibrato. Ci sono decine e decine di articoli sulle testate di politica estera americana come Foreign Affairs e Foreign Policy, sulla sua freddezza ed abilità strategica. La rinascita relativa della Russia dopo il crollo dell’URSS era convenuta da tutti gli osservatori, forse l’iconografia che lo accompagnava gli attribuiva perfidia, furbizia, incrollabile tenacia, ma non pazzia.
Ma ciò non riscontra la realtà, chissà dove vive Mini. In realtà i russi vogliono conquistare tutta l’Ucraina, con 150.000 ragazzini e carri armati obsoleti. Perciò, ci avvertono gli “analisti” televisivi in molti casi passati dall’epidemiologia alla geopolitica e relazioni internazionali senza fare una piega, bisogna rafforzare la resistenza ucraina per farli impantanare. Poi forse vincerà perché è un Golia contro un Davide, ma lo sciocco del Cremlino non ha calcolato la successiva resistenza che farà dell’Ucraina il suo Afghanistan. Prima di Putin i russi sono stati in Afghanistan ed in dieci anni di penosa guerra hanno avuto tra 50.000 e 130.000 morti ma questo Putin non lo sa. Non lo sanno i comandi militari russi e tutti gli strateghi della seconda potenza nucleare del pianeta. Lo sanno i commentatori televisivi italiani però. Ve ne sono alcuni che si spingono a paventare una invasione russa tipo Ungheria, Cecoslovacchia, Polonia e tutto l’est Europa, Putin si fermerà solo a Berlino sempre che la sua pazzia non lo spinga a portare i suoi cavalli ad abbeverarsi alle fontane di San Pietro.
Poiché siamo in regime di guerra anche noi, nessuno ha prestato attenzione a quello che riferiva da Mosca Marc Innaro qualche giorno fa ovvero che i russi dichiaravano di aver quasi completato l’obiettivo di degradare profondamente la struttura militare ucraina. Struttura significa non l’esercito sul campo, significa depositi, postazioni fisse, mezzi più insidiosi. Significa anche altro poiché dal loro punto di vista, i russi affermavano che c’era ben altro in Ucraina, si stava preparando ben altro, ma non sconfiniamo nelle supposizioni.
Così, nessuno pare abbia intuito che l’idea di offrire corridoi umanitari per gli ucraini rimasti intrappolati nelle città assediate con sbocco in Russia e Bielorussia, rifiutata sdegnosamente da Capitan Ucraina, fosse una furbata per pettinare i profughi di modo da trovare quei neo-nazisti che Putin ha dichiarato di esser il suo altro obiettivo pratico, rimandando poi gli altri da questa altra parte. Non è vero come dicono i russi che queste milizie si fanno scudo umano di una popolazione che, ricordiamolo anche se taciuto, è sotto legge marziale con uomini civili coscritti cioè obbligati ad imbracciare le armi.
Sembrerebbe quindi manchi poco alla “demilitarizzazione” e “denazificazione” ucraina, dal punto di vista russo. Obiettivi limitati che sembrano corrispondere ai mezzi limitati citati da Mini. Ma che ne sa il generale Mini …
Quello che Mini non sa ma fortunatamente sanno nostri opinionisti è che Putin vuole tutta l’Ucraina ed oltre, poi metterà un “Quisling” come dicono quelli che sanno le cose, un suo fantoccio. In questi giorni è tutto un fiorire di lettori di Storia Illustrata che ricordano i Sudeti, Chamberlain, l’Ungheria, è l’ora del “pensionato storico”. Del resto, pare che ai maschi di una certa età, oltre ai cantieri dei lavori in corso, prenda questa sindrome della storia, ce l’ha per altro anche Putin che è un noto revisionista che si diletta in “storia a modo mio” (questa non è una battuta ironica, è effettivamente così, ci sono articoli di molti anni fa delle riviste di politica estera americana che hanno per tempo analizzato questa sua passione per la “storia a modo mio” tipo Paolo Mieli ed io concordo con loro).
Certo, come no, peccato che se metti il fantoccio devi sospendere la Costituzione per non andare ad elezioni e quindi devi occupare militarmente il Paese per anni ed anni cosa che è folle sotto tutti i punti di vista anche perché gli ucraini ti tortureranno con la guerriglia fino a che non ti viene una crisi di nervi e qualcuno a Mosca ti propina una vodkina al plutonio, come sperano in molti in Occidente. Ma siccome in Russia hanno tutti il plasmon nella scatola cranica, tutto ciò non lo sanno, come non la sa Mini.
Così ieri il portavoce del Cremlino ha dichiarato a Reuters che la delegazione ucraina ha avuto, dai primi incontri, la piattaforma di resa che se accettata, terminerebbe all’istante tutto ciò: se l’Ucraina mette in Costituzione la dichiarazione di neutralità, riconosce l’annessione della Crimea come russa e riconosce le due repubbliche del Donbass come indipendenti, potrà vivere in pace facendosi governare da chi gli pare, come gli pare. Cioè anche entrando nell’UE se l’UE la vuole cosa che non è come già hanno fatto sapere olandesi, tedeschi e molti altri. L’UE ha tenuto per dieci anni la Bulgaria in stand by per l’ammissione e certo non accetterà di far entrare su due piedi uno stato le cui credenziali di diritto sono molto dubbie, per non parlare dell’economia di mercato in realtà dominata da oligarchi e vari tipi di delinquenti.
Ma niente, di tutto ciò non c’è visibilità alcuna. La dichiarazione è resa a Reuters, ma in tv sembra non interessare alcuno, è una presa in giro. È accettabile la piattaforma russa? Ognuno si può fare la sua idea, tanto non è rivolta a noi e noi non siamo Zelensky, né ucraini. È “giusta”? Certo che no, che ovvietà, non si violano confini sovrani con le armi puntandole alla gola del vicino costretto a firmare la resa. Ma la geopolitica non è un campo teorico è pratico. Pare cioè strano che la canea di gente che piange per gli ucraini in tv faccia il tifo perché gli ucraini continuino a morire o producano cinque milioni di profughi come da stime ONU per difendere cosa a questo punto si capisce sempre meno, visto che o firmano la resa o poi arriveranno le armate più professionali, i mezzi più potenti, i bombardamenti veri fino che, alla fine, non potranno far altro che firmare, qualunque costo ciò avrà per i russi che i costi li hanno calcolati visto che non sono così deficienti quanto lo sono alcuni che vanno in tv a parlare di cose che non sanno.
Dopo Putin si ritirerà nella sua dacia a scrivere memorie e dilettarsi in revisionismo storico e gli occidentali avranno a che fare con quelli più malleabili come il generale Sergej Shoigu che già dalla faccia sembra un bonaccione. Non è che la resa ucraina comporterebbe la sospensione o in non acuirsi di altre sanzioni ai russi, non è che l’Occidente debba riconoscere la Crimea o le due repubbliche, l’ha chiesto solo agli ucraini. Il danno politico, economico, geopolitico e financo reputazionale è fatto, è irreparabile in tutta evidenza e tale rimarrà per anni.
L’ONU ha dichiarato che nei sette anni di guerra nel Donbass (2014-2021) ci sono stati 3100 morti civili, in Ucraina, fino ad oggi, ne dichiarano su i 400. Le stime dell’ONU sono sempre troppo basse per ovvie ragioni pratiche, ma le proporzioni sono quelle. Solo che non ho visto dirette h24 per il Donbass. I più non sanno neanche di cosa si parla quando si dice “guerra del Donbass”, non esiste il fatto. I morti hanno peso diverso, così l’indignazione umana e la sanzione morale.
Quella che vedete in televisione perché dalla televisione passi nella vostra testa non è la guerra, sono la politica, la geopolitica e la geoeconomia condotte con altri mezzi.
Ed ecco a Voi quello che gli “esperti” veri e non da commedia dell’arte, hanno indicato da tempo come il più probabile successore di Putin poiché che Putin puntasse dopo ventidue anni a togliersi dai riflettori dopo esser passato alla storia russa col suo peso evidente, era a loro noto da un bel po’.

SOSPENDERE L’USO PUBBLICO DELLA RAGIONE, di Pierluigi Fagan

SOSPENDERE L’USO PUBBLICO DELLA RAGIONE.

La “società aperta” ha deciso di chiudersi. La società liberale va a polarizzarsi nella contraddizione delle sue stesse premesse.

L’ambasciatore italiano a Mosca, lì col chiaro mandato di favorire le relazioni commerciali bilaterali, ha avuto l’ardire di segnalare in una audizione parlamentare, il costo delle sanzioni per le nostre imprese su dati FMI. Un argomento che dovrebbe interessare una democrazia di mercato visto che parla di mercato, no? Dire questo è dire che non si dovevano elevare sanzioni? Credo che un ambasciatore navigato come Starace con un passato in Cina, USA, Giappone sappia qual è il suo limite ovvero dare informazioni, non suggerire decisioni. Ma la società aperta che amava definirsi anche società dell’informazione, ora scopre che le informazioni non piacciono, le informazioni disturbano le decisioni o per lo meno ne ricordano il prezzo. Non c’è nulla di male a sapere il costo delle decisioni, aiuta ad organizzarsi per poterle pagare o si pensa o si vuol far pensare che le decisioni ideali siano libere e gratuite?

Il direttore dell’unico quotidiano di informazioni sulle relazioni internazionali, Sicurezza internazionale, edito dalla LUISS Guido Carli, collegata in vari modi a Confindustria, diretto da un professore ricercatore affiliato al MIT di Boston e che pubblica in USA con la Cornell University, A. Orsini, ha l’ardire di invitare in tv ad inserire ciò che sta avvenendo in Ucraina in una inquadratura più ampia, nello spazio (geografia) e nel tempo (storia). Bassanini domanda nervosamente su twitter se Orsini esprime il pensiero della LUISS o personale di modo che LUISS sia obbligata a ribadire la sua stretta osservanza atlantista facendo una ramanzina al suo professore in pubblico sul fatto che questi si doveva attenere ai fatti e non dare interpretazioni. Già, “i fatti”.

Il giornalista RAI Marc Innaro, una prima volta a Mosca per sette anni, poi di nuovo negli ultimi otto, per aver riferito cosa i russi dicono dei fatti (se sta a Mosca cosa deve fare, riferire cosa dice Zelensky? Quello già lo riferiscono 7/24 sette-reti-sette+stampa e radio) è ora richiesto a gran voce esser spostato ad altro incarico. Magari come mi è capitato di sentire l’altro giorno su RAI News riferisce che i russi affermano di aver convocato l’ambasciatore della Croazia perché i russi avrebbero pizzicato 200 neo-nazi con passaporto croato ed avrebbero affermato che ve ne sono da ogni parte d’Europa e quindi hanno poi affermato che non tratteranno gli stranieri come prigionieri di guerra (il che ha un brutto significato come potrete intuire). O come ieri ha riferito che i russi sostengono che non sono così deficienti da sparare ad una centrale nucleare: 1) perché la vogliono prendere intatta; 2) perché la Russia dista dalla centrale meno che la Moldavia; 3) perché Mosca dista meno di Vienna. Così i russi sostengono che la controllano da giorni e che l’incidente è organizzato dagli ucraini per mandare in mondovisione la fake news. Siamo tutti adulti e dovremmo sapere tutti che la guerra delle informazioni e controinformazioni è norma, ma quando la fa Zelensky è verità, quando la fa Mosca è falsità sempre e comunque. Ma poi, non si capisce cosa altro dovrebbe fare Innaro se non riferire cosa dicono lì, cosa significa “corrispondente”?

Così, nell’uso pubblico della ragione, non puoi avanzare qualche dissonanza se prima non reciti il Credo nella Verità della Chiesa Unitariana del Bene contro il Male e del Vangelo della Marvel Comics, ma pare che ormai non basti più neanche quello. Non vogliamo nessun mondo multipolare, quindi ci polarizziamo, noi Bene, altri Male, tertium non datur e chi lo dà è collaborazionista suo malgrado. Il mondo crede a quel Vangelo, l’ha celebrato anche all’ONU. Peccato che tra astensioni e contrari, abbiamo votato paesi con metà della popolazione terrestre e poiché quel voto non comportava alcuna sanzione, è pure dubitabile che chi ha votato per la risoluzione voglia mai andare oltre alla semplice dichiarazione. Io non sono un paese ONU, ma se fossi stato lì l’avrei votata anche io quella dichiarazione, chi mai può difendere il “diritto” si un paese a varcare armato il confine di un altro? Siamo all’ovvio. Com’è ovvio che a tutt’oggi solo un quarto del mondo, l’Occidente polarizzato su Washington con il senior partner UK, ha elevato sanzioni, sebbene secondo la strana geografia surrealista della von der Leyen, questa sia la “comunità globale”.

Cos’è l’Illuminismo? Pensare con la tua testa. Avere il coraggio, pagarne il prezzo. Non pagare chi pensa per te tenendoti nell’infanzia eterna deresponsabilizzata, assumerti le tue responsabilità davanti al mondo. “Senonché a questo illuminismo non occorre altro che la libertà, e la più inoffensiva di tutte le libertà, quella cioè di fare pubblico uso della propria ragione in tutti i campi. Ma io odo da tutte le parti gridare: – Non ragionate! – L’ufficiale dice: – Non ragionate, ma fate esercitazioni militari. – L’impiegato di finanza: – non ragionate, ma pagate! – L’uomo di chiesa: – Non ragionate, ma credete!” diceva Kant in quel del 1784. Comprendere è prender assieme quanti più fatti ci è possibile, giudicare viene solo dopo che hai ben compreso, comprensione e giustificazione sono atti separati e con fini diversi.

Così oggi sembra che la società aperta-chiusa, la Wide-Shut-Society, la società spalancate ad alcune cose ma chiusa ad altre, necessiti di spegnare la luce, non è epoca di illuminismi. La società aperta mi sembrava dovesse esser liberale, ma si sa i liberali annunciano principi universali, ma con applicazioni particolari. Sono come i contratti assicurativi, la fregatura è a corpo 5. Locke annunciava la totale libertà di credenza, ma il totale era dentro il protestantesimo, se eri cattolico o ateo andavi al gabbio e buttavano via la chiave, se non di peggio.

Quando s’impone il buio, vuol dire che si vuol nascondere qualcosa?

SONO INDIG- NATO!_di Pierluigi Fagan

Il mondo è sull’orlo del baratro per cosa esattamente? Perché l’Ucraina deve avere la libertà di richiedere l’ammissione alla NATO. Cioè, noi stiamo facendo questo ignominioso fracasso perché difendiamo il principio di libertà del “popolo ucraino” a chiedere di entrare nel sistema militare comandato dall’altra unica potenza nucleare con 5000 testate? Di modo così che gli USA possano piazzare missili ai bordi nord-orientali della libera e democratica Ucraina distanti tre minuti da Mosca? Così che Mosca sappia che verrà cancellata dalle cartine geografiche prima che abbia il tempo materiale di attivare la sua risposta che comunque impiegherebbe decine e decine di minuti per arrivare a Washington? Bravi!

Ed è per questo che gli americani, quattro anni fa, si sono unilateralmente ritirati dal trattato INF che regolava gli equilibri di posizionamento dei missili balistici a medio-corto raggio che vigeva dal 1987? I famosi “euro-missili” perché sono posizionati proprio qui in Europa? Che lungimiranza! Allora non è solo Putin che pianifica per tempo le sue mosse eh? Ed io che mi credevo che le grandi potenze organizzassero le cose all’ultimo minuto, in fretta e furia, all’improvviso come siamo soliti fare noi qui per promuovere il nostro interesse nazionale.

Per 42 anni (1949-1991) c’è stata una “guerra” sì, ma “fredda” e si è basata sull’equilibrio di potenza, lì dove russi ed americani sapevano che se l’uno avesse provato a nuclearizzare l’altro, l’altro avrebbe avuto il tempo di nuclearizzarlo a sua volta. Per quanto cinico, questo principio ha garantito la pace in Europa per decenni ed è per rovesciare questo principio di equilibrio che ora la “Repubblica che ripudia la guerra” manda armi alla libera e democratica Ucraina?

Quella Repubblica che ospita 70 testate nucleari americane sul suo territorio nonché, in Sicilia, il centro tecnologico che coordina tutte le comunicazioni satellitari crittate delle forze armate non NATO ma direttamente americane con una quarantina di antenne a microonde, alta e bassa frequenza? E questa Repubblica sa che così si è deciso di diventare il primo bersaglio russo in caso di conflitto di potenza che tanto non deciderà lei ma qualcun altro? La nostra democrazia ha deliberato questo? Sì, dove eravate distrattoni, la nostra democrazia ha deliberato questo, quindi, oggi deve difendere la democrazia ucraina ed il suo diritto di provocare quello con 6000 atomiche andando a rovesciare l’equilibrio di potenza salvaguardato a fatica per settanta anni.

Quindi trattare artisti, intellettuali, calciatori, atleti, imprese e giornalisti, disabili e da ultimo anche i gatti russi come indegno rifiuto dell’umanità solo perché russi è giusto? Perché sono di un paese che potrebbe trovarsi missili potenzialmente con testate atomiche a tre minuti da Mosca se l’Ucraina entrasse in quella alleanza militare il cui decisore ultimo è a Washington? Cioè loro si ritirano dal trattato di parità di potenza, mettono rampe missilistiche in Romania e Polonia, poi cominciano a chiacchierare che -perché no?- potrebbero metterle anche in Georgia o Svezia o Finlandia mentre -guarda un po’- scoppiamo tumulti in Bielorussia e Kazakistan (e chi se ne frega, tanto non so neanche dove sono, all’ora di geografia dormivo) e pensano di mettertele pure a tre minuti dalla tua capitale e tu cosa dovresti fare dopo che sono anni che gli ripeti che le cose andavano sempre peggio tra voi e gli dicevi “dobbiamo metterci intorno ad un tavolo a chiarirci e discutere”? Dovresti sorridergli benevolmente, uno shottino e una bella piroetta di kazachok.

Ecco, noi difendiamo il principio di poter fare tutto questo, solamente questo e su questo sacrifichiamo milioni e milioni di euro di perdita economica per la nostra malconcia economia e lo facciamo tutti uniti, (salvo tredici baluardi dell’onestà intellettuale), commuovendoci uniti cantando l’inno alla libertà, la libertà di mettere testate nucleari a tre minuti dalla capitale del “nemico”, che è poi quello che ci dà il gas. Bravi!

Questa è politica, la guerra è politica «La guerra non è che la continuazione della politica con altri mezzi. La guerra non è, dunque, solamente un atto politico, ma un vero strumento della politica, un seguito del procedimento politico, una sua continuazione con altri mezzi.» come scrisse quel famoso generale prussiano nel 1832, tutt’oggi studiato in tutte le accademie militari del mondo.

Quale politica? Iscrivere il tuo nemico alla stregua degli “intoccabili” perché non si fa mettere i missili a tre minuti dalla sua capitale mentre tu ne stai bello tranquillo a debita distanza su un altro continente, col Primo Ministro della più antica “democrazia” occidentale (i britannici) che senza vergogna invoca pubblicamente che qualche “onesto oligarca” liberale lo ammazzi perché è sotto steroidi, è insano, ha i postumi del long covid mentre tu proponi di cacciarlo dal Consiglio di sicurezza dell’ONU dopo settantasette anni.

E noi stiamo declinando come bravi scolaretti allineati e coperti, con decine e decine di “esperti” di una materia che in un paese atlantista occupato militarmente dagli USA da decenni non sono di parte, no. Vengono pagati di loro centro studi e dai loro giornali perché super-partes, liberi di dire quello che vogliono, certo. Questa è una preview di Meta, dove il reale diventa irreale, pur dandoci l’impressione che sia reale ed addirittura, a volte, iperrreale. Con un dispiegamento a reti e stampa unificata da far paura mentre fanno di tutto per metterti paura e rabbia di modo che tu sbavi contro quel tiranno che non accetta di rischiare di esser polverizzato dal nostro sacrosanto diritto di mettergli i missili puntati alla tempia. Bravi davvero.

Il primo giorno di questa tragedia, Putin fissando la telecamera ci ha detto di non impicciarci altrimenti “… la risposta della Russia sarà immediata e vi porterà a conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia”, ripeto il concetto “mai sperimentato nella vostra storia” e ce lo ha ripetuto Lavrov l’altro giorno. Ma tanto noi dormivamo non solo all’ora di geografia, anche a quella di storia. Se lo metta bene in testa Mad Vlad, noi non siamo conigli, siamo fieri paladini della libertà e non possiamo non difendere il diritto di Zelensky di poter liberamente chiedere di entrare nella NATO. Noi siamo una civiltà, le civiltà si basano su principi, noi difendiamo i nostri principi come si difendono le mura della città (Eraclito)! Il principio di diventare alleato della potenza nucleare nemica di quello di cui sei confinante.

Quindi noi andiamo appresso ad un tizio che dopo aver vinto un talent come ballerino improvvisamente diventa molto ricco non si sa come e trova così i soldi per fondare una casa di produzione diventando attore, regista, sceneggiatore e produttore di sé stesso e fa un serial tv di 51 puntate di una storia in cui lui fa un insegnante che finisce col diventare presidente eliminando tutti i corrotti nel parlamento ucraino. Il tutto su una tv proprietà dell’oligarca secondo più ricco uomo d’Ucraina, finanziatore delle brigate che hanno fatto migliaia di morti russofoni nell’est, in causa con la Russia perché aveva molte attività economiche in Crimea. Il tizio è pure sotto indagine FBI, si chiama Kolomoisky[1]. Poi la casa di produzione diventa -oplà- un partito il cui nome e marchio è il titolo del serial che risulta registrato come partito più di un anno prima che finisca la serie in tv. Dopo tre anni di serial, appena finita l’ultima puntata, con una casa di produzione che si fa partito col nome della serie tv si presenta alle elezioni e….e….cosa? Ma le VINCE, che sciocchini che siete.

Ma questa è democrazia, come non riconoscerla! Noi poi che ci abbiamo fatto un pezzo di storia d’Italia con un signore che aveva tre televisioni e molto altro, era democrazia pure quella, no? Noi stiamo facendo quello che stiamo facendo per difendere la libertà democratica di questo signore che eletto, affida i servizi segreti ad un socio della sua casa di produzione. Lui e l’altro escono fuori nei Pandora Papers come possessori di conti off shore nelle Isole Vergini britanniche, Cipro e Belize nonché numerosi immobili al centro di Londra, ma chi se ne importa, combattono i corrotti! Forse quelli del governo precedente in carica da dopo il colpo di stato del 2014, che è stato composto facendo un casting internazionale finanziato da Soros secondo quanto diceva allora il Sole24Ore[2]? Noi dobbiamo difendere la sua libertà a pretendere di entrare anche lui nel mondo civile e democratico iscrivendosi all’alleanza militare americana che difende la libertà! Più Metaverso di questo, dai, è fantastico! Non devi neanche comprarti il visore 3D.

Noi, mandiamo armi ad un tizio che coscrive la popolazione maschile civile e nasconde le armi in città popolate per dotarsi di scudi umani mentre suoi milioni di concittadini scappano dalla loro vita per terrore e poi viene pure a spiegarci quanto si sente Pericle nel suo intimo, e ci rimprovera perché non siamo così solleciti a difendere il suo diritto di chiedere l’annessione alla NATO? Ed è pure un po’ arrabbiato perché ancora non lo abbiamo fatto entrare in due minuti nell’UE visto che lui ha certo tutti i parametri di bilancio a posto, una vera economia di mercato, ha pure lui gli oligarchi come si conviene nel libero mercato (ma non si era fatto eleggere promettendo di eliminarli?) e del tutto privo di corruzione. Cioè lui coi conti off-shore viene eletto tre anni fa perché c’era troppa corruzione ed in tre anni l’Ucraina è diventata un lindo e pinto stato di diritto? Certo, poi? Poi tiriamo fuori dal cappello 500 milioni di euro di Bruxelles di cui 450 in armi e ci apprestiamo a razionare l’energia, a “fare sacrifici” sopportando fallimenti di aziende e relativi disoccupati visto che ne abbiamo pochi, per la libertà e la democrazia che diamine!

Ma che bello spettacolo, e dire che Zelensky l’altro giorno ci ha pure urlato in lacrime di fare presto, che “questo non è un film!”. Un attore, sceneggiatore, regista, produttore di fiction che ci urla che questa non è una fiction! Lo urla al Presidente americano che ha un figlio espulso dalla US Navy perché drogato e mandato allora in Ucraina a fare il membro del consiglio di amministrazione di una compagnia di gas privata posseduta da oligarchi, dal 2014 al 2019, ricevendone lauti compensi per chissà quali abilità. Noi non siamo in una fiction! Ma è davvero meraviglioso!

E tutti i giorni, pur sapendo che è impossibile, continua ad invocare noi li si mandi l’ombrello aereo NATO per istituire una no-fly-zone, di modo che così la NATO si trovi faccia a faccia con l’altra potenza nucleare di prima grandezza. Ma visto che si sente tutti i giorni al telefono con mezzo Occidente incluso Biden e più volte al giorno, nessuno gli ha detto che sarebbe meglio non mettere in mezzo la NATO per il bene suo, dei suoi concittadini, degli interessi stessi dei popoli occidentali ma forse più che altro europei, nonché per depotenziare la propaganda di Putin? Perché lo fa, sistematicamente, recitando un soggetto ben preciso scritto da chi non sappiamo mentre gli stanno strizzando il paese con dentro il suo popolo? E perché Boris Johnson ha dichiarato che la Russia deve esser espulsa dal Consiglio di sicurezza dell’ONU quando sa che è impossibile? E perché solo ora gli USA hanno accettato di istituire una linea telefonica diretta con Mosca quando era l’ultimo punto della piattaforma presentata dai russi lo scorso anno come da testo pubblicato nella nota allegata[3]? Non era utile il telefono prima, vero? Prima era meglio che Putin andasse in paranoia al punto giusto.

Dopo esser andato a dare ciò che mi sentivo di dare alla raccolta fondi della Croce Rossa[4] per assistere quelle povere donne e bambini ucraini, nostri fratelli e sorelle non perché europei e democratici ma perché umani, come umani erano i siriani, gli yemeniti, i somali, i libici, gli jugoslavi ed i 20-30 milioni di morti per guerre promosse dagli Stati Uniti d’America negli ultimi settanta anni, io dichiaro la mia pubblica indignazione! Povera gente stritolata come noi in meccanismi più grandi di noi, di cui molti di noi non sanno nulla mentre piangono davanti alla tv sottoposti h24 alla tortura dello sdegno impotente per il Male nella sua forma più cruda. Mi sembra sia giunta l’ora di urlare “adesso basta!”. Io dichiaro di esser profondamente indignato anche se qualche imbecille dirà “ah ecco l’amico di Putin! Che schifo! Che inumanità!” Andate a dare qualche euro alla Croce Rossa invece che vomitare il vostro gratuito sdegno telecomandato, inutili idioti! Andate a pagare per i danni che provoca la vostra ignoranza che ha permesso e permette tutto ciò, collaborazionisti del Male a vostra insaputa.

Le informazioni qui contenute le trovate su Wikipedia con link a vari articoli anche americani, è tutto pubblico, noto, lampante. Il problema è che non ve lo fanno mettere in quadro.  Avete poche informazioni, poche conoscenze per processarle, ordinarle, comporre in maniera plausibile. Diceva von Clausewitz anche che: «La guerra non è mai un atto isolato.» è una continuazione della politica. Questo quadro politico internazionale coi suoi problemi di equilibrio di potenza è cronicamente assente dal nostro dibattito pubblico, abbiamo altro di cui occuparci. Così quando scoppia il pandemonio, sebbene lì ci sia un conflitto da otto anni dopo che c’è stato un colpo di stato, scattano le armi culturali di distruzione mentale di massa. Non è tanto questa o quella informazione che ci manca qui in occidente, nonostante l’oscuramento di ogni emittente russa (da noi va bene, se lo fa Putin è un dittatore, ovvio), ci manca la facoltà di poterle mettere assieme.

Così Putin ha la più potente macchina di fake news ed hacker del mondo ma poi non risultano oggi attacchi hacker in occidente, ma risultano devastanti attacchi in Russia. Così Putin è rimasto al Novecento e crede ancora che le questioni internazionali si risolvono con le armi, che mentalità antica, deve essersi fatto trapanare il cervello quando era al KGB. Non come gli USA che spendono in armi il totale degli altri dieci paesi che li seguono nella classifica pubblicata ogni anno dal SIPRI di Stoccolma (cioè, nell’ordine Cina, India, Russia, UK, Arabia Saudita, Germania, Francia, Giappone, Corea del Sud, Italia, spendono assieme, ogni anno, quanto gli USA). Maddai, lo sai che Putin vuole rifarsi l’impero, sii onesto. Certo ed è da condannare per questo, non come gli USA che dal 1950 ad oggi hanno bombardato e fatto guerra a 32 paesi, più i colpi di stato ed i regime change, quella è esportazione della democrazia e delle libertà. La religione del nostro Metaverso, sarai mica ateo?

Ma non ci possiamo lamentare, da noi c’è effettivamente “la democrazia”, possiamo dire ciò che ci pare, non come i russi, l’importante è che non riusciate mai a far capire ciò che dite a chi sa niente del gioco che si sta giocando. Troppo complesso, qui siamo al principio di non contraddizione applicato alle relazioni internazionali, se non stai con noi allora stai col nemico, tertium non datur. Cosa vuoi andare a spiegare la transizione al mondo multipolare a chi passa da Sanremo al talent di giornata passando per Instagram e Netflix per legittimamente abbrutirsi dopo otto o più ore di lavoro? Noi del gioco dobbiamo essere solo le solerti truppe di complemento che vanno dove il generale ha deciso che vadano. Noi siamo i topi di Skinner che agiscono in base ad imput in cui mischiano abilmente mezzi fatti conditi da forti emozioni, somministrati in certe condizioni di contesto debitamente preparate per tempo. Il decerebroscopio agisce 7/24, bambine che piangono, orsetti nel fango, vite spezzate, palesi ingiustizie che fanno sbavare di rabbia. Sbavare, come i topi di Skinner. In questo gioco non s’improvvisa nulla, è il “gioco di tutti i giochi”, ma a voi non è chiesta l’opinione di come giocarlo, solo fare il tifo per il vostro campione che è buono e nel giusto. Questa è la democrazia di mercato, lavora, consuma e fai il tifo, non ti serve pensare, devi solo agire.


[1] https://en.wikipedia.org/wiki/Ihor_Kolomoyskyi

[2] https://st.ilsole24ore.com/…/se-soros-e-finanza…

[3] https://sicurezzainternazionale.luiss.it/…/russia…/…

[4] https://cri.it/emergenzaucraina/

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/03/04/sono-indig-nato/

LA PARTITA STRATEGICA AMERICANA, di Pierluigi Fagan

LA PARTITA STRATEGICA AMERICANA.

Il primo giorno del conflitto russo-ucraino scrissi che l’obiettivo americano era l’estromissione della Russia dallo SWIFT e sono bastati quattro giorni per raggiungerlo, pare. Ho scritto anche che Putin avrebbe messo i fatti sotto le parole perché le relazioni politiche con l’Occidente non consentivano più si sperare di modificare lo stato delle cose con altri mezzi. Ho anche evidenziato che la frase del russo pronunciata al primo giorno di attacco: “… risposta della Russia sarà immediata e vi porterà a conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia”, andava perciò presa nella sua letteralità, il che le dava un sapore molto inquietante.

Sul piano geopolitico, tutto ciò porta ad intravedere una nuova condizione del tavolo di gioco. Gli USA hanno ottenuto presto il loro obiettivo, separare per lungo tempo in maniera profonda ed irreversibile, l’Europa dalla Russia. La Russia è nei fatti, oggi, l’untouchable del sistema internazionale e vale per lei come per chiunque altro manterrà con lei rapporti organici. Come molti hanno notato, l’altro giorno, alcuni paesi europei sono passati dall’esclusione dell’opzione SWIFT per cause di forza maggiore al veloce riallineamento sulla possibilità di applicare il bando. Non si ottiene un riallineamento così ordinato e soprattutto veloce su una questione così concreta e complessa in un giorno chiacchierando o urlando al telefono con brutte o belle parole, anche qui ci vogliono i fatti. Cos’ha mosso Scholz, Macron e Draghi a passare dalla solita melina ad addirittura inviare armi sul fronte di guerra facendola diventare una propria guerra?

Sebbene a noi i fatti appaiano in una sequenza di scoperte quotidiane, ci sono strategie lungamente pensate da parte quantomeno dei due principali giocatori del gioco, USA e Russia. Sono le strategie ad ordinare la sequenza dei fatti. Putin non è pazzo, gli americani non sono dei cialtroni giunti alla fine del loro tempo come alcuni hanno letto nel ritiro dall’Afghanistan. Sono due potenze e stanno giocando la partita al pieno delle loro forze.

La previsione, per altro relativamente facile, è che ora gli USA potranno rispolverare un vecchio arnese comparso nella politica delle relazioni tra blocchi, qualcosa di simile al TTIP. Biden ha sicuramente promesso agli europei, un nuovo trattato commerciale pieno di belle speranze, per compensare delle obiettive e destabilizzanti perdite che il pacchetto sanzioni-SWIFT-bando della Russia nel girone degli intoccabili che colpirà gli europei forse anche più che i russi stessi.

Ricordo brevemente che il TTIP venne promosso da Obama, come il suo omologo TPP nell’area del Pacifico, riscuotendo perplessità in patria, silenziosa ambiguità da parte degli europei, allungando i tempi delle trattative fino a che i democratici persero le elezioni in favore di Trump. Trump, decise di giocare la partita strategica diversamente, non tanto nella strategia generale quanto nella tattica. Il TTIP scomparve del tutto mentre il TPP venne abbandonato dagli USA. Il Giappone se ne fece allora promotore ulteriore tant’è che poi è stato firmato come CPTPP nel 2018 tra 11 Paesi dell’area. La Cina ha chiesto da tempo l’ammissione al CPTPP, ma la procedura va a rilento. Una nuova versione del TTIP riprenderà quindi la vecchia strada strategica stante che quella strategia elaborata allora lo è stata dalla stessa élite che oggi ha riferimento in Biden.

Sarà per Biden più facile farlo digerire internamente poiché sarà redatto in forma meno problematica per gli americani, il mercato americano ne vedrà al contempo con più chiarezza necessità ed opportunità. Da subito, è probabile che gli USA dovranno compensare cadute di fornitura su gas e grano con esportazioni, ma la catena delle conseguenze alimenterà nel tempo molto più flusso vantaggioso per l’economia americana.

Sarà meno problematico per gli americani anche perché gli europei non potranno trattare quasi nulla non avendo alternative, ed avendo anche una certa fretta di compensare il disastro economico provocato dagli eventi e loro gestione, almeno da quanto si vede già nei primi quattro giorni.

Creerà un sistema commerciale di grande massa, il primo della nuova globalizzazione 2.0 che passa dalla forma globale anni ’90-’20, alla forma multipolare basata su regioni. Per quanto la partita multipolare sia ancora lunga, il polo occidentale a guida americana così formato, sarà obiettivamente il polo di prima massa e la massa, facendo gravità, ordina.

Per altro, l’annunciata strategia Biden di compattamento delle “democrazie di mercato” in competizione soprattutto con la Cina, ha già perseguito concretamente questa strada con la prima riunione del nuovo TTC (Trade and Technology Council) lo scorso settembre a Pittsburgh. Per ora il TCC è focalizzato sul campo tecnologico, digitale, conversione ecologica, ma le sue annunciate dieci commissioni di lavoro sembravano già pronte ad allargare il campo. È chiaro che tutti i normali attriti di contrapposto interesse che già segnarono le trattative TTIP, ora verranno spianate nel minor tempo possibile.

Indirettamente, una Europa conformata al sistema New-TTIP, sarà oggettivamente impedita a continuare i suoi ambigui rapporti con la Cina, ci saranno opportune clausole per recintare l’Europa entro i limiti giuridici del Trattato. Il che, di contro, servirà anche nelle partite con l’altra parte del mondo, la parte asiatica. A questo punto non ci sarà più una collezione di Stati europei con cui fare bilaterali, per i Paesi ASEAN, gli stessi CPTPP, il RECEP con dentro anche la Cina etc. A questo punto il New-TTIP che conterà USA-EU-UK (AUSTRALIA-NZ sono già nel CPTPP mentre Australia con USA ed UK sono nel nuovo trilaterale di sicurezza AUKUS) conterà più del 50% del Pil mondiale. Impossibile per tutta l’area dentro un giro di compasso con punta conficcata nell’ovest euroasiatico, pensare di fare affari con altri che non siano nel cerchio magico. Una seconda carta questa giocata forse ieri per allineare gli staterelli europei, nel senso che aprirà nuova opportunità di egemonia larga, economica per gli europei, geopolitica per gli USA.

Il New-TTIP, a questo punto, sarà portato in dote al già operante CPTPP con gli undici asiatici-pacifici, tramite gli USA (con il nuovo NAFTA ovvero USMCA -USA-Messico-Canada-, firmato da Trump)nche diventeranno perno centrale dei due trattati. Così si mettono a posto anche le ambigue relazioni che molti asiatici-pacifici hanno con la Cina. L’India non avrà altra scelta che aderirvi per obiettivo interesse ed a quel punto, mancanza di alternative altrettanto valide. Quest’ultima ipotesi non è liscia, l’India sa tutto questo e l’India non ha minore interesse multipolare di Russia e Cina, tant’è che il suo primo pronunciamento ONU sull’invasione russa è stata l’astensione.

Tutto ciò corroborerà anche la riformulazione della partita energetica ricordando che l’energia fa struttura, ha bisogno di forti shock esogeni per riformularsi dopodiché -riformulata- diventa una gabbia di interdipendenza strutturale difficilmente reversibile. Si vedrà come s’intende sopperire alle eventuali cadute di forniture russe (saltano tubi in Ucraina? Putin chiude i rubinetti? Alza i prezzi all’impazzata? Arriva energia dagli USA e dal Medio Oriente? Si sdoganano le trivellazioni in tutto il Mediterraneo che nella parte est è pieno di gas?) nel breve. Quella energetica è una partita molto complessa che meriterebbe analisi specifiche che qui non possiamo dettagliare. Ma possiamo immaginare la forte spinta che tutto ciò porterà al nuovo “piano straordinario per la conversione green”, le cui promesse di business avranno fatto crollare anche le ultime resistenze germano-italiane.

È infatti chiaro che poiché agli shock si reagisce in modo straordinario, la linea Macron-Draghi di ampliare le forme e l’entità del debito comunitario avrà ora nuove e più evidenti ragioni. Come nel kintsugi giapponese, l’arte di rimettere assieme i cocci è il “riparare con l’oro”.

Questo lo vedo con una certa nitidezza, altro non riesco a vedere. Nel senso che non so dire se Putin e Xi hanno previsto tutto ciò, se e come Putin continuerà a giocarsi la partita in Ucraina, fin dove è intenzionato ad arrivare col suo sinistro “conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia” minacciato agli europei, se Biden riuscirà a salvare la sua performance interna nelle mid-term e poi nel secondo mandato. Anche se si aprisse una trattativa e poi uno stallo e magari anche un accordo nella partita ucraina, tutto ciò è già successo ed è irreversibile.

Ricordo infine che se questo è il più ampio quadro strategico dal punto di vista americano, Putin in realtà non ha alcuna alternativa strategica. Semplicemente, se accettasse la NATO in Ucraina avrebbe missili con testate nucleari a non più di tre minuti da Mosca, mentre Mosca avrebbe gli Stati Uniti a molti minuti di distanza, il che in termini di “first strike”, annulla per molti versi la parità strategica. Sono dunque due partite ben diverse e quella americana, sembra nei fatti già vinta o comunque molto ben avviata.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/02/28/la-partita-strategica-americana/

SE NON TE NE OCCUPI, POI TI PREOCCUPI_di pierluigi fagan

SE NON TE NE OCCUPI, POI TI PREOCCUPI.

Al momento, sembra che i russi condurranno una profonda operazione di degradazione delle strutture militari e politiche dell’Ucraina su vasta scala. In effetti, anche per chi si occupa a modo suo di queste cose come me, nonostante l’interesse che mi ha portato a seguire in silenzio gli eventi recenti cercando di comprenderne la forma, nonostante avessi letto l’indomani il testo completo del lungo intervento di Putin, non avevo capito -fino in fondo- cosa stava dicendo. Ci piaccia o meno siamo comunque immersi nel bagno amniotico del mondo liquido-gassoso delle interpretazioni dominanti ed anche le più temperate facoltà critiche fanno fatica a rimanere lucide ed imperturbate. L’intervento diceva quello che avrebbe fatto, come, a che fini, che è poi questo è quello che ha iniziato a fare. Pensavamo fosse per lo più sceneggiata visibile sopra il livello occulto ovvero la trattativa che stava andando avanti da un bel po’ tra americani e russi, sul come ed in che modo iniziare un tavolo di trattativa ufficiale non solo sul problema ucraino, ma sul problema della sicurezza internazionale, inclusi i missili americani in Europa puntati su Mosca e molto altro.  Ma pur sapendo questo, non abbiamo evidentemente voluto capire quanto quella trattativa stesse andando male e solo oggi capiamo, che in realtà stava andando malissimo ovvero da nessuna parte. Da qui, il rovesciamento del tavolo di Putin del tipo “chiacchiere a zero, adesso facciamo parlare i fatti e così vediamo chi è più duro”. Diceva Theodore Roosevelt “Parla gentilmente e portati un grosso bastone; andrai lontano”. Putin ha quindi deciso che parlare gentilmente non serve più ed il momento del “grosso bastone”.

Ora, è molto probabile scatterà verso i russi l’arma ritorsiva già annunciata da tempo, ovvero lo strozzamento finanziario inclusa l’esclusione dai circuiti SWIFT (il circuito che regola tutti i bonifici internazionali, i sistemi di pagamento interbancario), il sistema nervoso della finanza globale. Già annunciato da tempo, quindi già previsto da tempo, era lì che si voleva andare facendo fallire la trattativa sotterranea a cui già si sapeva Putin avrebbe reagito come sta reagendo. Per questo il povero Macron ha provato a farsi in quattro per evitare il destino annunciato, inutilmente. Ma evidentemente, Macron, Scholz, Draghi o chi per loro, in questo gioco sono vasi di coccio tra vasi di ferro e sembra che facciano pure finta di non saperlo. Ovviamente lo sanno benissimo, ma non lo sanno le loro popolazioni esposte ad una realtà da caverna platonica in technicolor e 3D. A quel punto, in risposta all’eventuale esclusione SWIFT, è molto probabile ci saranno contro-ritorsioni sulle forniture del gas in Europa, quella “… risposta della Russia sarà immediata e vi porterà a conseguenze che non avete mai sperimentato nella vostra storia”. Una bella svegliata agli europei in modalità post-storica. Superfluo sottolineare le ricedute pratiche di questa eventualità. Come siamo finiti qui?

Innanzitutto, vorrei suggerire ai tanti che in questo momento sentono il bisogno di giudicare del bene e del male, del buono e del cattivo, di sintonizzarsi con la realtà. La realtà non ti chiede cosa ne pensi come se stessi giudicando una cosa che per quanto ti interessa, in pratica non ti riguarda. La realtà che si presenta oggi al nostro cospetto ci riguarderà sul piano concreto. Non so se avverrà, ma a questo punto è secondo me molto probabile che si procederà in escalation di ritorsioni e contro-ritorsioni e che queste colpiranno non solo il popolo ucraino e russo, ma anche europeo. Ne ho scritto tempo fa qui e vedo che negli ultimi giorni altri ben più famosi studiosi di cose geopolitiche, hanno intravisto in questa situazione, oltre alle questioni ucraine, la questione di fondo della relazione Russia-USA via Europa. Il contenzioso profondo è tra gli USA che vogliono stringere a sé i propri alleati in via esclusiva, contro Cina e Russia, per resistere il più a lungo possibile all’esito multipolare dell’ordine mondiale, un esito di cui ormai non si può più discutere il “se”, ma il “come e quando”.

Gli statunitensi sono un popolo che pesa solo meno del 5% del mondo ed ancora fa quasi il 25% del Pil mondiale, questa è la loro “ricchezza delle nazioni”, come si intuisce del tutto sproporzionata tra massa e valore. Questa sproporzione è garantita -anche- da varie forme di controllo su ampie porzioni del mondo, dirette ed indirette, ereditate dal dopoguerra. È la difesa di questa rete di dominio che impegna gli USA contro il destino multipolare di un mondo ormai a 8 miliardi di persone, prossime 10 miliardi (2050) in più di 200, diversi, Stati. Nel loro esclusivo interesse, com’è per altro ovvio che sia in termini realistici, vogliono decidere di come ordinare il mondo affinché permangano le condizioni che garantiscono quella sproporzione, da loro ritenuta “vitale”. Non esattamente il “popolo americano” che riceve i proventi di quella ricchezza in proporzioni tra più inique nel mondo occidentale, la sua parte che governa il Paese e questo sistema mondiale di interesse. Democratici, repubblicani, deep state, dopo possono anche litigare sul come farlo o come distribuirsi i proventi del bottino, ma comunque sempre indistinguibili gli uni dagli altri nell’imperativo di procurarselo.

Noi europei quindi siamo i veri destinatari del conflitto e del suo sciame di conseguenze. I princìpi, ammesso noi se ne abbia davvero, e l’ignavia ovvero il nostro non prenderci le reali responsabilità del mondo complesso, costano. Forse Putin, ci renderà noto quanto. Reso noto il costo delle possibili opzioni con cui risponderemo al “che fare?” postoci dalla cruda realtà, avremo l’ennesima sveglia dopo le ripetute crisi economiche e finanziarie, la crisi climatica ed ambientale, la crisi della democrazia, la crisi sanitaria e tutte le altre piccole-medie perturbazioni provenienti da un mondo la cui percezione realistica ci ostiniamo a rimuovere.

Chissà se basterà a farci passare dal preoccuparci all’occuparci, dubito. Ma dato che questa incertezza è basata su una ipotesi, speriamo di esserci sbagliati.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/02/24/se-non-te-ne-occupi-poi-ti-preoccupi/

SULL’ALBA DI TUTTO, di Pierluigi Fagan

ALL’ALBA DEGLI STUDI SULL’ALBA DI TUTTO.

Discorso ampio sul “problema dell’Origine” stimolato dalla lettura di: D. Graeber, Di. Wengrow, L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità, Rizzoli, 2022.

La storia umana sembra si sia svolta in un modo per il 99,8% del suo tempo per poi dar vita a tutt’altro modo per il solo 0,2% del suo tempo, che è poi quello che arriva fino a noi. Queste percentuali si basano sulla lunga storia dell’umano che parte dalla comparsa della nostra specie da una parte e sul limitato tempo che chiamiamo Storia ovvero nascita e sviluppo delle civiltà, dall’altro, tre milioni di anni da una parte, cinque-sei migliaia di anni dall’altra. Poiché noi siamo figli tanto della biologia che della storia, è interessante domandarsi cosa provocò questo Big Bang delle civiltà. Forse capendo meglio cosa lo provocò, capiremo meglio le cause a fondamento delle nostre attuali forme di vita associata. Così come la ricerca biologica ci sta permettendo di arrivare a manipolare la natura per renderci la vita più facile, la ricerca su questo aspetto della nostra storia potrebbe permetterci di capire come costruire meglio le forme delle nostre società e come fare intenzionalmente la storia, piuttosto che continuarla a subire.

È questo l’ambito in cui si sviluppa il lavoro di un antropologo americano, David Graeber e un archeologo britannico, David Wengrow, nel loro: “L’alba di tutto. Una nuova storia dell’umanità” che ha avuto una ricezione importante soprattutto in ambito anglosassone. Useremo il loro testo per pensare con loro intorno a questo tema. Il tema è ad altissima sensibilità politica. A seconda di come leggerete la genetica del fenomeno, darete significati diversi ai concetti di uomo, società e politica, passato-futuro. Graeber è politicamente piuttosto famoso essendo stato dichiaratamente anarchico (si usa il passato perché nel frattempo è morto due anni fa, poco dopo aver finito il libro). Allievo di Marshall Sahlins, tra i promotori del movimento Occupy Wall Street, autore di molti altri testi politici interessanti[1]. Di Wengrow ho meno da dire se non che evidentemente condivide con Graeber molte forme della stessa immagine di mondo tanto da aver condiviso con lui altri studi pubblicati, sebbene si sia dedicato più all’archeologia comparata, con fuoco principale proprio su processi di formazione dei primi Stati. Chi scrive, politicamente, si definirebbe democratico radicale, oltre a non essere di cultura anglosassone, né archeologo, né antropologo, ma studioso delle varie forme di complessità. Chiarite le reciproche posizioni di immagini di mondo, entriamo più nel merito.

Come detto, il tema è quello dell’Origine non dell’uomo ma delle sue più complesse forme di vita associata e per entrare nel merito inquadriamo un po’ lo stato delle conoscenze e delle idee sul tema stesso. Dopo il lungo dominio delle storie versioni Antico Testamento, ha fatto seguito il contrapposto disegno sulle prime forme sociali ipotizzato da Hobbes e Rousseau. I due “ipotizzavano” al netto di ogni reale conoscenza concreta. Nel XIX secolo, subito dopo l’Origine delle specie di Darwin (1859) che tanto eccitò Marx, questa attenzione su quella che chiameremo “il problema dell’Origine”, comincia a rivolgersi di nuovo proprio all’Origine sociale con “Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato” di Friederich Engels in quel del 1884[2]. L’opera di Engels successiva la dipartita di Marx, elaborava loro scambi di idee mossi dall’altrettanto avida curiosità di Marx riguardo questo tema. Si sa di questa ultima divorante passione intellettuale del tedesco dalle note lasciate a seguito delle letture da lui fatte di opere antropologiche di L. H. Morgan e H. S. Maine[3]. C’è chi dà colpa a questa ultima divorante curiosità e passione, per spiegare il perché Marx non terminò mai la revisione per la pubblicazione del secondo e terzo libro del Capitale sebbene sappiamo dalla corrispondenza privata, Engels lo pressò a lungo a riguardo, ma inutilmente. L’opera di Engels declinava il nucleo del “materialismo storico” nella lettura dei fatti antropologici soprattutto sui nativi americani, secondo le conoscenze di allora ovvero circa centoquaranta anni fa. Se la conoscenza antropologica era ai primordi sia per ampiezza (i soli nativi americani, più che altro irochesi), sia per metodi, la conoscenza archeologica era ancora lungi da affiancarsi. L’argomento, quindi, permetteva la totalmente libera proiezione ideologica. Tanto per dirne una, alla data dell’uscita dell’opera di Morgan, Darwin stava ancora litigando con suoi vari detrattori sostenendo che il tempo della storia della vita non era lungo solo seimila anni come previsto dalle Scritture[4], ma molto e molto più esteso. L’idea che l’uomo avesse tre milioni di anni non era proprio pensabile, come ignoto era la Terra ne avesse 4,5 miliardi di anni. Di conseguenza del tutto ignoto che prima di Babilonia vi fosse stata una lunghissima storia. Dato il poco spazio mentale per la variabile “tempo”, va da sé che la complessità della vita potesse aver avuto causa solo in un atto di creazione di tutto in poco tempo e lo svolgimento della storia umana e sociale mostrasse cambiamenti con “teorie interruttore”, dove cioè una sola causa creativa (recente) determina tutto il successivo. Come Dio, si credesse o meno alla sua esistenza, l’uomo creava cose che cambiavano il mondo, a salto. Così, a salto, sembrava fosse da razionalizzare la rivoluzione industriale inglese nel cui contesto temporale pensavano a scrivevano Morgan, Maine, Marx, Engels.

Da allora il registro etno-antropologico è diventato una corposa enciclopedia di casi e conoscenze, espandendosi nello spazio e nel tempo e soprattutto, raffinando progressivamente anche i metodi e le griglie interpretative. Va però segnalato che nel registro etno-antropologico troverete come esistenti le più varie forme di vita associata, da quelle estremamente egalitarie e pacifiche a quelle verticali e belliche, questioni di gusto ed opportunità fanno scegliere agli studiosi questo o quell’esempio come più significativo[5]. Dopo l’antropologia, arriverà l’archeologia e va detto che se il volume del sapere archeologico è meno espressivo ha però il pregio di esser concreto mentre quello antropologico lo è altrettanto se ci riferiamo agli aggregati umani studiati in vivo, ma diventa più problematico se si usano questi casi per retroproiettare le conoscenze come fossero conoscenze su “fossili viventi” nel tentativo di diradare le nebbie su come effettivamente vivevano gli antenati del tempo profondo. Altresì, le nostre conoscenze archeologiche sull’argomento sono comunque molto aumentate e migliorate negli ultimi decenni, sia perché sono aumentate in quantità (scavi), sia perché è molto migliorata la nostra capacità di trarne informazioni. Dalle datazioni alla paleobiologia, dalla paleoclimatologica ed ecologia alla comparazione, all’estensione temporale indietro fino alla paleoantropologia, l’analisi genetica delle popolazioni, la capacità interpretativa si è amplificata. Questo movimento espansivo delle conoscenze è tutt’ora in corso e non è raro leggere opere anche solo di qualche decennio fa, oggi del tutto falsificate da scoperte o interpretazioni successive più recenti. L’intero processo è comunque gravato da condizionamenti ossia chi scava e finanzia gli scavi, come e perché lo fa e perché si sceglie di scavare qua e non là, chi interpreta ed in base a quali conoscenze; quali sistemi di idee, ideologie, paradigmi ed apriori si usano per interpretare, forme delle istituzioni della conoscenza, etc. Come detto, la natura potenzialmente “politica” di questo tema chiama questi condizionamenti anche più che in altri campi. Così come ogni altro argomento, anche questo risente dagli andamenti delle conoscenze del tempo. Nel senso che quanto si dice in merito, deve fare i conti anche con ciò che si ritiene oggi “vero” in molte altre discipline, dalla biologia evolutiva ai vari impianti di analisi storico-sociale.

Tutto ciò ci porta a segnalare due primi problemi nell’approccio dei due studiosi anglosassoni. Sebbene all’inizio segnalino questo problema del rapporto tra conoscenze antropologiche ed archeologiche citando una sorta di invito alla massima cautela proferito a suo tempo da Levy Strauss, le parti di Graeber che è un antropologo, sembrano a volte violentare i fatti archeologici trasferendo modelli della sua disciplina per riempire i vuoti di conoscenza che tutt’ora si hanno, abbondanti rispetto a quanto si mostra in archeologia. S’intenda, queste retroproiezioni sono di principio scorrette ma non sempre o non del tutto improprie, è un confine delicato da valutare e discutere caso per caso. A noi sembra che, in alcuni casi, Graeber sia andato un po’ oltre. I gruppi di cacciatori-raccoglitori studiati dall’Ottocento in poi, mai si trovavano nelle stesse condizioni degli antenati. Spesso assediati dai più o meno moderni, a volte con loro anche in saltuario contatto, limitati territorialmente nello spazio e nelle risorse, alle prese non con le ecologie e climi del tempo profondo, anche il ricercatore spesso turbava i loro comportamenti per il solo fatto di osservarli e studiarli. Erano quindi senz’altro viventi, ma fossili non proprio. Dal punto di vista dell’adattamento, gli antichi cacciatori raccoglitori e quelli recenti, si trovavano in due contesti diversi. Nei casi di queste varie tribù o addirittura popoli citati, c’è raramente una quantificazione demografica, propria e dei vicini, ma a volte queste fanno la differenza. Altresì, l’argomento chiama a conoscenze molto estese che non sempre si rinvengono nel testo, ed i due, a volte, sembrano prendere un po’ troppo alla leggera considerazioni demografiche, ecologico-ambientali, tecnologiche, femministe, apporti di biologia evolutiva ed altro.

Un problema epistemologico simile a quello dei rapporti tra antropologia ed archeologia, c’è nell’utilizzo della primatologia. Poiché discendiamo biologicamente dai primati, osservando questi potremmo dedurre alcune componenti fondamentali del nostro modo di essere? Ciò non è sbagliato in via di principio, però è molto delicato farlo. L’umano mostra, ed anche precocemente, una mente ben diversa in termini di intenzionalità. Dato che ex post possiamo rilevare la profonda diversità di capacità adattiva tra scimmie ed umani, le prime di popolazioni ancora contenute e confinate a precise nicchie ecologiche mentre noi siamo oggi alla soglia degli 8 miliardi ed ambientati dappertutto, capire quanta ancora “scimmia” abbiamo in noi è complicato. In più c’è da vedere anche quale scimmia, se ad esempio scimpanzé o bonobo stante che in realtà noi discendiamo con loro da un’altra specie ancora non individuata. Ma poi c’è anche il problema di capire come questi primati cugini che studiamo, mostrino gli stessi comportamenti di quelle più antiche ambientate nei contesti ecologici dei tempi più profondi. Ed anche quanto valgano le osservazioni dei vari soggetti nell’ambiente artificiale dei laboratori per esprimenti comportamentali o quelle fatte in vivo naturale e con quanta invasività degli osservatori.  G-W, comunque, risolvono il problema alla radice in quanto non si occupano del tutto dell’argomento visto che la parte del loro studio relativa al paleolitico è riservata a poche paginette dedicate al solo paleolitico superiore che inizia, circa, 50.000 anni fa. Peccato però perché alcune scoperte sul nostro essere nel paleolitico sarebbero state più pertinenti da usare nello studio che non convocare questa o quella tribù o popolo di qualche secolo o decennio fa.

Chiariti alcuni aspetti metodologici, entriamo più nel merito segnalando che l’avversario ideologico principale dei due è la modalità del ragionamento teleologico. Questo tipo di ragionamento parte da uno stato di cose, analizza i processi che l’hanno causato, vi trova le inderogabili ragioni per cui così è andata perché non altrimenti poteva andare visto che il tutto aveva una sua finalità intrinseca e prescritta[6]. Tutto ciò urta la loro aspirazione alla libertà umana e sociale, quindi politica. I due intendono combattere questo tipo di ragionamento applicato al problema dell’Origine delle forme di vita associata umana lungo il percorso che portò piccoli gruppi di cacciatori-raccoglitori mobili, a formare società stanziali massive di tipo gerarchico. Lo sviluppo del discorso coinvolge nostre idee su cos’è l’uomo, le sue forme di vita associata, le forme politiche, il potere e le gerarchie sociali, uguaglianze e diseguaglianze, le libertà, la storia stessa che questa ha preso nei suoi svolgimenti, le variabili che hanno concorso ai vari esiti. Va da sé che “un altro mondo è possibile” solo se si rifiuta il ragionamento teleologico. Quindi, in breve, la loro tesi è che le cose non sono veramente andate come ci siamo sin qui raccontati e quindi non è vero che così dovevano andare e quindi il nostro attuale stato di cose si può immaginare trasformabile poiché la storia prima della Storia è stata più varia e libera di quanto l’abbiamo pensata e scritta. Se così si mostra, secondo loro, nel profondo passato, così può esser oggi e per il futuro, quindi “un altro mondo è possibile”.

Ma su questo svolgimento c’è da fare un appunto. Questa forma di determinismo evoluzionista, peggio poi quando è applicato al campo sociale con abuso di analogie precarie, è tipica di certa cultura anglosassone ed i due sono immersi del tutto nell’ambiente culturale anglosassone (oltre esserlo loro stessi). Graeber ha anche avuto anche non pochi problemi accademici per le sue opinioni e metodi e si ricorda che era anglosassone, ma americano. Noi sottovalutiamo in genere questa geo-cultura delle immagini di mondo. Convinti che la pensiamo tutti nello stesso modo in quanto occidentali, non notiamo a sufficienza che la nostra menetalità “continentale” non coincide sempre del tutto con quella anglosassone viepiù quella americana. L’operazione condotta da G-W prende allora di mira i principali singoli punti del tema e compie una revisione critica dicendo che le cose sono andate molto diversamente da come si sostiene nel loro vasto campo di studi. Ma non è che l’impianto teleologico non stia in piedi perché i suoi assunti siano sempre singolarmente infondati, non sta in piedi prima di entrare nell’analisi dei singoli punti, non sta in piedi come logica dell’impianto di ragionamento. Lo segnaliamo perché la furia critica usata dai due nell’operazione, a volte fa forse un po’ troppa confusione buttando via bambini con le acque sporche. Qui, una certa ingenuità filosofica ed anche una limitazione della multidisciplinarietà ha giocato un ruolo negativo alla loro argomentazione. Nel caso della fatidica “origine delle diseguaglianze” non c’è alcuna logica sostenibile che porti obbligatoriamente dalla lettura del perché e come sono nate al conseguirne che così è giusto che sia e debba esser per sempre. Non era necessario arrivare a negare l’egalitarismo tendenziale degli antichi gruppi di caccia e raccolta, idea questa largamente condivisa dalla maggioranza degli studiosi, molti di fede politica anche vicina se non del tutto coincidente proprio con quella di G-W. Ma tutta la faccenda è molto complessa quindi sarà il caso di entrare ancora più nel merito specifico, punto per punto. E come annunciato, su molti di questi punti faremo anche discorsi più ampi.

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Vediamo i punti di teoria generale che i due autori attaccano. Il primo punto che mi sento molto fortemente di condividere è l’insopportabile condimento moralistico alle teorie. Non c’è ragione di pensare che l’uomo antico fosse “buono” e dopo anche “cattivo” (Rousseau) o “cattivo” da sempre ed anzi un po’ “meno cattivo” dopo poiché ingabbiato nelle regole civili (Hobbes). Quelle che ci sembrano bontà e cattiveria sono giudizi variabili su variabili comportamenti umani in entrambi i casi sollecitati dalle situazioni. Giudizi propri di immagini di mondo recenti applicate a forme del tempo profondo, un anacronismo. L’uomo ha una essenza molto varia che tocca punte di modi di essere diametralmente opposti, forse è la sua stessa vincente lunga storia adattativa ad aver modulato così tanta varietà. Soprattutto la base dei fatti va separata dai giudizi che possiamo dare in ambito di filosofia morale che, rispetto a XVII e XVIII secolo, ha oggi anche senso molto più relativo. Dimentichiamo quindi ogni passione morale e concentriamoci sul capire come sono andate le cose prima di darne giudizio.

Il secondo è la critica all’evoluzionismo sociale, a varie scansioni. Qui forse gli Autori risentono dell’effettivamente indigesto evoluzionismo anglosassone (per altro, non tutto) che eccede spesso in determinismo e riduzionismo. È questo un punto in cui potrebbe partire una analisi propria del concetto di “evoluzione” (termine-concetto neanche usato nella prima edizione dell’Origine di Darwin), sviluppato dai suoi primi interpreti (Spencer) così simile all’altro coevo concetto di progresso (sempre Spencer) e poi lungo sviluppato nella nuova Sintesi moderna ancora fino a noi fino al determinismo genetico alla Dawkins e poi fino alla arrogante assertività psicobiologica di Pinker ed altri. È una faccenda che richiederebbe un suo trattato più che una nota. Se ad esempio si prova a dire più o meno quello che viene presentato come “evoluzione” sociale (ed anche biologica), parlando di adattamento invece di evoluzione, gli stessi contenuti perderebbero significato teleologico perché l’adattamento risponde ad un contesto ed i contesti sono variabili. Altresì, è vero che spesso i confini tra i vari stadi di questa presentata “evoluzione” sono incerti ed i processi a volte reversibili e molto meno lineari di quanto narrato. Qui c’è un problema proprio epistemologico ovvero le descrizioni a grana grossa e quelle a grana fine. Alcune asserzioni sulle molecole sono vere fino a che non si scende al livello degli atomi e su questi sembrano vere fino a che non si scende alla scala quantistica, è un problema di grana. Del resto, se scrivessimo sempre descrizioni di fenomeni storici a grana fine, scriveremo metri quadrati di biblioteche per le cose più semplici, dobbiamo generalizzare per ragioni di semplice economia cognitiva anche se sarebbe giusto esser più consapevoli del fatto che ciò che appare da vicino, non è quello che appare da lontano, l’inquadramento stretto è diverso da quello largo, la compressione temporale nelle descrizioni taglia una geografia dei sentieri causali molto arzigogolata fatta a volte di cause ma anche da un po’ di caso. Lo stesso nostro apparato percettivo della corteccia temporale inferiore ha nell’area V4 campi più ampi per le visioni d’insieme e campi più stretti V1 per le messe a fuoco limitate ma più precise, ma alla fine noi andiamo di continuo avanti ed indietro tra le due per la percezione complessiva[7]. Nella conoscenza, questo avanti ed indietro è più problematico da trovare in un singolo autore. Altresì si deve vigilare su queste necessarie riduzioni del discorso che nella gran grossa sintetizza la pluralità ed a volte contraddittorietà della grana fine, ma purtroppo si deve accettare il fatto di farle se vogliamo cogliere nel nostro limitato spazio mentale intere veste porzioni del fenomeno del mondo. Ci eviteremo così lunghe ed inutili discussioni tra la supposta verità macro e quelle micro, stante che sono vere entrambe ma a grana diversa e con diversa utilità cognitiva. “Vere” perché ci sono utili e tra loro coerenti, non perché corrispondano del tutto al fondo noumenico della realtà. Infine, approcciati con una logica fuzzy che sfoca le soglie di significato, molti livelli definitori assumerebbe valori più graduali, come graduale è la varietà dei casi. Quindi “evoluzione”, nel latino ciceroniano dove il termine compare per la prima volta, significa “svolgimento”[8], queste storie dette “evolutive” sono svolgimento di forme più o meno adattive, non c’è alcun chiaro fine e quindi teleologia. La Terra non è il fine della fisica, la vita non è il fine della chimica, l’uomo non è il fine dell’evoluzione vitale, le società gerarchiche centrate sul possesso di capitale non sono il fine intrinseco dell’avventura umana in forme di vita associata. Il “non c’è alternativa” è una asserzione semplicemente ridicola.

Il terzo punto da affrontare è forse il centro del tema centrale. Deriva proprio da quell’incremento di quantità e qualità delle conoscenze archeologiche che abbiamo prima citato. Incremento che arriva però non su un foglio bianco ma su fogli e fogli di idee largamente condivise e sedimentate nelle immagini di mondo, cioè tessute con molte altre provenienti da varie discipline e con destinazione filosofica e politica rilevante. Tutto ciò forma canoni, ideologie e dà cattedre universitarie.  Rimuovere queste conoscenze condivise non è facile poiché l’intero ordito delle immagini di mondo condivise fa attrito. Lo stesso fatto si debba fare i conti con le idee di un inglese di metà XVII secolo ed un franco-svizzero del XVIII che teorizzavano su fogli bianchi, dice di quanto complicata sia la formazione e peso delle immagini di mondo. Ma di cosa si tratta nello specifico? L’intera narrazione nata nel XIX secolo in ambito britannico ed ancora molto influente sull’invenzione dell’agricoltura che avrebbe modificato i modi di produzione e questi i modi sociali, il prototipo delle teorie interruttore applicate all’Origine, non è vera in più punti ed alla fine è falsa del tutto se intesa come causa prima del salto che portò alla civiltà. L’agricoltura non fu affatto una invenzione, oltretutto tarda come prima ci sembrava, pratiche di coltivazione e varia cura del selvatico prima che di domesticazione precedono anche più di 10.000 anni il prima ritenuto, ma la conoscenza sulla seminazione è anche molto precedente[9]. Non fu quindi una rivoluzione ma una lunga transizione adattiva. Tra l’altro, che noi si sappia poco di questi tempi è un fatto, ma che noi si fondi su questa ignoranza palese l’idea che il mondo vada avanti a rivoluzioni quando nel caso abbiamo un tempo che è quattro volte più ampio di quello che mettiamo nei nostri volumi di storia generale, è assai improprio. Mai visto “rivoluzioni” che si compiono in diecimila anni, in diecimila anni si possono notare trasformazioni. Inizialmente, una certa cura del naturale prodotto vegetale aveva funzione di semplice integrazione alimentare, poi di stoccaggio per compensare i variabili risultati della caccia raccolta. Per altro silvicultura ed orticultura (quest’ultima dagli apporti anche molti rilevanti oscurati dalla nostra furia ideologica centrata sui cereali) furono anche più precoci. Quanto ancora sull’idea dell’invenzione, si è proceduto con calma allo sviluppo detto “agricolo” in qualcosa come 14 diversi luoghi del pianeta attestati archeologicamente ed altri 9 dedotti bio-geograficamente, senza poter ipotizzare e per varie ragioni, meccanismi di diffusionismo. Quindi non è stata una invenzione anche perché si è ripetuta per più di venti volte in tempi lunghi e luoghi diversi. I modi di produzione della sussistenza che per lungo tempo non sono stati solo di caccia e raccolta, ma anche pesca (e la cosa fa differenza nelle nostre descrizioni dell’uomo paleolitico, così come la “caccia” non era sempre caccia grossa), si sono progressivamente ampliati a gli apporti della silvicultura, orticultura, agricoltura del selvatico, poi agricoltura basata sulle piogge o sulle inondazioni periodiche e solo dopo nell’agricoltura dipendente dall’irrigazione e questo lungo adattamento che è durato migliaia di anni e solo alla fine arriva a collassare la grande varietà alimentare precedente nella monotonia agricola su vasta scala. E non per convenienza intrinseca della modalità a lungo evitata dagli uomini del tempo come unica fonte di sussistenza, ma per necessità per un complesso di cause come poi meglio vedremo. Infine, abbiamo a registro anche società agricole ma non per questo gerarchiche socialmente, così come società stanziali ma non per questo agricole. Occorre cioè ampliare il modello ad altre variabili se vogliamo capir meglio come ha funzionato la dinamica reale, togliendo ogni determinismo produttivo-economico quale riecheggia in teorie il cui calco è preso dalle c.d. “rivoluzione industriale” britannica del XIX secolo. Modello universalizzato come legge della storia e dell’economia moderna per varie ragioni, tra cui l’idea stessa la storia e l’economia dovessero avere “leggi”, per “invidia scientifica” nei confronti della fisica in tempi in cui furoreggiava il positivismo. Come anticipato ed ormai noto ai più che studiano l’argomento, la stanzializzazione dei gruppi umani, in più casi precede e di molto l’utilizzo dell’agricoltura nelle sue varie forme, il nesso di causa, qui come altrove, andrebbe semplicemente invertito. Fu la precoce stanzializzazione in condizioni di offerta alimentare agevole che, quando tali condizioni non furono più così agevoli, portò a finire nella mono-dimensionalità cerealicola[10]. Diversamente da come altri hanno provato a sostenere, non siamo finiti schiavi delle nostre invenzioni originariamente di belle speranze, siamo finiti in una singolarità di necessità a cui abbiamo dato un esito che ci sembra monotono solo perché adattativamente non siamo stati in grado di far diversamente. Questo nostro primo modo di adattarci, il modo degli ultimi cinquemila anni, un tempo ridicolo in termini evo-adattativi, non è l’unico modo possibile, solo quello che ci è risultato più facile perché non in grado di farlo diversamente visto che siamo finiti al centro di campi di forze causative più forti della nostra capacità di dominarle. Ma non è detto che noi si sia condannati ad esserne dominati per sempre. Capire cosa ha agito in questo fenomeno è appunto propedeutico a capire come manipolarne le variabili diversamente per ottenere altri esiti.

Qui si rivela anche la differenza portata dallo sviluppo delle nuove discipline quali la paleo-geografia, la dendro-cronologia, la paleo-botanica, la paleo-climatologia ed altre. Semplicemente, come per altre accennano i due ma ritraendosi quasi subito dal tema, da 12.000 o poco più anni fa siamo entrati in un nuovo regime climatico, l’Olocene. Già da poco prima cominciarono a sciogliersi i ghiacci, il mondo è letteralmente invaso di acqua dolce, cresce la vegetazione, crescono le popolazioni animali, cresce la biodiversità, gli umani si trovano progressivamente in una sorta di paradiso terrestre fatto di relativamente ricca abbondanza, in pochi con in tanto spazio. Ciò che ai due non piace tanto sottolineare è che, banalmente, cresce progressivamente anche la consistenza demografica delle popolazioni umane e tutto ciò ben prima dell’agricoltura. Sia quella delle dimensioni dei gruppi che anche per questo spesso si stanzializzano, sia quella della densità relativa per singoli areali, evidentemente i più “ricchi” quanto ad offerta di alimenti e condizioni di vita. Fatto quest’ultimo poi rilevante per lo sviluppo delle varie “culture”, dello scambio genetico, delle idee, delle tecniche, dei prodotti (eccedenza vs mancanze), ma alla fine, motivo anche dell’addensarsi improvviso di grandi gruppi in singoli luoghi. Quando ciò è avvenuto in certe aree ad alta densità abitativa, sono poi nati diversi problemi che infine porteranno al ripiegamento verso l’agricoltura irrigua e da qui alle dispute territoriali, quindi poi alla figura del militare ed altre classi o caste. Purtroppo, per avere prove dirette ed inequivocabilmente fondate di questa ipotesi demografica dedotta per gran parte da quella climatica, dovremmo scavare ampie zone (oggi per altro spesso abitate) ed a più strati, un impegno che siamo molti lontani da poter prendere. A noi questa “dipendenza dal contesto” sembra inequivocabile e palesemente logica senza per questo finire nel determinismo demografico o ecologico. Ragionar per complessi di cause è anti-determinista per principio, è chi è già determinista di un tipo che ti accusa di esser determinista del tipo che a lui non piace. Come, ad esempio, fanno gli economisti quando sentendo considerazioni demografiche evocano subito lo scomodo fantasma di Malthus. Infine, un effetto poco considerato di questo fenomeno durato millenni fu portare i gruppi umani ai limiti di possibilità dell’equilibrio adattivo. Quando si manifestarono, come sappiamo proprio dalla paleo-climatologia, anche relativamente leggere fluttuazioni climatiche (in Mesopotamia nel 6500 a.C. e poi nel 4500 a.C.) in direzione inversa con ripresa di temperature poco più fredde ma soprattutto molto più secche, il precario equilibrio tra grandi gruppi umani già stanziali-volumi di sussistenza-natura (ecologie e climi) spinse a ricorrere sempre più all’agricoltura irrigua. Ma ciò fissò in certi territori ed impose quella progressiva strutturazione sociale che poi leggiamo come emersione della civiltà con i suoi pro ed i suoi contro, come ogni adattamento.

Tutto questo si ritrova anche nelle antiche mitologie come perdita del “paradiso” precedente e non ci riferiamo solo a quella vetero-testamentaria che fa eco a quella più antica di Gilgamesh, c’è anche nella mitologia cinese. Ma più di tutto fa fede l’analisi della consistenza ossea e proteica degli scheletri rinvenute nelle sepolture lunga questa transizione. L’uomo perde dimensioni e forza, si manifesta un dismorfismo sessuale prima appena accennato ed aggravato dai diversi regimi dietetici che indicano anche, l’emergere di una gerarchia uomo-donna prima forse non esistente come ogni altra forma di gerarchia sociale di tipo fisso. Perde pare anche in salute generale, anche perché più monotona la dieta, carne e pesce diventano più rari e difforme ne è la distribuzione dentro i gruppi umani che provenendo dall’abbondanza ora scoprono la scarsità e la diseguaglianza delle proteine. Lo stesso vivere in tanti in poco spazio ed a contatto con animali porterà anche le prime zoonosi ed epidemie. Nelle prime città collassano non solo le precedenti reti dei villaggi di più ampi areali, ma spesso anche popolazioni ancora seminomadi e basate su caccia e raccolta di areali vicini le cui ecologie stavano cambiando. Cambiando per ragioni climatiche, ma anche perché le crescenti densità relative dopo aver vissuto per un po’ con una domanda che eccedeva l’offerta naturale, non aveva più equilibrio con il circostante, stava esaurendo le risorse. G-W ricordano correttamente quello che è già noto in questa area di studi ovvero che tutto ciò, a grana fine, non mostra alcuna linearità. Molte prove, molti fallimenti, molte scelte poi reversibili, il censimento dei tentativi cittadini, se avessimo effettivamente tutte le prove archeologiche, mostrerebbe il classico fenomeno di molti tentativi con molti errori di cui pochi o forse pochissimi si stabilizzano e diventano la base di una nuova storia.

Come si vede tra ideologia e conoscenza c’è di mezzo il modello ed il modello dipende dal numero di variabili e loro interrelazione che si adopera per sviluppare conoscenza. Meno variabili mettete più potete strattonare i fatti a seconda di dove la vostra ideologia vuole arrivare a definire la sua agognata “verità”, che invero viene stabilita prima dei fatti stessi. Si capisce che per chi ha dedicato la vita a studiare il mondo solo tramite le lenti economiche o della storia del pensiero simbolico e religioso o tramite qualche vario strutturalismo o biologismo evolutivo o qualche altra selettiva forma di visione ed interpretazione come i tecnologi, scocci prender atto di cose magari poco conosciute come i rapporti tra climi, ecologie e demografia (vegetale, animale, umana) siano state complessi di cause efficienti. Sebbene poi occorra anche qui rifuggire dal determinismo e vedere come queste nuove condizioni hanno avuto a grana fine affetto sulla assai varia e composita complessità umana, a quali modalità hanno dato vita caso per caso. Forse il caso mesopotamico che è poi quello che conosciamo meglio, non è del tutto uguale a quello cinese, che non del tutto uguale a quello vallindo, che non è del tutto uguale da quello mesoamericano. Il significato epistemologico di tutto ciò è dimenticarci la monocausa-effetto e considerare il principio di causa complessa ovvero complessi di cause non lineari.

Infine, per chiudere il punto, anche come accennato dai due in altri contesti del loro lavoro, tutto ciò ovvero il grande improvviso afflusso di acqua prima rappresa nei ghiacci ci ha indicato che le coste del tempo profondo oggi sono sotto metri e metri di acqua, fino a 120 metri o più. Dove però questi effetti si sono sentiti meno come i laghi o i fiumi, ma poi scavando anche sott’acqua di mare[11], emerge con chiarezza che vivere sulle rive e sulle coste era la preferenza, forse la prima, degli uomini antichi. Ma quanti accademici con cattedra in base a volumi e volumi scritti sulla caccia, le armi, le tecniche, l’aggressività primate del maschio paleolitico sopravviverebbero a nuove descrizioni sulla lenta raccolta di cozze e telline di uomini, donne, bambini sugli scogli antichi, cantando e giocando? Così per l’orticultura come se zucchine, fagioli, piselli, e quant’altro non assolvessero funzioni nutritive che per altro non assolvono davvero proprio i cereali. Per non parlare degli avicultori, la pesca, i chiocciolai etc. Insomma, il ricorso all’output agricolo domesticato ed irrigato manipolando i rapporti tra terra ed acqua dolce fluviale è solo la fine di un lungo processo adattivo svolto mentre le condizioni naturali che erano sensibilmente migliorate progressivamente, avevano aumentato la consistenza delle popolazioni per questo motivo, in molti casi già stanzializzate come plasticamente vediamo a Catalhoyuk[12], circa 7000 persone inurbate già 9000 di anni fa e con sussistenza mista. Consistenza interna ai singoli aggregati, ma anche loro densità territoriale. Catalhoyuk, ad esempio, sembra non aver “vicini” di prossimità, quando invece avremo piccole prime cittadine di dimensione simile, per altro in altri contesti ecologici, ma con “vicini” con cui condividere il territorio, sorgeranno altre dinamiche. Un equilibrio al limite delle capienze venne in seguito più volte turbato da oscillazioni climatiche che spinsero gli stanziali sempre più vicino ai fiumi, creando le prime città ma in alcuni casi, anche il nuovo problema degli spazi in competizione. La estrema varietà alimentare dei tempi d’oro si restrinse ai cereali per tutti e prodotti di allevamento, ma non per tutti, compensazioni di scambio tra eccedenze e mancanze con altri gruppi umani di altre ecologie. Già nel mesolitico delle aree in cui si formano le “culture” condivise tra più centri in interrelazione, vediamo spesso il formarsi di specializzazioni che poi partecipavano a reti di scambio ampie. Ma questi scambi sono anche dipendenze che poi, in successive condizioni, portano a fondere i gruppi nelle prime città. Provenendo dall’abbondanza relativa si piombò nella relativa scarsità e necessità di organizzarsi in forme complesse per farvi fronte. Questo primo impatto con la complessità venne risolto nel modo più semplificante ovvero rendendo progressivamente gli aggregati sociali dei sistemi gerarchici fissati con certe rigidità. Così è andata più o meno ovunque ma non c’è alcuna ragione di ritenere così sarà per sempre, nelle cose umane il “per sempre” non esiste, la stessa logica dell’adattamento dice che lo standard dell’essere è il divenire. Ripetiamolo, se sostituite a teoria dell’evoluzione, teoria dell’adattamento, la teleologia scompare magicamente in via logica. E soprattutto vi ricorda che i sistemi in esame (uomo, gruppi, popoli) stanno in un contesto e ne risentono, non producono dinamiche per logica propria astratta, rispondono a sollecitazioni esterne ed influiscono su queste stesse turbando i contesti.

Come vedete, se andate in multidisciplinare ed a grana fine, appare un mondo che non è quello su cui potete scrivere una critica di mezza cartella citando Hobbes, Rousseau, liberalismo e materialismo storico, individualismo o socialismo e quant’altro vi frulla per la testa dandovi il piacere di pensare che il mondo è proprio come l’avevate pensato. Sarebbe ora archiviassimo collettivamente questo complesso di idee proprie del moderno, recepissimo le novità sia sui fatti su sul come connetterli tra loro, sia sul come interpretarli. Questo complesso mentale risale nel migliore dei casi al XIX secolo quando noi europei eravamo in cima alla piramide dello sviluppo storico alimentato dal nostro dominio sul mondo naturale ed umano che contava uno scarso miliardo di umani. Oggi siamo destinati a dominare quasi più nulla ed in alcuni casi siamo dominati come nelle relazioni di potere con gli americani ed anglosassoni in un più ampio cluster detto “occidentale” che è oggi una frazione, sempre più anziana, di 8 miliardi di umani. Ma limitati anche dalla poderosa crescita degli asiatici e degli africani. Se il mondo oggi fosse dotato di una assemblea democratica basata su una testa un voto, noi tutti intesi come occidentali (ed ammesso ma non concesso noi si abbia visioni comuni sui rapporti col resto del mondo) peseremmo per uno scarso 15%. Per non parlare dei limiti ambientali. Enorme la quantità e qualità di nuovi fatti da considerare, metodi da rivedere, modalità di connettere idee ed interpretazioni. L’abuso del prefisso “post” negli ultimi decenni per denotare difformità con questa tradizione moderna che leggeva un mondo che non c’è più, denota in effetti solo quanta fatica stiamo facendo a capire come sviluppare nuove immagini di mondo in cui l’architettonica del pensiero faccia passi avanti significativi rispetto a quella moderna.

Come quarto punto possiamo dire che altre idee dei due Autori sono interessanti, ma da valutare caso per caso. Il fatto che gli umani del tempo profondo, viepiù si va indietro nel paleolitico, mostrino eccezionali linee di mobilità anche a lunghissimo raggio è sempre più attestato. Ma l’aumento progressivo delle dimensioni dei gruppi e loro densità, sembra poi aver frenato questa abitudine al “lontano”. In realtà, il concetto di “spazio vitale” va riducendosi progressivamente. Mano a mano che si passa dalla caccia alla raccolta, dalla cura del selvatico ed orticultura, all’allevamento, all’agricoltura nella sequenza coltivazione – domesticazione, l’areale di riferimento si rimpicciolisce e si fissa parallelamente la stanzialità e la densità relativa.  Anche le ultime forme nomadi o seminomadi, alla fine collassarono nelle forme stanziali con i mongoli e vari tipi di barbari che poi finirono spesso col diventare l’aristocrazia armata dei gruppi già da tempo stanziali come accadde in Europa ed in Cina. Gli anglosassoni hanno mantenuto questa loro nostalgia al libero scorrazzamento barbaro che chiamano “libertà” già ai tempi delle Grandi navigazioni, poi delle colonie, poi dell’Impero britannico, oggi con l’impero -sui generis- americano. Anche la mentalità ebraica, che è poi quella di molti studiosi occidentali, prima del sionismo, si è formata senza il vincolo del territorio ed anzi col problema di esser accettati nel territorio altrui. Alle volte, sembra che questo “elogio del nomadismo”[13] sia esagerato per ragioni ideologiche favorevoli alle migrazioni contemporanee, la globalizzazione, il mondo “sans frontieres”, la “società aperta” con scivolamenti anarco-capitalisti con un mondo (dis-)ordinato dalla sola mano invisibile del mercato. A parte il fatto che gli antichi del tempo profondo forse non erano poi così nomadi come ce li siamo raccontati ma semmai semi-nomadi e che magari ci siamo estesi nel tempo perché i primi nuclei parentali ad un certo punto invitavano i giovani adulti a fondare nuovi gruppi da un’altra parte ed a parte il fatto che i casi più estremi riguardavano individui più che gruppi (quella libertà di andare e venire a cui si riferisce Graeber), rilevare che muoversi liberamente in spazi semi-vuoti è diverso che muoversi liberamente in spazi occupati ci pare una ovvietà. Le migrazioni contemporanee sono un fatto, andrebbero analizzate per cause specifiche e col fenomeno occorrerebbe fare conti seri. Anderebbero anche selezionate tra obbligate o volontarie, fare il loro elogio nel caso di quelle obbligate ci pare improprio viepiù quando noi stessi siamo tra le cause indirette di molte catastrofi belliche o ambientali locali come in Africa. Giustificarle o negarle attingendo a caratteri della presunta natura umana, non si capisce cosa apporti alle nostre facoltà di gestire tali problemi, così negare che oggi siano problematiche sotto certi punti di vista, magari opportunità sotto altri. Questo è un altro di quei fenomeni che eccitano le nostre dichiarazioni morali, ma il fenomeno andrebbe indagato in tutta la sua realistica problematicità obiettiva.

Graeber usa poi più volte il concetto di schismogenesi (G. Bateson) ovvero il costruire una identità di gruppo, spesso come copia inversa dell’identità del gruppo vicino con cui si hanno rapporti che passano dall’amicizia conviviale al sospetto e poi al conflitto. Il meccanismo è interessante e personalmente credo più utile come strumento di interpretazione delle relazioni individuali (come per altro pareva anche a Bateson che inventò il concetto) ed anche di certa logica filosofica (ad esempio nella Scienza della logica di Hegel, la sua versione della “dialettica” con tesi ed antitesi nette ed autorinforzanti nella reciproca “dialettica” basata inizialmente sulle coppie dei contrari “polemici” di Eraclito[14]). Personalmente non lo avrei applicato, per varie ragioni, alle differenze rilevate tra le culture del Levante mesolitico rispetto alle culture degli altipiani anatolici come proposto dai due, mi è sembrata un po’ una forzatura, ma è questione secondaria. Qui come altrove, dal tono dell’argomentare dei due non si capisce sempre molto bene la differenza tra fatti ed ipotesi e quando “ipotesi” quanto fondate o liberamente proposte.

Quanto alla mobilità e varietà di forme sociali in base alle stagioni, trovo l’idea molto concreta ed in molto modi provata, fa sicuramente parte di una concezione adattativa della storia umana. Soprattutto nelle modalità più antiche nel tempo profondo di semi-nomadismo in cui si alternavano siti stanziali più di raccolta ed altri periodi di mobilità di caccia, inversioni estate-inverno o fissazione di donne-anziani-bambini con uomini che partivano per battute di caccia di qualche giorno. O come nei rapporti tra siti ed areali interni e di costa. Più in generale, mi sembra giusta l’idea di smetterla di pensare l’uomo paleolitico come un idealtipo mono dimensionale. Ci furono molti modi e molte forme, variabili nel tempo breve per via delle stagionalità o nel tempo medio e lungo per via del divenire storico e delle complessità relativa, della geografia, del clima e delle ecologie. La già citata forma di foraggieri di costa che doveva esser ben diffusa, è stata a lungo ignorata solo perché s’erano inizialmente trovate le pareti affrescate francesi con le scene di caccia grossa ed i siti di costa non li vedevano perché sommersi dall’acqua di mare il cui volume era cresciuto vistosamente con la deglaciazione. O forse solo perché piaceva trovare negli antenati i caratteri semi-militari dei gruppi di maschi che infilavano lance nel costato dei mammut lanosi urlando per farsi coraggio, segue barbecue, birra e partita in televisione per gruppi di maschi tribalizzati felici di trovare negli antenati i caratteri propri del loro esser contemporaneo. Un “essere” magari sintonico con presupposti infondati che imperano nell’antropologia economica, per lo più di matrice anglosassone.  Tutto ciò ci fu ma non ci fu solo questo, dipende da chi racconta la storia. Se chi la racconta è femmina, ad esempio[15] le tante nuove e vivaci paleo-antropologhe, ecco arrivare i problemi tra ampiezza del foro vaginale e volumi cranici, brodini vegetali dei torvi neandertaliani, amazzoni, nonne che tengono la prole, maschi che dicono di cacciare ma alla fine mangiano sole perché le donne avevano fatto orto e raccolta costante e molto altro. Le abbiamo citate ironicamente ma ognuna di queste tesi è serissima e abbastanza fondata/provata, l’ironia era verso la nostra misconoscenza di come l’identità culturale del narratore illumini solo certi fatti e non altri. Vale tra uomini e donne, tra giovani ed anziani, tra occidentali e non e dentro gli occidentali tra anglosassoni e non, oltreché dalla disciplina specifica da cui proviene chi parla. Per non parlare di quadri etico-politici che hanno a priori in testa i vari studiosi. Studiosi poi di cosa andrebbe specificato, come velenosamente fa (a ragione) Graber quando parla di Diamond o Harari. Siamo appena usciti dal penoso spettacolo di virologi che parlano di epidemiologia (di cui non è detto sappiano cose) o primari generalisti che parlano di virus o epidemiologi che parlano di Cina o della bergamasca senza conoscenze di contesto.

A tale proposito epistemologico, nel testo si accenna appena ad un altro problema che meritava anche più spazio. Noi abbiamo scavato a partire dall’Europa occidentale perché qui si concentrano le università e fondazioni che finanziavano gli scavi. L’uso cultural-politico delle origini continua con gli indiani rispetto alla civiltà della Valle dell’Indo e coi cinesi in vario modo, coi turchi che si riappropriano dei loro siti antichissimi fondando così una antichità che non hanno (i turchi venivano dal centro Asia non sono indigeni dell’Anatolia) e di recente addirittura coi sauditi che si sono iscritti al “grande racconto delle origini” con siti di 7000 anni fa. C’è una intera mitologia simbolica fondata solo sulle sole grotte francesi, poi anche spagnole. Poi però capita, come di recente, di trovare una pittura parietale in Indonesia (Sulawesi) anche più antica di quelle franco-ispaniche, con un più semplice maiale selvatico. Ma pensare a gruppi umani che cacciano mammut lanosi ed alci giganti è diverso che pensare gruppi che cacciano maiali selvatici nel sottobosco con rane, scoiattoli e grassi coniglioni. Oppure scoprire che le pitture parietali con rappresentazioni di umani più antiche sono, al momento, quelle australiane e non quelle francesi[16]. Come si sarebbe sviluppato il lavoro interpretativo alla Leroi-Gourhan se avessimo cominciato a scavare in Australia e non in Francia? O per le pitture parietali o petroglifi “en plein air” trovati in nord Africa o Medio Oriente, un modo di lasciare i segni molto diverso che non infilarsi quasi senza ossigeno di traverso in un buco di una profonda grotta buia. Così, per i resti delle culture dell’Antica Europa teorizzata dalla Gimbutas. Siti per decenni dentro la cortina di ferro dove non si scavava o se si scavava con archeologi non di Oxbridge o oggi bulgari stante che l’archeologo bulgaro certo non è al livello dell’archeologo americano o inglese (lo diciamo con ironia).

Ma il discorso andrebbe ampliato al concetto di “prova scientifica”. Abbiamo a lungo chiamato il paleolitico, età della pietra perché avevamo solo pietre scheggiate, il legno non si conserva nel tempo. Poi però abbiamo miracolosamente trovato dei giavellotti di legno ancora intatti perché affogati in bagni di gesso (lance di Schoningen)[17]. Ricostruiti in copia perfettamente conforme abbiamo provato a lanciarli ed abbiamo scoperto che per bilanciamento ed aereodinamica, potevano arrivare lì dove c’è oggi il record di lancio femminile olimpico di specialità. Poi siamo andati a fare la radio-datazione degli originali ed abbiamo scoperto che sono di 300.000 anni fa! Neanche Sapiens e neanche Neanderthal ovvero Homini heidelbergensis, sapevano creare strumenti di lancio di gittata incredibile, “alta tecnologia” diremo oggi. Le conoscenze a base di questi manufatti come si sono formate, come si sono stratificate e trasmesse per arrivare a quel risultato? E chissà cosa ci siamo persi in lettura dei segni di queste antiche forme di vita associata non ricevendo manufatti di pelle, tendini e piccoli ossi, cuoio, paste vegetali, liane. Basta trovare i blocchetti di ocra con motivi geometrici di Bomblos (Sud Africa) per retrodatare a 70.000 anni fa il pensiero simbolico che prima ci sembrava emerso dal nulla in Europa 30-40.000 anni più tardi. È spesso questo “dal nulla” che chiama teorie interruttore. Ma poi si scopre che non erano affatto dal nulla. Presupporre che questi uomini più antichi avessero menti, capacità artigiane e società in grado di sviluppare e forse tramandare questo tipo di saperi cozza con tutto quanto prima ci eravamo raccontati pensando di esser noi Sapiens europei del tutto “speciali” ed in quanto proto-francesi, ovviamente proto-pittori. Fino a trenta anni fa eravamo convinti che i Neanderthal neanche potessero parlare per “evidenti” problemi all’apparto fonatorio (falso). Qui si potrebbe aprire anche una finestra sullo sviluppo recente degli studi sui Neanderthal che oggi ci appaiono del tutto diversi da quello che credevamo anche solo venti anni fa[18], ma andremo fuori tema. In termini di studio delle immagini di mondo sarebbe però molto interessante farlo.

Quanto i rapporti ludici ed ironici col concetto di “potere” sociale, tema specificatamente antropologico caro a Graeber, c’è poco da aggiungere. Quando le forme sociali del potere erano ancora impermanenti, variabili in base agli adattamenti, reversibili e per altro anche limitate, essendo a quei tempi il “potere” una funzionalità di ordine del gruppo magari ad hoc per certe attività come la caccia o solo per certi periodi dell’anno, va da sé ci fossero inversioni ludiche e giocose. Ma non si capisce cosa questo ci porta in dote per trattare il problema del potere sociale oggi, salvo ricordare che il Carnevale ne discende, così per un certo tipo di “satira”. O forse è utile, come giustamente sostiene Greaber per levarci dalla mente l’idea balzana tipo menti bicamerali di antenati poco meno che automi biologici sballottati dagli eventi[19], privi di auto-coscienza ed intenzionalità. Da segnalare qui come tanta letteratura bizzarra che convoca gli alieni sapienti per spiegare segni di precoce intelligenza umana sofisticata, esista proprio perché il divieto di pensare la nostra storia adattiva molto lunga è in certi paradigmi scientifici. Sappiamo che i monoteisti pensano il tempo su base implicita ristretta, anche gli scienziati a volte sembrano non andare troppo là, ecco che quando spunta qualcosa di complesso in tempi in cui non dovrebbe esserci, arrivano gli Anunnaki segue puntata-mistero su History Channel. O se ti va meglio, l’innovazione genetica che secondo Chomsky avrebbe creato il linguaggio umano solo 70.000 anni fa.

Qui mi piace segnalare una vera e propria costante del progresso recente di questi studi: è sempre tutto più antico di quanto credevamo. È come se la cronologia di Ussher[20] basata sulle verità bibliche continuasse ad agire nella nostra razionalità inconscia. Sono decenni che leggo di queste continue retrodatazioni. Ci dovremmo allora domandare perché vige ancora questo invisibile paradigma recentista e magari scoprire che noi pensiamo che il nuovo sia puntiforme, venga da una causa, mentre quasi sempre sono riorganizzazioni di complessi di cause che generano cambiamento sostanziale in archi tempi ben più lunghi. Noi pensiamo con lo schema dell’evoluzione per errori casuali di replicazione genetica e non con quello dell’adattamento (Sintesi estesa)[21]. Gli elementi c’erano già, a volte è solo la quantità e qualità della loro interrelazione a modificare la realtà osservata. Forse due-nozioni-due di biologia molecolare, avrebbero permesso pure ai due di ritorcere il determinismo biologico contro i suoi stessi adepti. Nei fatti della disciplina, cambiamenti genetici dagli effetti catastrofici quali quelli supposti a causa ad esempio dell’innovazione culturale, si manifesterebbero con tempi incompatibili con la tempistica degli eventi. Non a caso i biologi molecolari stessi confermano che i primi sapiens erano in tutto e per tutto uguali a noi biologicamente. Ma due-trecentomila anni fa non facevano quello che facciamo oggi; quindi, non è innovazione casuale puntiforme nei geni ad aver cambiato la mente che poi ha preso a farci fare cose diverse. Per altro desumere il comportamento umano per eredità genetica, come fa Pinker e la disgraziata prima sociobiologia[22], è un esercizio che si presta a molti abusi. Noi sottovalutiamo il fatto che le novità dell’umano sociale spesso emergono quando tanti umani diversi si incontrano. Quello che vediamo comparire prima nel Levante e poi in Europa occidentale (perché non abbiamo forse ben scavato quella orientale o caucasica) è “cultura” e dove c’è cultura c’è l’identità di gruppi diversi in reciproca interrelazione. Non si dipingono pareti di roccia se non c’è nessuno che può vederle, si emettono segni e significati se c’è qualcuno a riceverli. Quanto al numero di Dunbar[23] contro cui si scaglia con vigore Graeber, quella di Dunbar è la semplice notazione che i nostri cervelli sociali sono stati selezionati in lunghi tempi in cui abbiamo vissuto con un numero limitato di relazioni con conoscenti. Per altro non è che il cervello aveva un numero limitato di caselle “quello lo conosco” perché conosceva poche persone è che aveva uno spazio limitato di suo e per altre ragioni. Magari anche quelle del diametro del foro vaginale da cui uscivamo per tornare a prima (ma non è solo quello). Dire che entro 120-150 contatti riusciamo ad ospitare una immagine tridimensionale e relativamente nitida dei componenti la nostra vita associata ed oltre questa cifra poniamo gli estranei, non comporta di per sé far degli estranei dei nemici. Dice solo che il raggio della nostra conoscenza percettiva è limitato, se poi capita di dover vivere assieme a migliaia o milioni di “altri”, si dovrà prevedere la costruzione di sistemi fatti di sistemi, costruzione che fino ad oggi ha trovato ordine solo gerarchico. Dalla conoscenza percettiva dovremmo passare a quella mediata che purtroppo molti non hanno, scambiando il locale per universale. Ma questo non è colpa di Dunbar.

Ci sarebbe poi da entrare negli aspetti sociali della violenza esclusiva ed organizzata, quando e come compaiono le prime guerre stante che se non vogliamo fare letteratura, pure scadente, e vogliamo attenerci ai fatti, l’unica prova certa di un cimitero seguente un chiaro conflitto armato tra gruppi è solo del 11.700 a.C. (più o meno)[24]. Ma salvo uno o un paio di altre prove, tocca poi entrare in profondità verso il basso mesolitico o primo neolitico per vederne tracce più frequenti e l’inizio della civiltà per vederne la versione sistematizzata. Stante che l’aggressività inter-individuale è indiscutibile proprietà di specie, la guerra “atavica” è un mito o per lo meno non è suffragata da alcuna prova. Anche perché questo è uno di quei chiari casi in cui mancando il movente adattivo (eravamo forse non più di 20-30.000 umani in tutto nell’Europa del cuore del paleolitico superiore), si deve ricorrere al determinismo genetico del comportamento, una evidente sciocchezza. Così per le sepolture ancora paleolitiche che i due chiamano di “rango” ma che si potrebbero o forse dovrebbero chiamare di “prestigio”. Il “rango” sembra anticipare segni di stratificazione sociale e gerarchia, il “prestigio” invece è attribuito dal basso. Ad esempio, antiche madri figlie di discendenti fondatori antichi del gruppo (reali o presunti poco importa), sciamani e sciamane, i tanti scheletri sepolti con riguardo che mostrano vari tipi di infermità che evidentemente non era ritenuta una mancanza nella hobbesiana lotta di tutti contro tutti, ma segno divino o magico o chissà cos’altro che rendeva quegli individui a loro modo “speciali”, ma non per questo certo potenti e dominanti. E che, come nel caso dello scheletro di Shanidar, (Kurdistan iracheno)[25] che dice quanta cura sociale ci fosse intorno agli “svantaggiati”, ancora nei neandertaliani. L’intera per altro ancora discussa vicenda dei “neuroni specchio” scoperti in scienze della cognizione[26], ci dovrebbe riportare ad esaminare il bivio di Adam Smith. Fu proprio Adam Smith a proporre l’idea che il motore dell’interrelazione umana a base delle società fosse l’umano desiderio di reciproca simpatia (Teoria dei sentimenti morali[27], per altro con Smith ancora in vita da tutti e da lui stesso ritenuto il suo magnum opus, ricordando che il tipo era docente di filosofia morale non di economics). Che poi nella Inquiry[28] abbia presentato l’egoismo del lattaio e del macellaio come motore del mercato forse dovrebbe suggerirci l’idea che nella mente dello scozzese la società era qualcosa di più ampio ed importante che non lo specifico del mercato. Per Smith l’economia di mercato era migliore di quella mercantilista e di quella fisiocratica, per quello scrive l’Inquiry, non per sostenere l’idea della società-mercato. Come si vede, pensi la paleoantropologia ma la pensi con o senza conoscenze di scienze cognitive, con o senza conoscenze di storia del pensiero economico e con questo formato da canoni narrativi ormai consolidati e tramandati che però si sono formati sopra i testi, non nel merito dei testi riferiti. Questi sistemi di pensiero che chiamiamo immagini di mondo, li puoi avere solo se ti imbarchi in lunghi e complicati studi multidisciplinari altrimenti ogni sacerdote di credenza settoriale replica solo il suo canone. E così di canone in canone alla fine vince sempre quello dell’élite dominante. Si potrebbe arguirne che il modo geopolitico del “divide et impera” si applica anche alla cognizione e da questa alla politica sociale. L’importante è che ognuno osservi il particolare così il generale lo lasciamo fare a chi ha tutte le conoscenze ed informazioni.  Quando arriva il paleoantropologo anglosassone-liberale che ti ammorba con l’egoismo individualista essenza umana e reitera la lagna del “free lunch”, parlategli dello scheletro di Shanidar.

Al quinto punto mettiamo un’altra questione centrale trattata dai due, che è la più delicata: l’egalitarismo definito “presunto” dei cacciatori raccoglitori. Questo è un punto mainstream, ovvero condiviso praticamente da tutti gli studiosi o dalla maggior parte. Francamente, non ho capito perché gli autori attacchino questo punto anche perché portano avanti la loro critica in modo del tutto insufficiente ed anche un po’ sgangherato.  Per altro, la critica di questo punto mi sembra un po’ annunciata e molto poco effettivamente e seriamente condotta. Da quanto ho capito, il punto è trattato citando le famose sepolture di rango (anzi “principesche”) che per me sono di prestigio e non di rango nel senso che non si può dalla loro particolarità desumere davvero quanto dell’uno o quanto dell’altro e la monumentalità che precede di molto l’agricoltura. Sulle “tombe principesche” mi soffermerei per dare ai lettori idea di quanto contino le parole e le nostre proiezioni interpretative. La più famosa è senz’altro la sepoltura di Sungir in Russia[29], ben 30.000 anni fa circa. Andrò per vie brevi saltando i particolari: abbiamo due sepolture principali con un adulto maschio e due adolescenti in un’altra tomba vicina. Entrambe sono piene zeppe di perline di avorio che hanno richiesto mesi e mesi di lavoro probabilmente di gruppo data l’entità, secondo tecniche non banali. Immediatamente e per lungo tempo è stata definita “sepoltura della famiglia principesca”. Così l’informazione è ripetuta in molti testi. Ma anni dopo, si è fatto l’esame del DNA. Si è così scoperto che i due adolescenti non sono parenti tra loro e nessuno dei due è imparentato con l’adulto. Non sono quindi una famiglia, almeno “naturale” e se non sono una famiglia non si capisce come possano esser definiti principi e principini quasi a volere retrodatare non solo la nozione di rango ma anche quella di ereditarietà. Le sepolture di prestigio non evidenziano alcun rango. Che sciamani e sciamani fossero socialmente prestigiosi era ovvio, ciò però cosa portava nel problema delle diseguaglianze sociali? Che tizia o caio fossero ritenuti da una tribù i lontani discendenti del fondatore e perciò riveriti come simboli viventi dell’identità di gruppo, che reali vantaggi portava in termini di potere sociale? Che un prima “straniero” avesse portato da fuori in un gruppo una tecnica di sopravvivenza prima sconosciuta, fatto questo che certo meritava gratitudine eterna, cosa ci dice in merito del potere generale? Quello che ci dicono le statue cittadine degli atleti che vincevano le antiche Olimpiadi in quel di Grecia: prestigio, simboli, esempi, gratitudine ma zero potere effettivo.

Quanto alla precoce architettura monumentale, in che senso questa dimostrerebbe l’esistenza di stratificazione e gerarchia sociale? Sicuramente questi siti dimostrano capacità di complessità realizzativa prima dell’adozione dello stile agricolo e questo è il più spiazzante significato, ad esempio, di Gobekli Tepe[30]. Il caso turco, per altro, potrebbe esser unito ad altri casi su fino alle Grotte di Chauvet, per fare un altro discorso. Alcune grotte affrescate tra Altamira, Chauvet ed anche Lascaux sono spesso del tutto sproporzionate rispetto all’ipotetico utilizzo che ne poteva fare una singola banda o tribù o clan. Viepiù Gobekli Tepe anche e solo dal punto di vista realizzativo oltreché di utilizzo. Così Stonehenge ed altri siti megalitici. Come suggeriva il capo archeologo dello scavo anatolico ora deceduto[31], K. Schmidt, si potrebbe invece applicare una idea di Lewis Mumford sulle anfizionie che poi conosciamo nella storia dell’Antica Grecia. Gobekli, tra l’altro, sembra distante da ogni altro sito abitato e sembra non fosse abitata in permanenza da alcuno. Così preso, sembrerebbe un vero e proprio punto centrale di un areale con più gruppi separati dal punto di vista sistemico, ma collegati quanto a condivisione di qualche rituale o pratica comune, inclusa la stessa costruzione, un “fare le cose assieme” che cementasse amicizie, scambi e buoni rapporti. Oggi poi in parte confermata dal nuovo scavo di Kaharan Tepe e di altri siti dell’area a costruire una vera e propria rete sistemica territoriale[32]. Questa precoce interrelazione sistemica in cui chissà perché gli studiosi vedono sempre e solo “templi”, interrelazione sistemica quale poi i due nostri Autori citano quando accennano alle più tardi “culture”, sarebbe molto interessante da esplorare, ma in un certo punto del libro proprio dove si parla di Gobekli pare non interessarli, salvo poi riprender l’argomento positivamente nelle Conclusioni. Forse scrivere a quattro mani porta a questa modulazione di diversi accenti e qualche piccola contraddizione. Talvolta anche ciò che qui abbiamo segnalato mancante o sottovalutato in realtà tale non è in alcuni passi, ma lo diventa in altri. Ogni studioso ed ogni individuo ha una “sua” immagine di mondo, anche quando questa ha ampi margini di sovrapposizione con quella di un altro, la coincidenza e le sue forme interne non sono mai perfettamente identiche. L’architettura monumentale pre-agricola mostra quanto le società del tempo possano a pieno titolo definirsi complesse, fatto questo che toglierebbe anche a “complesso” il destino accluso di gerarchico, ammesso quel concetto comporti l’altro come dice Graeber o come invece qualsiasi studiosi di complessità non direbbe affatto, anzi direbbe l’esatto contrario.

Perché in quel lungo antico periodo compaiono cose del genere e più tardi compaiono invece conflitti tra vicini? Convocare a causa la famosa densità crescente e relativa lotta per lo spazio vitale gli sembrava troppo poco originale? Ma siamo a gara di originalità interpretativa o cerchiamo di capire davvero come sono andate le cose nel tempo profondo? L’intero loro argomento mi sembra oscilli tra una sorta di furia ideologica di Graeber ed una più misurata attinenza scientifica di Wengrow, lo si evince (pur rimanendo una pura ipotesi) anche dalla lettura dei capitoli più specificatamente attribuibili all’uno (quelli antropologici) o all’altro (quelli più archeologici). Su questo punto invece, al di là della roboante affermazione contraria all’idea dell’uguaglianza sostanziale dei piccoli gruppi, alla fine sembra che casi del genere servissero solo a dire che il passato mostra diverse forme e che gli uomini del tempo profondo erano tutt’altro che stupidi selvaggi primitivi privi di ogni forma di complessità, punto quest’ultimo su cui, per quanto mi riguarda, sfondano una porta spalancata.

Tra l’altro, si sarebbe potuto fare un discorso diverso tra gerarchie fisse e variabili. Gli esempi degli eschimesi portati da Graeber potrebbero dire che quando usiamo concetti troppo nitidi come “uguaglianza” e “diseguaglianza”, applichiamo gabbie concettuali troppo rigide basate su concetti idealistici. Che ad esempio anche i più antichi gruppi di caccia avessero un capo-caccia è fatto plausibile. Per altro poteva esserci una guida quando si trattava di trovare i branchi, diversa da quella che coordinava l’assalto. Ma quando il gruppo caccia tornava al villaggio, stante che pare nessuno gruppo umano si è cibato mai solo ed esclusivamente di proventi della caccia, quel gruppo ed il loro capocaccia, tornavano semplici individui uguali nella redistribuzione del cibo e quando si doveva decidere “politiche” del gruppo. Se proprio qualcuno aveva più peso nelle decisioni, magari era una anziana, donna perché in genere vivevano più a lungo, anziana perché aveva esperienza adattiva e tramandava conoscenze adattive cumulate. In più, quando vediamo nel Paleolitico superiore manufatti artistici che hanno richiesto indubitabili capacità specialistiche, stiamo vedendo una precoce “divisione del lavoro” fissa ed alienante come poi all’avvio della civiltà su fino ai giorni nostri o queste “specialità” erano appena pronunciate e comunque affiancate anche da altre attività, quindi reversibili? Ma se è stato così, allora anche qui come altrove, certi modi come la fatidica -divisione del lavoro- nacquero molto presto nel processo di ominazione, solo avevano un altro significato da quando si fisseranno in forme sistemiche fisse ed immodificabili, con valore sociale ineguale annesso. Forse assecondavano la semplice umana attitudine ad avere certe preferenze, certe cose in cui si riesce meglio, utile poi a dare varietà interna ai gruppi, varietà utile all’adattamento l’unico vero tribunale “del bene e del male”. La visione adattativa chiama ad idee su possibili adhoc-crazie ovvero forme di potere limitato a fatti specifici. Ma fa una grande differenza quando questo “kràtos” diventa generale, fisso, inamovibile e passa dall’interesse di gruppo all’interesse di una frazione di gruppo che subordina tutto il resto del gruppo.

Il che ci porta al sesto punto che premetto mi trova entusiasta di quanto ho letto, un capitolo di Wengrow sulle forme di democrazia del tempo antico (ma ho segnalato prima che la mia mentalità è fatta in modo da avere ovvia corrispondenza su questo tema), di cui i due giustamente contestano l’etichetta che recita “democrazia primitiva”, quando non siamo in tempi primitivi e le forme che si possono ipotizzare tutto sono meno che primitive. Qui gioca l’immagine di mondo dominante che pensa (o vuole che noi si pensi) Atene esser stata la prima democrazia della storia, quando invece fu forse l’ultima. Mi ha fatto grande piacere leggere la citazione dei lavori di Thorkild Jacobsen che ha dedicato a questo argomento grandi studi, stante che parliamo del più grande assirologo del suo tempo con tanto di cattedra ad Harvard e non di un ideologo di giornata. Oltre ai filtri negazionisti che nel tempo antico e profondo non vogliono vedere tracce di gestione democratica, per quanto il termine si sia declinato probabilmente in molti vari modi, agisce la differenza tra grana grossa e grana fine. La nostra sostanziale ignoranza di tutto ciò che per esser “storia” deve provenire da attestate fonti scritte, unita alla versione interruttore del tipo “invenzione agricoltura-compaiono le monarchie con élite dinastiche”, non tiene conto del concetto di “transizione lunga”. In pratica, se come i più ritengono ed in fondo anche i due alla fine non hanno sostanzialmente contraddetto, la lunga tradizione dei piccoli e medi gruppi era quella di condivisione egalitaria dell’intenzione politica, all’ingrandirsi e densificarsi dei gruppi è corrisposto un lungo passaggio che solo in alcuni casi è poi assurto alle monarchie ereditarie con stratificazione sociale. Stante che è difficile segnalare un limite quantitativo preciso entro il quale funziona la condivisione ed oltre il quale non funziona più o almeno non funziona più con relativa facilità. Da quello che mostra il registro archeologico si può dire che fino a che le prime città erano di dimensioni contenute ma soprattutto fino a che le città erano in pratica “stati”, si nota il probabile perdurare di assemblee ed assemblee di assemblee cittadine che o governavano o facevano da contrappeso al re, all’inizio forse addirittura “eletto” e comunque non originante di dinastia. E questo “re” era tale per il significato che diamo noi al termine o era il grande organizzatore, magari delegato? In questi passaggi andrebbe analizzato il ruolo dei sacerdoti poiché sembrano esser stati loro, all’inizio, a gestire le prime forme di “cosa pubblica” centralizzata ma, inizialmente, su delega dal basso. Ad esempio, a Tell Brak, nel nord della Siria, oggi ritenuta la prima forma città essendo anche se di poco antecedente ad Uruk, il Tempio degli Occhi mostra una evidente centralità non solo culturale ma anche economica mentre gli studiosi ipotizzano la città fosse operativamente governata da una assemblea degli anziani. I due poteri erano ancora bilanciati, poi ad un certo punto non lo furono più. E con loro si dovrebbe anche analizzare il ruolo delle “immagini di mondo” condivise, condivise quando ogni membro del gruppo umano aveva a che fare con l’altro e tutti assieme col tutto della loro vita interna ed esterna al gruppo, poi meno, poi sempre meno fino a quando furono del tutto sintetizzate dall’alto. Un “alto” sociale appunto sacerdotale poi, anche per ragioni logistiche, coadiuvato da civili ovvero le nuove burocrazie, incluse quelle militari, da cui poi provennero i leader carismatici, gli eroi, i capi, i re, le dinastie, le classi e quant’altro. Un probabile passaggio rilevante fu quando il “grande organizzatore” passò dal sacerdote al burocrate civile. In più, forse il passaggio più rilevante, fu quando la singola città volle sottomettere l’altra a partire dai territori circostanti. Lì le antiche culture, poi anfizonie o confederazioni articolate fatte di città o centri autonomi, lasciarono il passo alle prime forme di regno e poi impero, lì il “re” -in genere armato- comincia ad assomigliare al significato a noi noto. Quando poi successivamente vediamo che da civile diventa semi-divino, poi vediamo anche la dinastia.  Passaggio, mosso non altro che dal crescente disequilibrio tra demografie in ascesa e capacità dei territori di sostenerle. Ad un certo punto di questa transizione, l’organizzazione funzionale di società sempre più massive non poteva avere più nulla di facile e naturale in termini di auto-organizzazione (democrazia sostanziale), né si può immaginare essersi manifestata una élite armata che s’impose su tutti per sequestrare il potere, almeno inizialmente. È una tesi che per esser ben spiegata porterebbe via troppo tempo e spazio in questa sede, poiché il modello ha un gran numero di variabili il cui gioco reciproco ha dato vita al processo di semplificazione politica. In cui, tra l’altro, ci dimentichiamo sempre di inserire ipotesi su come hanno lavorato le ipotetiche immagini di mondo del tempo. Gli umani non sono pupazzi acefali mossi dall’innovazione genetica quanto dai modi di produzione, agiscono in base anche a ciò che pensano vero e giusto o meno. Un’occhiatina a Gramsci ogni tanto andrebbe data.  Si può dire che la semplificazione politica, ossia gerarchica, fu il modo in cui in tutto il mondo, gruppi umani sempre più massivi, risposero al costante incremento di complessità delle loro forme e condizioni di vita associata, condizioni interne ed esterne. Ed il fatto così sia andata nell’infanzia dell’umanità “civile”, non dice certo che così andrà anche quando la nostra storia sociale crescerà e diventerà più adulta. Quindi, le teorie interruttore hanno il doppio difetto di collassare migliaia di anni e poi secoli in un passaggio immediato e di attribuire la causa ad un modo economico che fu in realtà un effetto, si ricorse alla monotona agricoltura cerealicola perché non c’era più altro modo di sostenere la sussistenza per nuove masse con la varietà precedente che però presupponeva ecologie e spazi che non c’erano più. Altresì che tutti decidessero tutto divenne logisticamente sempre più difficile. Financo il riservare il diritto di voto democratico ai soli ateniesi figli di ateniesi ha avuto forse più ragioni, ma non ultima quella che tra donne, meteci e schiavi, si era arrivati a pare 140.000 anime. Nei primi decenni della democrazia ateniese, queste restrizioni non c’erano o non c’erano nella stessa forma restrittiva decisa poi ai tempi di Pericle[33]. Ma soprattutto, nei primi passi delle forme civili, la complessità di queste decisioni finì in capo ad una élite della conoscenza logistica (economica, commerciale, di relazioni esterne etc.) che imposero le soluzioni dall’alto in basso, un basso sempre più confinato in nicchie di produzione specifiche, assorbite temporalmente nelle proprie attività minute e non più in grado di imporre il proprio punto di vista decisionale. Ignare di come altrimenti rifornire di legname la comunità del basso Iraq perché non c’erano più boschi a centinaia di metri come a Catalhoyuk, ma a migliaia di chilometri nel Levante (Libano) con il quale andava organizzato uno scambio complesso, con logistica complessa e questo solo per fare un esempio. In metafora, i navigatori delle canoe su acque domestiche divennero comandanti quando le canoe divennero navi ed in acque, spesso, sempre più agitate[34]. Ecco perché diciamo Atene l’ultima democrazia, perché si proveniva da millenni di condivisione della decisione politica e i vari spazi pubblici di grande ampiezza, in città egalitarie quanto a case e sepolture, prive di edifici centrali di potere, dicono che ancora per lungo tempo la cittadinanza ebbe il suo ruolo attivo e decisionale prima di produrre re ed imperatori. Non a caso vediamo prima Pericle e Demostene e poi di colpo Alessandro Magno. Le condizioni di possibilità per l’antichissima e lunga tradizione di democrazia sostanziale terminano esattamente nel 322 a.C..

Per tornare un attimo alla contrapposizione Hobbes – Rousseau, ci starebbe forse bene in mezzo Etienne de la Boétie e la sua “servitù volontaria”[35]. Tra l’altro un testo il cui originale è probabilmente del 1549 e che è molto improbabile fosse sollecitato dal confronto con la critica indigena come sostiene Graeber verso Rousseau e più in generale certi discorsi dell’Illuminismo. I primi contatti tra europei e nativi del New Mexico risalivano ad appena dieci anni prima, quelli con gli “indiani” del nord non erano ancora proprio avvenuti. Ci riferiamo al fatto che questo passaggio dalla democrazia primitiva alle forme oligarchiche o monarchiche, potrebbe esser stato impersonale e progressivo. Si dovette delegare sempre di più per tante e varie ragioni, ma piano piano, la delega anche data dal basso e quindi controllata e revocabile, via piccoli spostamento vissuti o presentati come “cause di forza maggiore”, divenne sempre più incontrollabile e da un certo punto in poi, vestita ideologicamente sul modello dèi – popolo di umani con sacerdoti intermedianti, imposta come giusta ed inderogabile. Plastica di questa dinamica fu la casta sacerdotale ebraica nell’esilio babilonese, dove materialmente si compone l’Antico Testamento e con le sole parole si compone una tradizione che fa “popolo”. Popolo senza terra, indifferente ai vari modi produzione, privo di gerarchia politica, ma che si sente popolo perché tutti credono ad una storia. I sacerdoti hanno a lungo avuto i monòpoli delle storie. Così nacque la “servitù volontaria”. Poi i sacerdoti dovettero condividere l’intermediazione coi re, i re con le burocrazie che li supportavano, i militari, i grandi commercianti e così via. Ricordiamo che per quanto banale, è un fatto che il sistema pienamente agricolo provocò una seconda e più rilevante inflazione demografica e questa chiamò in breve tempo (secoli e non più millenni) maggiore complessità sociale delle funzioni sempre più limitate e specializzate come segnalano le letture materialistico-storiche, e non solo. Fu la necessità di governare queste complessità che comunque andrebbero lette in modelli a più variabili tra cui geografia, clima, densità abitativa, che portò a sequestrare l’intenzionalità politica in capo ad una élite.

In più, forse, questi processi di revisione degli assunti, potrebbe anche allargarsi alla tripartizione classica di filosofia politica fondata da Aristotele. Forse non è vero che la modalità dell’Uno (re, imperatore, tiranno) e dei Pochi (aristocrazia, oligarchia, élite) siano due modalità distinte. Nei fatti è sempre molto difficile immaginare il potere dell’Uno puro senza una banda di Pochi che gli fanno da contorno e sostegno che siano sodali, famigliari larghi, tribù etnica originaria. Ma non solo come sottoposti. Forse, assai spesso, sono proprie queste bande di aspiranti il privilegio a determinare chi di loro farà da vertice pubblico, da uomo-copertina. Il primo re mesopotanico che dichiarò di esser lì in missione per conto di qualche dio è improbabile l’abbia fatto di suo poiché la narrazione religiosa era saldamente nelle mani dei sacerdoti. È molto più probabile siano stati questi ad intravedere il vantaggio o la necessità di definirlo tale, tanto cosa diceva o non diceva il dio rimaneva loro appannaggio, quindi potere. O almeno così pensarono prima di trovarsi un coltello alla gola che suggeriva cosa il re si aspettasse loro riferissero il dio dicesse. E dove il registro storico ci racconta degli accoltellamenti di Giulio Cesare o tradimenti improvvisi, ci sta raccontando proprio di come questi gruppi di potere scelgono di cambiare il loro uomo-copertina che sta andando troppo per conto suo ovvero contro i loro interessi. Forse semplificare la lettura delle forme di potere alla diarchia Pochi vs Molti, sarebbe più idoneo. È quando i Molti diventano troppi che l’intenzionalità distribuita si accentra nei Pochi e da lì si perpetua in vari modi, lì prima del supposto “comunismo originario” si ruppe la “democrazia originaria”, è il “quanti si decide di cosa” che fece la differenza. Anche quando una catastrofe cambia la composizione dei Pochi, re sui sacerdoti, poi militari sui re etnici, poi oligarchi su aristocratici, poi anziani su giovani, maschi su femmine, capitalisti su aristocratici, interessi americani su ogni altra nazione non americana, ciò che leggiamo è sempre una parte che s’impone su un’altra. Farla più complicata del necessario sembra a volte ci sia utile per giustificare la natura delle nostre catene che ci sfugge di continuo. Forse allora dovremmo domandarci perché ci sfugge, cosa non abbiamo pensato, cosa non abbiamo notato perché non l’avevamo prima pensato. In pochi ci sono certe dinamiche su come prender le decisioni, in molti ce ne sono altre.

Il settimo punto è la questione dello Stato. La teoria elaborata da G-W sostiene che si ha pieno potere statale quando si verifica una confluenza di sovranità, burocrazia e politica competitiva. Nella storia profonda di trovano prima un solo di questi elementi, poi due in varie combinazioni ma solo quando si intersecano tutti e tre si ha lo Stato, per cui è improprio parlare di “origine dello Stato” come fosse una cosa del tipo “prima non c’è-dopo c’è”. Non spenderei troppe parole su questo punto. Quanto ai tre punti della statualità individuati dai due ci sarebbe da fare un lungo discorso critico e poi un altro ancora più lungo su un diverso modello di variabili. Quanto invece alla dinamica tra variabili del modello, dire che lo Stato è emerso nel tempo lungo come transizione progressiva ci pare senz’altro condivisibile. Non si capisce però perché questa non sia, a sua volta definibile una teoria sull’origine dello Stato. È una teoria sull’origine complessa e non semplificata dello Stato, ma è pur sempre una teoria sulle origini degli Stati. Financo lo Stato moderno inizia la sua formazione dalla fine della Guerra dei Cent’Anni per arrivare ancor almeno a Westafalia ed oltre, prima che la configurazione si assesti, è almeno un secolo e mezzo o più. Così per tutti gli storici che hanno rivenuto forme capitalistiche fin dal Quattrocento italiano con sfogo delle fiere della Champagne o se si studia Venezia, anche prima. Ma era quello lo stesso capitalismo del XIX secolo inglese? No di certo. Allora forse dovremmo chiarirci meglio di cosa stiamo parlando ed usare etichette diverse per forme diverse altrimenti si finisce come nei dibattiti odierni a discutere se la Cina è o meno pienamente “capitalista” o ancora sostanzialmente “socialista” come pretendono altri, un dibattito senza senso, oltremodo confuso e confondente.

L’ottavo punto si concentra su una critica sul ruolo della tecnologia come motore impersonale dell’evoluzione sociale, critica che condivido. Come detto, l’intera teoria interruttore viene a formarsi come auto-comprensione del “tempo appreso nel pensiero”, in quel del XIX secolo, ovvero durante quella che verrà chiamata “rivoluzione industriale”. Da lì in poi e da lì a prima, improvvisamente spuntano rivoluzioni dappertutto, agricola e poi urbana quanto alla Mesopotamia, scientifica all’inizio del moderno, industriosa secondo lo storico olandese Jack de Vries ancor prima di quella industriale vera e propria, verde quando Borlaug inventa nuove tecniche agrarie nel dopoguerra mentre poi si ripetono quelle industriali e digitali fino alla recente 4.0. Di contro, inizia la critica alla tecnologia da Heidegger in poi. Tutte le teorie di motore tecnologico sono teorie-interruttore. Proprio nel XIX secolo, in piena rivoluzione industriale, si stabilisce la partizione temporale della storia prima della Storia (s’inventa il concetto di “pre”-istoria nel 1858) dividendola secondo le tecniche di lavorazione della pietra (Paleo-Meso-Neo-litico), con dettagli da mal di testa nel paleolitico superiore[36], poi nella lavorazione dei metalli (Età della pietre, del Bronzo, del Ferro), così con le complicate scansioni del neolitico in periodi ceramici. Questo materialismo tecnologico comporta la compressione del cambiamento storico in trasformazioni puntiformi ovvero “rivoluzioni”. Sebbene il concetto di rivoluzione sarà poi adottato all’interno dell’immagine di mondo marxista, esso nasce nell’immagine di mondo liberale quando gli storici whig, ai primi del Settecento, decideranno di nominare “Gloriosa rivoluzione” un colpo di stato ai danni della monarchia Stuart in quel della fine del ‘600. Gli storici whig traevano il concetto di “rivoluzione” dalla prima cosmologia scientifica (Copernico) dove per altro la “rivoluzione” era un andare in tondo da A a di nuovo A, come poi in effetti accadde alla Rivoluzione francese che passò dal re all’imperatore, da un Uno all’altro. Evoluzione e rivoluzione, due casi analoghi e sintonici di progressivo spostamento del significato. Altresì è palese che l’accensione data dall’innovazione tecnica è conforme all’idea che la storia sia mossa dai modi economici e loro trasformazioni, nessuno ha mai parlato di rivoluzione cristiana o musulmana o protestante o anche proprio il passaggio dallo sciamanesimo alle religioni antropomorfe e queste dai pantheon plurali al monoteismo, dalle dee materne ai padri ieratici o quando i Greci cominciarono a ribellarsi al dominio mentale delle mitologie ed inaugurarono lo sguardo razionale nelle colonie ioniche per segnalare “grandi trasformazioni” ad esempio nelle immagini di mondo o la stessa “rivoluzione” statale operata lungo il XVI secolo dai francesi. Quando cioè Muhammad prende disperse tribù arabe sempre assoggettate dai vari sistemi adiacenti più organizzati e gli racconta le storie poi compendiate nel Corano, una ventina d’anni o poco più come tempo storico, per generare l’intero fenomeno dell’islam, questo non merita la categoria delle rivoluzioni? Noi abbiamo spesso concetti sfocati che fanno categoria ma con poi assegnazione dei casi, così, a piacere. Su questo argomento la critica è basata sui dosaggi. Nel senso che nessuno può ignorare l’effettiva incidenza dell’invenzione ed innovazione tecnica ed il doppio esito di fornire nuovi strumenti che poi però ci strumentalizzano, ma dare a ciò il ruolo di motore primo, unico e generatore di trasformazioni istantanee è spesso improprio. Spesso, si possono ricostruire tempi più lunghi in cui si collezionano segmenti o cambiamenti indiretti di contesto che poi prendono forma di singolo strumento, le innovazioni che ci immaginiamo individuali, improvvise ed archimedee (si è accesa la lampadina mentale, da cui le teorie “interruttore”) sono collezioni stratificate di apporti parziali che solo alla fine producono il “fatto nuovo”. Sono cambiamenti sistemici, collettivi e di medio periodo. Ciò vale più in generale anche come teoria del cambiamento storico, quelle “lunghe durate” proposte da F. Braudel e la scuola delle Annales, dopo Darwin e lui dopo i geologi della prima metà dell’Ottocento che avevano dilatato il tempo dell’uomo e della storia o analizzando la storia per transizioni invece che per fatti evenemenziali o come illustra il T. Kuhn nella Struttura delle rivoluzioni scientifiche nel lento accumulo di incongruenze della scienza nomale da cui poi spunta fuori la scienza rivoluzionaria. Tale temporalità del cambiamento storico vale sia quando leggiamo i fatti accaduti, sia quando teorizziamo fatti che vorremmo far accadere. Molti sono in attesa messianica di qualcosa o qualcuno che trasformi il millenario potere delle élite in qualcos’altro. Son cinquemila anni che quella forma governa le società di tutto il mondo, se aspettiamo che “oplà”, una classe, una idea, una invenzione, un leader carismatico, un partito con avanguardie di buone intenzioni, un nuovo modo di produzione o di intendere la valuta, imposto chissà da chi e come, capovolga il tutto per vedere noi in vita finalmente il nuovo modo di stare al mondo, temo che dovremo aspettare altre migliaia di anni prima che ciò accada. Quanto allo specifico di una teoria dell’innovazione catastrofica, G-W segnalano correttamente che i forni per le ceramiche nascono migliaia di anni prima del ritenuto per fare ninnoli, giocattoli e statuine, l’estrazione mineraria anche per trovare pigmenti, i mesoamericani conoscevano raggi e ruote ma non per questo facevano carri, i greci trovarono la potenza ingegneristica del vapore ma la dedicarono solo a muovere macchine per il teatro ed i cinesi usavano la polvere da sparo, non solo ma per lo più per fare fuochi d’artificio o spaventare i nemici in battaglia, si deve distinguere invenzione e ricezione così come non tutte le eiaculazioni generano concepimenti. Abbiamo già visto queste lunghe anticipazioni quanto ad “invenzione dell’agricoltura” e quanto proprio ai Greci, L. Russo ha dedicato un famoso e documentatissimo studio[37] sulla “rivoluzione scientifica dimenticata”, quando in periodo ellenistico si inventò molto di ciò che poi fu dimenticato per esser inventato di nuovo nel Rinascimento e poi all’inizio del moderno. L’argomento, quindi, meriterebbe una analisi da hoc basata su ricostruzioni plurali, nonché dilatate nel tempo in luogo della teoria dell’interruttore acceso dal genio individuale. Sono cioè trasformazioni sistemiche, se si vuole leggere il cambiamento catastrofico si deve prender in esame sistemi ed i sistemi hanno molte variabili, molte interrelazioni e passano da uno stato all’altro per transizioni di fase più che a salti e rivoluzioni saltellanti proposte da teorie-interruttore o di causazione semplificata. Tali transizioni non sono la lentezza trasformativa dei lunghi periodi standard, ma non sono neanche gli “oplà” che ci piace immaginare parlando di giannette e spolette volanti. Vale per il passato, vale per il futuro ovvero per le teorie del cambiamento sociale. Ed aggiungiamo, vale anche per l’eccesso di critica sulla tecnica modulata sul modello dell’apprendista stregone che risale a Luciano di Samosata[38] ovvero creare strumenti che inevitabilmente ci strumentalizzano. Ci strumentalizzano perché le nostre società attuali son ordinate dal principio economico che genera élite che poi decidono della ricerca, dello sviluppo, delle applicazioni e delle destinazioni concrete su certe forme di organizzazione sociale. Se fossimo società democratiche autocoscienti decideremmo noi a priori su quali ricerche del nuovo concentrarci, quali utilizzi fare delle invenzioni, con quali limiti e destinazioni sociali, come gestirne gli effetti spesso ambigui e potenzialmente bivalenti. Non c’è bisogno di piagnucolare sulla perduta originarietà arcadica o pre-moderna, c’è da capire come dominare l’innovazione invece che esserne dominati. E soprattutto e più a nostra portata, c’è da uscire presto dalla mentalità del XIX secolo coi suoi riduzionismi, determinismi, scientismi, imperialismi, liberalismi, economicismi, positivismi, individualismi, che fanno sistema mentale, immagine di mondo. Il Mondo è nuovo ogni giorno, per parafrasare il saggio, ma le mentalità ci mettono un po’ troppo a registrarlo. Specie quando ti trovi in transizioni epocali come la nostra attuale.

Nelle conclusioni, G-W tornano su qualcuno di questi punti e stupisce che avendo attaccato un modello di teorie vigenti, non riepiloghino tutti i principali punti sia di critica sia di contro-analisi, in modo da costruire un tentativo di modello alternativo. Le conclusioni non concludono nulla se non sottolineare una volta di più che molto di quello che crediamo è sbagliato. Questa conclusione da cantiere aperto ci può anche stare, se questa era l’intenzione dei due va bene anche così. Ma su un punto che evidentemente ritengono decisivo sono molto espliciti e tornano con ampio spazio. Secondo loro la variabile dimensionale ovvero l’idea che società grandi in ambienti densi abbiano portato di conseguenza a società gerarchiche, con una equiparazione tra complessità e gerarchia, è la madre di tutte le false convinzioni. Ma a ben vedere questa ultima frase cambia a seconda di come si declina il verbo “portare”. In descrizione, neanche loro contestano che così si legge nel registro storico anche se in modi che hanno cercato di leggere in forme più complesse di quelle vigenti e che secondo noi sono ancora meno complesse di possibili modelli a grana fine ancorpiù multidisciplinari e realistici. Quello che in realtà contestano è che questa descrizione sia intesa come una prescrizione, così non poteva che andare e così è giusto che vada e per sempre andrà. Abbiamo già segnalato questo punto come dirimente per loro, cioè il determinismo teleologico. Ma credo molti lettori non capiranno come non l’ho capito io ed anche alcuni critici del volume tra quelli reperibili in questo elenco[39], cosa c’entri questa sacrosanta e francamente anche ovvia critica al determinismo teleologico del tutto insostenibile sotto più e più punti di vista, con tutto il resto del lavoro critico sui vari punti del nostro approccio allo studio del tempo profondo. Dopo aver portato avanti per anni ampi studi multidisciplinari su vari aspetti ed applicazioni del concetto di complessità, ci appare chiaro che se i sistemi complessi sono per lo più sistemi autorganizzati mentre i sistemi più elementari e meccanici hanno forme gerarchico-ingegneristiche, la versione politica di un sistema auto-organizzato è un sistema realmente democratico e giammai un sistema dominato da una élite. Bastava questo appunto per demolire le pretese di naturalità ed efficienza dei sistemi gerarchici. La gerarchia è una semplificazione primitiva della complessità. Bastava inquadrare i nostri miseri cinquemila anni di società gerarchiche in un tempo che speriamo ne avrà altri cinquemila o cinquantamila o cinquecentomila o di più ancora di trasformazioni per capire che siamo solo all’infanzia delle forme di vita associata su grande scala. Tutti gli studiosi sul concetto di democrazia, sanno che questo sistema è più facile e diciamo “naturale” in quanto più facile, nei piccoli gruppi e meno facile e quindi più difficile in quelli grandi. Si dovrebbe allora capire meglio cosa agisce a queste diverse scale, dove risiede questa difficoltà. Tanto per farvi un accenno, è innegabile che quando in un gruppo tutti conoscono i problemi del gruppo e i problemi che il gruppo incontra nel suo esterno (naturale o fatto di altri gruppi), nessuno rinuncia alla sua naturale facoltà di farsi una idea ed esprimere una opinione in merito al fine di decidere assieme il “che fare?”. Se in un esperimento mentale paracadutate dieci persone adulte che non si conoscono in una isola deserta in una sorta di “isola dei non famosi” senza però le telecamere e sceneggiatori occulti, è inimmaginabile si formi il capo unico assoluto. Potrete avere uno più bravo a cacciare, una a fare capanne, uno che racconta storie, una a cucinare, uno a coltivare, una a curare, ma non si capisce perché mai dovrebbero in nove sottomettersi ad uno quando si dovrà rispondere alle varie versioni del “che fare?” generale di gruppo, il “che fare?” strategico. Ma se passate da 10 a 100, poi a 1000, 10.000, 100.000 e così via, se mettete condizioni esterne viepiù vincolanti, dallo spazio alle risorse a vicini prima amici e poi competitivi perché anche loro alle prese con lo stesso spazio e le stesse risorse e relative immagini di mondo differenti, allora vedrete sommarsi tante piccole e meno piccole trasformazioni dei modi sociali e relative immagini di mondo. Certo, come s’è notato in archeologia, mai di colpo come se ci fosse un limite numerico dimensionale prima del quale c’è un modo e dopo il quale c’è una trasformazione catastrofica, ed è proprio indagando a grana fine queste transizioni complesse che dobbiamo migliorare le nostre letture del profondo passato, tra l’altro usando modelli in cui non c’è solo il motore tecnologico o ecologico o demografico o geopolitico o delle forme di credenza e di ideologia o di una sola o coppia di variabili, ma tutte queste e loro mille e più forme di interrelazione e causazione reciproca ed incrociata, a volte non lineare. Tanto che alla fine si scoprirà che ogni modello è una riduzione. Per cui alla fine, in vie brevi, non potrete altro dire che la gerarchia sociale è figlia dei modi ancora molto primitivi con cui affrontiamo la crescente complessità delle condizioni interne ed esterne delle nostre forme di vita associata a scale di crescente complessità. Se poi vi piace immaginare e dire in un libro che sarebbe meglio sciogliere gli Stati e formare milioni di città o villaggi-stato autogestiti in equilibrio con la natura e coi vicini[40], va bene (ammesso sia vero questo presunto possibile equilibro con la natura per otto miliardi di produttori di entropia), ma tanto dovrete sempre fare i conti con la domanda del come arrivare a questo modo di rispondere al “che facciamo?” nelle nostre forme di vita associata per arrivare a dove volete arrivare. Vale per gli anarchici ma anche per qualsiasi altra idea sulle forme politico-sociali. Qui tutto lo sforzo di G-W fallisce, non si capisce dove pensano di mettere il motore delle gerarchie sociali, del fatto che Pochi decidono per Tutti.

Stranamente, G-W nelle prime pagine del loro trattato scrivono: “La questione ultima della storia umana … [… è] l’equa capacità di partecipare alle decisioni sulla nostra convivenza” (p.19). Quindi sembra che tale verità non gli sia estranea. Tale capacità si perde progressivamente in seguito ad un movimento in cui i singoli aggregati umani diventano viepiù massivi, in cui i singoli vengono schiacciati in funzioni e ruoli da macchina sociale, lì dove la logistica di funzionamento del bene generale diventa complessa, oltretutto pressata dall’esterno fatto da potenziali nemici o concorrenti umani o condizioni geo-ecologiche-climatiche avverse. Tali decisioni vengono progressivamente delegate, poi si perde la facoltà di controllarle pur avendole delegate, diventano modalità “necessarie” con una parallela narrazione giustificante sempre più condivisa che “obbliga” ad accettarle e riprodurle perché tutti così pensano sia giusto fare, perché non si vede alcuna altrettanto facile modalità diversa. I delegati iniziali furono coloro che avevano la fiducia di tutti, i nuovi sacerdoti in possesso delle nuove immagini di mondo collettive. I delegati diventano progressivamente autonomi, il potere dato diventa il potere sequestrato, le questioni si complicano ed i singoli non sanno ormai più nulla del tutto sociale ma solo del loro metroquadro di esistenza particolare. È lì che l’equa capacità di partecipare alle decisioni ultime si perde progressivamente. Questa sequenza di apparenti necessità viene introiettata, non venne imposta, all’inizio è impossibile immaginare concretamente come si sia potuta imporre. Sappiamo benissimo come poi ha agito il potere delle élite e delle classi, inclusa coercizione e fisica punizione, ma prima bisogna capire come si sono formate e non si può dire che si sono imposte prima ancora che si venissero a formare. L’assurda teoria per la quale l’eccedenza agricola avrebbe generato le élite improduttive come spiega l’intagliatore dell’Uomo Leone di Hohlenstein di 40.000 anni fa? Chi l’ha mantenuto a lavorar per mesi alla statuina? E quelli che produssero le migliaia di perline d’avorio di Sungir, chi li ha mantenuti? E quelli che costruirono Gobekli Tepe?[41]? Non c’è bisogno dell’agricoltura per spiegare le élite improduttive poiché inizialmente, i delegati a svolgere una qualche funzione utile al gruppo erano “produttivi” e quindi la loro produzione a fini di gruppo (ad esempio coordinare quando vediamo prodotto agricolo affluire al tempio per la ridistribuzione) era remunerata dal gruppo stesso condividendo la sussistenza.

Oggi siamo vittime sociali e politiche delle élite, ma le prime élite le abbiamo lasciate formarsi noi stessi. Ed è questo “noi stessi” collettivo che dobbiamo rivolgerci se vogliamo invertire i loro poteri. Abbiamo detto “stranamente” riportando questo passo essenziale alla comprensione del dilemma dell’avvento delle società gerarchiche perché convenuto che è effettivamente questo il problema come sembra esser noto a gli stessi Autori, dopo scompare, apre il trattato ma non lo chiude ed anzi, alle Conclusioni tornano con insistenza a negare che l’inflazione di complessità nei gruppi umani sia la causa prima di questa perdita delle capacità di equalizzare le dinamiche interne agli stessi gruppi umani. Gli Autori rimangono ingabbiati in parti di quella mentalità moderna che loro stesso provano a decostruire, ad esempio immaginando che la democrazia sia un metodo che da sé risolve tutto, basta fare piccole assemblee che cercano il consenso discutendo, che problema c’è? Invece il problema c’è, la capacità di prender decisioni non è solo la possibilità formale di farlo è la capacità di capire i problemi nella loro complessità e di farvi fronte con giudizi competenti ed attinenti. Quando nel passato di Atene qualcuno provò a suggerire che le città-Stato ognuna orgogliosa della propria differenza, forse era meglio cominciassero a pensare come mettersi assieme visto che erano assediati da un impero, nessuno gli diede retta. La democrazia c’era pure, in qualche modo, ma mancava la mentalità. E nel 322 a.C. la democrazia fallì definitivamente, il modo non garantisce di per sé la giusta decisione attinente. Quando tutti sono in contatto con tutti e col tutto loro interno e circostante non si vede per quale ragione si dovrebbe rinunciare a partecipare alle decisioni sul “che fare?”. È quando non lo sono più che, anche invitandoli benevolmente a farci sapere la loro, non possono più dare giudizi pertinenti. Semplicemente, non sanno più nulla sul ciò su cui dovrebbero esprimere una opinione. Senza tempo perché ingabbiati nel lavoro-salario, con immagini di mondo formate un po’ nei primi anni di scuola ma poi preda di tutti coloro che vi intervengono per darne certe forme e non altre. Con immagini di mondo formate da schemi riduzionisti e deterministi solo mono-disciplinari che impediscono in via di principio di capire qualcosa del nostro mondo complesso. Rimbalzando tra le verità parziali di questa o quella disciplina che tagliano il mondo a piacere. Con flussi di informazione monodimensionale, tutta emessa da emittenti in mano alle élite, spesso strutturalmente costruite in realtà per venderci cose. Con distribuzioni di conoscenza che prevedono pochissimi che “sanno” sui tantissimi che non sanno nulla. Con un impedimento strutturale ad incontrarci a discutere tra noi per equalizzare le asimmetriche conoscenze se non a botte di 140 caratteri su twitter o di battute su facebook o muti davanti al dibattito degli esperti in televisione, esperti poi cosa non si sa, dibattito o più spesso rissa polemica inconcludente e basta su stereotipi ideologici di nessuna utilità. Come si può pensare di avere una reale democrazia in queste condizioni?

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Prima di chiudere è doveroso citare un ultimo punto teorico, il problema della o delle libertà. Ammetto che nella mia immagine di mondo il problema delle libertà è relativo, magari per altri come Graeber è invece dirimente ed orientante. Si dovrebbe allora discutere perché per alcuni è dirimente e per altri meno. Credo che il destino sociale della nostra specie, abbia portato di per sé una limitazione della piena libertà. Per altro, pare sia stato un buon affare perché liberi da qualsiasi vincoli, cioè da soli, persi nel mondo grande e terribile del paleolitico, senza zanne, artigli, corazze, veleni, muscolature possenti, saremmo durati una mezz’oretta. La natura pone vincoli ancora più severi di quelli che ci diamo come umani. Abbiamo quindi adattativamente barattato la piena libertà con sistemi di vincoli, come per altro avevano fatto i discendenti primati e prima di loro molti mammiferi e prima di loro altri ancora. Il punto allora, per una specie autocosciente come la nostra, è stabilire come definiamo e gestiamo i sistemi di vincoli. E qui, non vedo altro modo migliore se non puntare al diritto societario naturale, siamo soci di società per diritto naturale, come farla, a che fini, in che modi, deve definirsi per partecipazione della più ampia assemblea dei soci.

Possiamo così concludere la nostra analisi critica che però, come annunciato in premessa, è stata anche l’occasione per ragionare di nuovo su questi argomenti, anche a prescindere le tesi specifiche dei due. Tesi a volte discutibili e qui discusse, comunque stimolanti. Il lavoro di G-W vi interesserà se siete interessati a questo che abbiamo chiamato il “problema dell’Origine” capito che le origini vengono da lunghe transizioni a più variabili interrelate e non nascono come Atena dalla coscia di Zeus già bell’è fatta, una delle prime versioni della teoria interruttore. Vi interesserà sia nel prender informazione nuova, sia nel rivedere modi vecchi di pensare l’argomento. Detto ciò, il lavoro può intendersi un contributo (né il primo, né il più originale, né il più significativo) comunque vasto, all’origine di un nuovo modo di pensare l’uomo, il mondo, le nostre forme di vita associata che purtroppo impiegherà il suo tempo e chiama a molto, ma molto altro lavoro collettivo di ricerca, critica, analisi e poi anche qualche sintesi. Nuove sintesi perché notata la complessità come essenza delle società umane, essa comunque alla fine va ridotta a sistemi di conoscenza che possano esser infilati pur con tutte le dovute cautele nelle nostre limitate teste in modo ci si possa incontrare a discutere e poi decidere assieme come rispondere all’eterna domanda dell’adattamento umano: “che fare?”. A cominciare proprio da come arrivare a quel “decidere assieme” che è propedeutico a qualsiasi altra versione di futuro ci si vorrà dare.               


[1] D. Graeber, Debito. I primi 5000 anni, il Saggiatore, 2012; D. Graeber, Critica della democrazia occidentale, Eleuthera, 2019;

[2] F. Engels, L’origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, Editori Riuniti, 2019

[3] K. Marx, Quaderni antropologici – sua ultima scrittura non terminata

[4] Nella nota 1 cap 3, ricordano opportunamente il calcolo fatto dal protestante James Ussher nel 1650, ma di fondo ritenuto valido ancora nel XIX secolo, sulla lunghezza del tempo del Tutto: la settimana creativa di Dio si era svolta nell’Ottobre del 4004 prima di Cristo. Ma per Newton era il 3988 a.C. . Il calcolo era fatto sulle varie generazioni discendenti citate nella Bibbia a partire da Adamo ed Eva.

[5] Ad esempio, nel suo “Il mondo fino a ieri” (Einaudi, 2013), Jared Diamond fa intenso “cherry-picking” scegliendo con cura società tradizionali in appoggio alle sue tesi, ma è una tendenza anche più vasta. Come detto, prender esempi dall’antropologia è naturale, ma c’è un delicato confine tra “esempio tra gli altri” ed “esempio probanti”.

[6] Il modo di questo ragionamento non è lontano dal Leibniz de “il migliore dei mondi possibili”.

[7] In S. Ferrara, Il salto, Feltrinelli, 2021 p. 81

[8] Citato nell’ottimo: H. Gee, La specie imprevista, Il Mulino, 2016

[9] Coltivazioni su piccola scala di 25.000 anni fa: https://en.wikipedia.org/wiki/Ohalo_II

[10] Un ottimo riassunto dell’intera questione secondo le ultime più aggiornate scoperte in J.C. Scott, Le origini della civiltà, Einaudi, 2018

[11] L’ingresso alla grotta Cosquer, in Francia, si trova oggi a circa 35 metri sottacqua, ma ai tempi in cui era frequentata e dipinta, circa 27.000 anni fa per le immagini più antiche, era 130 metri sopra al livello del mare che distava 8-10 chilometri.

[12] Su Catalhoyk, dati aggiornati qui: https://www.catalhoyuk.com/

[13] Esempio: J. Attali, L’uomo nomade, Spirali, 2006

[14] “Non c’è proposizione di Eraclito che io non abbia accolto nella mia Logica” Hegel, lezioni sulla storia della filosofia.

[15] Una review generale dei punti di vista e degli apporti femminili e femministi alla paleoantropologia in: M. Patou-Mathis, La preistoria è donna, Giunti, 2021

[16] Review aggiornata su pitture murali, petroglifi ed altro in: S. Ferrara, Il salto, Feltrinelli, 2021

[17] https://pikaia.eu/lavorazione-del-legno-nel-pleistocene/

[18] Due ottime review di aggiornamento sui Neanderthal: R. Wrag Sykes, Neandertal, Bollati Boringhieri, 2021. Più condensato ma anche più incisivo: S. Condemi, F. Savater, Mia caro Neandertal, Bollati Boringhieri, 2018

[19] Il classico: J. Jaynes, Il crollo della mente bicamerale, Adelphi, 1996.

[20] Vedi nota 4.

[21] Un compendio della nuova Sintesi estesa in: E. Jablonka, M.J. Lamb, L’evoluzione in quattro dimensioni, UTET, 2007. Meno chiaro ma più recente: R. Bonduriansky, T, Day, L’eredità estesa, F. Angeli, 2020

[22] https://www.treccani.it/enciclopedia/sociobiologia

[23] R. Dunbar, La scimmia pensante, il Mulino, 2009 (ma ce ne sono anche altri)

[24] https://en.wikipedia.org/wiki/Jebel_Sahaba

[25] Analisi del più anziano Neandertal mai trovato, Shanidar 1: https://en.wikipedia.org/wiki/Shanidar_Cave

[26] La faccenda nasce dagli studi di G. Rizzolati, C. Sinigaglia, So quel che fai, Cortina editore, 2006. Oggi si è molto ingarbugliata anche ad opera di critici americani.

[27] A. Smith, Teoria dei sentimenti morali, 1759 (Rizzoli, 1995)

[28] A. Smith, La ricchezza delle nazioni, UTET, 2017. Titolo originario: An Inquiry into the Nature and Causes of the Wealth of Nations

[29]  https://en.wikipedia.org/wiki/Sungir

[30] Aggiornamenti sugli scavi qui: https://www.dainst.blog/the-tepe-telegrams/

[31] K. Schmidt, Costruirono i primi templi. 7000 anni prima delle piramidi, Oltre edizioni, 2011

[32] Su Kaharan Tepe: https://medium.com/@zehramevlevi55/karahan-tepe-2dfec2e89879

[33] Testo fondamentale prima di avventurarsi a parlare con eccessiva disinvoltura della democrazia ateniese, che porta poi a ripetere luoghi comuni che sembrano pure citazioni quasi-colte, ma sbagliate: M. Herman Hansen, La democrazia ateniese del IV secolo a.C. (ma documenta anche quella del V° secolo), LED, 2003

[34] Sulla platonica metafora della società-nave: G. Cambiano, Come nave in tempesta, Laterza, 2016

[35] Discorso sulla servitù volontaria, Feltrinelli, 2014

[36] L’intera sequenza che va dal Castelperroniano al Magdaleniano via altri quattro stili di lavorazione, sono tutti scansionati su ritrovamenti fatti esclusivamente in Francia (da cui i nomi coi quali si indentificano) e non si capisce bene cosa significhino per una visione più generale (del tempo e nello spazio) del periodo.

[37] L. Russo, La rivoluzione scientifica dimenticata, Feltrinelli, (edizione accresciuta) 2013

[38] Luciano di Samosata II secolo a.C. Philopseudés o L’amante del falso. Da cui L’apprendista stregone di Goethe, poi musicato da Paul Dukas, fino poi al Walt Disney di Fantasia.

[39] Si vada in fondo a Further reading: https://en.wikipedia.org/wiki/The_Dawn_of_Everything

[40] È per altro questa anche la tesi del liberalissimo geopolitico globalista P. Khanna, vedi: La rinascita delle città-stato, Fazi, 2017.

[41] Sull’uomo leone, 40.000 anni fa, si stimano quattrocento ore di lavoro, da: N. McGregor, Vivere con gli dèi, Adelphi, 2019. Sulle perline di Sungir invece, si stimano diecimila ore di lavoro. Su Gobekli Tepe, se si conosce il sito, il discorso va da sé.

https://pierluigifagan.wordpress.com/2022/02/20/allaba-degli-studi-sullalba-di-tutto/

STORIA COME INCREMENTO DI COMPLESSITA’ A CUI ADATTARSI, di Pierluigi Fagan

STORIA COME INCREMENTO DI COMPLESSITA’ A CUI ADATTARSI. [Post di studio] Tornerò su un argomento su cui abbiamo scritto più e più volte. Il tema è il passaggio storico tra modi di vita pre e post civili dove -civile- viene da -civitas- e dà luogo a civiltà, quindi pre e post cittadini. Siamo nella sequenza tra Mesolitico e Neolitico tra 15.000 e 3500 a.C. con prospettiva verso l’inizio del periodo civile o storico propriamente detto e siamo in quel della Mesopotamia.
La narrazione (sempre meno) dominante è quella per cui l’invenzione dell’agricoltura, innovazione dei modi di produzione, ha rivoluzionato le forme di vita associata. Questo ha portato da una parte progresso ed incremento di complessità, dall’altra gerarchie sociali, diseguaglianze e guerre. La narrazione è interna alla nostra immagine di mondo costruita già nel XIX secolo e conforme le due famiglie ideologiche politiche prevalenti, quella liberale e quella social-marxista. Ha la stessa scansione della narrazione sulla “rivoluzione” industriale ovvero la teoria è “il proprio (spazio)-tempo appreso nel pensiero” ovvero le forme socio-economiche del Regno Unito nel XIX secolo. Fin qui nulla di male, il problema è poi decidere di fare di questa teoria locale (nello spazio e nel tempo) un universale, una presunta legge storica. Oltretutto pensando che la storia, per rendersi scientifica, debba mostrare le logiche della regina delle scienze: la fisica. La fisica ha le leggi? Quindi anche la storia ed il pensiero economico dovevano avere “leggi”.
Negli ultimi anni, la quantità delle informazioni ricavate dagli scavi archeologici è decisamente aumentata. Viepiù se la compariamo al XIX secolo, ma anche a buona parte del XX. È anche aumentata la nostra capacità di trarre informazione dagli scavi ed è diventata più complessa, quindi più realistica, la nostra organizzazione narrativa in grado ora di mettere assieme informazioni su natura, clima, uomini, modi di vita etc. Vediamo in breve cosa abbiamo scoperto.
1 – L’agricoltura non fu una invenzione puntiforme. Abbiamo primi semi messi da parte per esser ripiantati negli scavi di un sito di 20.000 anni fa. Abbiamo prove di prodotto agricolo selvatico ovvero cura della produzione naturale spontanea che poi lascia il passo a produzione intenzionale ovvero semina-cura-raccolta, da allora fino a 15.000 anni dopo. Tra l’altro l’atteggiamento di cura e raccolta valeva anche per la silvicultura e l’orticultura ad allargare l’output di sussistenza. Pari progressione vale anche per le prime forme di allevamento.
2 – La destinazione di questo nuovo prodotto di sussistenza agricola (naturale ed intenzionale) fu di integrazione e stoccaggio. Integrazione in quanto così si allargavano le opzioni della dieta, di base centrata ancora a lungo su caccia e raccolta. Stoccaggio in quanto i cereali raccolti, seccati, garantivano prodotto consumabile in via differita, per quanto di ripiegamento.
3- Tre informazioni ulteriori vanno considerate per ricostruire un processo che durerà millenni: a) i gruppi umani mostrano una tendenza moderata ma costante (a grana grossa) a crescere di dimensioni. Ciò avviene per vari motivi non tutti derivati dalle oscillazioni di sussistenza disponibile; b) altresì cresce la loro densità territoriale relativa. Questa riduce progressivamente gli areali di riferimento per la singola banda o tribù. A loro volta, molte di queste aggregazioni, diventano progressivamente stanziali. La forma stanziale fissa l’areale di riferimento mentre prima l’areale si spostava allo spostamento del gruppo umano; c) il tutto si svolge in un periodo climatico molto dinamico. Il periodo inizia con la deglaciazione che letteralmente inonda il mondo di acqua, aumentando la produzione naturale di piante ed animali. A più riprese però, il clima oscilla diventando più secco. Queste fasi diminuiscono di colpo (nell’ordine dei secoli) la produzione naturale per, ricordiamolo, gruppi ora più massivi, densi e fissi territorialmente.
4 – C’è un movimento progressivo di discesa del fuoco di presenza umane territoriali dal sud anatolico al Golfo Persico. Contemporaneamente continua l’afflusso dall’esterno di questo areale (Monti Zagros, altopiano iranico). Contemporaneamente, i siti abitativi vanno progressivamente sempre più vicino i due grandi fiumi (Tigri ed Eufrate). Quest’ultimo punto si verifica in più o meno corrispondenza con il cambiamento climatico. C’era una regolare agricoltura intenzionale (semina-cura-raccolto) che si basava sulla semplice periodicità delle piogge e non su lavori di canalizzazione. Quando l’andamento climatico oscilla verso il secco, l’acqua che non cade più dal cielo, andrà presa dai fiumi.
I punti di questa ricostruzione porterebbero ad una narrazione lineare, ma i fenomeni a grana fine non lo furono. I gruppi umani oscillarono all’oscillazione del contesto. Questo perché la regola cui sono soggetti è l’adattamento a contesti mutevoli.
C’è poi anche una controverifica indiretta alla tesi dell’invenzione del modo agricolo. I modi agricoli compaiono a più riprese in poco meno di altri dodici casi nel globo (ma c’è chi ne conta ben di più), in tempi differenti, tra luoghi non comunicanti. A meno di non prevedere una magica sincronizzazione dell’ingegno umano, l’unica spiegazione che sta in piedi, è che i vari gruppi umani vennero sottoposti a pressioni adattive simili. La condizione simile è un “complesso di cause” (cause tra loro interagenti) che prevede: aumento costante demografico, aumento di densità per areale chiuso (che ha condizioni migliori che non si trovano nell’intorno), un primo miglioramento costante delle condizioni naturali (clima, acqua, rigoglio vegetale, esuberanza demografica animale), progressiva stanzializzazione, una seconda relativamente improvvisa inversione negativa delle condizioni climatiche. Il ricorso a produzione intenzionale (agricoltura-allevamento) che all’inizio è arricchimento della varietà di dieta, poi stoccaggio di alimenti a cui attingere per compensare le curve oscillanti di produzione naturale (caccia e raccolta), diventa sempre di più fonte di sussistenza primaria, poi esclusiva. Per quanto di apporto nutritivo monotono e modesto, la coltivazione di cereali e la segregazione con riproduzione di animali, era l’unica possibilità di sopravvivenza date le condizioni. Ed a sua volta, la sua relativa prevedibilità quindi sicurezza alimenterà ulteriore incremento demografico e di densità relativa avviandoci lungo un percorso irreversibile.
Non ci fu quindi alcuna invenzione come motore della storia, fu un complesso adattamento a nuove condizioni dei gruppi umani, dei territori e distribuzione umana e naturale dentro di essi, del clima. Tutte le mitologie posteriori raccontano questa storia come una caduta dall’età dell’oro, non come un progresso. Ritenuti a lungo “miti”, oggi sembrano confermati dall’analisi delle ossa e degli scheletri che confermano l’impoverimento nutritivo, dismorfismo sessuale e la perdita di forza e salute generale. A seconda di come si deciderà di organizzare le nuove forme di vita associata, nasceranno le diseguaglianze sociali (anziani su giovani, maschi su femmine, classi su classi, élite castali su popolo), le gerarchie fisse e riprodotte per ereditarietà, la guerra, le narrazioni di contesto, tra cui le religioni, le varie caste tripartite (commerciali, militari, sacerdotali) ovvero la civiltà.
Il significato proprio del ricorso prima saltuario, poi sistematico, poi unico all’opzione agricola fu una necessità, non una libertà. Necessità di garantire, quindi prevedere, output alimentare per numeri sempre più ampi di popolazione già stanziale per via delle dimensioni. L’adattamento del tempo portò in dote il problema del doverci pensarci prima, del prevedere. Il ricorso sempre maggiore all’agricoltura-allevamento fu la necessità di prevedere le forniture di sussistenza per migliaia e migliaia di persone ormai inurbate. Per altro, non sembra neanche che fu il semplice predominio del modo agricolo a scatenare la trasformazione sociale, ma una dinamica più complessa a molti fattori che all’inizio prese forma di quello che alcuni chiamano “socialismo sacerdotale” ovvero l’attribuzione del prodotto della terra (inizialmente terra degli dèi, non più totalmente libera e non ancora privatizzata) ad un centro ridistributivo gestito dai funzionari della credenza. Sarà all’interno di questi centri che la burocrazia civile al servizio del tempio diverrà poi predominante politicamente (il “re”, inizialmente spesso eletto e senza dinastia, al tempio si affiancherà il palazzo) mentre accanto si infittiscono le dispute per lo spazio da cui si svilupperanno le élite militari e si formano i monopoli di scambio tra eccedenze e mancanze, a volte pubblici, a volte privati, più spesso privati su concessione pubblica. Se all’inizio il “centro” assolve ad una funzione controllata, al crescere del volume dei gruppi, il centro si emancipa dal controllo dal basso e diventa l’alto dominante.
Se una regola si vuol trovare, a grana grossa, sembra lampante una correlazione tra modi di organizzare la società e sua dimensione in cui società viepiù massive confinano le decisioni da prendere in una élite sempre più stretta. Più che in economia, il motore della faccenda va cercato in socio-demografia. Quello che si perde è la facoltà di decidere assieme il che fare, facoltà naturale nei piccoli gruppi, molto meno naturale in quelli grandi.
Detto da D. Graeber e D. Wengrow nel loro di recente pubblicato “L’alba di tutto” (Rizzoli, 2022, p. 19): “La questione ultima della storia dell’umanità non è l’equo accesso alle risorse materiali (terre, alimenti, mezzi di produzione), per quanto queste cose siano ovviamente importanti, bensì l’equa capacità di partecipare alle decisioni sulla nostra convivenza”.
Oggi, con un mondo cresciuto di tre volte in soli settanta anni, di quattro quando saremo al 2050, si pone nuovamente, il problema dell’adattamento su previsioni anticipanti. Il modo o forma di come comporre le nostre forme di vita associata, non dovrebbe più esser un esercizio a ruota libera, di invenzione, innovazione, nostri vari desiderata. Dovrebbe esser un esercizio di necessità e compatibilità: come e cosa fare per convivere in così tanti nello stesso spazio obbligato. Dovrebbe esser un esercizio adattativo, le forme sociali dipendono non solo dalle loro dinamiche interne, ma queste stesse sono condizionate dal contesto. Ereditiamo forma politiche in cui pochissimi si occupano di questo problema, inevitabilmente propensi ad aumentare diseguaglianze, gerarchie, vantaggi ereditari, guerre e confitti, narrazioni sempre più assurde, forme religiose di credenza anche quando non hanno in oggetto fatti spirituali.
Cinquemila anni fa dovemmo fare i conti di compatibilità tra società umane e contesto, di nuovo oggi. Allora andò come sappiamo, come fare in modo che oggi vada diversamente?
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