L’UOMO Ω, di Gianfranco Campa

L’UOMO OMEGA, di Gianfranco Campa

Mentre i figli di Ivanka Trump e Jared Kushner cantavano una canzoncina al presidente Cinese Xi Jinping a Mar-A-Lago in Florida, 59 missili Tomahawk colpivano la base militare aerea Siriana di al-Shayrat sancendo la fine di una distensione mai iniziata e l’inasprirsi di una tensione con la Russia dai connotati oscuri e pericolosi. Il giorno dell’attacco è significativo e sconcertante allo stesso momento: esattamente cento anni prima nello stesso giono, più o meno alla stessa ora, gli Stati Uniti entravano nel calderone della prima guerra mondiale.

Questo attacco sanciva anche la negazione, la sconfitta, di un uomo; quell Donald Trump che per tutta la campagna elettorale aveva auspicato una distensione e un rapporto con la Russia più amichevole e convergente. Una politica nazional-populista incentrata prima di tutto sugli interessi di coesione interna piuttosto che sugli impulse verso l’estero, meno guerrafondaia e più incentrata sulla tessitura di rapporti piuttosto che sulla loro distruzione a livello internazionale; ora Trump si ritrova decostruito, ristrutturato e impacchettato in una nuova versione, quella di Neocon.

Un cammino relativamente breve. Ci sono voluti all’establishment esattamente 21 settimane e 3 giorni per completare la trasformazione di un uomo che si è ritrovato assediato e accerchiato senza quella capacità e quella necessaria forza  mentale e fisica da contrapporre all’incessante tambureggiamento di un sistema politico luciferino che ci sta spingendo verso un abisso dal quale, al momento, non si vedono all’orizzonte personaggi capaci di sottrarci.

Il giorno dopo l’attacco, gli arcinemici neocons e neoliberals del Presidente, si sono trasformati in cantori di lodi e inni celebrativi. I media si sono associate almeno per il momento al coro di lodi verso questo uomo “nuovo”. Fareed Zakaria sulla CNN ha detto che Donald Trump è diventato presidente questa notte (la notte del bombardamento). Fino al giorno prima gli sputava in faccia, il buon Zakaria; il giorno dopo era lì a leccargli il sedere. Brian Williams sulla MSNBC celebrava le immagini dei missili lanciati dalle navi della marina americana come “una bellissima visione celeste”, rischiando di farsela addosso dall’emozione. La MSNBC con la giornalista Rachel Maddow per mesi è stato la grancassa di questo neomaccartismo versione XXI secolo.

I vari John McCain, Lindsey Graham, Marco Rubio e compagnia assortita si sono come camaleonti trasformati da cecchini a salvatori di Trump, dichiarandosi orgogliosi del Presidente. E’ chiaro che costoro non si accontenteranno di una semplice sortita e spingeranno affinché il presidente continui e espanda l’intervento militare.

E così un uomo solo e ingabbiato è diventato tutto d’un colpo l’eroe della giornata, l’equivalente del leader di quella classe politica che lo aveva eretto a nemico numero uno, crocifiggendolo ogni volta che starnutiva o scorreggiava. Alla fine Trump sollecitato dalle vipere presenti nel suo entourage, si è venduto, come il musicista Robert Johnson,  l’anima al diavolo, liberandosi momentaneamente, in un colpo solo, di quei nemici che lo avevano assediato.

Sembra che la mossa sia stata di successo; l’indice di gradimento verso Trump da parte degli americani è passato dal 35% a oltre il 50 % nel volgere di una notte. Vorrei ricordare però a Trump che Bush aveva il 73% di gradimento prima della guerra in Iraq ma alla fine del suo mandato ne conservava solo il 32%. Una vittoria di Pirro che costerà a Trump più di quel che crede.

In ogni caso i poveri bambini siriani gridavano vendetta e vendetta è stata verso quel “mostro” di Assad. Nessun atto è stato messo in opera per incoraggiare la gente ad aspettare. Almeno una inchiesta dell’ONU; l’evidenza del precedente caso nel 2013 di uso di armi chimiche, prima associato frettolosamente ad Assad per poi essere, dopo le indagini dell’U.N. Independent International Commission of Inquiry on Syria, attribuito ai ribelli, unici responsabili, secondo il giudice Carla Del Ponte, dell’uso di armi chimiche. A nulla è servito ricordare che prima della guerra in Iraq, ci avevano assicurato che Saddam Hussein aveva armi di distruzione di massa.

La tempistica dell’attacco agli innocenti civili Siriani è a dir poco sospetta, appena qualche giorno prima della visita a Mosca di Tillerson, già programmata da molto tempo. All’apparenza si potrebbe pensare ad una mossa brillante di Trump. Pretende di colpire la Siria di Assad alleata di Putin togliendosi davanti tutte quelle accuse di essere un pupazzo di Putin e della Russia. Distogliendo l’attenzione anche dalla pressione incessante dell’FBI, la quale sta conducendo un’inchiesta su presunti rapporti tra alcuni ex-collaboratori di Trump, principalmente Carter Page, Paul Manafort, Roger Stone ed esponenti politici Russi. Rapporti che i tre non hanno mai negato ma che hanno sempre considerato collocabili nei parametri della legalità. Ormai è chiaro che ogni cosa associata alla Russia è suscettibile di essere screditata dall’apparato di potere con il supporto, l’appoggio e l’azione delle nuove guardie pretoriane, i servizi di Intelligence.

Io comunque a tutta sta brillantezza di Trump non credo neanche un po`. Primo perché ha mostrato molta approssimazione nella gestione delle politiche estere ma anche interne; ma soprattutto perché, se di brillantezza si è trattato, mi viene allora difficile spiegare la dichiarazione della Clinton la quale la mattina stessa nel giorno dell’attacco aveva, durante un discorso in uno dei tanti incontri con gruppi di femministe, che alle parole di Clinton hanno fatto seguire applausi scroscianti che la dice lunga sulle reali priorità` di questi gruppi, suggerito una azione diretta ai posti da dove si presume siano partiti gli aerei responsabili dell’attacco ai civili siriani.

Un genio quello Trumpista, ma solo a metà; perché un lampo “creativo” da condividere con quella pacifista dura e pura di Hillary che ha anticipato l’iniziativa  del presidente di qualche ora. Trump ha completato la sua trasformazione da nazional-populista a guerrafondaio neocons, una versione maschile della pericolosa Clinton in pantaloni e peluche arancione.

La trasformazione di Trump non è comunque avvenuta nel giro di una notte; è proseguita nel corso di mesi e settimane, sotto la gestione brillante dell’uomo Omega, Mike Pence e del suo compare, Jared Kushner.

Trump era all’apparenza l’uomo Alpha; il primo, il comandante di nuovo corso, Ora è diventato un Bush versione 2.0. Mike Pence è invece l’uomo Omega, perché paladino dei neocons; con quell sorriso sornione sarà l’ultimo a restare in piedi se Trump dovesse essere rimosso con le buone o con le cattive. E’ chiaro che se la capitolazione ideologica di Trump dovesse completarsi senza possibilità di resipiscenza allora risulterebbe inutile la sua rimozione dall Casa Bianca, almeno fino alla scadenza del mandato.

Pence, come avevo scritto in precedenti articoli, è stato l’entità responsabile dell’abbattimento di Flynn e del suo gruppo di advisors, messi da parte da McMaster e rimpiazzati con i soliti membri dei gruppi Think Tank tornati al potere dopo nemmeno più di tre mesi di esilio. McMaster ha reclutato tra gli altri Fiona Hill, una studiosa della Brookings Institution e tradizionalmente un falco anti-russo, una McCain in gonella. Fiona Hill sarà senior director per gli affari di Russia e Europa. Origianariamente, Flynn aveva scelto Tim Shea, un personaggio molto più mite e propositivo verso la Russia.

Dopo la dipartita di Flynn, Pence è volato a Monaco a Febbraio per partecipare al Munich Security Conference della NATO dove con il suo solito sorriso affabile e sornione ha tranquillizato i membri NATO attaccando la Russia per la suo atteggiamento aggressivo e mandando il chiaro messaggio che con Trump non sarebbe cambiato nulla.

Se il siluramento di Flynn non è bastato, se le dichiarazioni di Pence a Monaco non sono state sufficienti, allora l’emarginazione di Steve Bannon dovrebbe rendere chiaro una volta per tutte chi ora comanda a Washington. I neocons sono tornati grazie a Pence, l’uomo Omega, l’ultimo a sorridere, l’ultimo a parlare, l’ultimo a rimanere in piedi.

STAR WARS di Gianfranco Campa

Pubblichiamo un articolo già apparso nell’aprile 2013 ma ancora attuale a proposito dell’intenzione dell’allora amministrazione di Obama di installare in Corea del Sud il sistema antimissile THAAD. La proposta fu accolta dal Governo Giapponese e respinta da quello Sudcoreano. Il progetto rientrava pienamente nella politica di destabilizzazione che il governo americano di allora perseguiva in diverse regioni cruciali del mondo a scapito di quei paesi più restii ad accettare i diktat e i desiderata americani e suscettibili di perseguire una politica di avvicinamento alla Russia. In questi giorni il governo sudcoreano ha invece acconsentito all’installazione del sistema antimissilistico; potrebbe essere però una decisione a termine a pochi mesi dalle elezioni di quel paese che potrebbero portare alla vittoria uno schieramento di centrosinistra favorevole ad un avvicinamento alla Cina e contrario al dispiegamento del sistema d’arma. Più che una prosecuzione, quindi, della politica obamiana un segno della schizofrenia dell’attuale politica estera statunitense la quale, piuttosto che riorientare il confronto ostile dalla Russia alla Cina, rischia l’apertura di più fronti di conflitto contemporaneamente con i due paesi. Una schizofrenia che soffre quindi questa volta del confronto aperto all’interno degli Stati Uniti tra diverse strategie.

All’inizio di aprile la Casa Bianca fu informata specificamente dai servizi che le minacce che venivano dalla Corea del Nord erano da prendersi sul serio. I probabili obiettivi dei colpi nord-coreani erano da considerare le isole di Guam ed Okinawa in Giappone. Entrambe le isole hanno una forte presenza militare americana e sono posizionate strategicamente nell’arena dell’Asia-Pacifico. In particolare Guam è considerato l’obiettivo principale in quanto territorio non-incorporato degli Stati Uniti nell’ oceano Pacifico occidentale. La valutazione dei servizi riteneva più probabile un attacco a Guam che non sugli USA continentali.

Le capacità di attacco della Corea del Nord non sono totalmente chiare, ma osservando delle immagini satellitari molto precise il Dipartimento della Difesa USA riporta che i missili che la Corea del Nord vorrebbe lanciare, fanno parte della famiglia No-Dong/Musadan, ed in particolare quelli di classe B. I No-Dong B sono la versione più recente della famiglia No-Dong.

Secondo i rapporti dei servizi il No-Dong B è lungo circa 12 metri con diametro di circa mezzo metro. Sembra che i missili classe B siano un po’ più piccoli di quelli dell’intera famiglia No-Dong. La differenza con gli altri sta nella maggiore gittata e mobilità di questi missili che possono essere lanciati da mezzi semoventi. Le stime della loro gittata vanno da un minimo di 2400 km ad un massimo di 4000 km. La classe B è potenzialmente in grado di raggiungere le basi americane a Guam ed Okinawa.

Diversi missili No-Dong B sono stati scoperti mentre erano trasportati via treno attraverso la nazione verso i loro siti di lancio. Guardando le foto in dettaglio, si osserva che i missili hanno un comparto motore ed un serbatoio di propellente insieme ad un componente ulteriore simile al No_Dong A/1 che fornisce al classe B un ulteriore stadio come veicolo di rientro. Con l’aggiunta del serbatoio di propellente e del veicolo di rientro, il No-Dong B potrebbe essere capace di aggiungere altri mille kilometri di gittata, che è un buon risultato, ma non ancora sufficiente per raggiungere parti critiche degli USA. Con le attuali apparecchiature militari la Corea del Nord non ha ancora sviluppato la capacità di raggiungere gli USA continentali. Le smanie dei media su possibili obiettivi come S.Francisco o Los Angeles sono esagerate e totalmente sbagliate.

Chiarito che non c’è alcuna possibilità di raggiungere gli USA continentali, comunque, i missili nord-coreani hanno la gittata per raggiungere Guam e Okinawa. Okinawa, anche se in territorio giapponese, è una delle più importanti aree militari americane, rendendola un obiettivo primario. Lo stesso per Guam, che non solo è un possedimento USA, ma è anche sede di tre basi militari importanti. La base aerea Andersen a Yigo, la base navale nel porto di Apra e le forze navali a Marianas.

Stabiliti i possibili obiettivi dell’attacco nord-coreano e con solide informazioni dei servizi (ancorché non complete) sulle capacità della Corea del Nord, la Casa Bianca ha scatenato pienamente la macchina militare. Il vincitore del Nobel per la pace Obama, fra un ricevimento ed un torneo di golf, ha chiarito che ogni azione ostile della Corea del Nord sarà contrastata col pugno di ferro. Ma mentre tutti rivolgono la loro attenzione alle tradizionali manovre della marina, dell’esercito e dell’aviazione nell’arena asiatica, lo sviluppo più significativo è lo spiegamento del nuovissimo THAAD (Difesa dell’Area Terminale ad Elevata Altitudine).

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Il 3 aprile 2013 il Dipartimento della Difesa ha annunciato che il sistema di difesa anti-missili balistici THAAD era stato dispiegato a Guam. Dal 14 aprile la prima unità THAAD è in posizione e pronta ad intercettare qualsiasi missile possa essere lanciato dalla Corea del Nord. Questa nuova classe di intercettori è l’ultima aggiunta al Sistema di Difesa anti-Missili Balistici (BMDS) che è completato dai Patriots e dal sistema AEGIES BMD. I THAAD sono dispiegabili rapidamente e capaci di distruggere missili sia dentro che fuori l’atmosfera durante la fase finale del loro volo.

Ecco alcune delle caratteristiche del THAAD. I missili sono basati a terra, montati su veicoli semoventi e ad alta tecnologia. Sono specificamente progettati per distruggere qualsiasi testata bellica e sono molto efficaci contro qualsiasi minaccia asimmetrica di missili balistici. La loro capacità di intercettare i missili in arrivo ad altitudini molto elevate, mitiga gli effetti di ogni arma di distruzione di massa prima che arrivino a terra. Una batteria THAAD consiste di quattro elementi: un lanciatore, gli intercettori, il radar ed infine il controllo del fuoco. I lanciatori sono montati su camion e quindi molto mobili, i missili possono essere facilmente sparati e ricaricati. Ci sono otto intercettori per ogni lanciatore. Ogni lanciatore è provvisto di un AN/TPY-2 (sistema di sorveglianza radar). Il radar è in grado di cercare, seguire e puntare un oggetto e di identificare di che tipo di oggetto si tratti prima di decidere di colpire l’oggetto in arrivo. Ogni componente del THAAD è connesso a mezzo di software estremamente sensibile e sofisticato. Il THAAD è capace di esplorare, applicare ed eseguire soluzioni di intercettazione multiple, ridefinendo continuamente i suoi obiettivi. THAAD ha un’altitudine operativa di 150 km.

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Il progetto THAAD è stato inizialmente concepito nei primi anni ‘90 ma vari ritardi per ragioni di budget lo avevano rallentato. Nel 1992, Lockeed Martin Missiles-Space e Raytheon hanno ottenuto un contratto di 689 milioni di USD per sviluppare il sistema THAAD. Alla fine il programma THAAD entrò nella fase di sviluppo progettuale e costruttiva nel 2000. La piena produzione del THAAD cominciò nel marzo 2004 nei nuovi impianti Lokheed Martin a Pike County, Alabama. Le prove di volo incominciarono nella base di White Sands Missile Range nel New Mexico. Il primo test di volo del sistema completo incluso missile, lanciatore, radar e sistema di controllo ebbe luogo nel maggio 2006. Nel gennaio 2007 nella base Pacific Missile Range, a Kauai, nelle Hawai ci fu un test positivo di intercettazione condotto nella elevata endo-atmosfera. I test sono continuati negli anni incluso, nell’ottobre 2012, un test combinato utilizzando tutta la tecnologia e le apparecchiature dell’arsenale BMDS, un test integrato per valutare l’interoperabilità fra AEEGIS BMD, THAAD, Patriots e il sistema di comando-controllo. Occorre dire che il test del sistema THAAD è stato estremamente positivo. Interessante che nel 2011 gli Emirati Arabi Uniti (EAU) abbiano  firmato un accordo da 1,96 miliardi di USD per due sistemi d’arma THAAD e apparecchi di supporto. Questo è il primo contratto di vendita estero del THAAD. Il THAAD è considerato vitale per la protezione degli EAU contro le minacce missilistiche provenienti dall’Iran. Personalmente non credo che la Corea del Nord stia preparandosi ad eseguire una attacco contro installazioni militari o territori americani, ma se un tale attacco avvenisse, Guam e Okinawa potrebbero diventare campi di prova per valutare le reali capacità dei sistemi di dispiegamento e lancio dei missili nord-coreani e per valutare il salto militare americano nel futuro con il sistema THAAD e la sua efficacia in situazioni di scenario reale.

SOTTO LA COPERTURA DELLE TENEBRE, di Gianfranco Campa

Mentre si infiamma la guerra civile, attualmente in atto tra le orde  Sorosiane/Obamiane/Clintoniane/Neoconiane da un lato e la armata Brancaleone/Trump dall’altra, cominciano ad affiorare in superficie le mine disseminate dall’amministrazione Obama con l’obbiettivo di far deragliare parzialmente se non completamente il convoglio della Presidenza di Trump.

Sono tutte trappole piazzate con discernimento, disseminate lungo il percorso intrapreso da Trump, al solo scopo di far saltare e distruggere le buone intenzioni del Presidente.

Arroccato nel castello bianco, stretto sotto assedio, Trump è diventato il Capitano York di Fort Apache. Le orde barbariche girano come avvoltoi senza tregua cercando il momento opportuno per sferrare il colpo mortale, mentre tutto intorno la sua scarna truppa cerca disperatamente di spegnere i fuochi che rischiano di incendiare e far crollare l’intero accampamento.

Siamo forse arrivati al momento più delicato di questo scontro. Trump sta vivendo ore cruciali; tutta la sua amministrazione è messa a dura prova, rischia di saltare in aria. Le mine da disinnescare sono numerose e quasi tutte accuratamente mimetizzate. Non riguardano solo la politica interna ma anche la geopolitica; quella che poi ci coinvolge maggiormente.

Una di queste trappole è stata preparata da Barack Obama nella notte dello scorso capodanno,  approfittando della copertura delle tenebre e del rumore dei botti festosi.  L’Amministrazione Obama prende una decisione apparentemente inspiegabile e allo stesso tempo strana, pericolosa che lascia non solo perplessi , ma soprattutto con pesanti interrogativi circa la sua utilità e le gravi conseguenze che potrà innescare in termini geopolitici. La sera del 31 Dicembre 2016, al tramonto della suo mandato, Obama ha imposto al Pakistan pesanti sanzioni. Queste sanzioni, dato l’orario, il giorno e l’obbiettivo, sono passate quasi del tutto inosservate e tuttora la stragrande maggioranza dei media non pare esserne al corrente. Gli stessi “esperti” di Politica Estera e Strategie Geopoltiche, come i Think Tank di Foreign Policy, del Council on Foreign Relation, del Brookings Institution e via dicendo, non hanno dedicato praticamente nulla del loro tempo ad analizzare la bizzarra decisione presa da Barack e “Barakkini”.

Anche gli esperti sono stati colti di sorpresa? Solo in parte, data la tarda ora; soprattutto, visto che non sono degli sprovveduti, hanno chiuso gli occhi perché hanno volutamente omesso di avvertire il team di transizione di Trump, all’epoca non ancora insediato alla Casa Bianca. Si sono quindi autocensurati per non allertare il nuovo Presidente di questa patata geopolitica molto bollente, diventando quindi complici di Obama nella sua opera di posizionamento delle mine anti-Trump. Di conseguenza, oppressi dal cumulo di impegni assillanti, i nuovi inquilini della Casa Bianca hanno impiegato molte settimane per prendere coscienza prima della esistenza stessa delle sanzioni, poi del loro carattere pesantemente negativo, dall’importanza geopolitica enorme con potenziali nefaste consequenze epocali per l’attuale amministrazione.

Obama, dopo aver proposto nel febbraio dello scorso anno al Senato Americano aiuti finanziari al Pakistan per un totale di 860 milioni di dollari, appena qualche mese dopo ha finito per sanzionarlo. Un atteggiamento in teoria strano e inspiegabile; in realtà una decisione mirata solo ed esclusivamente a porre Trump con le spalle al muro.

Il primo ministro indiano Modi, a Luglio dello scorso anno aveva fatto pressione sugli Stati Uniti per punire il Pakistan per il suo aggressivo programma missilistico e  nucleare. Obama all’epoca non reagì alle richieste dell’India. In effetti Obama non si è mai realmente curato della situazione geopolitica e della tensione che intercorre tra il Pakistan e i paesi limitrofi tra i quali l’India. In aggiunta l’Arabia Saudita ha manifestato insofferenza verso il Pakistan per il rifiuto di quest’ultimo di partecipare o quantomeno sostenere i Sauditi nella guerra in Yemen. Anche su questo aspetto Obama ha sempre ostentato disinteresse, creando disappunto tra le fila del regime saudita.

Sono anni che il Pakistan sostiene un programma missilistico e nucleare. In otto anni di presidenza Obama, il Pakistan non ha modificato di una virgola questo programma, rimasto inalterato per tutto il prosieguo. In altre parole Obama sapeva benissimo quale fossero i progetti e le capacità militari del Pakistan. Anzi, durante il suo mandato, ha manipolato il Pakistan come un burattino violando più volte il suo territorio e la sua sovranità; non dimentichiamoci del raid contro Bin Laden. Addirittura ha usato il Pakistan come leva per arrivare a un accordo con l’Iran.

Quindi una domanda importante da porsi è la seguente: cosa ha fatto cambiare idea al nostro caro Barack? La risposta è semplice; fino a novembre Trump non costituiva una minaccia; alla fine di dicembre Trump era ormai avviato verso la Casa Bianca.

Sono molte le aziende che sono state messe fuorilegge dal Dipartimento del Commercio Americano; tra queste figurano la Ahad International, la Air Weapons Complex, la Engineering Solutions Pvt. Ltd., il Maritime Technology Complex, il National Engineering and Scientific Commission, il  New Auto Engineering e l’Universal Tooling Services. Tutte aziende importanti e vitali per l’economia Pakistana; sanzioni quindi che fanno male e che hanno suscitato in Pakistan un forte malumore verso gli Stati Uniti. I Pakistani hanno  sbagliato su una cosa però; ritengono che la decisione delle sanzioni sia stata presa da Obama sotto suggerimento degli Indiani e dei Sauditi. Solo ora, in pieno caos politico Americano, stanno finalmente mettendo insieme i tasselli e prendendo coscienza che il Pakistan si ritrova vittima sacrificale della guerra civile politica in atto negli States.

Per Trump sarà molto problematico cancellare le sanzioni per due semplici motivi. Prima di tutto perchè i Pakistani hanno ormai aperto la porta ai Cinesi, i quali hanno sostanzialmente aumentato la loro presenza economica nel paese, accrescendo il peso diplomatico al punto tale che sono ora in grado di dettare loro stessi la linea geopolitica al Pakistan. In secondo luogo l’eventuale decisione da parte di Trump di revocare le sanzioni risulterebbe intollerabile sia per gli Indiani che per i Sauditi, in particolare  per Narendra Modi, il piu  ostinato oppositore a qualsiasi rapporto amichevole  tra Pakistan e USA.

In sovrappiù le sanzioni servono a collocare Trump in una situazione difficilissima per quanto riguarda l’Afghanistan. I vertici del Pentagono e gli esperti geopolitici concordano nel considerare l’Afghanistan un paese sull’orlo del collasso. Stiamo parlando non di anni, ma di mesi, forse di settimane. Trump dovrà confrontarsi con un problema serio; salvare il salvabile in Afghanistan.

Due opzioni sono a disposizione dell’amministrazione Trump. Intervenire al più presto oppure abbandonare l’Afghanistan al proprio destino. In ogni caso tutte e due queste soluzioni comportano un problema enorme, un dilemma serio. Se Trump decide di lasciare l’Afghanistan al proprio destino, il mondo intero lo taccerà di quel fallimento e di ingenua approssimazione al cospetto dei piu` “capaci” Obama e Bush. Dovesse decidere il massiccio intervento militare, l’azione sarebbe pesantemente pregiudicata dal mancato supporto logistico del Pakistan. Date le sanzioni, ritengo improbabile una concreta disponibilità dei Pakistani nei confronti degli Americani. In alternativa ci sarebbero i Russi, ma anche qui Obama ha fatto terra bruciata.

Ecco perchè Trump si ritrova con le spalle al muro.

Non ci devono sorprendere le manovre obamiane. Si conosce la sua particolare predisposizione e sensibilità alla pace nel mondo. Il Nobel, Obama se lo è proprio meritato!

L’unica via per Trump sarebbe quella di negoziare una qualche soluzione che smussi le tensioni e il malcontento di Pakistani, Indiani e in alternativa dei  Russi e poter quindi operare liberamente in Afghanistan; sempre che i Cinesi non si mettano di traverso.

Vedo già i titoloni che annunciano il fallimento di Trump in Afghanistan; fallimento di cui dovrà sopportare tutta la colpa, sappiamo già come operano i media.

Non c’è da aggiungere altro; il suo predecessore gli ha lasciato in eredità una situazione geopolitica gravissima. D’altronde c`era da aspettarselo da un uomo come Barack, campione dei diritti civili, sempre attento alle necessità degli ultimi.Un figuro che se può ti dà una mano; controlla però che nel  frattempo non ti abbia tagliato l’altra.

IL RITORNO DEI NEOCONS, di Gianfranco Campa

Storicamente parlando, durante la prima Guerra Fredda,  anche nei momenti di tensione più palpabili, come per esempio la crisi dei missili a Cuba, da qualche parte, nelle stanze riservate della casa Bianca e del Cremlino, c’era chi si parlava, comunicava, cercava spiragli per risolvere crisi che portavano sempre inevitabilmente a confrontarsi con la possibilità di una Guerra Nucleare. Nell’assurdità del sistema politico attuale, la assillante propaganda Anti-Russa, usata come arma per screditare Trump e qualsiasi nemico del sistema governativo teso al nuovo ordine mondiale, porta a chiederci fino a che punto questi signori sono disposti a spingere la retorica di una nuova Guerra Fredda; confronto che potrebbe sfociare in qualcosa di molto più grave. Servirebbe fermarsi un attimo per ponderare le ripercussioni che potrebbero avere una intensificazione della crisi Nato-Russia.

In questo contesto si impongono un paio di domande fondamentali:

  • cosa ne sarà di una distensione mai veramente cominciata, forse appena solo accennata?
  • Una distensione con la Russia è ancora possible?

Il generale Flynn ha pagato il prezzo di essere stato la figura di spicco, l’attore principale, incaricato da Trump nel provare a tessere quella rete diplomatica che con il supporto di Tillerson avrebbe dovuto portare ad un tavolo di negoziati Trump e Putin.  Flynn ha anche pagato un prezzo caro per la sua lealtà al Presidente e per la dedizione alla missione a lui assegnata nelle sue valenze ed implicazioni più strettamente geopolitiche. Il pesante retaggio di Flynn, arrivato ad inimicarsi negli anni via via la maggior parte degli apparati di governo con le sue dure critiche, prima ad Obama poi all’establishment Repubblicano, colpevole quest’ultimo di non aver  sostenuto Trump durante la campagna elettorale, per proseguire con  la sua aperta disapprovazione della condotta dei vertici dei servizi di intelligence, tra di essi personaggi come James Clapper e John Brennan, ne ha fatto un bersaglio facile. Sarebbe stato troppo costoso, in termini politici, per Trump difendere Flynn. Così il Presidente ha cercato un atterraggio morbido, qualcosa che alleggerisse la pressione e rilanciasse la possibilità di creare un ambiente meno torbido intorno alla sua presidenza.

Ora possiamo ricostruire con quasi certezza gli episodi principali che hanno portato alle sue dimissioni. Tre giorni prima dell’ormai noto “scandalo” delle intercettazioni, Flynn aveva consegnato a Trump un dossier, un documento, da lui stesso redatto, con l’assenso, piu o meno tacito di Tillerson e di pochi altri appartenenti al circolo più stretto di Trump, con il quale si ponevano le basi di un accordo su vasta scala con la Russia. Seguendo la traccia del documento si sarebbe dovuto discutere, in un summit Trump-Putin, dei Balcani, della Siria, dell’Iran e della Cina; soprattutto si sarebbe affrontato la questione dell’Uncraina, punto critico da cui si genera la ragione della maggior resistenza dei Neocons alla svolta politica del Presidente. I contenuti dettagliati del fascicolo sono tuttora sconosciuti e, se devo azzardare una previsione, il dossier probabilmente è sparito per sempre, consegnato agli annali della storia più nascosta e segreta della Repubblica a Stelle e Strisce. Comunque è chiaro che il tempestivo assalto a Flynn tendeva  non solo ad un indebolimento di Trump, ma ad un deragliamento definitivo di qualsiasi accordo con Putin.

Girano voci di corridoio che additano in Reinhold Richard Priebus, meglio conosciuto come “Reince” Priebus, il cecchino di Flynn. Sono solo voci di corridoio, tese ad indebolire un altro fedele di Trump. Insinuando un tradimento di Priebus si colpiscono due piccioni con un solo colpo; far fuori Flynn e Priebus con lo stesso scandalo delle intercettazioni, equivarebbe ad un terno al lotto. Ma io so con certezza che Priebus non c’entra assoluntamente niente con il siluramento di Flynn. C’è invece un altro attore più potente complice del siluramento, perché sodale del vecchio establishement: Mike Pence. Il nostro caro vice presidente, Mike Pence, con il pretesto che Flynn gli avesse mentito riguardo alle sue assicurazioni dello scorso dicembre di non aveva parlato di sanzioni con l’ambasciatore russo, ha fatto pesanti pressioni su Trump perché lo rimuovesse dal suo incarico.

Mike Pence è un sornione, un uomo che trasuda fiducia da tutti i pori con la sua aria di vecchio amico che non ti tradisce mai. Fatto sta che Pence col suo sorriso soave di buon Cristiano e brav’uomo di famiglia è lo strumento che viene usato, naturalmente con il suo pieno consenso, dall’establishement repubblicano per manovrare Trump.

Trump ha cosegnato a Pence le chiavi di molte stanze e concesso una ampia libertà di azione; neanche il vecchio Joe Biden godeva sotto Obama di tale facoltà.

Biden era il cagnolino di Obama, Pence è la serpe che si insinua nel letto e ti colpisce quando vuole.

E` andata piu` o meno così. Pence ha sussurato all’orecchio di Trump la soluzione di tutti i suoi problemi: “fai fuori Flynn, affida la politica estera in mano ad altri, concentrati sulla politica interna, cerca un accordo con l’establishment per poi essere ricompensato con il pieno appoggio di tutto l’apparato repubblicano contro le orde barabariche democratiche.”

Questo però è un gioco pericoloso per Trump; intanto perché non sono convinto che i Repubblicani possano ostacolare i Democratici nella loro offensiva. Sono soprattutto persuaso che non abbiano assolutamente il desiderio di farlo.

Flynn, il fautore di una relazione più stretta fra Russia e USA, lascia il posto ad un altro Generale, H. R. McMaster. Con McMaster la manovra di aggiramento da parte dell’Establishment è completata. Ci sono voluti più o meno quattro mesi di assidui attacchi, di manovre e contromanovre  per far capitolare Trump e far deragliare le sue promesse di una nuova distensione con la Russia sostenute sin dai tempi delle primarie.

Intendiamoci; le credeziali del nuovo National Security Advisor non si discutono.

Il curriculum parla da sè: McMaster, per chi lo non lo conosce è un generale a tre stelle, decorato dalla testa ai piedi, soprattutto per le sue azioni durante la prima Guerra del Golfo, in Iraq. McMaster è anche l’autore di diversi libri; il più famoso riguarda la Guerra in Vietnam, con il quale McMaster critica, non tanto le ragioni della guerra, quanto le tattiche usate e la divisione alimentata con gli argomenti “parrocchiali” di chi altrimenti avrebbe dovuto gestirla strategicamente. Fattori che secondo McMaster hanno contribuito alla disfatta militare .

Il libro è diventato, per un’intera generazione di ufficiali militari, una lettura obbligata.

Ora il Generale McMaster avrà la possibilità di mettere a disposizione della Casa Bianca le proprie conoscenze, anche se McMaster non solo è un uomo di intelligenza superiore ma è anche un personaggio di brutale schiettezza e scorbuticità.

Un carattere duro che gli è costato più volte la promozione, raggiunta poi inevitabilmente grazie alle innegabili capacità.

Resta il fatto che McMaster è stato messo lì per intimidire Trump e portarlo ad abbracciare politiche neocons. Basta osservare che gli arcinemici di Trump, fino al giorno precedente la capitolazione di Flynn, sputavano veleno sul Presidente; ora si trovano ad eloggiare la nomina di McMaster. Il nostro caro McCain in un Twitter ha detto di McMaster: “Lt Gen HR McMaster è una scelta eccellente come consigliere per la sicurezza – uomo d’intelletto genuino, carattere e capacità

 

La disfatta di Trump è sintetizzata dal regista Oliver Stone; in un commento ha detto che:  “Condi Rice e Susan Rice impallidiscono accanto al generale H.R. McMaster, un cane da guerra del Pentagono fino alle midolla. Trump chiaramente sembra ormai sconfitto dal potere delle agenzie di intelligence e dei media. Anche il psicotico John McCain approva con tutto il cuore la nomina di McMaster.”

Il regista Stone è impegnato da oltre un anno nell’arduo compito di comunicare agli americani la pericolosità dell’antagonismo verso la Russia e delle menzogne costruite sull’Ucraina. Lo stesso regista parla di ostruzioni pesanti che arrivano non solo da entità politiche ma anche dall’ipocrita mondo hollywoodiano i quali cercano di ostacolarlo in tutti i mondi nella produzione di un documentario sulle verità ucraine.

Con la dipartita del General Flynn, la speranza di una distensione con la Russia sembra ormai confinata nell’ottimismo quasi illusorio di pochi credenti i quali si abbarbicano a cercare improbabili appigli.

Come ho scritto in precedenza, nutro ancora qualche speranza; soprattutto che Rex Tillerson possa compiere un miracolo e contro tutto e tutti riesca a raggiungere un accordo, anche se minimo con Lavrov. Un accordo che apra la via a negoziati più seri.  Inutile nascondere le difficoltà nelle quali Tillerson dovrà operare.

Tillerson però è un uomo dalle risorse nascoste, che ne fanno un formidabile nemico degli avversari della distensione.

Non ci resta  che seguire le trame che si svilupperano nei prissimi giorni, settimane, mesi.

Una cosa è certa; i Neocons sono tornati, ma forse non erano mai andati via.

L’ASCESA E LA CADUTA DI FLYNN, di Gianfranco Campa

Il pathos che traspare dal testo rivela non solo lo stato d’animo dell’autore, cittadino americano, ma la drammaticità stessa dello scontro politico, in atto negli Stati Uniti ma dalle profonde implicazioni nel resto del mondo (nota editoriale)


L’ASCESA E LA CADUTA DI FLYNN

 

In queste ore di profonda incertezza sul futuro dei rapporti Occidente-Russia, osserviamo i soliti media, ambasciatori asserviti ai poteri forti, che trasudano odio e rincorrono elaborati esercizi mentali nel tentativo di interpretare e far coniugare le dimissioni di Michael Flynn, il consigliere della sicurezza nazionale appena nominato dall’Amministrazione Trump, con la loro agenda ideologica, cercando nel contempo anche di screditare tutto l’apparato dello striminzito Governo Trump e infliggergli di conseguenza il colpo mortale. Queste gimcane servono in questo contesto solo al tavolo degli idioti di turno; non tutti però sono imbecilli da credere alla propaganda divulgata dai poteri anti-Trump.

 

Le “accuse” sono semplici: Flynn si è reso responsabile, secondo loro, di alto tradimento quando ha parlato al telefono più volte con l’Ambasciatore di Mosca a Washington; in particolare la telefonata più incriminata è quella del 29 Dicembre, giorno in cui l’amministrazione Obama prese la decisione di espellere i diplomatici russi dal suolo nazionale.

Procediamo con ordine. Da tempo Flynn era marcato stretto, bersaglio primario dei nemici mortali di Trump. Come avevo già scritto precedentemente, la situazione di Flynn era già apparsa, negli ultimi giorni, molto precaria. Flynn si è ritrovato strattonato da più parti sugli indirizzi di politica estera da perseguire. Flynn era dibattuto fra il suo desiderio, in linea con Trump, di attuare una nuova distensione con la Russia e la sua insofferenza verso l’Iran. Questa insofferenza insieme ai suoi rapporti più o meno amichevoli con i Russi sono stati usati come cuneo, prima per indebolire e poi per neutralizzare il Generale Flynn. Questi personaggi, come avvoltoi, hanno annusato la preda ferita e si sono avventati contro per straziarla. Il pretesto usato è stato una probabile serie di telefonate intercorse lo scorso dicembre fra Flynn e l’Ambascitore russo a Washington, Sergey Kislyak. Telefonate che secondo le accuse si incentravano sulle sanzioni imposte da Obama alla Russia e sulla possibilità di rimuoverle una volta Trump subentrato alla Casa Bianca. L’arma usata contro Flynn è stata la riesumazione  del cosiddetto  Logan Act del 1799 che recita: “Si impone una multa e/o l’imprigionamento di ogni cittadino il quale negozi, non autorizzato,  con governi stranieri con un contezioso in corso con il Governo attuale degli Stati Uniti.” Essendo le telefonate fra Flynn e Kislyak tenutesi a Dicembre, quando Obama era ancora alla Casa Bianca, allora queste telefonate possono considerarsi una violazione del Logan Act.

 

Questa è l’accusa, ma in sostanza non c’è niente di criminale nelle telefonate tra Flynn e Kislyak. Non c’è nessuna violazione del Logan Act per il semplice motivo che Flynn, letteralmente parlando, non era un privato cittadino nel momento in cui ha condotto la telefonata, bensì un funzionario di un governo, non ancora insediato, ma già eletto democraticamente dal popolo. L’unica accusa che gli si può imputare è il fatto che non abbia dichiarato integralmente tutta la natura delle conversazioni fra lui e Kislyak.  In aggiunta voglio fare presente che in tutta la storia Americana, mai nessuno era stato accusato di violare il Logan Act. Inoltre è provato che i Democratici come il compianto Ted Kennedy, John Kerry, Nancy Pelosi e altri hanno commesso atti di gran lunga peggiori di quello portato avanti da Flynn. In particolare mi viene in mente un episodio di qualche anno fa quando Michael McFaul, nel 2008,  prima  ancora che Obama fosse eletto, andò a incontrarsi direttamente con in funzionari Russi a Mosca per trattare linee diplomatiche da perseguire fra i due governi. McFaul dopo la vittoria di Obama divenne ambasciatore a Mosca. Se c’è stato uno che ha violato il Logan Act, questo è appunto McFaul il quale prese l’iniziativa di recarsi, da cittadino comune, in Russia (sicuramente con il beneplacito di Obama) per rappresentare un presidente non ancora ufficialmente eletto.  Andatelo a spiegare voi a questi quattro pagliacci di giornalisti che si stracciano pubblicamente le vesti, la differenza fra una accusa finta e una vera.

 

Un altro punto importante; queste telefonate erano già state trattate da Flynn con il vice presidente Mike Pence in dettaglio e già allora si era chiarita la situazione. Flynn aveva negato che la natura delle telefonate fosse stata esclusivamente incentrata sulle sanzioni. Ora si è trovata la scusa che Flynn non sia stato del tutto sincero e nasconda una sinistra attrazione verso la Russia. Non c’è nessuna prova che Flynn sia un personaggio compromesso. Le accuse che arrivano a Flynn provengono dalla stessa melma che da anni batte i tamburi di una guerra fredda con la Russia e usano i contatti con la Russia per screditare Trump.

 

La formula e già colludata; infiltrati, usualmente di estrazione del Dipartimento di Giustizia o del Dipartimento di Stato, rimanenze delle falangi Obamiane, rappresentanti di quel governo ombra, inquinato di neocons, i quali imperversano indisturbati nelle stanze del potere, fanno trapelare informazioni sull’ amministrazione Trump consegnando questi “sensazionali scoop” ai portavoce di regime come il Washington Post o il New York Times, giornali screditati, diventati ormai da spazzatura, neanche buoni da usare al bagno. Una volta che queste notizie vengono rese pubbliche, i soliti cecchini ormai ben noti, tipo l’ex direttore della National Intelligence James Clapper (uno che ha mentito sotto giuramento) e l’ex direttore della CIA John Brennan , alimentano questa caccia alle streghe. Una volta che uno come Clapper , Brennan, Sally, Yates o MacCain (tanto per fare dei nomi conosciuti), ufficializzano  le accuse, la melma raccoglie la palla al balzo giocandoci con impunità.

 

Flynn paga inoltre il dazio della sua dura critica ai servizi di Intelligence sui vari dossier anti Trump divulgati durante la campagna elettorale. L’assassinio politico di Flynn ci consegna più domande che risposte. Chi sono i traditori spia, inflitrati nei vari sistemi di governo che impunemente rilasciano ai media informazioni considerate riservate se non segrete? Chi ha dato l’ok a NSA, CIA e FBI di intercettare le telefonate di Flynn? Quanti altri tabulati di intercettazioni  sono in mano a questi terroristi domestici? Chi sarà il prossimo bersaglio?

 

Trump deve stare molto attento; già i collaboratori fidati sono pochi, ma con la perdita di Flynn si assottigliano ancora di più. La tattica è chiara; prendere uno alla volta i colaboratori più fedeli e demolire la Casa Trump un pezzo alla volta. Flynn è solo l’inizio. Sono in serio pericolo anche i vari Bannon, Conway, Spicer, Miller e via dicendo. Il guru Roger Stone ha oggi dichiarato, in una intervista a Newsmax TV, che la decisione di Trump di non erigere un muro di sbarramento in difesa di Flynn, costi quel che costi, equivale a una “Pearl Harbor” di chi ha sostenuto il Presidente fino a questo momento. Secondo Stone, Trump sente la pressione e avendo incaricato Flynn di tessere relazioni con i Russi prima ancora della sua entrata alla Casa Bianca, ha deciso di spingerlo alle dimissioni per coprire quella tessitura di rapporti che era stata pianificata da tempo, mirante ad una relazione più amichevole con la Russia. Venuto meno il supporto a tale rapporto e sentendo il montare della pressione, Trump si è tirato indietro e ha lasciato Flynn in pasto ai lupi. Così si spiega, secondo Stone, la dichiarazione fatta oggi dalla Casa Bianca di ritenere la Crimea un territorio Ucraino.

 

Tornando a Flynn, ci sono uomini che nonostante tutto, anche sbagliando, non perdono la loro integrità. Sono fedeli alle loro convinzioni e valori, qualunque essi siano e promuovono queste convinzioni e questi valori al di là di ogni calcolo di interesse personale. Vengono descritti in gergo comune come uomini tutti di un pezzo. Il generale Michael Flynn appartiene a questa categoria di uomini che, nella melma del mondo occidentale, si rarefanno. Uomini in via di estinzione, spianati dal rullo compressore di interessi e poteri avversi a chi, come Flynn, non si ribassano a compromessi per questione di calcoli politici miserabili o economici.

Flynn apparteneva al gruppo più vicino a Trump, quello storico, quello che ha creato il fenomeno Trump. Senza Flynn e pochi altri non ci sarebbe stato un Trump. Flynn e il suo amico Sebastian Gorka, sono stati i primi veri personaggi di estrazione militare ad appoggiare la candidatura di Trump, apertamente, senza se e senza ma, mettendosi in prima fila, senza vergogna, al servizio stesso dell’attuale Presidente. Per questo supporto, Flynn si sottometteva con stoicità alle critiche che gli piovevano da tutte le parti. Venendo anche attaccato sulla sua stessa integrità morale, una cosa che sicuramente non gli è mai mancata. Le sue dimissioni da consigliere sulla sicurezza dell’amministrazione Trump ne sono la prova; piuttosto che continuare a sottoporsi alle vessazioni di una stampa meschina e di nemici potenti, Flynn ha preferito ritirarsi dalla scena, scegliendo la via più a lui consona, quella dell’orgoglio e della dignità personale.

 

Questa marmaglia può solo pulire le scarpe a Flynn, un uomo che ha pagato con la sua onorata carriera l’opposizione prima allo stesso Clapper e poi a Obama definendolo un “ presidente bugiardo” e denunciando il sistema corrotto non solo dei servizi di intelligence ma anche della giustizia della vecchia amministrazione. Un’altra dura critica di Flynn era rivolta contro quella che riteneva una posizione troppo debole nei confronti del Terrorismo Islamico, e aveva più volte fatto sottintendere che il connubio fra l’amministrazione Obama e i terroristi usati come strumento di destabilizzazione e caos nel Medio Oriente era inaccettabile e distruttivo.

 

Dopo la chiara presa di posizione contro Obama e James Clapper, Flynn fu spinto a dimettersi dal suo incarico di direttore della Defense Intelligence Agency. In trentatre anni di carriera militare Flynn non è mai stato accusato di nessun reato. Un patriota di vecchia generazione che non si è mai ribassato a giochi politici di convenienza.

 

Michael Flynn si ritira nell’oblio, la sua partenza rappresenta un colpo durissimo a chi cercava una nuova distensione con la Russia. L’ultima speranza rimane Rex Tillerson; ma è come scalare l’Everest senza ossigeno.

 

Sotto trovate la lettera di dimissioni di Flynn:

 

February 13, 2017

In the course of my duties as the incoming National Security Advisor, I held numerous phone calls with foreign counterparts, ministers, and ambassadors. These calls were to facilitate a smooth transition and begin to build the necessary relationships between the President, his advisors and foreign leaders. Such calls are standard practice in any transition of this magnitude.

Unfortunately, because of the fast pace of events, I inadvertently briefed the Vice President Elect and others with incomplete information regarding my phone calls with the Russian Ambassador. I have sincerely apologized to the President and the Vice President, and they have accepted my apology.

Throughout my over thirty three years of honorable military service, and my tenure as the National Security Advisor, I have always performed my duties with the utmost of integrity and honesty to those I have served, to include the President of the United States.

I am tendering my resignation, honored to have served our nation and the American people in such a distinguished way.

I am also extremely honored to have served President Trump, who in just three weeks, has reoriented American foreign policy in fundamental ways to restore America’s leadership position in the world.

As I step away once again from serving my nation in this current capacity, I wish to thank President Trump for his personal loyalty, the friendship of those who I worked with throughout the hard fought campaign, the challenging period of transition, and during the early days of his presidency.

I know with the strong leadership of President Donald J. Trump and Vice President Mike Pence and the superb team they are assembling, this team will go down in history as one of the greatest presidencies in U.S. history, and I firmly believe the American people will be well served as they all work together to help Make America Great Again.

 

Michael T. Flynn, LTG (Ret)

 

I FALCHI E LE COLOMBE, di Gianfranco Campa

I FALCHI E LE COLOMBE

 

In questi giorni si susseguono i messaggi criptati e confusi che arrivano dall’amministrazione Trump sulla Russia di Putin. Dal di fuori sembra che ci sia mancanza di coordinamento e di allineamento sulla politica estera da seguire, specialmente nel quadro dei giochi geopolitici USA-Russia.

È chiaro che la confusione per molti regna sovrana, ma in realtà l’apparente disfunzione è riconducibile a due cause:

  • il ritardo ostruzionistico che i senatori democratici hanno determinato nei confronti delle nomine di Trump contribuendo a rendere ingestibile la situazione politica interna e di riflesso quella esterna.
  • La seconda causa, la piu` importante; la penuria di personaggi di fiducia da inserire nei posti chiave dell’ Amministrazione. Persone di fiducia che, data l’entità dell’assedio sotto cui Trump si ritrova, sarebbero fondamentali per gestire gli attacchi meschini, costanti e incessanti che provengono da tutti i fronti, non ultimo quello previsto e puntualmente arrivato dalla Magistratura. Sappiamo d’altronde come funziona il meccanismo; quando il potere chiama, i giudici rispondono elevandosi a paladini della giustizia e dei diritti. Questa penuria di personaggi di fiducia competenti vicini a Trump, incoraggia i falchi neocons presenti nel Partito Repubblicano a far deragliare il proposito di Trump di attuare una nuova distensione con la Russia. Ironicamente in questo desiderio di sovvertire il tentativo di Trump e Putin ad esplorare una timida collaborazione si ritrovano insieme, alleati, i Neocons, i democratici, i media, i politici e gran parte dei capi di governo stranieri, multinazionali e via dicendo. Tutti insieme appassionatamente uniti dall’odio profondo verso Trump e dalla minaccia che Trump rappresenta all’ordine mondiale. D’altronde Il nemico del mio nemico è mio alleato…

A testimoniare di questo campo minato in cui Trump si ritrova a camminare, tra la fine di dicembre e l’inizio di gennaio, i due Neocons per eccellenza, Lindsay Graham and John McCain, si sono ritrovati in Ucraina per promettere suppporto a Poroshenko e rappresentare di fatto, non il governo Trump, ma tutta quella melma che si aizza contro di lui.

Trump su una cosa è stato consistente durante tutta la sua campagna elettorale e non ha mai cambiato orientamento anche quando messo alle corde: il desiderio di avviare una distensione tra la Russia e gli Stati Uniti attraverso un rapporto cordiale con Putin. Trump è stato sempre chiaro su questo desiderio al punto tale da sbugiardare, in diretta, durante la campagna presidenziale, il suo stesso vice presidente Mike Pence. L’unica cosa che gli si può contestare e` la mancanza di esperienza politica nel gestire anche solo un accenno di distensione con la Russia, grazie anche all’avversita` che Trump ha mostrato, fin dal suo concepimento, sull’accordo del nucleare firmato da Obama con gli Iraniani. Avversione, quella di Trump, che era più rivolta all’aspetto finanziario dell’accordo che a quello politico. Trump ha sempre ritenuto svantaggioso l’accordo raggiunto con gli Iraniani nei suoi termini economici, non fondato a suo parere su basi eque. Questa avversione verso l’Iran è stata uno degli orientamenti strumentalizzati dai neocons per dirottare Trump lontano da Putin, ben sapendo dello stretto rapporto esistente tra la Russia e l’Iran.

La visita di MacCain in Ucraina ha anticipato di qualche giorno la telefonata che Trump e Putin hanno programmato per il 28 di Gennaio. Il resoconto della telefonata parla di una conversazione sobria e amichevole fra i due leader, con la promessa di arrivare a un summit da condurre a Ginevra nel prossimo luglio.

Dopo la telefonata tra Putin e Trump, come da copione, sono cominciati i fuochi di artificio. Se la visita di McCain e Graham non è sufficientemente servita a rendere chiaro il messaggio, ci hanno pensato, immediatamete dopo quella telefonata, personaggi più o meno importanti e conosciuti a far deragliare sul nascere ogni tentativo di scardinare il blocco antirusso, aprendo un fuoco di sbarramento tale da  costringere Trump con le spalle al muro.  In Ucraina la situazione e` immediatamente deteriorata. L’ex governatore del Sud Carolina, Nikki Haley, appena nominata da Trump ambasciatrice all’ONU e amica di McCain, ha duramente condannato la Russia per il suo ruolo in Ucraina dichiarando fra l’altro che non ci sarà mai pace senza la restituzione della Crimea a Kiev. Vai a spiegare alla Haley la storia di quella regione. Anche l’Iran ci ha messo del suo testando nello stesso giorno del discorso di Haley un missile balistico Khorramshahr, violando così i termini della Risoluzione ONU 1929. Non sono nato ieri e quindi non credo che la tempistica iraniana sia un caso. I Mullahs hanno le loro ragioni per mettere i bastoni fra le ruote a un rapporto amichevole fra Putin e Trump.

Non ostante tutto, tre giorni fa durante un intervista alla FOX News, Trump, rispondendo alla accusa che Putin è un assassino, dichiarava che anche gli Americani sono stati degli assassini e “neanche noi siamo così innocenti”

Inutile dire che la reazione in America è stata viscerale; il commento  di Trump è stato denunciato e condannato su tutti i network televisivi, un disastro di capacità di relazioni pubblicche che ha messo Trump ancora più sotto assedio. Un esempio evidente dell’inesperienza politica di Trump; certe cose puoi pensarle ma non le puoi dire, soprattutto quando sei già sotto pressione.

Due giorni fa, nel tentativo di allentare la morsa e coordinare una strategia più efficacce di difesa contro i costanti attacchi, Trump si è chiuso nell’ufficio ovale della Casa Bianca con i suoi più fedeli collaboratori, di fatto sono solo cinque: Stephen Bannon, Jared Kushner, Peter Navarro, Kellyann Conway, Reince Priebus, più un fedele a metà; Michael Flynn. Dico mezzo perchè Flynn, fra  l’avversione di una larga parte di suoi colleghi militari, i quali non vedono di buon occhio una distensione con la Russia e la sua “devozione” a Trump si ritrova in un limbo, in quella terra di mezzo dove tutto è offuscato. Per un Flynn che perde colpi c’è un Priebus che avanza. Di estrazione establishment repubblicano, Priebus si è elevato a componente più fedele a Trump, rinnegando quei vertici repubblicani che lo avevano messo lì per “tenere d’occhio” il Presidente. Ma è lampante che anche con un Priebus in più, il numero di collaborator leali è risicato e costringe Trump a una costante difesa. Alla fine questo animato ritiro tra fedeli di Trump, ha portato a delle decisioni importanti: Concentrarsi sul fronte interno, per meglio impostare una strategia di difesa da condurre contro i costanti attacchi. Le limitate risorse vanno quindi concentrate tutte lì, mentre la politica estera è stata per il momento messa da parte e lasciata in mano ai falchi che operano impuniti e  indisturbati nelle stanze di Washington.

La speranza rimane che una volta prese le misure  del Dipartimento di Stato, Tillerson riesca a smussare un pò gli angoli  a livello geopolitico.

L’altra speranza è guadagnare un po’ di tempo aspettando le elezioni europee, soprattutto in Francia e Olanda, dove la vittoria della destra “populista” aprirebbe più fronti e porterebbe a distogliere un po’ la attenzione e gli attacchi morbosi di cui Trump è ora il solo e unico bersaglio.

Sarò sincero;  vedo una matassa estremamente difficile da sbrogliare; tutto sarà possibile, ma al momento attuale Trump non è in condizioni di perseguire e conseguire una distensione con la Russia.

Un altra cosa vorrei  fare presente per chi non e` ancora convinto delle difficoltà in cui Trump si ritrova ad operare. Storicamente una distensione con la Russia è stata sempre ostacolata in modo maniacale. Voglio ricordare alcuni episodi storici a sostegno di questa tesi. Deragliamento della distensione da parte della CIA durante la presidenza di Dwight Eisenhower . Qualche mese prima dell’incontro programmato fra Eisenhower e  Nikita Khrushchev  avviene l’abbattimento dell’U-2 sopra l’Unione Sovietica con a bordo il pilota CIA Gary Powers. L’opinione di certi ambienti è che Eisenhower non fosse stato messo al corrente dell’operazione da parte della CIA. Operazione che di fatto inibì qualsiasi tentativo di iniziare una distensione i due paesi. Da rilevare la stessa morte di Gary Powers nel 1977, dovuto ad un incidente di elicottero  dalle dinamiche avvolte nel mistero; voci insistenti davano un Power particolarmente irrequieto pronto, 17 anni dopo, a vuotare il sacco sulla operazione U-2.

Il secondo tenativo di distensione  avviene quando il presidente Richard Nixon incontra in visita il Segretario Generale del partito comunista sovietico, Leonid Brezhnev a Mosca, nel  maggio 1972 . Quell’incontro porterà il frutto del trattato SALT e la visita verrà ricambiata da Brezhnev   con altri due summit che però porteranno a ben poco seguiti come furono dallo scandalo Watergate e dale conseguenti dimissioni di Nixon.

Anche qui è da sottolineare un probabile convolgimento della CIA nello scandalo Watergate. Non per giustificare la superficialità di Nixon nella gestione Watergate, ma quello scandalo segnò effettivamente  la fine della presidenza Nixon e di conseguenza  la fine della distensione avviata appena due anni prima. Lo stesso Carter ha fatto timidi tentativi di salvare almeno in parte quell’opera di distensione con la Mosca. Carter fallì per vari motivi, uno di questo fu la debolezza interna in cui la sua amministrazione versava. Credetemi, Trump è messo molto ma molto peggio di Carter.

Voglio infine chiarire che lo stesso Reagan ha avuto durante il suo primo mandato presidenziale una posizione antagonistica verso l’Unione Sovietica definendola l’Impero del Male, per cambiare poi orientamento durante il suo secondo mandato per ragioni troppo lunghe da discutere ora. Resta il fatto che Reagan operava in una posizione di forza avendo vinto il secondo mandato, nelle elezioni del 1984, con un voto storico; una valanga di 49 stati  contro il solo stato vinto da Walter Mondale, il Minnesota, stato da cui Mondale proveniva .

È chiaro che Trump non occupa nessuna posizione tale da dettare la linea geopolitica; basta che qualcuno faccia una pernacchia e Trump si ritrova ad annaspare. La sua è una posizione troppo debole. Non ci resta che sperare nella vittoria di Marine Le Pen in Francia per sbloccare la situazione e alleviare i dolori di Trump. Prevedo molto presto attacchi contro Le Pen usando le stesse tecniche usate contro Trump; poniamo, i servizi segreti Francesi che “smascherano”, tutto di un colpo, i Russi nel tentativo di manipolare le elezioni.

Per il momento rassegnamoci, cinque colombe e mezzo non fanno primavera.

 

 

T-REX IL MASTINO DI TRUMP, di Gianfranco Campa

T-REX IL MASTINO DI TRUMP

Il sole sorge sull’amministrazione Trump, un sole per il momento pallido ma con cumuli di pesanti nuvole all’orizzonte. Forze eternamente potenti cercano di influenzare, sia dall’interno che dall’esterno, la composizione e le decisioni della nuova amministrazione, mentre tutto intorno i centri di potere usano le intelligence deviate per mandare messaggi minacciosi a Trump cercando di far deragliare la presa della Bastiglia. Da fuori si percepiscono solo minimamente i giochi che si stanno svolgendo nel panorama della politica americana. Sin dalle primarie la guerra è divampata e la vittoria inaspettata di Trump ha solo intensificato questo scontro a tutto campo in cui un gruppo tradizionale molto potente, l’establishment al comando, sta facendo terra bruciata intorno a Trump usando metodi più o meno convenzionali. E` in quest’ottica che va visto l’inasprimento e il deterioramento dei rapporti con la Russia di Putin. La Russia come strumento per screditare Trump, sbandierando le presunte collusioni tra i due e portando la tensione di questa nuova guerra fredda a un livello che non si vedeva dai tempi dei missili sovietici a Cuba. Tenendo conto di questa situazione, le nomine di Trump nel suo gabinetto di governo assumono una importanza determinante. Queste nomine sono ora completate, manca solo qualche portaborse di poco conto.

Tra tutte la più importante è senza dubbio quella del Segretario di Stato.
Il Segretario di Stato, anche se sulla carta risulta una figura minore rispetto al vice presidente, in realtà è l’incarico secondo solo allo stesso Presidente. I tentacoli e il potere geopolitico degli Stati Uniti elevano lo status del Segretario all’equivalente di un vero e proprio primo ministro. A dimostrazione di questo il mondo si ricorderà più dell’impatto avuto da Hillary Clinton nei quattro anni di Segretario di Stato che di Joe Biden come vice-presidente per otto. Se qualcuno non è convinto basta chiedere a Gheddafi; se fosse ancora vivo potrebbe spiegarne la differenza…

La scelta di Trump è caduta su Rex Tillerson; non un politico, ma un uomo di business, ex-amministratore delegato della ExxonMobil (ha lasciato la sua posizione dopo la nomina). Il primo Segretario di Stato che non proviene dalla politica, ma dal mondo degli affari dai tempi di George Schultz. Da molti Schultz è considerato uno dei migliori Segretari di Stato degli ultimi decenni. Per chi se lo ricorda ancora, Schultz servì sotto l’amministrazione Reagan dal 1982 al 1989. Schultz fu il vero artefice di quella distensione tra USA e URSS che portò alla caduta del muro di Berlino. So che non tutti reputano la dissoluzione dell’Unione Sovietica come una cosa positiva, ma questa è un altra storia…
Torniamo a Tillerson . Quando fu nominato da Trump come possibile Segretario di Stato, il New York Times e il Washington Post suonarono immediatamente il campanello di allarme, mettendo in discussione i rapporti “amichevoli” tra Tillerson e Putin. Da allora si sono susseguite manovre e contromanovre per delegittimare sia Tillerson che Trump usando lo spauracchio della Russia. Dopo la sua nomina anche gli attacchi alla Russia di Putin si sono moltiplicati, con il fine di manipolare la decisione di nominare Tillerson e spingere Trump a ritirarla. Il terrore per l’establishement, fautore di questa nuova guerra fredda, riguarda la possibilità che il neo Segretario riesca a ricreare lo stesso rapporto di successo con la Russia avuto durante il suo regno alla ExxonMobil. Naturalmente ci sono differenze fondamentali fra allacciare una alleanza strettamente commerciale e una che abbia implicazioni geopolitiche.
Chi è realmente Tillerson? Per chi lo conosce bene, Tillerson è descritto come una persona molto pacata, senza picchi emotivi, di temperamento mite, ma allo stesso tempo una persona che incute timore e rispetto. Tillerson proietta una presenza forte ma spogliata di qualsiasi spirito di cattiveria e ostilità.
Tillerson, un uomo che si è fatto da solo. La sua carriera è legata quasi esclusivamente alla ExxonMobil dove cominciò a lavorare come giovane laureato nel lontano 1975, per seguire tutta la trafila e diventarne Amministratore Delegato nel 2006.
La ExxonMobil è la prima compagnia petrolifera al mondo, con uffici e rapporti commerciali con più di sessanta nazioni. Questo apparato implica una struttura simile a quella del governo americano; la ExxonMobil ha infatti il proprio servizio di intelligence e di sicurezza, oltre ad avere rappresentanti dell’azienda sparsi per i paesi del mondo a fare da “ambasciatori” a beneficio della azienda stessa. Le capacità “diplomatiche” di Tillerson, anche se non vengono da un estrazione puramente politica, non si discutono; non sarà quindi sull’esperienza di Tillerson che vengono e verranno condotti gli attacchi, bensì come detto prima, sui suoi rapporti con la Russia.
Negli anni ’90, dopo la fine dell’Unione Sovietica, Tillerson è stato uno degli artefici della privatizzazione dei pozzi petroliferi Russi. Tra il 1998 e il 2004 Tillerson ha manovrato per garantire alla propria azienda una posizione privilegiata con i Russi al punto tale che quando si è verificata la parziale restatalizzazione dell’industria petrolifera russa, Tillerson è riuscito a mantenere inalterata la posizione acquisita dalla ExxonMobil nel contesto dell’industria petrolifera Russa. Un rapporto quindi che e` andato avanti fino al 2014 quando le sanzioni imposte da Obama hanno posto il freno alle attività russe di ExxonMobil.
L’alter ego principale di Tillerson in Russia è Igor Sechin. I due sono amici intimi, strettamente legati da anni di rapporti commerciali. Sechin, amministratore delegato della Rosneft, un uomo difficile da gestire al punto tale di essere soprannominato Darth Vader, ha sempre espresso ammirazione per Tillerson con cui condividono ottimi rapporti, inclusa la passione per le moto. Le sanzioni alla Russia hanno colpito non solo l’aspetto finanziario della ExxonMobil ma anche i rapporti umani creati nell’arco degli anni. In questo contesto è chiaro che l’arruolamento di Tillerson da parte di Trump, rappresenta, nonostante le critiche, un tentativo di sbloccare i rapporti con la Russia e ricreare una nuova distensione. Il fatto che le critiche e le accuse a Trump non sono state sufficienti a farlo desistere dal nominare Tillerson ci offre la speranza che il sistema fin ad ora adottato nei giochi politici internazionali nei confronti della Russia sia in crisi e che Trump possa scardinarlo una volta per tutte. Naturalmente è una battaglia immane e i pericoli molteplici. Potenti forze sono opposte al piano di Trump e le possibilità di un deragliamento sono concrete. Molto dipenderà dalla capacità di aggirare queste forze. Una distensione delle relazioni tra USA e Russia è auspicabile per la sicurezza mondiale.
C`è un altro aspetto importante nella nomina di Tillerson che va tenuto in considerazione: Tillerson ha il carattere e la personalità giuste per raggiungere un altro obbiettivo importante; il repulisti del Dipartimento di Stato, da troppo tempo estremamente politicizzato, sotto il controllo di forze a volte estranee agli interessi del governo stesso e spesso piattaforma privilegiata di agenti e operazioni deviate, mirate a minare il terreno ogni volta che si intravede un timido tentativo di far ordine nella strategia geopolitica del caos tanto cara agli ultimi quattro presidenti americani. Basta vedere come elementi all’interno del Dipartimento di Stato hanno deragliato il tentativo di raggiungere un accordo tra John Kerry e Sergey Lavrov sulla Siria e prima di allora sulla Libia. Naturalmente la statura caratteriale tra Kerry e Tillerson è abissale; Kerry manca della personalità sufficiente a gestire e imporsi nelle stanze del Dipartimento.
La mancanza di curriculum politico tradizionale avvantaggia Tillerson; il compito però resta arduo e pericoloso. Il Dipartimento di Stato è diventato una complessa macchina burocratica, vittima di un sistema disfunzionale che vede il Dipartimento stesso usato come veicolo di vari interessi sia governativi che privati. Soprattutto, il dipartimento è diventato, non ufficialmente, base operativa occulta dei servizi di Intelligence americani dispiegati per il globo. Per comprendere la dimensione della gravità del problema basta fare riferimento allo scandalo delle email segretate di Clinton.
Cosi T-Rex diventa il mastino di Trump, quello incaricato di sostenere una guerra su due fronti; da un lato la ricomposizione degli obbiettivi geopolitici degli Stati Uniti, dall’altro la presa d’assalto al covo delle vipere le quali da come si sono viste agitarsi, sono piene di veleno e pronte a colpire ogni volta che si presenterà l’occasione. Potrebbe non bastare un T-Rex ad addomesticarle.

UNA ANALISI DETTAGLIATA del voto statunitense, di Gianfranco Campa

UNA ANALISI DETTAGLIATA del voto statunitense, di Gianfranco Campa
Le elezioni presidenziali americane sono finite da più di un mese e solo ora, escluso qualche centinaia di migliaia di voti rimasti da contare, voti di americani residenti all’estero, i numeri definitivi delle elezioni danno un quadro preciso della situazione politica a stelle e strisce.
In attesa di scoprire tutte i nomi del gabinetto del governo Trump e le circa quattro mila nomine necessarie per riempire le posizioni vitali di competenza della nuova amministrazione, la cosa che possiamo fare è analizzare i dati definitivi del voto per comprendere meglio come l’evolversi della politica Americana e soprattutto cosa aspettarsi nel futuro.
Trump ha vinto la presidenza grazie al maggior numero di voti del collegio elettorale; 306 elettori contro i 232 di Clinton. Il voto popolare invece è appannaggio di Hillary Clinton; con qualche migliaio di voti ancora da contare, la Clinton è avanti di quasi 3 milioni di voti: intorno ai 65,800,000 voti contro i 62,900,000 di Trump. La composizione del collegio elettorale è ciò che ha spostato la bilancia in favore di Trump.
Una curiosita` statistica. Nessun altro candidato presidenziale aveva mai perso il voto popolare con un margine così largo, per poi vincere ugualmente le elezioni grazie ad una schiacciante vittoria nel collegio elettorale. Nel 2000, Bush aveva vinto la maggioranza del collegio elettorale battendo Al Gore, ma aveva perso il voto popolare di qualche migliaio di voti, una miseria.
Con quasi 63 milioni, Trump ha ottenuto il record per un candidato Repubblicano, superando il consenso ottenuto da Bush nel 2004 con poco più di 62 milioni di voti i quali permisero a Bush di battere John Kerry. L’elettorato Repubblicano ha quindi fatto la propria parte andando in massa a votare e raccogliendo anche il voto dei cosiddetti “democratici reganiani” i quali hanno sopperito alla mancanza di sostegno per Trump da parte dell’establishment repubblicano. Clinton d’altro canto non è riuscita a ricreare la coalizione Obamiana del 2008, quando Barak riuscì a portare alle urne una massa di elettori appartenenti sia al blocco democratico tradizionale, sia alle minoranze etniche, sia alla massa dei giovani, particolarmente quelli appartenenti al mondo studentesco. Obama nel 2008 ottenne quasi 69,500,000 di voti, il record assoluto per un candidato presidenziale americano. Obama si confermò Presidente nel 2012 aggiudicandosi quasi 66 milioni di voti contro i quasi 61 milioni di Romney. A conti fatti si deduce che ai democratici mancano 4-5 milioni di elettori rispetto al 2008, mentre Trump ha rivitalizzato il partito repubblicano rendendolo più competitivo rispetto al passato e posponendone l’annunciato declino ancora di qualche anno. Più che il voto sommerso, Trump è stato bravo a raccogliere in massa l’elettorato repubblicano, mentre per la Clinton ha ceduto il muro blu del “Rust Belt.”
In Italia è difficile da concepire l’idea del collegio elettorale poiché il sistema politico americano, voluto dai suoi padri fondatori, si basa più sul concetto di repubblica federale rispetto ad una democrazia pura. Il collegio elettorale è stato concepito per due motivi:
• il primo scopo era quello di creare un cuscinetto tra la popolazione e la selezione di un presidente. I padri fondatori avevano paura di una elezione diretta del presidente. Temevano un tiranno che avrebbe potuto arrivare al potere. Il maggior proponente del sitema a collegio elletorale, Alexander Hamilton e il resto dei Padri Fondatori vedevano nel collegio elettorale un baluardo contro l’avvento di un personaggio in grado di manipolare la massa dei cittadini a proprio vantaggio.
• Il secondo motivo era di dare più equilibrio ai singoli Stati dell’Unione assegnando potere anche agli Stati più piccoli. Per esempio in un sistema maggioritario, stati e centri urbani più popolosi decidono le sorti dell’intera nazione, lasciando larga parte del paese alla mercé decisionale di chi vota in posti come la California, New York, Washington e Chicago. Essendo gli Stati Uniti un paese enorme, ci sono rimarcate differenze culturali ed esistenziali fra le varie zone del paese; i cittadini di San Francisco ad esempio hanno esigenze e ideologie diverse rispetto a chi vive nell’Idhao oppure nella Louisiana. Per quanto riguarda il collegio elettorale, la vittoria di Trump non è stata ancora ufficializzata, poiché il collegio si riunirà solo il 19 di dicembre. In teoria Trump non è ancora il presidente eletto.
Tornando ai numeri. Trump ha vinto in 30 Stati più il secondo distretto congressionale dello Stato del Maine. Clinton ha vinto 20 Stati piu il Distretto di Columbia. Clinton ha vinto in California con più del doppio dei voti, 8,600,000, contro i 4,400, 000 di Trump; da qui la ragione della larga differenza nel voto popolare a favore di Clinton. Trump ha vinto in più contee rispetto alla Clinton, 2,623 contro le 489, dipingendo la mappa poltica americana di un profondo Rosso repubblicano e marginalizzando il potere democratico agli stati costieri e ai grossi centri urbani. Nel mezzo la maggior parte del paese è conservatore, dando così ancor più risonanza alle differenze tra i vari centri del paese. Il contadino texano è lontano anni luce dal professionista High Tech della Silicon Valley. Il metalmeccanico dell’Ohio vede il mondo completamente agli antipodi rispetto al cittadino elitista di Manhattan. Il minatore del West Virginia concepisce la vita in maniera porfondamente diversa rispetto all’intelletuale Bostoniano. Il piccolo imprenditore della Florida vive la vita in maniera più articolata rispetto al fumatore di marijuana del Colorado.
La sconfitta di Clinton è stata sì una sorpresa, ma i sondaggi non erano poi così sbagliati, vista la differenza nel voto popolare tra la Clinton e Trump. Alla fine la Clinton ha vinto il voto popolare con una percentuale di 3-4 punti il che è in linea con i sondaggi preelettorali.
La Clinton ha perso per un motivo tattico più che per uno sbaglio di interpretazione del voto popolare. I democratici sapevano che la larga popolazione minoritaria degli Stati Uniti, in particolare quella latina, avrebbe fatto la differenza in Stati come il Nevada, il Colorado e il Nuovo Messico. L’avanzata dell’immigrazione latina, sempre favorevole ai Democratici, ha trasformato, nell’ultimo decennio, stati tradizionalmente più conservatori come per esempio il Nevada, in Stati solidamente Blu. L’onda blu si è arrestata temporaneamente, grazie agli Stati cosidetti del Rust Belt, cioe` Indiana, Michigan, Pensylvania, Ohio, Wisconsin. Questi sono stati tradizionalmenti democratici, che hanno votato fedelmente il partito democratico per quasi 30 anni. Clinton qui ha commesso il suo errore tattico; considerare come sicuri questi Stati, tanto da visitare, durante tutta la campagna presidenziale, tra gli stati del Rust Belt, una sola volta il Wisconsin.
I democratici hanno fallito nel capire che in questi Stati la perdita di quei posti manifatturieri impacchettati e spediti oltre i confini nazionali, in Messico, Cina, Vietman, Canada ect. ha alienato una popolazione che aveva un disperato bisogno di un cambio epocale. In questi stati la tradizionale classe media bianca, forma ancora la maggioranza della popolazione e non ha subito, per il momento, un impatto decisivo nei flussi immigratori, come per esempio in California. L’ultima volta che questi Stati hanno votato Repubblicano è stato con la candidatura di Reagan; ecco perché gli elettori che hanno eletto Trump, nel Rust Belt, portano la nomina di democratici reganiani.
Quando Trump, nell’ultimo mese della campagna, visitava freneticamente la Rust Belt, i mass media lo tacciavano di essere alla disperazione; in realtà Trump aveva capito che in questi Stati, per la prima volta in decenni, il voto era di nuovo in gioco a favore dei Repubblicani.
Il cambio demografico dell’America avvantaggia i liberali progressisti, la larga maggioranza dei non-bianchi vota democratico. I bianchi ora sono il 62% della popolazione, in 10 anni saranno appena il 48-50%. Il futuro è in mano esclusivamente ai democratici con la conferma di queste dinamiche. Credo fortemente che queste elezioni siano state il colpo di coda di un partito Repubblicano che, se non si rifonda completamente, non governerà più per i prossimi cento anni. Trump ora dovrà, per arginare l’onda blu, posizionarsi verso il centro e ammorbidire alcune delle sue vedute (soprattutto in termini di leggi immigratorie) per potersi assicurare fra quattro anni la rielezione; anche perché difficilmente i democratici rifaranno lo stesso errore due volte, scordarsi cioè di fare appello all’elettorato del Rust Belt.
Nel frattempo, per i prossimi quattro anni i Repubblicani avranno la maggioranza sia alla Camera che al Senato. L’en plein elettorale repubblicano non deve però confondervi. I repubblicani hanno sì il controllo virtualmente dell’intero apparato politico a Washington, ma rispetto alle elezioni intermedie del 2014 hanno perso qualche rappresentante al Senato. I repubblicani passano da 54 a 52 rappresentanti perdendo due senatori; una maggioranza sì, ma striminzita visto che non è a prova di “filibuster”. Va un po’ meglio alla Camera, dove i repubblicani hanno 238 seggi contro i 194 dei democratici. Un margine a prova di qualsiasi ostruzionismo democratico. Anche qui bisogna dire però che i Repubblicani hanno perso, rispetto al voto del 2014, sei seggi andati a favore dei Democratrici.
I numeri quindi ci dicono che i Repubblicani hanno vinto su tutta la linea, anche se il credito va dato non alla capacità dei repubblicani di stimolare i propri votanti, bensì al carisma di Donald Trump che è riuscito con la sua personalità e idea politica a creare un movimento d’urto, uno sbarramento all’avanzata blu democratica che dopo le elezioni di Obama nel 2008 sembrava inarrestabile, portando a votare ai seggi gente che non era stata certamente ispirata ad andare alle urne a votare candidati presidenziali come McCain o Romney.
Le elezioni intermedie per la Camera e Senato del 2018, ci diranno quale giudizio gli americani si saranno fatti della presidenza di Trump. Se i Repubblicani manterrano il controllo del Senato e della Camera, allora il 2020 farà loro meno paura e Trump avrà una seria possibilità di essere rieletto.

LA STORIA SI RISCRIVE, di Gianfranco Campa

LA STORIA SI RISCRIVE, di Gianfranco Campa

Le storiche elezioni americane si sono concluse con la vittoria di Donald Trump. Al mondo gira la testa; alle élites mondiali non basterà l’aspirina ad alleviare l’emicrania. Con la vittoria di Trump si è girato decisamente pagina, lasciando fuori dalla Casa Bianca una associazione a delinquere: la famiglia Clinton.
Dopo otto anni di Bill Clinton, dodici anni dei Bush, con l’intermezzo degli otto anni di Obama, ci si aspettava un ritorno al passato con la signora Clinton.
Un monopolio rotto solo dall’avvento di una figura estranea alla politica.
Certo che diventa sempre più difficile sfatare le teorie della cospirazione, che vedono nel sistema politico un’oligarchia a cerchio chiuso asservita a poteri sovranazionali. In retrospettiva Donald Trump ha già raggiunto la più grande delle vittorie: mettere fuori gioco e consegnare agli annali della storia due potenti dinastie, la famiglia Bush e la famiglia Clinton. I Bush e i Clinton, ma ci aggiungerei anche Obama, colpevoli di aver causato la morte di milioni di vittime innnocenti in guerre, rivoluzioni colorate, cambiamenti di regime avviati e sostenuti e attraverso l’intero globo negli ultimi trenta anni: Somalia, Serbia, Honduras, Iraq, Afghanistan, Egitto, Siria, Libia, Ucraina e via dicendo.
In questa ottica ci vuole un bel coraggio a sbandierare il pericolo dei fantasmi nazionalistici e populistici di Trump.
Con Trump gli americani hanno riaccarezzato l’idea di eleggere il primo presidente “nazionalista” dall’assassinio, nel Settembre 1901, del presidente William Mckinley. Tre cose suggellarono il destino di McKinley: la sua opposizione al primo concetto di globalismo, l’opposizione alla creazione di una banca centrale (la Federal Reserve) e la decisione di mantenere il dollaro agganciato al valore dell’oro, rifiutando l’idea di un sistema inflazionistico. Diceva McKinley: “…Sotto il libero scambio, il prodotto diventa il maestro e il lavoratore lo schiavo… Il libero scambio distrugge la dignità e l’indipendenza dei lavoratori americani…”
Due altri presidenti si sono opposti a questo sistema e tutti e due hanno fatto la fine di McKinley: Lincoln e Kennedy.
Alla morte di Mckinley assunse il potere il suo vicepresidente, Theodore Roosevelt; un interventista, globalista, anche lui vincitore, guarda caso, di un premio Nobel per la Pace (1906).
A pensare male si fa peccato, ma probabilmente Trump dovrà guardarsi molto alle spalle…
La Clinton ha basato la sua campagna elettorale su due punti fondamentali:
• eleggere la prima donna presidente alla Casa Bianca, mobilitando l’elettorato femminile contro Trump e usando l’espediente del sessismo come arma per distruggere il repubblicano
• presentare Trump come un personaggio pericoloso, amico di Putin e amante di dittatori e per questo nemico dell’America. Descritto inoltre come incapace di autocontrollo, così da squalificarlo come depositario delle chiavi dell’armamento nucleare. Un uomo pericoloso insomma, un Hitler reincarnato.
Una trovata semplice ma efficace che ha invertito le parti, rendendo la Clinton una donna accettabile e “moderata” e Trump un estremista fanatico.
Questa ultima tattica non è nuova ma è stata rispolverata dalla campagna presidenziale del 1964, tra il democratico Lyndon B. Johnson e il repubblicano Barry Goldwater. In quella famosa campagna, Goldwater viene descritto come un’estremista di destra, potenzialmente pericoloso, dal grilletto facile; un personaggio instabile, capace di innescare la minaccia nucleare. In un video famoso, pagato dai fondi della campagna di Johnson e trasmesso dalla televisione americana, si vede una bambina sfilare i petali della margherita in un conto alla rovescia che porta alla detonazione di un ordigno nucleare. Nel sottofondo si sente la voce di Johnson commentare il video con una famosa frase: “Questa è la posta in gioco…o ci amiamo a vicenda oppure periamo..” https://www.youtube.com/watch?v=dDTBnsqxZ3k
Osteggiato sia dai Rockefeller repubblicani (l’establishment di allora), sia dai Democratici per questa sua visione populista, Goldwater venne attaccato pesantemente su tutti i fronti; una battaglia impari che lo vide sconfitto, sommerso dalla valanga di voti a favore di Johnson.
Dopo le elezioni Goldwater, un uomo dal temperamento mite, ritornerà nell’anonimato come senatore in Arizona. Il suo rapporto con il partito Repubblicano rimarrà tormentato durante tutta la sua carriera politica, accusando i repubblicani, in più occasioni, di essere troppo radicati a destra, quindi posizionandosi più su una piattaforma di tipo centrista-liberale. Un politico ragionevole insomma che venne dipinto come un pericoloso guerrafondaio. Il pacifista Johnson, salvatore dell’umanità dall’altro canto mise in moto la macchina militare e politica che portò gli Stati Uniti alla guerra in Vietnam, con il sacrificio di oltre 50000 militari americani e oltre due milioni di vittime tra civili e militari vietnamiti. Se la storia insegna qualcosa, tenendo conto che la Clinton non ha mai affrontato una guerra con qualche dispiacere, se fosse stata eletta, allora il futuro del mondo sarebbe stato decisamente fosco…
La stessa tattica, è stata impiegata contro Trump. Una strategia politica brillante, già testata nella sua efficacia, talmente efficace da dipingere un uomo, senza nessun precedente politico decisionale su cui basare un giudizio, come un guerrafondaio e dall’altra parte, una donna, con anni di documentata schizofrenia geopolitica, amante delle guerre esportatrici di democrazia, come una persona calma e ponderata. L’unica cosa e che i Clinton non hanno calcolato è che, rispetto al 1964, il mondo dell’informazione e molto più aperto grazie ai social media; i crimini della Clinton sono stati esposti, non dai mass media tradizionali, ma dagli utenti Facebook, Twitter, YouTube e sopratutto WikiLeaks .
Trump entra alla Casa Bianca dopo una battaglia disumana, impari, combattuta su tutti i fronti, contro molteplici nemici sia all’interno che all’esterno del proprio schieramento. Trump ha dovuto difendersi dall’ establishment del proprio partito, dai falchi neocons i quali più volte sono usciti allo scoperto sostenendo la Clinton; da tutti i mass media, nazionali e internazionali; dalle grandi multinazionali, come Apple, General Motors, Ford, solo per menzionare alcuni; da banche e finanziarie, tipo Goldman Sachs, da investitori di hedge found come George Soros; dalla macchina Hollywoodiana, con attori e attrici famosi, musicisti e celebrità in genere; dalla segreteria dell’ONU, per finire dalla magistratura federale e statale.
Gli attacchi a Trump sono avvenuti in varie forme e modalità. Si sono inventati fantomatiche vittime di abusi sessuali (le sue accusatrici si sono tutte dileguate dopo le elezioni), hanno travisato le sue parole, costruendo una retorica al vetriolo intorno al suo personaggio, fino a reinventarlo, costruendoci intorno una figura alternativa a quella reale. Un Trump fittizio, venduto al mercato di masse semi-colte e di intellettuali elitisti, che lo hanno assorbito e regurgitato come veritiero.
Bisogna dare atto alla macchina Clintoniana. Politici navigati che hanno sfruttato al meglio il loro potere mediatico, politico e finanziario con oltre un miliardo di dollari in contributi ricevuti dai soliti globalisti, moderni oppressori di popoli, burattinai della classe politica. In un mondo sano ed equilibrato una minaccia come la Clinton non avrebbe neanche dovuto arrivare cosi vicina alle soglie della Casa Bianca
Trump ha vinto, ma i suoi nemici rimangono, le nubi all’orizzonte sono sempre cupe e si preannunciano per lui quattro anni difficili. Sono i nemici interni più di quelli esterni da cui dovrà ben guardarsi. Gli ultimi saliti sul carro saranno i primi a saltarne fuori, al primo segno di rallentamento.

LA RIVOLTA DEGLI SCERIFFI, di Gianfranco Campa già pubblicato su www.conflittiestrategie.it il 18 giugno 2016

Pubblico un articolo curioso e illuminante nella sua particolarità, apparso il 18 giugno 2013 sul sito www.conflittiestrategie.it del quale abbiamo fatto parte sia il sottoscritto che l’autore. E’ utile a comprendere gli antefatti che hanno portato all’attuale situazione negli Stati Uniti. Giuseppe Germinario

LA RIVOLTA DEGLI SCERIFFI
18.06.2013 conflittiestrategie 0 Comments
sceriffo
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Dalla finestra del suo ufficio si vede l’autostrada, una tipica freeway californiana con almeno quattro corsie per senso di marcia, si alza dalla sedia e si avvicina alla finestra, sembra fissare le macchine che sfrecciano sulla strada; non è ora di punta ma il traffico è già sostenuto. Si gira verso di me: “vuoi un caffè?”

La mia è una visita cordiale, ci sono stato altre volte nell’ufficio di questo sceriffo; un’autorità molto amata in questa contea di media grandezza nello Stato dell’oro, la California. Alto, di corporatura media, con una lunga carriera alle spalle, uno di quelli che ha cominciato dalla gavetta, facendo pattugliamento sulla strada e arrivando fino alla posizione più alta; “no grazie, il caffè l’ho già preso” rispondo. Ritorniamo a parlare del più e del meno ma c’è una domanda che mi brucia; aspetto il momento giusto; “hai mai avuto il piacere di incontrare l’ex sceriffo Richard Mack?” Mi guarda sorridendo, capisce che la mia è una domanda trabocchetto: “ma non eri venuto solo per salutarmi…? No, non ho mai avuto il piacere…Ma lo so dove stai andando a parare…Senti io non appartengo alla categoria degli sceriffi ribelli…” Il suo viso si fa serio “ le nuvole all’orizzonte sono cupe e minacciose …” dice lui, adesso anche io volgo lo sguardo alla finestra. Una giornata di sole di tarda primavera tipicamente Californiana; d’altronde nella baia di San Francisco da Aprile a Ottobre non piove mai, le nuvole cui si riferisce annunciano…ben altre tempeste… da tardo impero americano …

Quando nell’ormai lontano 1994, l’allora Sceriffo Richard Ivan Mack, della contea di Graham in Arizona, fece causa al governo Clinton, accusando il governo federale di violare la costituzione con il Brady Handgun Violence Prevention Act, pochi consideravano la possibilità che nel futuro immediato si sarebbe creato un gruppo consistente di sceriffi, sparsi in tutto il territorio a stelle e strisce, pronti ad alzare le barricate contro il tiranno federale (https://www.youtube.com/watch?v=uEoeLGIL3BI). Dopo quasi vent’anni dalla causa di Mack, siamo alla resa dei conti. La proposta di legge fatta recentemente dai democratici con il supporto di un ristretto numero di repubblicani e poi bocciata, la quale prevedeva l’ inasprimento delle norme sul controllo delle armi, ha creato un’onda d’urto considerevole tra molti sceriffi e tutori della legge americani, al punto da far sorgere lo spettro tangibile della ribellione armata.

Mentre gli americani devono confrontarsi, scandalo dopo scandalo, con la totale incompetenza e il delirio dell’imperatore nudo Obama e dei suoi fedeli, nei posti più remoti dell’America, più di 400 sceriffi, sparsi in 15 stati (il 15% degli sceriffi), su un totale di 3080, hanno giurato di opporsi a qualsiasi tentativo dei politici di violentare la costituzione, soprattutto riguardo al secondo emendamento: il diritto di possedere armi (https://www.youtube.com/watch?v=UAgcgGyv_i0). Sotto la magistrale regia dell’ormai ex sceriffo Mack con la sua stella appesa al chiodo, ma non il suo fucile, il movimento patriottico Americano ha ritrovato nuova linfa. Una linfa che non si vedeva forse dai tempi della guerra di indipendenza, quando nelle taverne del paese, gruppi di contadini, sceriffi, fuorilegge, coloni, tutti insieme patrioti convinti, si ritrovavano per esprimere la loro frustrazione e rabbia contro l’oppressione della corona inglese che limitava la loro libertà. Quegli stessi che poi si ritroveranno a combattere per l’indipendenza dal tiranno d’oltre oceano. Allora solo il 30% circa della popolazione di coloni, credeva nella necessità di liberarsi dal giogo della tirannia materna inglese. Ma quel 30 % era pronto a morire per il loro ideale di libertà, un concetto di patriottismo pressoché sconosciuto in Italia. Soprattutto questa Italia odierna del politicamente corretto, asservita ai padroni sparsi tra Europa e Nord America, preoccupata più delle proprie marchette che della propria sopravvivenza.

Questi 400 sceriffi, hanno non solo giurato di difendere la costituzione Americana dall’attacco perpetrato, secondo loro, da componenti del governo federale, ma sono passati dalle parole ai fatti. Negli Stati dello Utah e Nuovo Messico, 58 sceriffi hanno spedito una lettera di sfida alla Casa Bianca. In New Hampshire, uno sceriffo ha dichiarato che sia lui che ì suoi vice si ritengono giustificati nello sparare a vista contro i dottori abortisti per proteggere la vita “di piccoli innnocenti”, vittime di barbari assassini. Nella contea di Maricopa, in Arizona, l’ormai leggendario sceriffo Joe Arpaio (genitori originari di Lacedonia), è impegnato con i suoi incaricati a purgare la contea da immigrati illegali, cosa che gli è costata una denuncia da parte del Dipartimento di Giustizia Americano per abuso di potere; ma Arpaio ha risposto mostrando l’indice medio al governo federale e per ritorsione ha ordinato ai suoi vice, di avviare una inchiesta, per accertare, una volta per tutte, se il certificato di nascita mostrato da Obama è autentico oppure falsificato, caso questo che validerebbe la teoria cospiratrice che Obama non è nato negli USA, ma in Africa; quindi ineleggibile alla presidenza secondo la regola dettata dalla Costituzione Americana (https://www.youtube.com/watch?v=RbxBZ12sjgQ ).

Più di qualche sceriffo ha anche dichiarato che ogni agente federale che cercherà di applicare nella loro contea qualsiasi legge che sia in violazione o in diretto contrasto con la Costituzione Americana dei padri fondatori, verrà dichiarato fuorilegge e quindi sottoposto ad arresto immediato da parte dei suoi incaricati; una minaccia indirizzata soprattutto alla FBI. Lo Sheriffo Greg Hagwood, della contea di Plumas in California, ha dichiarato recentemente che il governo federale con le sue azioni incostituzionali “ha svegliato il gigante dormiente” (https://www.youtube.com/watch?v=a_fhPEMFOxk ). I casi sono virtualmente infiniti e non basterebbe un libro di 300 pagine per menzionare tutti gli sceriffi e le dichiarazioni da loro fatte negli ultimi mesi contro il governo centrale, contro Obama e contro i vigliacchi colleghi delle forze dell’ordine che non hanno ancora preso una posizione antigovernativa. Al riguardo è significativo aggiungere che recentemente in Colorado, durante una visita di Obama, un gruppo di Sceriffi ribelli ha manifestato contro in presidente, fuori dal luogo in cui parlava (https://www.youtube.com/watch?v=Vsgtvz4OnYw ). La cosa peculiare è che il Presidente aveva alle spalle, durante il comizio, un gruppo di agenti della Polizia di Denver ed il comizio si teneva nell’edificio principale dell’accademia di polizia di Denver. Passato l’evento si è saputo da alcuni degli agenti presenti, che molti colleghi sono stati ”obbligati” dall’amministrazione ad attendere e partecipare alla manifestazione di Obama. Si profila uno scontro tra forze di polizia contrapposte.

La storia degli sceriffi ribelli, non è l’unico segno di cedimento strutturale della potenza Americana. Come riportato l’anno scorso in questo mio articolo ( http://www.conflittiestrategie.it/cracks-in-the-empire) il problema è anche politico, oltre che civile/sociale. Lo scontento manifestato dagli sceriffi, anche se per il momento circoscritto a circa il 15%, potrebbe allargarsi ancora di più. Questi sceriffi si ergono a barriera contro la deriva liberale progressivista che pervade la terra a stelle e strisce. Loro sono pronti alla difesa estrema della causa patriottica conservatrice. Nelle parole dello sceriffo della contea di Milwaukee, David A. Clarke Jr., si sentono i tuoni, ancora lontani ma in avvicinamento, di una seconda rivoluzione americana (https://www.youtube.com/watch?v=hgH7LfNTt3U )

Questi 400 sceriffi possono contare sui loro incaricati, agenti addestrati allo stesso modo e a volte anche più di poliziotti regolari; vice che pattugliano ogni giorno le strade delle contee americane. Se calcoliamo questi subordinati fedeli ai loro sceriffi, parliamo di un potenziale di circa 40.000 agenti (stima per difetto). A questi deputati bisogna aggiungere semplici civili patrioti, militari ed ex militari, milizie anti-governative, poliziotti statali e cittadini comuni; quindi gli ingredienti ci sono veramente tutti per un nuovo 1776. Tutto dipenderà dal comportamento di Obama e della sua amministrazione su certe tematiche e politiche. Le sue elezioni, anche se apparentemente maggioritarie, seguite dagli scandali a ruota che coinvolgono la sua amministrazione e dalle leggi federali anti-costituzionali, hanno lasciato un segno indelebile e cambiato il corso del paese mettendolo quindi in rotta di collisione con milioni di cittadini americani. Il voto popolare preso da Obama in Novembre, non assicura la sua sopravvivenza perché le forze contrapposte a lui e al partito democratico sono quelle “dure e pure” (forze che vanno al di là del Partito Repubblicano, dove è in corso una resa dei conti stile “notte dei lunghi coltelli”) pronte a lottare e morire per la loro causa. I prossimi 3 anni di Obama saranno cruciali per capire se l’America che conosciamo potrà sopravvivere nella sua forma attuale oppure quella forma assumerà per sempre altre vesti.

Mi rivolgo di nuovo allo sceriffo: “ti vedo preoccupato …” Mi guarda diretto negli occhi “hai mai sentito la frase che fu detta da Lincoln?” “Quella sulla caduta dell’unione?” Chiedo io. “Sì, proprio quella” risponde continuando a scrutarmi negli occhi. “Non me la ricordo a memoria, mi pare che menzioni la caduta del nostro paese come una possibiltà concreta più dovuta a un fattore interno che esterno.” Con il dito si tocca la tempia “l’ho memorizzata fin da piccolo, mi rimase impressa dopo una discussione nella lezione di storia alle medie: America will never be destroyed from the outside. If we falter and lose our freedoms, it will be because we destroyed ourselves.” … Le nuvole all’orizzonte si stanno gonfiando di un nero pesante …

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